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Pensieri in libertà


Titoli in verde: si suggerisce la lettura
Il pensiero della settimana

Multa paucis

Sventola la bandiera Borbonica non per conversione alla monarchia, ma in ricordo ed in omaggio ad un Regno glorioso cancellato dalla congiura di Stati avidi e dall'infame tradimento di pochi notabili che vendettero la loro Patria per pochi denari e molti favori.
15/11/20 Il seme della paura
Guardarsi dall'altro. Sia esso conosciuto o sconosciuto, sia esso un figlio, un fratello, una zia, un nipote, un amico o un'amica. E' questo il seme della paura?
Un virus, dagli occhietti a mandorla, che ci trasforma - violando la natura umana - da animali sociali in guardinghi esseri antisociali. In ciascuno, a parte gli incoscienti e i negazionisti che non mancano mai, aumenta la voglia di autotutela, cresce il livello di attenzione e gli sguardi in cagnesco verso quanti sembra non rispettino gli standard che ciascuno crede di essersi dato.
Siamo, al solito, un popolo di santi, poeti, navigatori e virologi. E’ questo uno degli aspetti più oscuri ed “estranianti” della pandemia in atto: la messa “in dubbio” dei legami più profondi, dei più semplici e consolidati gesti d’affetto: una carezza, un abbraccio, un bacio, una stretta di mano.
I nuovi monatti sono quelli che fanno del divertimento e dello sballo la loro sola ragione di vita, anzi di “movida”.
A proposito di occhietti a mandorla: i cinesi residenti in Italia come mai non si vedono negli ospedali? Sono immuni o hanno una loro rete sanitaria alternativa e occulta? Nessun dato ufficiale ci dice se tra i morti ci sono anche stranieri e se tra questi c'è qualche cinese.
Che ricevano uno speciale vaccino dalla madrepatria? Eppure i cinesi regolari presenti in Italia erano oltre 310.000 nel 2018. Per stare in media ci dovrebbero essere non meno di 52.000 positivi tra i cinesi. In Toscana, che ospita a Prato e dintorni una delle più numerose comunità cinesi in Italia, si è registrato, nella prima fase pandemica, un solo caso di contagio sui 347 che hanno coinvolto cittadini stranieri di ben 64 diverse etnie (fonteToscananotizie.it). Secondo il professor Galli del Sacco di Milano avrebbero migliori difese.
Se così fosse dovremmo importare sangue cinese per le trasfusioni. O sarà perché i cinesi non si mischiano e non si immischiano, perché vivono in un perpetuo lockdown comunitario...
Tornando all'Italia, alla distanza, dalle statistiche emerge che le vittime, almeno in Italia, sono, quasi esclusivamente, gli anziani. In particolare quelli con qualche acciacco più degli altri.
Dai dati sugli anziani al pensiero di quanto pesante sia diventato tutelare anche i vecchi il passo è breve. Rinchiudere solo loro e lasciare tutti gli altri alle loro occupazioni e alle loro libertà? Già in qualche ospedale al collasso si è cominciato a decidere chi vive e chi muore...
Ogni giorno, ormai da molti mesi, i mezzi di informazione sgranano le cifre della pandemia: tamponi, contagiati, ricoverati, morti e guariti... senza che mai nessuno spieghi l'abissale differenza tra contagiati e guariti. Se i contagiati sono, mettiamo, un milione e i guariti trecentomila, i settecentomila di differenza che sono? Tutti malati in terapia? Misteri della comunicazione pubblica, mai chiara quanto dovrebbe essere, comunque sempre più chiara dei decreti di Conte, delle leggi che sforna il Parlamento, delle decisioni assunte agli Stati generali dei 5stelle.
Guardinghi si è detto all'inizio, impauriti e sempre più poveri e, quindi, incazzati.
La paura, a ben guardare, dovrebbero averla gli inquilini - ormai abusivi - dei Palazzi.
15/10/20 Tu e la terra siete uno
C'è stato un tempo in cui gli uomini si sentivano parte - non padroni - della natura.
In ogni albero, ruscello, creatura riconoscevano il sacro, come in loro stessi. Questa sintonia teneva svegli ed accresceva i "sensi sottili" di cui erano dotati e che consentivano loro di comunicare con il creato e di "dialogare" con gli "spiriti" degli altri uomini, degli animali, delle foreste, del cielo, della terra, dell'aria, del fuoco e delle acque.
C'è stato un tempo in cui signoria e proprietà convergevano nell'unica missione di tutelare e tramandare un porzione di territorio nella sua bellezza quanto nella sua utilità e un re era tale perché rappresentava in uno il suo popolo e la terra.
Si veda e si riveda lo splendido film "Excalibur" di Boorman ed anche il suo "La foresta di smeraldo".
Oggi restano labili tracce di quel che fu nella cultura e nella prassi di alcuni popoli aborigeni, di alcune tribù amazzoniche, di qualche nativo americano e nella Tradizione.
Tutto è andato perduto con la scissione tra mente e corpo. L'uomo, col passare del tempo, ha ritenuto che il solo processo di comprensione mentale, attraverso intelligenza e ragione, fosse sufficiente a relazionarsi con il reale.
E ha dimenticato di possedere un cuore ed un corpo senzienti e memori. Memori dei padri e degli antenati, della genealogia e del sangue e non solo del labile ricordo che oggi conserviamo di loro e che ce li fa presto dimenticare. Come ha scisso il legame col mondo dei sogni.
Da allora, persino nelle cosiddette scuole iniziatiche le prove fattuali sono state sostituite dalla metafora delle prove iniziatiche, puramente mentali. E così Ercole ha potuto abbandonare le sue "fatiche" lasciando il campo a Sisifo. E così anche Prometeo è morto ed il fuoco si è spento.
Gli uomini di un tempo avevano una mente, un corpo e uno spirito "ecologici": ossia questi erano un tutt'uno tra di essi ed erano, per questo, in grado di porsi in rispettosa relazione col tutto.
Oggi agli uomini resta solo la ragione, quella del "cogito ergo sum". Una ragione egoista, avida, opportunista e supponente che tutto spiega col suo solo metro. Quel metro che ha ridotto il pianeta come è ridotto, quel metro che ha creato l'incubo nucleare, le armi batteriologiche, i gas nervini, lo sfruttamento delle risorse oltre misura, il cambiamento del clima, il buco nell'ozono mai tanto grande come adesso, la liquefazione delle calotte polari, l'immanità di incendi e tempeste, l'estinzione di specie viventi....
Quello stesso metro che desertifica e che erode le terre fertili. Ora, col senno di poi, si cerca di correre ai ripari propugnando un'economia verde e sostenibile, già, ma pur sempre di economia si tratta....
Forse andrebbe propugnata un'ecologia (almeno) della mente.
15/09/20 Il caos che avanza
E' la forza di specificazione che determina l'identità.
Lo dimostra la varietà della vita nelle sue molteplici forme. Si tratta di una forza che agisce non solo a livello delle specie viventi ma anche a livello individuale e sociale.
Gli individui tendono a differenziarsi, a manifestare la loro unicità ed a competere per affermarla, le società puntano a specificarsi sulla base di retaggi, valori, aspirazioni, culture. Anche i corpi sociali fanno la stessa cosa.
Ad esempio le imprese si specificano dandosi un marchio, una fisionomia specifica, producendo beni e servizi il più possibile differenti da quelli dei concorrenti grazie ad una marcata riconoscibilità. Lo stesso fanno, mutatis mutandis, anche le istituzioni, le formazioni sociali ed i partiti politici.
Se la vita è pulsante e variegata specificazione, la morte è omologazione, come omologanti sono alcune forze che pervadono il mondo moderno. Tra tutte, dopo il comunismo e l'egualitarismo, la cosiddetta globalizzazione e la spinta alla standardizzazione che porta con sé.
Purtroppo, negli ultimi decenni, vi è stato un travaso di identità dai popoli ai mercati, dagli uomini alle cose, tanto da indurre alcuni ad identificarsi solo attraverso simboli di stato, stili di consumo, peggio, a tatuarsi un codice a barre, come fossero pacchetti di patatine o confezioni di profilattici.
Famiglia, scuola, mezzi di comunicazione, poteri finanziari, lobbie, gruppi di potere, primato dell'economia sulla politica, hanno concorso e concorrono ai processi di omologazione, alla desertificazione dei valori specificanti. Tanto che, oggi, i cosiddetti "influencers" hanno molti più seguaci di un leader di partito e sono in grado, a pagamento, di orientare le scelte di consumo di masse sempre più amorfe e sempre più decerebrate, nelle quali gli individui sono sempre più desiderosi solo, non di distinguersi per il loro valore, ma per il capo griffato che indossano, per il liquore che bevono, per lo shampoo che usano.
Le scelte delle persone e le azioni conseguenti sono sempre meno figlie di ragione e passione bensì di slogan, di parole d'ordine, di acritici rituali collettivi. Ai giovani interessa sempre meno scoprire sé stessi e il mondo, basta che si vada in discoteca ad agitarsi come forsennati in un contesto di musiche ottundenti e di vapori alcolici o "ecstatici".
"Genitore 1" e "genitore 2" rappresentano l'acme di tale processo cancellando il padre e la madre, scalzandoli dai loro millenari e sacrosanti ruoli, una follia contro la famiglia in ossequio ad un egalitarismo massificatore ed assimilante, come i Borg dei film di fantascienza, quanto falso ed ipocrita perché propalato nel nome della non discriminazione delle coppie omosessuali.
Il sesso è stato messo anch'esso a servizio dell'omologazione, tutti uguali nel nome del desiderio pulsionale: uomini, donne, gay, lesbiche, transessuali e chi più ne ha più ne metta, ma guai alle pulsioni oltre il limite piuttosto evanescente delle molestie. Guai al peccatore, anche se il presunto "peccato" risale ad un'era geologica diversa, in barba alla non retroattività della legge penale. Ma questo è il sogno americano sul quale non è ammessa obiezione per il "maccartismo" congenito che affligge quel popolo. E se si decide che il fumo va messo all'indice non c'è difesa o riserva indiana in cui rifugiarsi.
Non importa se l'alcool miete molte più vittime, se i pesticidi prodotti dalle multinazionali sono altamente cancerogeni, se le droghe sintetiche bruciano i neuroni dei giovani, se la polluzione da gas di scarico uccide quanto la peste, il nemico è il fumo del tabacco. Ipocriti!
Le multinazionali del tabacco hanno preteso, per non rischiare risarcimenti miliardari, la messa all'indice dei fumatori nell'ancor più ipocrita consapevolezza che pur di dare "blend" alla sigaretta additivano il tabacco naturale con un centinaio di dubbie e tossiche sostanze.
E' il Kali-Yuga che bussa alle porte per portare il caos annunciato, per confondere le lingue, i valori, le idee, per offuscare intelligenza e ragione. E così sterminate masse di diseredati, in costante incremento numerico, errano sul pianeta, anche forzando i confini, per contendersi quel po' di briciole che sfuggono all'avidità dei pochi, sempre più pochi, che monopolizzano la ricchezza ed il potere delle nazioni.
E il "genio della specie", consapevole che il brulichio di vita famelica, consumatrice e longeva non è sostenibile da un pianeta provato e malato, si difende distillando virus sfuggenti e letali: aids, ebola, sars, aviaria, mucca pazza... e da ultimo il Covid che sta sovvertendo le economie, le vite delle persone e lo stesso ordine sociale.
Ma il sistema è congegnato in modo tale che se si ferma cade in pezzi e, quindi, via alle vacanze, alle discoteche, ai viaggi, alle manifestazioni sportive, agli spettacoli, alle fiere, alle riunioni, ai comizi in piazza. Pazienza se i contagi aumentano e pazienza pure se bande di esagitati, convinti che la terra è piatta o che il virus non esiste, concorrono al contagio scalmanandosi e accalcandosi in riunioni incontrollate di presunta protesta contro le misure liberticide a tutela della salute collettiva.
E' la massa bruta e senza cervello che vuol farsi, impossibilmente, individuo pensante. C'è una perdita di senso crescente, disorientante, che rende legittimo tutto ed il contrario di tutto. Rende legittimo a Renzi intonare il canto della vittoria alle ultime elezioni regionali per qualche voto conservato in Toscana, rende legittimo a Di Maio di intestarsi la vittoria dei Sì al referendum, anche se la relativa norma l'avevano votata quasi tutte le forze politiche, rende legittima la radiazione di Palamara dall'Ordine giudiziario quasi fosse un corpo estraneo e non un "capobastone" caduto in disgrazia e, quel che è peggio, rende legittimo il silenzio del Colle.
Questo per restare in Italia. Ma che dire della "legittima" cancellazione delle libertà ad Hong Kong, della "rieducazione" degli Yuguri, della persecuzione dei Curdi, della impunità di un Erdogan o di un Lukasenko, delle calotte polari che scompaiono, delle balene che si spiaggiano a centinaia, della foresta amazzonica che arde come la ricca California e la lontana Australia, delle stragi di innocenti, dei padri che ammazzano i figli, degli squinternati che trucidano per il solo gusto di ammazzare, dello smarrimento e dell'ipocrisia che dilagano...
Tranquilli, è solo il caos che avanza cancellando ogni identità. Il sacro è tramontato.
15/07/20 Il tramonto dei Valori
Un mondo migliore presuppone uomini migliori. Ma il miglioramento dell'uomo, nelle medie, del cosiddetto Occidente, è altamente improbabile.
Ci hanno provato per millenni religioni, scuole esoteriche, obbedienze massoniche, uomini di buona volontà, santi e sognatori, eroi con fulgidi esempi... nessuno ha ottenuto risultati significativi. Anzi, a volte, i vizi dell'umanità hanno contagiato clero, santoni, spiriti eletti e istituzioni benefiche o volte al miglioramento dell'umanità.
Lungo il cammino l'uomo è mediamente peggiorato: più egoista, avido, consumista, narcisista, corrotto, infantile, superficiale, inconsapevole e senza solidi valori. Non c'è più una famiglia che sappia educare al "valore", non ci sono più riti di passaggio all'età adulta all'interno delle comunità umane, si è "ragazzi" fin oltre i trent'anni e "giovani" fino ai cinquanta, poi si è maturi e, troppo spesso, anziani senza valore, confinati in apposite strutture da "amorevoli" famiglie che hanno orrore del sacrificio e della dedizione e non apprezzano la memoria né il culto dei Lari.
L'età adulta si è eclissata e con essa la responsabilità e quasi nessuno più si ribella, perché mai metterebbe in gioco la vita. Di fronte al dolore si opta per andare in narcosi per non vedere, per non sentire... E'l'ignavia regna sovrana.
Per paradosso nelle scuole del crimine, dove si forgiano le armate del male, ancora si insegna il rischio anche se il "pentimento" e lo "sballo" per darsi coraggio dilagano anche lì. Questo stato di cose si riverbera nelle istituzioni sempre più inutili e oppressive, nei governi sempre più imbelli, nelle classi dirigenti sempre più mediocri e corrotte, nei partiti che sono le specchio delle società e nelle rappresentanze sempre più scadenti per effetto del divorzio tra merito e corpo elettorale. Tanto da indurre a desiderare un'autocrate, purché capace.
Ma anche lì, ormai, è solo questione di fortuna: può capitare un Putin ma anche un Bolsonaro o un Erdogan...
Né va meglio nei consessi internazionali dove non sono possibili passi avanti, neanche se è in gioco la vita del pianeta o delle persone, a causa degli egoismi dilaganti e della difesa ad oltranza di presunti quanto "frugali" interessi nazionali. E allora accade, forse, che la natura si ribelli distillando un nuovo virus altamente contagioso e difficile da debellare, un virus per falcidiare, per dare un severo monito all'uomo estraniato e ignavo, per terremotare le sue fragili istituzioni ed i suoi disvalori.
Basterà a ritrovare la bussola valoriale? Improbabile. Si continueranno a tagliare le foreste pluviali per dare terre coltivabili alle popolazioni che premono sempre più numerose, si continueranno a bruciare carbone, legna e petrolio, continuerà a crescere la superficie delle isole di plastica in mezzo agli oceani e dei deserti e a decrescere la qualità dell'aria, continueranno ad estinguersi specie viventi ed a contrarsi le calotte polari e l'acqua sarà sempre più preziosa.
Si tratta di sfide divenute talmente grandi che non c'è stato o piccoli insiemi di stati in grado di affrontarle. Solo un'umanità migliore potrebbe farcela...
16/06/20 Ferus, ergo sum
Il calo di rispetto per vita in generale, e per quella umana in particolare, è direttamente proporzionale all'incremento della popolazione. Per non parlare degli effetti sulla competizione, sempre più feroce, per l'accaparramento di risorse sempre più limitate o di quelli sull'ambiente, con effetti perversi anche sulla stessa disponibilità di risorse.
Tale caduta di rispetto e considerazione ha effetti immediati anche sui sistemi sociali e su quelli politici e di governo. Crescono cinismo ed ipocrisia nella competizione geopolitica, Iraq, Siria, Afganistan, Libia sono solo dei macroscopici esempi.
Cresce l'oppressione sui popoli senza patria: Tibetani, Yuguri, Curdi, Palestinesi solo per citarne alcuni. Crescono le derive autoritarie: Turchia, Egitto, Venezuela, Corea del Nord, Cina... Crescono le limitazioni alle libertà fondamentali nelle cosiddette democrazie, sempre più avvezze a regolare ogni aspetto delle vite individuali e sempre più tentate di comprimere persino la libertà di pensiero.
Cresce la violenza sociale come quella domestica. Le violente rivolte a sfondo razziale negli Usa, nuove forme di iconoclastia strisciante, femminicidi, violenze sui minori, stragi di anziani, stragi operate da squilibrati armati di tutto punto, stragi per odio religioso, stragi con finalità terroristiche, ma anche stragi di animali...
Il comune filo rosso che unisce tutti questi fenomeni è la caduta di rispetto per vita, una vita sempre più desacralizzata, sempre più ridotta a mera superfetazione biologica. Se ne ha triste conferma dalle fosse comuni in Brasile, dai convogli notturni di un esercito degradato al ruolo di necroforo di massa, dalle autopsie negate, come l'estremo saluto a chi ci ha lasciato. In tempi meno bui, un nume presiedeva ad ogni cosa, animata o inanimata.
Una ninfa, uno "spirito", un dio, una presenza spirituale erano sempre presenti e compresenti nel quotidiano di ciascuno. Una fonte, un animale, un albero, una montagna, il mare, i morti erano pervasi di una presenza superiore, erano partecipi del divino e testimoni del sacro. Una dimensione che "animava" gli uomini, che li abituava al rispetto del vivente, che alimentava in loro la gioia e la "pietas". Ma, forse, erano altri uomini ed altra natura. Poi con le religioni "del Libro" sono arrivati l'odio, la competizione, la persecuzione, l'eresia, la blasfemia, la superstizione, le torture, i roghi, le guerre di religione e di annientamento e i martiri, una quasi infinita teoria di martiri...
Ma anche induisti e maomettani si ammazzano tra di loro, sciiti e sunniti non sono da meno, solo il buddismo è rimasto indenne dall'orgia contro la vita, dalla gara ad uccidere per far prevalere un dio su un altro.
Charles de Coster, nel suo Till Eulenspiegel, ricostruisce mirabilmente il clima della guerra degli "ottant'anni" e soprattutto il nullo valore della vita in quegli anni al punto da far dire ad uno dei suoi personaggi: "fate un buco, l'anima vuole uscire".
Il valore della vita "terrena" si affievolisce molto con il proliferare delle "religioni del libro". Prima si lascia la "valle di lacrime" prima di conquisterà la vita eterna ed i premi che essa riserva.
Poi sono arrivati il benessere economico, il progresso scientifico, il miglioramento delle condizioni igieniche e di salute, l'allungamento della vita media, la sovrappopolazione, e con quest'ultima, un ulteriore crollo del valore della vita individuale. L'importante è "l'immunità di gregge" direbbe il premier inglese o la vita da consumatore ed il relativo stile di consumo standardizzato.
Proliferano i semi dell'odio, dell'intolleranza, della violenza come in Turchia dove ormai vige solo la legge del Capo. Una violenza, spesso, nascosta dietro il comodo alibi dell'interesse collettivo, della tutela dei diritti, della difesa dei più deboli. In questo si annida la peggior violenza democratica. Nel mainstream, nel "politicamente corretto", nell'ansia di legiferare, di regolare.
La libertà di pensiero e di opinione si possono cancellare nel nome della lotta alle fake-news, triste preludio al "Ministero della Verità" o contro il proliferare del negazionismo.
La privacy si può violare bellamente per ragion d'"Immuni o perché fa comodo al mercato. Si può arrivare a mettere fuori legge uno storico cioccolatino solo perché si chiama “testa di moro”. Basta un algoritmo "incazzoso" per censurare, per mettere in punizione chi apparentemente non rispetta gli "standard della comunità" e così anche il povero Mariano Giustino, onesto radicale tutto d'un pezzo, viene bannato da Facebook.
Carminati si è fatto oltre 5 anni di carcerazione preventiva, ma il ministro della Giustizia manda gli ispettori, come se il diritto non dovesse valere anche per un criminale. E poi ci sono gli imbrattastatue, i demolitori di vetrine, gli asportatori di bancomat, gli occupanti abusivi di professione che guai a toccarli perché loro sono "sociali" a differenza di altri ritenuti "asociali".
L'ingiustizia avanza inesorabile nelle leggi scritte male, nei magistrati che fanno "giustizia politica", nella disuguaglianza che diventa incommensurabile, nell'impune arbitrio di chi gestisce il potere, nell'esautorazione delle istituzioni democratiche. Non c'è altra difesa che tornare al bosco, purché sia sacro.
15/05/20 Enantiodromia
Forse vorrebbe fare bene il governo ma, inesorabilmente, ottiene l'opposto di quanto si prefiggeva, almeno a chiacchiere. Come d'altronde l'Italia da ormai molti anni. E così "democraticamente" lo stato d'emergenza viene prolungato fino alla fine dell'anno o almeno Giuseppi & co. ci hanno provato, e così nel "non voler lasciare nessuno indietro", nessuno, ma proprio nessuno, è andato avanti, e così nell'intento di sburocratizzare e di semplificare si è costruita una gabbia di decreti incomprensibili, inapplicabili e che rinviano ad altri decreti da emanare che rinvieranno a regolamenti da varare, nel mentre la gente si dispera e frana l'Italia.
Gli imprenditori, quando non optano per il suicidio, consegnano le chiavi dei loro esercizi, senza futuro e senza speranza alla mano pubblica, e se protestano civilmente vengono anche pesantemente multati. Ai bagnini, pur preposti al salvamento, viene ingiunto di non intervenire in soccorso degli annegati, alle imprese viene detto che saranno responsabili, anche penalmente, se un loro dipendente si dovesse ammalare lavorando o anche stando a casa. Salvo poi a fare retromarcia.
Gli autonomi aspettano ancora un misero sussidio promesso e arrivato a pochi, i dipendenti aspettano la cassa integrazione che non arriva per problemi di burocrazia, ma i clandestini diventano soggiornanti regolari con la scusa di aiutare l'agricoltura, mentre i percettori del reddito di cittadinanza sono autorizzati a grattarsi la pancia e non avviati, come sarebbe giusto, ai lavori agricoli mentre le file di italiani che mendicano un pasto alla Caritas si fanno sempre più sterminate.
Il risultato di uno stato di cose che si fa ogni giorno più intollerabile e insostenibile è un'abissale e sconfinata depressione, psicologica ed economica, sorvolando sulla insostenibilità di un debito pubblico ogni giorno più mostruoso e, prospetticamente, mortale.
Ma i gestori del potere non se ne curano... impegnati come sono a "salvare", "curare", "rilanciare" l'Italia e soprattutto a salvare le loro poltrone, a nominare amici e cortigiani, ad occupare ogni ganglio del potere, un potere a cui mai più avranno accesso se solo si lasceranno votare gli italiani.
Uno sfacelo cui assiste, muto, l'inquilino del Quirinale.
Anche l'opposizione è vittima dell'enantiodromia, va anch'essa ineluttabilmente dove non vorrebbe andare, vorrebbe (e dovrebbe) fare la rivoluzione, ma si ritrova a sostenere il governo "nell'interesse degli italiani".
Si mostra propositiva e viene presa a pesci in faccia, occupa simbolicamente il Parlamento e viene presa sempre a pesci in faccia e smarrisce la rotta, deludendo anch'essa gli italiani a cui non resta altro che deprimersi sempre di più seppellendo anche la speranza.
15/04/20 Il seme del caos
Panta rei, tutto scorre finché non c'è l'intoppo: i castori hanno costruito una diga lungo il corso del fiume, una parete di roccia è franata impedendo alle acque di scorrere placide e regolari, le piogge sono state torrenziali, determinando gorghi, vortici, turbolenze, correnti impetuose, straripamenti... andamento caotico.
A volte basta poco a turbare l'ordine delle cose, un piccolo insignificante seme che si insinua negli ingranaggi del reale, un asteroide in rotta di collisione, un buco nero divoratore di stelle e di luce, un'eruzione solare, lo scioglimento di un ghiacciaio che conservava in sé forme di vita aliena e pericolosa, una vasta isola di plastica nel Pacifico, una foresta pluviale scomparsa nel fuoco dell'avidità, l'ennesimo albero tagliato che genera una frana, un terremoto, le bizze di un vulcano, un atto di incuria che fa crollare un ponte, un comportamento irresponsabile foriero di nefaste conseguenze, un microscopico virus che penetra nelle mucose per succhiarti la vita.
E non si tratta di accadimenti rari essendo l'ordine apparente del cosmo più fragile e complesso di quel che appare ad occhi ottusi.
Nulla si crea, nulla si distrugge e tutto è in tutto e la morte non è altro che una grande trasformatrice di stato. Il seminatore per eccellenza è l'uomo. Almeno da quando è diventato stanziale. Suoi i semi piantati nel reale, suoi gli occhi ottusi. Almeno da quando ha perduto la vista interiore e la relazione col tutto.
Competere per accumulare e arricchirsi. E' il seme della ricchezza di pochi, dello sfruttamento e della fame di molti. Speculare fino all'economia della scommessa, che importa se la scommessa è contro uno stato e le condizioni di vita dei suoi cittadini, è il seme del cinismo che si fa sistema.
Globalizzare, delocalizzare, produrre dove è più conveniente è il seme della moderna schiavitù. Il politicamente corretto, il pensiero conformista e asservito agli interessi di parte è il seme della censura, dell'eresia.
Trasferire la sovranità monetaria ad un'entità che si chiama Banca centrale europea non essendolo e non essendoci uno stato dietro è il seme della sovrana autocastrazione. Firmare un trattato che si chiama Mes e per giunta finanziare uno strumento che se lo tocchi ti strozza è il seme della castroneria politica.
Spezzettare le competenze sulla sanità tra venti regioni è il seme dell'irrazionalità gestionale. Fingere di togliere il potere di firma alla politica per conferirlo alla dirigenza è il seme dell'ipertrofia burocratica.
Si potrebbe continuare all'infinito. Il campionario della miopia delle scelte umane in generale ed in particolare di quelle della politica italiana potrebbe essere persino più lungo delle leggi e dei regolamenti che affossano il Bel Paese. L'importante è trarne la morale, finché si è in tempo. E la morale è che la politica deve recuperare la sola capacità che la rende "arte suprema": quella di concepire un futuro desiderabile per poi determinarlo.
Dopo che sarà passata la tempesta che ci affligge e ci decima, occorrerà cambiare molte cose: costituzione, sistema istituzionale, leggi e regole, sistema dei rapporti, fiscalità, diritti e doveri, semplificazioni, riconoscimento e valorizzazione del merito... Se non lo faremo saremo morti comunque.
15/03/20 Potere di espressione
La libertà di espressione è una chimera lasciata sopravvivere, a tratti, dalla benevolenza dei social media.
Che ciascuno possa, quasi sempre, dire la sua nel solco del "politicamente corretto" è quasi un fatto. Già più difficile la vita di coloro che si esprimono "controcorrente" e senza curarsi del "mainstream" imperante e sempre pronto a scagliarsi contro gli "eretici" per mandarli al rogo sociale.
Si veda in proposito il terremoto scatenato contro alcuni personaggi hollywoodiani da alcune non più signorine che, dopo una ventina d'anni, si sono ricordate di aver subito presunti attentati alla virtù perpetrati da personaggi di successo, all'epoca dei presunti fatti osannati e corteggiati a fini di carriera, e poi derubricati, dal "mainstream" al rango di orchi, solo perché estimatori dell'avvenenza e del sesso.
Tuttavia, comunque la si pensi, il problema è di audience che, quasi sempre, non c'è. A volte neanche all'interno del cerchio familiare.
Né, in una società fattasi altamente complessa, avrebbe senso uscire di casa muniti di megafono made in China e di piccolo podio, per arringare i passanti in strada o al parco, come una volta facevano gli inglesi ad Hyde Park. Le signorine dell'esempio di cui sopra hanno ottenuto audience da media pruriginosi, vessilliferi di un odioso quanto falso moralismo ed hanno, quindi, avuto partita vinta al primo round. Senza audience non vi sarebbe stato neppure il caso. E avere audience significa avere potere, potere di orientare, di condizionare, di persuadere. Già perché il mezzo è il messaggio e senza i mezzi (media) puoi strillare la verità che hai trovato ai quattro venti, ma quasi nessuno ci farà caso.
Quindi più che di libertà di espressione occorrerebbe parlare di "potere di espressione". Chi lo detiene orienta, condiziona, comanda. La recente contesa per la nomination alla candidatura democratica alla Presidenza Usa è emblematica. Ben consapevole di come vanno le cose, il candidato Michael Bloomberg ha stanziato quasi mezzo miliardo di dollari per ottenere (comprare) la nomination a suon di spot.
Certo di ottenere l'audience programmata in pochi mesi ne ha spesi oltre 250 in passaggi pubblicitari e quasi altrettanti per un elefantiaco staff di 2000 persone. Ma non gli è andata bene.
Joe Biden, sostenuto dai grandi studi legali, dagli immobiliaristi e, soprattutto, dai media mainstream lo ha fregato: più audience persuasiva. Quindi Blomberg con le pive nel sacco si è ritirato decidendo di appoggiare Biden. L'elefantiasi del meccanismo, le cifre e gli interessi in gioco, fanno ben capire quanto la "vox clamans in deserto" sia ineluttabilmente fuori gioco al di là del suo intrinseco valore.
Sembra, quindi, patetico l'articolo 21 della Costituzione Italiana nel suo inizio: "Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto..." ma quei marpioni dei Costituenti hanno anche aggiunto: "e ogni altro mezzo di diffusione."
A proposito di "marpioni". Un colpetto alla libertà di espressione, della quale il pluralismo è necessario corollario, i governanti a 5 stelle hanno provato a darlo, tentando di abolire il finanziamento pubblico e regolamentato delle testate minori, a partire da Radio Radicale. Nelle loro intenzioni c'era l'idea di sostituire alla regolamentazione la discrezionalità elargitiva. Pessima idea. Ma non è solo fenomeno italiano.
Il caso della vera e propria persecuzione ordita nei confronti di Julian Assange, il fondatore di WikiLeaks, grida vendetta. Il mainstream, ormai da anni, cerca con tutti i mezzi di screditare Assange, per non parlare di qualche governo che lo perseguita fisicamente, è difatti detenuto in un carcere di massima sicurezza inglese in attesa dell’estradizione negli Usa. La sua colpa? Ricercare e rendere pubblica la verità.
La sua organizzazione, internazionale e senza scopo di lucro, riceve in modo anonimo, documenti coperti da segreto (di Stato, militare, industriale, bancario), ne verifica l'autenticità e li carica sul proprio sito web .I documenti pubblicati ed il lavoro di tutto lo staff e, soprattutto, dell'australiano Julian Assange ha avuto un grosso impatto ed ha dato l'avvio a diverse inchieste, tra cui ricordiamo aspetti nascosti della guerra in Afghanistan, rivelazioni sulla corruzione in Kenya, gestione del Campo di prigionia di Guantánamo, il caso della banca svizzera Julius Bär e tanto altro.
Assange rappresenta il diritto all'informazione corretta, per questo va aiutato e va difeso il suo coraggio
A proposito dell’Italia, Assange sostiene che “Il vero problema è che in Italia i grandi giornali non parlano delle storie di corruzione, soprattutto se riguardano le grandi compagnie.” Come dargli torto?
15/02/20 UExit
Gli inglesi non mi sono mai stati simpatici. Per la tremenda spocchia. Per lo snobismo esagerato che li porta ancora a gloriarsi dell'impero perduto, per la cattiveria mostrata nel caso delle Malvine che sono Argentina, perché si ostinano a presidiare Gibilterra come se non fosse spagnola, per l'opportunismo che li ha contraddistinti nelle relazioni con l'Unione Europea, per il pesante sfruttamento e giogo imposto alle loro ex colonie.
Per essere stati gli inventori dell'utilitarismo ed aver fatto assurgere l'egoismo a pilastro del mondo moderno. Per aver esaltato l'economia della scommessa e il dio mercato.
Li ho detestati da quando una delle mie figlie mi portò a casa un suo boy-friend, fortunatamente molto passeggero, di pura razza inglese. Per poco non finimmo subito alle mani perché, pur di non ammettere una marchiana sconfitta al gioco delle bocce, cominciò ad inventarsi le regole del gioco. Salvando però Shakespeare, Keats, Eliot, Milton, Shelley, Blake, Bacone, Occam, B. Russel come logico-matematico, Whitehead, Bell che si naturalizzò negli Usa, Beckett e pochi altri.
E poi quell'orribile lingua che ha preso il posto dell'esperanto e del dolce latino..... una lingua irrazionale come le loro misure fatte di pollici, libbre, yarde e pinte, irrazionale come la guida a sinistra.
Per il solo fatto di averli sconfitti mi sono simpatici gli americani e gli indiani, anche se con la resistenza passiva. E pure Giovanna D'Arco.
Chiariti i miei personali pregiudizi, possiamo cominciare a discettare sulla Brexit.
Il fatto che abbiano sbattuto la porta in faccia alla UE non mi dispiace, spero lo facciano anche scozzesi e irlandesi nei loro confronti. Purtroppo il male delle guerre non sta solo nel farle, ma nelle loro conseguenze che si fanno sentire a lungo nel tempo.
Usa, Russia, Inghilterra vinsero l'ultimo conflitto mondiale ai danni di un'Europa distrutta, accomunata solo dalla devastazione. Germania, Francia, Italia, Polonia, Paesi Bassi, Grecia e Balcani ridotti, chi più chi meno a cumuli di macerie. Occorreva farli sopravvivere i vinti, quanto meno affinché pagassero i danni di guerra.
La Germania dovette pagare agli Alleati 20 miliardi di dollari, 35 dollari un oncia d'oro, che furono ottenuti monetizzando impianti industriali (trasferiti in Russia, Francia, Regno Unito, know-how e cervelli (per 10 miliardi di dollari verso Usa e Regno Unito) e lavoro coatto (4 milioni di tedeschi in Russia, Inghilterra, Francia, Belgio e nella stessa Germania sotto controllo americano). La Germania pagò anche 450 milioni di marchi a Israele e 3 miliardi al Congresso ebraico mondiale.
L'Italia pagò 360 milioni di dollari: 100 alla Russia, 125 alla Jugoslavia, 105 alla Grecia, 25 all'Etiopia e 5 all'Albania. La Finlandia pagò ai Russi 300 milioni di dollari, l'Ungheria 200 ai Russi e 100 ai Cecoslovacchi e Jugoslavi, la Bulgaria 50 milioni alla Grecia e 25 alla Jugoslavia. Il Giappone ben 1030 miliardi di yen.
I pagamenti tedeschi, verso 70 Paesi, si sono protratti fino al 2010. Anche se, quegli ingordi di greci e polacchi hanno chiesto supplementi persino nel 2019.
Fossero bastati i pagamenti per uscire dalla "tutela" dei vincitori sarebbero stati soldi ben spesi. Ma così non è stato e per questo l'Europa politica non è mai nata. Né sono aumentate le sue possibilità con l'uscita del Regno Unito, perché una Germania, resa più ancor più pesante ed egemone in seno alla UE per effetto della Brexit, mai dovrà ambire ad un ruolo politico, men che mai militare. E questo spiega anche perché un esercito europeo è solo un miraggio. E' la Nato che ha il compito di proteggere l'Europa, purché questa paghi per la sua difesa. E questo spiega anche perché nella UE non hanno di meglio da fare che ricevere le lobbyes ed occuparsi della giusta curvatura delle banane. Esiste una sola prospettiva, in chiave politica, per superare le conseguenze della guerra: allargare la UE fino agli Urali.
17/12/19 Manifesto della Destra futurista
Noi amiamo la scienza, la tecnologia, l'arte, il pensiero creativo, lo spirito che sa farsi libero, il merito, l'infaticabile ricerca del vero e del giusto, l'onore, la lealtà, l'altruismo, il coraggio.
Abbiamo in alta considerazione la politica quale suprema arte per determinare il futuro di mondi, nazioni e popoli. Come tale essa non è arte per tutti ma per persone che incarnano valore e valori.
La democrazia egualitaria non ci appassiona ad essa preferiamo idealmente, pur rispettando le leggi, l'aristocrazia dello spirito e sappiamo riconoscere gli spiriti nobili per sintonie valoriali, per la forza dell'esempio, per l'assoluto altruismo ad essi connaturato, per cui nasce spontaneo un vincolo di onore, di reciprocità, di stima, di fede.
Ci piace imbatterci nella grandezza, soprattutto degli animi e non pensiamo mai che il buono è nemico dell'ottimo, sapendo che l'ottimo è solo il buono che si fa migliore, che non si arrende a sé stesso.
Non prediligiamo il guardare ma il vedere, dopo aver attentamente osservato. E ci incantano gli spazi sconfinati, gli immensi orizzonti, i cieli stellati perché sentiamo in noi di appartenere alla parte senziente del cosmo e questo alimenta la religiosità dei nostri spiriti.
Spiriti che cercano, che infaticabilmente ricercano, che non esitano a farsi domande anche senza poter mai intravedere risposte. E se mai la chiave delle risposte fosse irrimediabilmente spezzata, meglio, molto meglio, dotarsi di sensi sensori che amplifichino la nostra capacità di vedere, dentro e fuori di noi, piuttosto che restare sul guado intuendo, solo intuendo, che dall'altro lato c'è tutto quanto non sappiamo e questo ci fa prediligere il pensiero che si fa azione alla speculazione passiva, alla ricerca della narcosi per non vedere, per non osare, per non sentire.
Non abbiamo certezze assolute intuendo che sul confine dell'universo, sull'orizzonte degli eventi, ad ogni istante, si crea il cambiamento, l'espansione che vince e trasforma il vuoto generando nuove grandezze, nuove stelle, nuovi eventi. Eppure abbiamo forti convinzioni e la incrollabile determinazione, alimentata da una irrefrenabile curiosità, a volerci spingere sul quel remoto confine.
Rispettiamo il passato, il lavorio di quanti ci hanno preceduti, onoriamo la memoria e la storia ma aneliamo al futuro, mossi dal desiderio di volerlo orientare, determinare, plasmare al bene. Un bene che riconosciamo nel miracolo del vivente e nel rispetto verso di esso, che riconosciamo nella responsabilità e nell'integrità delle persone, nella loro libertà a determinarsi, a specificarsi, a realizzarsi, ad esprimersi secondo le loro dotazioni, desideri e inclinazioni e nel loro spontaneo sentire il dovere di voler concorrere al bene ed al miglioramento degli altri e di quanto li circonda.
Ci riconosciamo in tutto ciò che specifica. Non indulgiamo verso ciò che omologa e massifica, avendo osservato che la vita è specificazione. Fatte salve le omologanti ragioni generali delle specie. Per questo pensiamo che a ciascuno vada offerto il suo, secondo inclinazioni, talenti o mancanze, si tratti di educazione, di competenze e di saperi, di stimoli, di supporto, di servizi alla persona, di sostegno sociale, di castighi.
Crediamo nella pari dignità sociale ed in pari condizioni di partenza. Poi nella corsa della vita si affermano le differenze che, se positive, vanno premiate secondo merito.
Non crediamo che egoismo e prezzo siano la misura di tutte le cose, né nella supremazia della volontà dei mercati, né nel magico potere di questi ultimi di autoregolarsi. Essi sono solo uno strumento di scambio con finalità sociali. Finalità determinate dalla politica.
Ci sembra giusto che tra i frutti della specificazione, accanto al prestigio sociale vi sia anche la ricchezza, ci sembra anche giusto che questa, raggiunta una più che soddisfacente soglia, trovi un limite alla sua indefinita accumulazione, un limite oltre il quale si accumula esclusivamente per il bene sociale, un limite anche all'avidità ed alla brama di possesso.
Tutto si specifica, gli atomi nel loro aggregarsi per formare elementi, le forme del vivente nel costruirsi il loro proprio spazio vitale, mai assoluto e sempre correlato ad altre forme viventi ed all'ambiente che le circonda.
L'albero fida nel vento che spargerà i suoi semi, nella terra che nutre le sue radici, nella luce che alimenta i suoi processi viventi, come il fiore fida nell'insetto e nel sole.
Anche gli individui e i popoli si specificano, fidando in sé stessi, nei loro simili, in altre specie ed in tutto quanto li circonda. Distillando ciascuno, nel fluire del tempo, personalità singolari e specifiche culture.
Ed è questo il loro valore: l'unicità dell'identità.
15/11/19 Questione di "Valore"
Il Valore rende diseguali. E una legge ineluttabile.
Un eroe è reso diverso dal suo valore e dalle gesta che lo testimoniano. Gli Usa hanno vinto la guerra, sono stati vincenti, il loro "valore" li ha resi i più ricchi e potenti del pianeta.
Con valore i cinesi sono usciti dalla miseria in cui si trovavano e sono oggi una superpotenza.
Gli europei, per secoli, hanno dominato il mondo grazie al valore, alla capacità di spingersi oltre il noto, all'intelligenza che hanno saputo applicare alla creazione di innovazione, analogamente gli imperi, tutti gli imperi, hanno primeggiato, soggiogato popoli, grazie al valore degli eserciti, all'intelligenza dei condottieri.
Il predatore rende le sue prede diseguali, senza ingiustizia ma secondo l'ordine naturale. Si tratta di un meccanismo evolutivo né buono, né cattivo perché inscritto nel dna del vivente. Ciò che importa è l'uso che se ne fa.
In natura per nutrire la prole e preservare la famiglia, il branco. Tra gli uomini di un tempo per difendere la propria comunità: famiglia, stirpe, popolo in funzione di un sistema di valori: onore, giustizia, altruismo, fede o fedeltà. Poi tutto é cominciato a cambiare. A Valore intrinseco, con l'avvento della mistica liberale e del capitalismo, si è sostituito il "valore" come possesso, come ricchezza, danaro, finanza, sfruttamento insensato e indiscriminato e la disuguaglianza, di per sé naturale, é diventata sopruso.
E poiché danaro chiama danaro, poiché la speculazione non ha alcun valore intrinseco, ma rappresenta solo avidità e furbizia rese legittime dalle regole capitalistiche, si assiste oggi al fenomeno dell'accumulazione smodata e senza limiti. Non importa se ottenuta dallo sfruttamento dell'uomo sull'uomo, se ottenuta affamando popoli e nazioni depredando le loro risorse naturali, corrompendo chi è da corrompere, se ottenuta grazie alla sola abilità nello scommettere sulle oscillazioni dei mercati.
E' "l'homo homini lupus" elevato a sistema. Certo ancora esistono e resistono aree e fenomeni a "valore intrinseco", ma la contaminazione dilaga senza freni né argini perché non esiste ancora nessuna autorità in grado di travalicare con regole e leggi i confini di una nazione e, quindi, la finanza e le multinazionali si son fatte globali e più scorre il tempo più cresce il loro potere e la loro capacita di drenare risorse e di accumulare "valore".
E l'uso che se ne fa è, generalmente, egoistico, edonistico, narcisistico di cui la "filantropia" è spesso solo un aspetto ammantato di carità. In tale quadro vi è chi, ipocritamente, si straccia le vesti ad ogni rapporto sulla disuguaglianza e sulla distribuzione della ricchezza, si indigna ogni volta che viene pubblicata una classifica degli uomini o delle famiglie più ricche del mondo o si stupisce del fatto che miliardari crescono in Cina.
Se oggi 5000 persone in Italia detengono il 7% della ricchezza nazionale, state ben certi che fra qualche anno deterranno di più, molto di più, perché più si è in vetta, nel sistema capitalistico, più è facile e redditizio fare affari e drenare ricchezza.
Come un'idrovora il cui motore ed il cui terminale di captazione crescono esponenzialmente in funzione del potere finanziario accumulato. Questo rende la visione del futuro probabile molto simile a quella descritta nel film "Blade runner" girato, da un regista profeta, nel lontano 1982.
Profeta perché se si confrontano temporalmente i dati sulla concentrazione e distribuzione della ricchezza si vede che il fenomeno è in costante incremento, senza che un solo stato o autorità sia stato in grado di calmierare il fenomeno. I rari tentativi di percorrere vie diverse dal capitalismo sono finiti, per caso o per indebite pressioni, in un nulla di fatto o hanno avuto, non per caso, risultati ancor più catastrofici.
Riscoprire il Valore, persino della disuguaglianza, potrebbe essere la sola via d'uscita.
15/10/19 Riflessione sul sovranismo
La sovranità è il pieno potere indipendente da ogni altro. Nella realtà di un sistema globale interconnesso tale indipendenza incontra forti limitazioni nei rapporti di forza tra gli Stati, negli interessi geopolitici e nelle logiche di influenza che li determinano, nei trattati e, spesso, nelle convenienze.
Essa è, oggi, propria degli Stati, dopo il lento declino dell'idea di impero universale. La sovranità implica l'indipendenza nei riguardi di ogni altro Stato o persona giuridica esterna e la supremazia assoluta rispetto a tutte le soggettività, fisiche e giuridiche, ricomprese all'interno del proprio territorio o temporaneamente al di fuori di esso e sul territorio stesso.
L'autolimitazione della sovranità è contemplata, per l'Italia, dall'art. 11 della Costituzione, purché "sia assicurata pace e giustizia fra le Nazioni". Da qui potrebbero nascere molte considerazioni su accordi e trattati che, al di là delle dichiarazioni di principio, non garantiscono "pace e giustizia fra le Nazioni". E' il caso, ad esempio di alcuni trattati europei (Dublino per tutti) e di altri sul commercio internazionale.
Nelle moderne democrazie il titolare della sovranità è il popolo che la esprime attraverso la potestà politica che si concretizza col suffragio, anche se già nel diritto romano la lex era ciò che il popolo ordina. Quindi la sovranità è della nazione.
Per Giuseppe Mazzini la sovranità può sussistere solo se é Bene sociale, Libertà e Progresso. Il sovranismo sarebbe, secondo la definizione che ne dà l'enciclopedia Larousse, una dottrina politica che sostiene la preservazione o la ri-acquisizione della sovranità nazionale da parte di un popolo o di uno Stato, in contrapposizione alle istanze e alle politiche delle organizzazioni internazionali e sovranazionali.
Quasi identica la definizione del Dizionario Treccani. Secondo tale definizione si tratterebbe soltanto di un meccanismo di difesa dalle logiche della globalizzazione. Alcuni fanno coincidere il sovranismo con l'anteposizione dei propri interessi rispetto a quelli di qualunque altro.
Se si trattasse solo di questo allora il Partito comunista, col suo "dalla culla alla tomba" e con l'anteposizione degli interessi del partito e dei militanti a qualunque altro interesse potrebbe essere definito come il sistema più sovranista che si sia mai conosciuto, analogamente per gli epigoni di quel modo di pensare. Ma la priorizzazione dei soli interessi, di gruppo, di comunità, di nazione è insufficiente a definire un fenomeno complesso come il "sovranismo"?. Così come è fuorviante la sola "contrapposizione alle istanze e alle politiche delle organizzazioni internazionali e sovranazionali".
Dal punto di vista di chi scrive un sovranismo europeo di un'Europa finalmente nazione o confederata, sarebbe auspicabile e desiderabile, meno comprensibile, sullo scenario globale, il sovranismo di piccole entità nazionali quali la Lettonia, il Montenegro, la stessa Italia e tutti gli altri stati europei che, singolarmente considerati, non hanno una massa critica sufficiente per contare granché.
Tuttavia, in una prospettiva medio/lunga e disincantata, ha ragione il Professor Carlo Galli nel dire: "La Ue è oggi inchiodata a una "situazione intermedia", a una impasse tra Stati e Unione,che deve essere superata, ma non si sa in quale direzione. E che nelle more ha generato quelle richieste popolari di protezione, di ritorno allo Stato, di difesa dalle dinamiche globali e dalle regole europee, che si è soliti definire "sovranismo". Richieste che non sono manifestazione di nuova barbarie ma di paurosi scricchiolii nella costruzione europea. E mentre si assiste al rilancio delle logiche sovrane, al perseguimento sempre più evidente degli interessi strategici nazionali, in Regno Unito, Francia e Germania, si accendono al contempo furiose polemiche antisovraniste, il cui senso va chiarito. Inutile quindi rilanciare la palla ai futuri e auspicati "Stati Uniti d'Europa": per farne parte, semmai ciò avverrà, occorrerà in ogni caso essere Stati robusti e consapevoli. Ci sono sfide politiche del presente da affrontare, interessi permanenti da tutelare, e la ricostituzione della nozione di sovranità è a tal fine uno degli strumenti indispensabili. Da utilizzare con realismo, senza demonizzazioni e senza esorcismi." (Carlo Galli https://ragionipolitiche.wordpress.com/2019/04/24/apologia-della-sovranita/)
E ancora: "La lotta politica in Italia si è semplificata intorno alla contrapposizione fra un male e un bene: il mondialismo, o l'europeismo (che non sono la stessa cosa), l'accoglienza, la democrazia, contro la sovranità, l'autoritarismo, la xenofobia. In questa contrapposizione viene ricompresa quella fra destra e sinistra: la sovranità è la destra, e la lotta contro di essa è la sinistra. Ma la sovranità è una cosa più complessa, e non è possibile sbarazzarsene derivandone un termine ingiurioso - sovranismo -. La sovranità è un concetto esistenziale. Ha a che vedere col fatto che un corpo politico (un popolo, una nazione) esiste nella storia e nello spazio, e che ha una volontà e di una capacità di agire. C'è esistenza politica se c'è sovranità. La sovranità è l'ordine giuridico che vige in un territorio: un ordine che, come una prospettiva pittorica, ha un fuoco che ne è l'origine e il vertice. Un ordine che protegge i cittadini, rendendone prevedibile l'esistenza. L'ordine dello Stato. Ma la sovranità è anche un concetto politico: è energia vitale e proiezione ideale di un soggetto che afferma se stesso, che persegue i propri interessi strategici. E che mentre si afferma, esiste, sia che dica "We the People" - come nella Costituzione degli Usa -, sia che dica "L'Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro". Questa affermazione è, spesso, una rivoluzione: l'altra faccia della sovranità. La rivoluzione, infatti, abbatte una forma invecchiata della sovranità per dare vita a un'altra, più adeguata ai tempi. Qui c'è l'aspetto formidabile e rischioso della sovranità, la sua capacità di creare ordini attraverso il disordine, norme attraverso l'eccezione; e anche il suo affacciarsi sulla possibilità della guerra. E c'è anche la sua dimensione sociale: la sovranità è il prodotto di quelle classi che di volta in volta hanno la forza e le idee per immaginare e plasmare l'intero assetto politico di una società. Insomma, la sovranità è un equilibrio di stabilità e di dinamismo, di ordine e di forza, di diritto e di politica, di protezione e di azione, di pace e di guerra. La storia d'Europa è una storia di nazioni che lottano per essere sovrane, e di lotte all'interno degli Stati perché la sovranità abbia un volto umano, perché se ne tengano a freno gli aspetti più inquietanti, che tuttavia è impossibile cancellare. Ma, si dice, la sovranità dei singoli Stati non ha senso nell'età globale; oggi l'economia, e le questioni che essa porta con sé, scavalca le sovranità e i loro confini, i loro ambiti ristretti. Capitalismo e migrazioni sfidano la sovranità, la rendono un concetto obsoleto. Le forme del potere, dell'economia e del diritto sono, oggi, fluide, sganciate dallo spazio e dai territori: sono "reti", e non hanno "vertici". Lo spazio della politica è il mondo, non lo Stato. Oppure, in alternativa a questa narrazione mondialista, si afferma che, per gestire con successo le dinamiche politiche ed economiche globali, è l'Europa che deve avere sovranità, non i singoli Stati. Tuttavia, se ben guardiamo, la scena internazionale è ancora il teatro di sovranità politiche che agiscono (anche militarmente) in parallelo con le forze economiche; e queste hanno sì estensione globale, ma hanno anche un'origine e un orientamento precisi: esistono insomma, differenziate, le sovranità della Cina, degli Usa, della Russia, della Turchia, di Israele, dell'India, del Brasile (solo per fare qualche esempio), ed esistono capitalismi nazionali che si dispiegano nel mondo. E, per venire all'Europa, esistono le sovranità di Germania e Francia, di Inghilterra e Spagna, eccetera, con le loro politiche estere; ed esistono i rispettivi capitalismi, più o meno aggressivi. La Ue, poi, è un insieme di Stati sovrani, alcuni dei quali hanno rinunciato alla sovranità monetaria per creare una moneta unica, ma hanno conservato la sovranità fiscale (di bilancio), oltre che gli ordinamenti giuridici e istituzionali nazionali. È un insieme di Stati in cui prevale in ultima istanza il Consiglio dei capi di Stato e di governo, dove pesano i rapporti di forza fra le diverse sovranità. Insomma, la Ue non ha sovranità; non sa identificare né perseguire propri interessi strategici. A differenza degli Usa - federazione sovrana di Stati non sovrani -, la Ue è un insieme non sovrano di Stati sovrani, che hanno un vincolo comune, la moneta, pensata secondo i parametri austeri del pensiero economico tedesco, la "economia sociale di mercato". Un vincolo che divide, che crea effetti disomogenei - benefici per alcuni Stati e per alcuni strati sociali, meno per altri -. I "sovranismi" sono infatti la protesta degli strati deboli (non solo degli Stati deboli, ma ormai di gran parte dell'Europa) contro le conseguenze sociali del paradigma economico vigente, e anche contro il fenomeno delle migrazioni. Sono una richiesta di protezione e di stabilità - intercettate da destra, ma in sé non di destra -, rivolta al soggetto politico, lo Stato, che, come Stato sociale, a suo tempo se ne era fatto carico. L'Europa è in bilico, quindi, fra due ipotesi: costruire un'Unione sovrana, federale, certo, ma capace di assumersi gli oneri sociali e i rischi geostrategici di una vera sovranità continentale, come chiedeva il Manifesto di Ventotene - il che significa, tra l'altro, politica estera unica e politiche fiscali comuni, ovvero una diminuzione del peso degli Stati e un aumento del peso del parlamento di Strasburgo e della Commissione -; oppure accrescere la capacità politica dei singoli Stati abbassando il peso del vincolo comune. O una sovranità europea o diverse sovranità statali, collaborative ma autonome. Non l'ibrido instabile che oggi genera tensioni e ribellioni che mettono a rischio gli assetti democratici europei. Quanto sia plausibile, probabile o desiderabile una ipotesi o l'altra, quanta energia politica delle élites nazionali o dei popoli europei sia disponibile per l'una o l'altra, dovrebbe essere il vero oggetto di dibattito politico. Anziché demonizzare o idolatrare la sovranità, si dovrebbe insomma riconoscere che questa, su scale differenti, è ancora la serissima posta in gioco della politica." (Carlo Galli, https://ragionipolitiche.wordpress.com/2019/05/14/senza-sovranita-non-ce-politica/)  
Illuminato e illuminante il pensiero del Prof. Galli. Tornando al sovranismo esso non è solo meccanismo reattivo è anche afflato identitario, riaffermazione di specificità distillate da una peculiare storia e cultura. Nel successo dello slogan: "Prima gli italiani" non c'è solo la reazione alle angherie derivanti dall'ottusa applicazione dei trattati europei, non c'è solo l'anteposizione degli interessi del popolo italiano, c'è anche un'idea di comunità, rafforzata dal comune patimento, c'è anche l'orgoglio dell'appartenenza, il senso della nazione, il desiderio di giustizia, troppo spesso negata o annegata negli interessi altrui e c'è pure un filo di speranza che non vuol morire.
Sì, è giusto, prima gli italiani.
15/09/19 La libertà evanescente
Non saziandovi di quel che desiderate si conquista la libertà, bensì sopprimendo il desiderio. (Epitteto)

Nel mondo moderno la libertà viene compressa ogni giorno di più. Norme, leggi, regolamenti, ordinanze, divieti, prescrizioni si affastellano sugli individui in maniera crescente, asfissiandoli.
In teoria spingendo all'infinito le attività degli organi legislativi, normativi e burocratici si avrebbero prescrizioni infinite. Come in parte già accade in Italia. Anche se avesse un senso la frase "la mia libertà finisce dove comincia quella del mio vicino" - attribuita a Martin Luther King, ma in realtà pensata e meglio formulata da Kant1 - tale libertà (ancorché non definita nel contenuto) si ridurrebbe proporzionalmente al crescere della popolazione e non v'è dubbio che la libertà di cui godevano i coloni americani nella corsa ai territori inesplorati dell'ovest fosse incomparabilmente più ampia di quella di cui si gode, per lo più, oggi in un condominio.
Per lo più perché per chi ha risorse sovrabbondanti è ancora possibile esplorare lo spazio e non solo. A questo vanno aggiunti gli infiniti controlli ai quali si viene quotidianamente sottoposti: videosorveglianza, tra poco, grazie al 5G, con riconoscimento facciale, come in Cina (ogni uscita di un cittadino in Italia è mediamente registrata da almeno 100 telecamere, in Gran Bretagna da almeno 200), audiosorveglianza e intercettazioni (Echelon e trojan vari), monitoraggio delle propensioni al consumo e correlata schedatura digitale dei profili psicografici.
Per non parlare dei controlli sui mezzi di trasporto e su strade e autostrade e delle recenti manie censorie di alcuni "social network" pronti a sospendere o cancellare gli utenti ritenuti "politicamente scorretti" in barba alla libertà di espressione ma ossequienti al principio "capitalistico": "a casa mia comando io", quindi la mia libertà è fin dove si spinge il mio dominio, dei diritti altrui non mi importa un beneamato.... altro che antiche regole dell'ospitalità. Tanta pressione fa sì che gli individui spesso perdano la bussola e confondano la libertà con l'essere lasciati in pace nella microsfera della cosiddetta "privacy" o, peggio, la confondano con la pazza voglia di fare strage di innocenti. Questo stato di cose, unitamente al predominio dell'economia sulla politica e della finanza su tutto ci ha resi e ci rende "glebalizzati", ossia simili a coloro che un tempo erano definiti "servi della gleba".
Paradossalmente in una situazione addirittura peggiore dei nostri omologhi medievali. Loro, pur essendo legati indissolubilmente ad un pezzo di terra da coltivare avevano almeno delle guarentigie feudali e la pagnotta assicurata dal duro lavoro, i moderni sono invece legati ad una fragile "opportunità" di lavoro, non importa se al di sotto delle minime necessità di sopravvivenza, non importa se fatta di precariato senza prospettiva, né futuro, non importa se assassina di ogni libertà, persino di quella di procreare.
E nel frattempo il ceto dei "pochi" drena le risorse di tutti, in maniera ben più massiccia che ai tempi delle monarchie assolute che almeno hanno lasciato ai posteri le vestigia del loro dissennato agire per apparire. E poiché la logica capitalistica è egoistica, accumulatoria e tendente all'anonimato e poiché come diceva "Zio Paperone": - l'archetipo dell'avidità avara del capitalismo - "la cosa più difficile è mettere insieme il primo milione di dollari, dopo tutto diventa più facile", non è lontano il giorno in cui il cento per cento delle risorse sarà nelle mani di pochi sempre più pochi, già oggi il 10% della popolazione detiene il 90% delle risorse.
Con l’aggravante, per le persone comuni, che i pochi sono in grado di orientare il futuro e gli accadimenti. E allora si passerà dalla "glebalizzazione" alla "schiavizzazione intensiva e globale" e solo Spartaco potrà farsi "libero".

Nota: 1. Il diritto è [...] l'insieme delle condizioni per mezzo delle quali l'arbitrio dell'uno può accordarsi con l'arbitrio di un altro secondo una legge universale della libertà. (p. 216) - Nessuno mi può costringere ad essere felice a suo modo (come cioè egli si immagina il benessere degli altri uomini), ma ognuno può ricercare la sua felicità per la via che a lui sembra buona, purché non rechi pregiudizio alla libertà degli altri di tendere allo stesso scopo, in guisa che la sua libertà possa coesistere con la libertà di ogni altro secondo una possibile legge universale (cioè non leda questo diritto degli altri). (E. Kant)
15/07/19 Risvegli
“Nei prossimi anni, ci piaccia o no, dovremo tutti affrontare la autonomizzazione del Mezzogiorno in termini civili ed economici e, forse, anche politici. Ciò ci impone e ci vincola, senza vie di scampo, ad una rapida e lucida "ridefinizione" del ruolo civile ed economico delle nostre aree di appartenenza, individuando e progettando, una buona volta, un "modello di sviluppo" coerente con gli scenari futuri, piuttosto che un "modello di sopravvivenza" come fino ad oggi è sempre successo per colpa della "pochezza" umana e politica di chi ci ha governato, ma anche, e soprattutto, a causa della "arretratezza" civile e culturale, mai veramente lenita, di larghi strati della nostra popolazione e della colpevole assenza dalla vita politica, delle parti potenzialmente migliori dell'anima meridionale, che pur sparse sul territorio, sia pure in sparuti gruppi, in non raccordate minoranze, hanno sempre preferito, con incosciente miopia, raro egoismo e sterile individualismo, vivere rifugiate nel chiuso delle loro attività, dei loro affari, dei loro palazzi, dei loro "orticelli", dei loro "giri", delle loro culture e intelligenze, rimuovendo dalle loro coscienze e disdegnando, spesso, il dovere alla partecipazione, all'impegno e alla solidarietà civile, finendo per sostenere così, anche inconsapevolmente, il solo Partito che da noi ha sempre vinto, quello dell'"Arretratezza".
Le conseguenze sono state nefaste e, oggi, le scontiamo tutti, soprattutto a Napoli. La "città dolente" abbandonata a sé stessa, senza riferimenti né progetti, si è sviluppata nell'indistinzione del caos, i suoi mali peggiori, mai curati, hanno fatto pervasivamente metastasi, aggredendo ogni parte del corpo sociale ed è cresciuta a dismisura, diventando "città zavorra", capace col suo solo "peso" di schiacciare a terra qualunque progetto, di impedire ogni ipotesi di decollo economico e civile, di imporre a tutti il prezzo amaro di "città terrona". In tale quadro, se vogliamo avere un futuro, dobbiamo, tutti e subito, mettere mano ad un vero processo ricostruttivo e rifondativo della nostra società, a partire dal recupero di un sistema di Valori fondanti, capaci di creare nel corpo sociale nuovi e forti "riferimenti di contesto" quali: il "senso di appartenenza", "il dovere sociale", "la solidarietà", la "partecipazione", "il senso della comunità di radici e di destini" affinché si possa collaborare, ciascuno per la sua parte, ad un "progetto per vivere meglio" alla ricostruzione della "Città Civile".
Condizione propedeutica e necessaria a qualunque ipotesi di sviluppo, è quella di alleggerire innanzitutto "l'effetto zavorra", attraverso un vero e proprio progetto di "promozione civile" (da perseguire anche con leggi speciali e con i metodi più avanzati) e capace, con gli strumenti della cultura, dell'educazione, dell'esempio civile, della scuola a tempo pieno, della formazione permanente, della comunicazione sociale, della rimozione del degrado e della bonifica del territorio, di ridurre gli squilibri nel tempo più breve.
Per la formulazione di una corretta "strategia dello sviluppo", moderna e praticabile, è necessario analizzare a fondo, avere chiare almeno tre cose: gli scenari futuri, i nostri punti di debolezza, i nostri punti di forza. Lo Scenario Il "Quaternario". E' già sull'orizzonte. La sfida della "qualità totale" che il sistema industriale ha lanciato a sé stesso, negli anni ottanta e che ancora persegue, ha avuto come conseguenza il miglioramento qualitativo dei prodotti, al punto tale che essi diventano sempre più omogenei sul piano della qualità, indistinguibili sul piano della affidabilità e della durata media.
Per altri versi, il progresso tecnologico e l'automazione spinta hanno reso attuabile la "produzione flessibile", che implica la possibilità di differenziare, anche grandemente, ogni singola unità di prodotto. Parallelamente, grazie ai progressi dell'informatica e della telematica, avremo tra breve nelle case, un nuovo tipo di elettrodomestico che concentrerà in uno, le funzioni di visione, ascolto, collegamento, interazione, svolte oggi da televisore, impianto audio, telefono e personal computer. Questi oggetti saranno dei veri e propri "terminali di interazione" con l'intero "villaggio globale" (sono poi effettivamente arrivati gli smartphone, ndr).
Le implicazioni fondamentali saranno:la "globalizzazione dei mercati", la capillarizzazione della comunicazione, con perdita del ruolo di amplificatori di messaggi, in particolare commerciali, giocato finora dai mass-media, la trasformazione dei mercati da piazze fisiche degli scambi in piazze logiche di affari.
Tutto questo implica che il sistema industriale, per recuperare margini di concorrenza, dovrà e potrà differenziare i prodotti, associando ad essi "servizi" e "flessibilità" con capacità di penetrazione nei mercati fino al livello di singolo consumatore. Ecco il "Quaternario": produzione flessibile a servizio aggiunto e a comunicazione capillare. La conseguenza che qui ci interessa evidenziare è che ciò determinerà un progressivo "riassorbimento" di buona parte delle attività Terziarie da parte dell'apparato industriale, per poter, liberamente, associare servizi alla produzione, inoltre, esso potrà spingersi, grazie alla flessibilità, fino a fare concorrenza all'impresa artigiana e a fare a meno, nella fase distributiva, dell'intermediazione commerciale.
Se l'analisi è esatta e lo scenario credibile, bisogna trarre le giuste conseguente politiche: non esiste un futuro "Terziario", pertanto, il "modello di sviluppo" deve andare, essenzialmente, nel senso di una reindustrializzazione orientata al Quaternario.
E qui vengono i nodi al pettine. I veri punti di debolezza. Qui emergono le colpe assolute di tutti coloro che ci hanno, finora, rappresentato e governato, dell'industria pubblica, dei sindacati e delle forze politiche, in particolare di sinistra, e, purtroppo, emerge anche, tutta la nostra miopia. Nelle scelte di politica industriale per il Mezzogiorno, tutti, nessuno escluso, hanno sempre attribuito alla parola "Industrializzazione", sempre e solo, una valenza generica, come se qualunque tipo di industria fosse ugualmente buono, il che non è, purtroppo, assolutamente vero.
Esistono due tipi fondamentali di industrie: quelle che producono impianti e macchinari per alimentare i cicli di produzione di altre industrie (e quindi vendono ad altre industrie) e quelle che, avendo comprato tali impianti, producono beni per il consumo.
Le prime rappresentano la vera forza industriale di una nazione, di un'area, perché stimolano la ricerca, capitalizzano costantemente know-how "fresco", riescono a vendere, insieme al bene prodotto, anche formazione, pezzi di ricambio, semilavorati, assistenza e aggiornamenti tecnologici, instaurano rapporti fidelizzanti con una clientela scelta, hanno più opportunità di accesso ai mercati internazionali, il che stimola la loro capacità di "internazionalizzazione", la conoscenza dei nuovi mercati e delle loro regole e le aiuta a costruirsi dei "sistemi di relazioni internazionali" che soli consentono la migrazione fisica e lo sviluppo in nuovi mercati.
Le attività delle seconde, per lo più trasformative e manifatturiere, si risolvono in semplici atti di commercio, che non richiedono necessariamente la presenza dell'impresa in aree diverse da quella di localizzazione, che sono scarsamente fidelizzanti e grandemente esposti alla "concorrenza prezzo" portata avanti, in particolare, dai Paesi in via di sviluppo cui le industrie del primo tipo, vendono impianti e tecnologie.
Il Mezzogiorno non possiede, a quasi centoquaranta anni dall'unità d'Italia, praticamente nessuna industria del primo tipo, ci hanno appioppato, e noi lo abbiamo stupidamente consentito e frettolosamente avallato, solo industrie del secondo tipo, il che ha anche condizionato grandemente la nostra "cultura industriale" e le relative scelte imprenditoriali. Tali industrie, in assenza delle prime e prive delle fondamentali sinergie con esse, non sono riuscite mai a crescere veramente, ad imporre i loro prodotti quali "beni di largo consumo", non ne abbiamo, difatti, nessuno, neanche una pasta alimentare, una conserva, un dolciume, nè tantomeno una lavatrice, un televisore, un semplice phon o una penna biro.
Ciò ha anche causato lo "sganciamento" tra Scienza e società, tra Università e imprese per cui non produciamo "ricerca applicata". E' questa la causa prima della nostra "povertà", il vero dispositivo di condanna al sottosviluppo, la ragione di maledizione profonda verso tutti coloro che ci hanno governato. Siamo la patria dell'industria conserviera ma non abbiamo una sola industria che produca macchinari per tale lavorazione, nell'area napoletana vi sono state fino a 150 industrie molitorie e mai nessuna che producesse impianti di macinazione, siamo i più forti consumatori di caffè e non produciamo neanche una macchina per la torrefazione o da bar ed è tristemente così in ogni settore; ogni impresa del Sud ha sempre, fino ad ora, dovuto pagare il suo tributo, firmare il suo atto di vassallaggio verso imprese di altre aree o nazioni, rimpinguando queste ed impoverendo sé stesse.
Tale tributo è reso ancora più odioso dall'obbligo di trasferta, cui ogni operatore meridionale deve sottoporsi, nel recarsi nelle fiere specializzate, che sono sempre altrove dal Sud, per vedere e comprare, o semplicemente per aggiornarsi.
Per quanto concerne i punti di forza, i beni ambientali e culturali costituiscono, sicuramente, uno smisurato patrimonio da utilizzare, una risorsa cardine per il nostro sviluppo, ma dobbiamo tener conto che occorreranno anni di oculata amministrazione per rimuovere gli scempi, organizzare una vera industria del turismo e sostituire alla cultura dello "scippo" quella dell'ospitalità e dell'educazione. Anche l'alto artigianato e le produzioni tipiche possono essere considerate dei buoni punti di forza a patto che la "cultura d'impresa" entri a fondo nelle mentalità degli operatori. Il resto, la produzione trasformativa e manifatturiera non tipicizzata, rimane fortemente esposto alla concorrenza dei paesi cosiddetti "emergenti", cui il sistema industriale progredito vende tecnologia e impianti.
Altri punti di forza, troppo trascurati, sono Agricoltura, Zootecnia e Pesca. Rifondiamole, modernizziamole negli impianti e nelle mentalità, promuoviamo la cooperazione, raccordiamole con la ricerca, rendiamole competitive, rivediamo i trattati: le necessità alimentari non conoscono "crisi".
Strategie per lo sviluppo
Compreso questo, dobbiamo attrezzarci, rimboccarci tutti le maniche, riconoscerci in un'idea, un interesse, un destino comune, unire e coordinare gli sforzi per progettare e favorire prioritariamente una vera reindustrializzazione del Mezzoggiorno, nel senso sopradescritto che abbia quale scenario e modello di riferimento "l'assetto quaternario" (oggi è solo un altro treno perduto, ndr).
Altri Paesi lo hanno fatto: Taiwan, la Corea, in pochi anni, sono passate da civiltà contadine a colossi industriali, prendiamo esempio; i giapponesi hanno avuto l'umiltà di copiare per imparare, noi siamo abituati a copiare per non pensare. Ovviamente, quanto detto non esclude, anzi rafforza, la necessità di politiche coordinate, di "strategie integrate per lo sviluppo", capaci di garantire progresso armonico a tutti i settori produttivi, "giocandoci" al meglio i nostri punti di forza.
Cominciamo anche ad acquistare forza contrattuale, ad autofinanziare il nostro sviluppo orientando i consumi verso i prodotti meridionali (che di pari passo vanno migliorati qualitativamente, tecnologicamente e visivamente), istituiamo una forma di prelievo su questo consumo aggiunto, per finanziare l'import di alta tecnologia, vincoliamo le aziende di credito a reinvestire principalmente dove raccolgono, favoriamo lo sviluppo del mercato "della proprietà intellettuale", che ci è ignoto, investendo una buona volta in quel formidabile patrimonio che è la risorsa uomo e la sua creatività, che tanto ci beiamo di avere in gran copia,senza mai metterla a frutto e, soprattutto, "sponsorizziamo il lavoro" creando corsie preferenziali per tutti coloro che vogliono seriamente operare.
E' questo il vero tema unificante, la forza di coagulo e il banco di prova per tutte le intelligenze che, spogliatesi di ogni faziosità e pregiudizio, siano desiderose di pensare ed agire, per creare le condizioni per vivere meglio”. Napoli, ottobre 1993
 
Mi perdoneranno amici e lettori questa autocitazione di oltre un quarto di secolo or sono. Lucida, forse profetica, amara, ma calzante rispetto al tema di questo numero.
Negli anni trascorsi nulla è cambiato. Altri "treni" sono passati e su nessuno di essi il Mezzogiorno è riuscito a salire. Oggi, che si avvicina l'autonomia regionale differenziata, è più che mai di vitale importanza che le Regioni del Sud trovino la necessaria convergenza per stabilire un patto per la crescita e lo sviluppo per costruire insieme il "treno" giusto capace di portarle, una buona volta, oltre la "Questione meridionale" e che le metta anche al riparo dalle possibili conseguenze negative di un ulteriore divario rispetto alle regioni del nord.
L'autonomia può essere un'occasione da cogliere, purché si sappia dove andare, purché si abbiano chiare le idee sul tracciato e sulle stazioni intermedie. Certo si passa per la valorizzazione dei bacini ambientali e culturali, certo si passa per l'agroindustria, certo si passa per le produzioni tipiche e tradizionali, ma nessuna economia può davvero autonomizzarsi senza un'industria avanzata e connessa con la ricerca.
Quindi la meta finale, che è oltre il muro del mancato sviluppo e della sudditanza economica, contempla una reindustrializzazione sostenibile, che per semplicità definiremo 5.0 e che significa: produzione additiva iperflessibile basata sulle tecnologie di stampa 3d. Già oggi la Nasa stampa con tale tecnica i motori dei razzi spaziali, altri erigono edifici, altri ancora si apprestano a stampare organi umani da trapiantare, farmaci, alimenti, reperti archeologici, opere d'arte. Non vi è settore che non sia coinvolto da questa nuova rivoluzione che l'Economist ha così descritto: "La stampa tridimensionale rende economico creare singoli oggetti tanto quanto crearne migliaia e quindi mina le economie di scala. Essa potrebbe avere sul mondo un impatto così profondo come lo ebbe l'avvento della fabbrica... Proprio come nessuno avrebbe potuto predire l'impatto del motore a vapore nel 1750 - o della macchina da stampa nel 1450, o del transistor nel 1950 - è impossibile prevedere l'impatto a lungo termine della stampa 3D. Ma la tecnologia sta arrivando, ed è probabile che sovverta ogni campo che tocchi.".
Si tratta di una tecnologia relativamente semplice ed altamente flessibile grazie alla quale si può realizzare qualunque bene, anche complesso e che può consentire al Sud di fare un formidabile balzo in avanti in termini industriali. Il Sud saprà costruire il treno giusto? Saprà giocare la partita dell’autonomia? L'alternativa è finire, questa volta per sempre, nella "bidonville dei popoli" che non ce l'hanno fatta.
16/06/19 Le macchine del fumo
Se il sistema italiano è quello che è, lo dobbiamo alla Costituzione, nel bene (poco) e nel male.
Analogamente è dai vertici delle istituzioni che partono molte delle discrasie quotidiane che affliggono la vita italiana. Lo comprova il recente scandalo che tocca i vertici della magistratura e che dimostra, ormai senza ombra di dubbio, che la giustizia ad orologeria esiste e che i magistrati non sono diversi dalla media degli italiani, condividendone vizi e virtù, coperti però dal privilegio di non pagare se sbagliano. E che dire dell'invisibile "partito del Colle"? Delle esternazioni improvvide del Presidente della Camera e di quelle ancora più improvvide di alcuni ministri?
Tutto in Italia sembra essere avvolto da una coltre di nebbia pervasiva che rende sfumato ogni contorno e ruolo, che confonde ed ottunde la vista, che rende irriconoscibile ogni certezza. Per cui accade che la politica produce confusi compromessi e norme incomprensibili, pasticciate e largamente interpretabili, per cui accade che i magistrati, investiti di un potere che non è il loro, si facciano interpreti della legge, a volte a loro piacimento, per cui accade che i governi non siano in grado di assumere decisioni chiare e nette ma che ricorrano a provvedimenti che abbisognano di ulteriori decine, quando non centinaia, di ulteriori provvedimenti "delega". E accade anche che i cittadini si sentano smarriti, incerti e sempre più arrabbiati.
Il Ministro dell'Interno, col favore di larga parte dei cittadini, dichiara chiuse le frontiere ed i porti ai clandestini, ma la Guardia Costiera afferma, per bocca del suo Comandante, che essa esiste per salvare vite in mare, qualche magistrato opera sequestri di favore a navi di Ong disubbidienti, qualche altro indaga il Ministro e qualche ardito, finanziato dai nemici del Ministro, arma navi per traghettare immigrati.
Negli storici cantieri navali di Castellammare di Stabia si vara la più grande e moderna nave della Marina militare, la Trieste. Ma subito se ne snaturano le funzioni militari descrivendola come un'unità collaborativa con la Protezione civile. Come se le Forze armate non fossero sempre state in prima fila in caso di calamità.
E' la nebbia che si alza anche sulle cose più semplici e nette. Nulla deve mai essere quello che è. Non la Presidenza della Repubblica, le cui prerogative apparentemente sfumate, la rendono all'occorrenza un formidabile attore politico, come ha dimostrato "Re Giorgio". Non il governo che, nonostante sia oggi nella pienezza dei suoi poteri, non ha poteri sufficienti per via della sua "collegialità", tanto che qualcuno tifa e lavora sottobanco per un nuovo governo tecnico a guida Draghi. Non il Parlamento che, nonostante l'assenza di vincolo di mandato dei parlamentari, è sempre meno libero di scegliere e sempre più ostaggio della paura di elezioni anticipate. Non il potere giudiziario che ha fatto della sua autonomia lo scudo perfetto per tutelare i suoi privilegi, come il recente aumento delle ferie per tutti, nonostante gli stipendi più alti d'Europa e gli intollerabili arretrati.
E che dire delle decine di costosissime Autorità, cosiddette indipendenti, anche se nominate dal potere politico, che fanno gioco d'interdizione quando lo ritengono necessario, vedi le recenti critiche dell'Autorità anticorruzione al decreto "sblocca cantieri", tutte giuridicamente motivate sul presupposto che l'occasione fa sempre l'uomo ladro. E che dire dei mezzi di comunicazione di massa? Delle vere e proprie macchine del fumo il cui solo scopo non sembra essere informare ma educare, eccezion fatta per Radio radicale, per ora salva grazie alla Lega, che a modo suo pure fa pedagogia sociale, ma lo fa separando fatti e opinioni.
E i cittadini, avvolti nelle nebbie perenni, stanno a guardare ed a subire. Subiscono la burocrazia oppressiva, la pressione fiscale intollerabile, le inefficienze e gli errori, la mancanza di lavoro e di opportunità, gli svarioni nella cosiddetta programmazione, vedi la penuria di medici, la cattiva amministrazione dei territori, i Masaniello che sempre si fanno avanti per carpirne la buona fede.
Subiscono inermi senza comprendere che il solo vento capace di spazzare le nebbie è quello delle riforme, a partire da quella di una Costituzione divenuta inadeguata.
15/05/19 Un mito che sopravvive
Sono cresciuto, credendoci, nel mito di un'Europa nazione, popoli diversi capaci di sentirsi appartenenti alle stesse radici e ad un futuro condiviso.
Un'Europa nazione capace di essere potenza competitiva e rispettata sullo scenario planetario, un'entità ricca non tanto e non solo sul piano economico quanto su quello culturale. Una cultura con profonde radici nella storia plurimillenaria, nelle infinite sfumature delle diversità, nelle ragioni della solidarietà e del diritto.
La speranza che si realizzi concretamente tale coagulo di popoli e di volontà politiche è ormai al lumicino, ma ancora vive. Si è ridotta negli anni nel constatare che la costruzione europea è stata figlia di compromessi al ribasso, di mediazioni basate sempre e solo sul minimo comun denominatore, mai sul massimo.
Si è trattato, forse, del paradosso della diversità, afflato comunitario e “divisività” nello stesso tempo, pulsioni ideali ed interessi nazionali, ragioni economiche soprattutto ed afflati civili. Gli “eurofili”, con cinico realismo, sostengono che l'Europa, per come è stata concepita e costruita, rappresenta il solo compromesso possibile. Anche se il "manifesto di Ventotene", le speranze dei padri fondatori e persino i sogni neo-imperiali dei predecessori, avevano un diverso respiro e ben altre ambizioni.
A quasi tutti sta bene l’Europa così com’è,con le sue contraddizioni, con lo spirito iper-regolatore, con i suoi paradossi insopportabili quali un Parlamento, democraticamente eletto ma privo del potere di iniziativa legislativa e, tuttavia, con ben due sedi: Bruxelles e Strasburgo, in omaggio al capriccio della Francia, un costoso capriccio che costringe parlamentari, personale, interpreti e casse di documenti tradotti in una pluralità di lingue ad una transumanza mensile verso Strasburgo.
Gli “eurocritici” sono divisi tra quelli che sostengono la primazia delle identità nazionali nel contesto di un'Europa da rifondare e coloro che negano qualunque utilità, se non economica, alla costruzione europea.
L'analisi di realtà ci dice che ciò che è stato costruito, sia pure faticosamente, è palesemente insufficiente. Senza una difesa comune, senza un bilancio e politiche economiche e sociali comuni, senza una politica estera unitaria, l'Europa è solo un vaso di coccio tra i vasi di ferro che sono Stati Uniti, Russia, Cina e di qui a poco l'India.
Lo stesso esame di realtà ci fa comprendere agevolmente che nessuna delle nazioni europee, da sola, ha la minima speranza di contare qualcosa sullo scenario globale o, addirittura, di sopravvivere a lungo. C'è quindi un'impellente necessità di costruire un'Europa rinnovata, coesa, più forte, più giusta e solidale di quella attuale.
Per questo è auspicabile un rimescolamento profondo che sostituisca un establishment ormai appannato e largamente inefficiente, che cambi gli equilibri all'interno dell'istituzione europea, che dia una scossa robusta ad un albero che spesso produce solo amari frutti.
15/04/19 La questione di "Radio Radicale"
Il governo "del cambiamento" ha deciso, qualche mese or sono, di abolire i finanziamenti pubblici all'editoria e di non rinnovare la convenzione con Radio radicale per la trasmissione di almeno il sessanta per cento dei lavori parlamentari. Il taglio complessivo per Radio radicale è di complessivi 12 milioni di Euro al netto dell'Iva, 8 per il non rinnovo della convenzione e 4 per il taglio ai fondi per l'editoria.
Si tratta di due misure in grado di mettere seriamente a rischio la sopravvivenza della Radio e di mandare "a spasso" il personale che si aggira sulle 52 unità, al netto dei collaboratori e dell'indotto. Al fine del corretto inquadramento della vicenda è opportuno segnalare che la proprietà della radio, che si autodefinisce quotidianamente organo della Lista Marco Pannella (ed in quanto tale percepisce i contributi della legge sull'editoria), fa capo in realtà, almeno per la parte convenzionale, ad una S.p.A denominata Centro di Produzione, con sede in Roma e capitale sociale di 2.099.500 Euro.
L'azionariato è così suddiviso: Associazione politica nazionale Lista Marco Pannella: 62,68%; Lillo Spa: 25,00% (grande azienda del settore alimentare del casertano); Cecilia Maria Angioletti 6,17%; Centro di Produzione Spa 6,15%. Tale società percepisce i fondi derivanti dalla convenzione per la trasmissione dei lavori parlamentari. Va anche rilevato che la radio fu riconosciuta "impresa radiofonica di interesse generale, ai sensi della legge 7 agosto 1990, n. 230 e che nel 1994 vinse la gara (sola partecipante) per la trasmissione delle sedute parlamentari, da quella data la convenzione è stata sempre rinnovata - come fosse una concessione - fino all'anno in corso.
Da fedelissimo ascoltatore di Radio radicale ho imparato ad apprezzarne l'impegno, la professionalità, la particolarità e l’indubbia utilità. Anche se solo la mia maturità ideale e politica mi consente di non essere influenzato dalla lettura di parte (radicale) che viene fatta degli accadimenti quotidiani. In particolare in "Stampa e regime" a cura del trio Boldrin, Cappato, Taradash. Non sto dicendo che si tratta di lettura faziosa, solo di parte. Il che è legittimo. In ogni caso mi dispiacerebbe se la radio chiudesse anche se non mi convincono appieno le ragioni del necessario finanziamento pubblico.
Non mi convincono nella parte "convenzionale", nel momento in cui la Rai, pubblica, ha un canale che si chiama Rai Parlamento e che potrebbe far funzionare molto meglio, persino assumendo parte del personale di Radio radicale. Mi convincono invece nella parte sostegno all'editoria che altro non è che sostegno al pluralismo delle idee, il che in democrazia è cosa virtuosa. E per l'ampiezza e la ricchezza dei contenuti prodotti da Radio radicale il contributo di 4 milioni è certamente insufficiente.
Tutt'altro è il tema del cospicuo archivio digitale che la radio ha accumulato nei decenni e che certamente rappresenta un valore in termini di memoria politica e civile del Paese e che meriterebbe, come le Teche Rai o l'Istituto Luce, una particolare attenzione da parte delle istituzioni pubbliche, un'attenzione volta alla sua salvaguardia ed accrescimento nel tempo. Forse anche a questo proposito un particolare accordo di collaborazione proprio con la Rai potrebbe essere risolutivo.
C'è infine la questione dell'approccio al mercato, come suggerito dal Presidente del consiglio. Senza dubbio sarebbe la strada maestra da percorrere, soprattutto se ci si dichiara liberali. Strada maestra anche nel caso di contenuti strettamente "politici". Ma gli ultimi dati disponibili sugli ascolti di Radio radicale, relativi al 2014 (dal 2015 ha deciso di non partecipare ad indagini sugli ascolti) dicevano che su circa 35 milioni di ascoltatori delle radio solo 244 mila seguivano Radio radicale. Un po' poco per approcciare al mercato. E proprio qui sta il busillis.
Auspico un ravvedimento operoso da parte del governo volto alla riconferma dei contributi all'editoria minore (e non alla Rai che riceve il canone ed a cui il governo quest'anno ha elargito ben 40 milioni) ed all'incremento dei contributi a Radio radicale, nulla da eccepire sulla non riconferma della convenzione che, a ben guardare, ha qualcosa di anomalo. Nel frattempo, ho firmato la petizione per salvare Radio radicale anche se le mie idee e convinzioni raramente coincidono con quelle dei radicali.
15/03/19 Vivere è crescere
Crescere: "Diventare più grande, per naturale e progressivo sviluppo, detto dell'uomo, degli animali, delle piante." Decrescere: "Diminuire, scemare di volume, di numero, d'intensità" (dal dizionario Treccani).
L'attitudine a crescere è propria del vivente, comunque alla fine del percorso c'è ineludibilmente la morte.
Il dizionario non ci aiuta rispetto alla crescita dell'universo, delle galassie, delle stelle, dei pianeti. Tuttavia la scienza ci dice che l'universo si espande (cresce?), che le galassie a volte si scontrano per accrescersi, che nelle galassie nascono le stelle e che anche queste muoiono una volta esauritasi l'energia che consumano. I pianeti in quanto tali non crescono - anche se si accrescono in volume per effetto della polvere cosmica che vi si deposita - tendono a rimanere tal quali, salvo impatti con altri corpi celesti o collassi gravitazionali. Quindi la Terra tende a permanere nel suo stato "planetario", tuttavia la biosfera che ospita tende alla crescita e alla morte, salvo a mantenere stabili le condizioni per la sua rigenerazione ed evoluzione.
La stabilità di tali condizioni, sia pure entro margini flessibili, rappresenta la precondizione per preservare la vita per come la conosciamo. La presenza dell'uomo, principe dei predatori, si è fatta preminente nella biosfera, una preminenza che, sempre più, è andata a detrimento di altre specie, fino alla loro estinzione, delle risorse non rinnovabili del pianeta, della qualità dell'aria e delle acque, della stabilità climatica.
Questo a grandi linee il macroscenario all'interno del quale diventano determinanti la qualità della civiltà, il modello di sviluppo, la responsabilità delle scelte. Poiché "diventare più grande per naturale e progressivo sviluppo" è la molla della vita, nessuna decrescita è possibile e sarebbe in ogni caso infelice.
Tuttavia la qualità della civiltà può essere migliorata e di molto. Occorre che la politica si associ alla scienza in maniera indissolubile dandosi nel contempo il senso della prospettiva. Occorre un'analisi critica dell'attuale modello di sviluppo fondato sul consumo, sulla rapida sostituzione dei beni, sulla competizione per il possesso. Le conseguenze sono il rapido consumo di risorse non fungibili, la non durevolezza dei beni prodotti, la smisurata crescita delle disuguaglianze, lo squilibrio complessivo degli assetti naturali. Il motore a combustione ha rappresentato uno dei pilastri su cui si è fondata la qualità del progresso, ma le nefaste conseguenze sono nei polmoni di tutti sotto forma di particolati e gas nocivi.
E' maturo il tempo per pensare ad altri pilastri: la trazione elettrica alimentata dal sole, le energie rinnovabili, la fusione nucleare, la mobilità individuale trasferita dalla terra all'aria - già oggi alcuni droni lo consentono, già da qualche anno un aereo superleggero a pannelli solari ha fatto il giro del mondo ed in Australia hanno realizzato la prima moto elettrica volante - la produzione di beni di lunga durata, ordini sociali più cooperativi e meno competitivi, sistemi di protezione sociale in grado di consentire a tutti un vita decente anche in assenza di lavoro, atteso che l'automazione sempre più spinta e diffusa avrà scarso bisogno di apporti umani.
Già oggi è possibile "stampare" e porre in opera automaticamente case, pavimentazioni stradali, linee ferroviarie, produrre utensili e oggetti. In un domani molto prossimo ogni produzione sarà "on-demand" e totalmente personalizzabile e questa potrebbe essere l'occasione per rendere i beni davvero durevoli e, forse, si potrebbe sostituire la proprietà di un bene con un diritto d'uso che renderebbe desiderabile per le imprese la "durevolezza".
Un altro pilastro è stato il petrolio e la plastica che ne deriva e se ne è fatto un uso smodato salvo ad accorgersi un bel giorno che stavano sorgendo in mezzo agli oceani enormi isole di plastiche galleggianti, che la fauna marina è costretta a rimpinzarsi di microplastiche e altri veleni scaricati in acqua fino a morirne o a far morire gli uomini che se ne cibano, che le emissioni da combustione hanno avvelenato quasi tutti i grandi centri urbani. Eppure quando la politica ha voluto, grazie anche alla scienza, è riuscita ad imporre in alcuni segmenti l'uso di plastiche biodegradabili, a proibire la produzione di piatti e bicchieri monouso - che continueranno ad esistere ma realizzati con nuovi materiali biodegradabili -, a incentivare l'uso di sacchetti di carta o di lunga durata...
E' tempo di una riflessione profonda, di incentivare la ricerca di soluzioni alternative, di supportare produzioni innovative capaci di sostituire il ricorso alla plastica, interessanti a questo proposito le bottiglie in fibra vegetale impermeabile. Ma il passo più importante è l'incontro stabile e strategico, tra politica e scienza. Un computer quantistico ha invertito il verso del suo tempo relativo, la fusione nucleare è quasi disponibile, le applicazioni del grafene sono un fatto concreto, materiali autopulenti sono in fase di sperimentazione, sono già in servizio centrali solari e congegni in grado di recuperare energia dal moto delle acque e strade in grado di convertire il traffico in energia, i pannelli solari di ultima generazione sono tanto efficienti che un solo metro quadro produce 3 kw, la concentrazione dei raggi solari ha trovato applicazione nelle grandi centrali, ma è una tecnologia che può migrare agevolmente verso il basso e ridare un senso all'uso del vapore, i robot di servizio stanno per diventare una realtà "familiare", le meraviglie "connettive" del 5g sono già disponibili e la colonizzazione dello spazio è alle porte, come pure nuove centrali solari orbitanti e nuovi sistemi di propulsione, come nuove generazioni di armamenti che renderanno obsoleti gli eserciti umani e persino le bombe atomiche.
Le applicazioni delle biotecnologie contribuiranno a creare nuovi cibi senza sacrificare vite animali, ad allungare la vita umana, a sconfiggere malattie, a riparare o sostituire organi senza più doverli trapiantare e, senza dubbio, un cuore "d'allevamento" senza rischi di rigetto è meglio di un cuore tolto dal petto di un altro con tutta la sua carica di ricordi ed emozioni. per non parlare delle nanotecnologie e delle incredibili sorprese che ci riservano nei settori più disparati.
Tutto questo fermento di sapere, di ricerca, di inventiva, di genialità, se ben canalizzato verso una crescita responsabile e sostenibile, col supporto di una politica lungimirante e di un'opinione pubblica non ostile, può rendere davvero il pianeta un posto migliore ed offrire al genere umano, che si moltiplica ad un ritmo fin troppo intenso, la concreta speranza di migrare verso altri mondi una volta raggiunto un livello di sovrappopolazione non sostenibile. Senza il fecondo incontro tra politica e saperi lo scenario probabile diventa quello profetizzato da Ridley Scott nel film "Blade runner" dell'ormai lontano 1982. E non sarebbe un futuro desiderabile.
15/02/19 La "legittima difesa" dei popoli
Che esista un diritto naturale degli individui alla difesa è pacifico fin dalla notte dei tempi.
A tutte le latitudini ed in ogni epoca l'uomo libero, aggredito proditoriamente, ha goduto del sacrosanto diritto (e dovere verso coloro della cui incolumità fosse stato responsabile) di difendersi.
Difesa che non significa necessariamente farsi giustizia da sé. Persino nell'Italia contemporanea, nonostante l'avvicendarsi di tanti governi di sinistra, ancora sussiste nell'ordinamento un diritto alla legittima difesa sia pure fortemente circoscritto.
Forse il governo in carica riuscirà a rafforzarlo, almeno in parte. Lo stesso diritto, in misura enormemente rafforzata, sussiste per i popoli che, per tutelarlo, si dotano di eserciti, agenzie informative, guardie di confine e forze dell'ordine. Basta frequentare un qualunque aeroporto per rendersi conto di quanti sforzi si compiano per evitare l’"import/export" di persone o sostanze pericolose o indesiderabili.
Ogni viaggiatore, pur dotato di documento di identità e regolare visto di ingresso per il Paese di destinazione, se vuole viaggiare è costretto alla spoliazione dei metalli, a "beccarsi" un piccola dose di radiazioni da scanner, a farsi radiografare i bagagli e, a campione, a sottoporsi ad oscuri test "epidermici". Inoltre, è costretto a rinunciare a portare con sé tutta una nutrita serie di beni ritenuti "pericolosi" compresa l'acqua ed una modica quantità di crema per le emorroidi. Come se non bastasse, mettendo piede in un aeroporto si espone anche ad un alto rischio di aggressione virale.
Ora se ogni viaggiatore "regolare", a prescindere da nazionalità, razza, sesso e religione, deve sottostare a tali spiacevoli regole nel nome della sicurezza, ossia della legittima difesa di ogni nazione di destinazione non si comprende perché mai dovrebbe essere consentito a soggetti pervicacemente determinati a forzare i confini di un Paese e le sue regole di accoglienza di immigrare illegalmente, senza neanche l'attenuante di fuggire da una guerra. Pur di perseguire il disegno di entrare a forza in un altro Paese (in casa d'altri), guidati dal richiamo delle note di ancestrali tam-tam convertiti alle frequenze del 3 e 4G, in centinaia di migliaia sono pronti a pagare forti somme non a compagnie di viaggio, ma a trafficanti specializzati nella violazione dei confini altrui e nel contrabbando di massa ed a sfidare la sorte, a giocarsi anche, all'occorrenza, il tutto per tutto pur di raggiungere la loro meta, una meta che è spesso solo un tragico miraggio.
Quanti degli italiani che hanno voluto o dovuto migrare dopo l'unità d'Italia, si sono mai sognati di entrare da clandestini negli Stati Uniti, in Belgio, in Australia, in Sudamerica. Mai uno solo.
Tutto l'Occidente, Europa molle in testa, è accerchiato da masse che premono sui confini determinate a violarli, spesso con la complicità di "anime belle" che agognano alla sostituzione etnica, che scricchiolano sotto un malinteso senso di colpa che le induce a farsi complici degli invasori per espiare, per riparare presunti "secoli di sfruttamento".
Come se la storia non si fosse sempre alimentata del sopravvento dei forti sui deboli. Assiri contro Babilonesi, Ixos contro egiziani, Greci contro greci, greci contro Persiani, Macedoni contro i popoli d'Asia, Roma contro il mondo conosciuto, Cristiani contro musulmani, Mongoli contro asiatici, Spagnoli contro Indios, Inglesi contro nativi americani e asiatici, Arabi contro negri, Francesi contro tutti, Tedeschi contro tutti, Sovietici contro tutti, Statunitensi sopra tutti.
Su questo punto, sulla difesa o meno dei comuni confini, quel poco di Europa che si è finora riusciti ad costruire nei settant'anni dalla fine della guerra rischia di implodere, di polverizzarsi per poi andare alla deriva. Che senso avrebbe rinunciare alla difesa di un perimetro comune, finito e definito, per concentrarsi, ciascuno con scarsi mezzi e senza economie di scala, su quella delle singole frontiere interne di ogni Stato. Che follia! Ma l'Europa ne è ancora capace, come si capisce dalla assurda piega che va prendendo la cosiddetta Brexit, come si capisce dalla duplice intesa Francia - Germania, come si intuisce dal serpeggiante egoismo competitivo che ne ottunde le migliori menti.
18/12/18 Alle sorgenti del vizio
Alla radice del fondamentalismo c'è sempre una connessione con l'idea di divino e del potere che deriverebbe agli interpreti autentici di tale idea: il Dio vendicativo e intransigente dell'antico testamento con i corollari del demoniaco e dell'eresia, l'Allah di un Corano che non evolve, la dea ragione di certo giacobinismo, il ritenersi dèi incarnati come è accaduto ed accade in alcune monarchie e dittature, far assurgere i dettami di un'ideologia a verità assolute e indiscutibili come nei comunismi ed in certi fascismi, assimilare la gestione del potere ad un "totem" regolatore di ogni vita, come accade in Cina ed in alcune nazioni dell'Africa.
La divinità è l'utero nel quale germina e cresce il fondamentalismo. L'odio contro gli ebrei trova la più lontana delle sue origini nell'aver fatto crocifiggere il figlio di Dio, le persecuzioni di Roma contro i cristiani nacquero perché la "superstizio", ossia l'eccessivo timore verso gli dei, era fonte di sospetto e disordini, andava quindi proibita come era già stato per il druidismo ed il culto di Iside e le successive persecuzioni dei cristiani contro i pagani furono giustificate dall'eresia, rispetto ad una religione ormai divenuta di stato.
Tutti i sedicenti "assoluti": religioni, diritto divino, idelogie totalizzanti sono state fonti di persecuzioni, di ingiustizie, di violenza e di morte fin dalla notte dei tempi. Eppure tutte hanno predicato in qualche forma amore, bene comune, compassione e custodia di una presunta verità sempre da opporre ad altre presunte verità.
E se l'infallibilità del Papa cristiano è una ed unica, non così per i fedeli del Corano tra i cui seguaci vi è una pletora di interpreti "patentati", ciascuno con una sua "infallibilità" che ha effetto su una specifica cerchia di fedeli e forte ascendente nella lotta agli infedeli che vanno colpiti, senza compassione, anche e soprattutto in luoghi simbolo come i mercatini del Natale.
Dal credere ciecamente, dalla fede incrollabile in un "verbo" religioso o ideologico che sia, nasce il fanatismo, l'obbedienza "cieca, pronta e assoluta" che, quando scientemente strumentalizzata, non si arresta di fronte a nulla, a nessun abominio, ad alcuna strage di "infedeli".
Nell'opulento, pigro e decadente Occidente un dio, vecchio e nuovo allo stesso tempo, va facendosi spazio inesorabilmente: il denaro. Non a caso gli Stati Uniti sorsero per un problema di tasse e per la stessa ragione nacquero i parlamenti e, quindi, l’avvento delle cosiddette democrazie..
La ricchezza deificata non promette gioie ultramondane, ma felicità e benessere su questa terra sia pure, nei fatti, secondo la vecchia regola:” molti i chiamati, pochi gli eletti”.
Le sue tavole sono le leggi di mercato, i suoi ministri i signori della finanza. Ma si tratta di una felicità per pochi, sempre più pochi man mano che aumentano le loro sterminate ricchezze, non importa se per accumularle si crei povertà e miseria per le masse e che il pianeta rischi di diventare sterile in poco tempo.
L’avidità ha soppiantato la coscienza. E dove questa resiste si usa la propaganda per fiaccarla il cui cavallo di battaglia si chiama tolleranza. Questa, come la compassione delle religioni, postula l’accettazione acritica dell’altro, anche se “brutto e cattivo”, l'abbattimento dei confini, la diluizione delle identità, il livellamento delle specificità nel nome del dio mercato i cui servitori non sono fanaticamente dissimili da ogni altro fanatico.
Chi sbaglia, chi si indebita troppo, chi non rispetta il mercato, chi si preoccupa oltre il lecito della socialità e del benessere collettivo, chi non ha i conti in ordine va punito con le sofferenze inflitte ai popoli. E questo genera altri fanatismi come il neo giacobinismo pauperista, come coloro che si oppongono - novelli luddisti - a qualunque cambiamento o innovazione, come quanti, col cuore verde mela, pensano che per salvare il pianeta occorre fermare qualunque progresso umano.
Eppure, persino nei chiusi templi dove si predica la tolleranza come strumento per realizzare "libertà, uguaglianza e fratellanza", si prescrive di scavare profonde ed oscure prigioni al Vizio.
15/11/18 Il patriota insoddisfatto
Perché un pensiero cambi il mondo, bisogna che cambi prima la vita di colui che lo esprime. Che cambi in esempio (Camus, Taccuini).
Io mi ribello, dunque esisto (Camus).
La rivoluzione consiste nell'amare un uomo che ancora non esiste (Camus).

"L'Italia è quella strana nazione dove ti mettono i codici identificativi sui sacchetti della spazzatura per multarti se butti un pezzo di carta nel sacco della plastica... ma permettono a migliaia di rom di vivere in campi abusivi dove buttano nei fossi la loro spazzatura. L'italia è quella strana nazione dove ti multano se regali un panino a un senzatetto senza aver fatto lo scontrino... ma permettono a venditori abusivi di vendere le loro merci taroccate agli angoli delle strade. L'Italia è quella strana nazione dove ti multano se dove c'è il limite di 50 kmh vai a 51 kmh... ma permette a chi ha targa straniera di andare e fare quel cazzo che gli pare. L'italia è quella strana nazione che se un militare delle forze dell'ordine arresta un violento in modo violento... viene indagato per violenza. L'Italia è quella strana nazione che mette il divieto di accendere le stufe a legna per non aumentare l'inquinamento atmosferico... ma permette ai rom di fare falò con i copertoni delle ruote per pulire il rame. L'Italia è quello strana nazione dove per comprarti una casa devi farti un mutuo di 30 anni... ma poi permette ad occupanti abusivi di occuparti la casa e cambiare le serrature. L'italia è quella strana nazione dove i giudici condannano i proprietari di casa a rimborsare i rapinatori se questi vengono morsicati dal cane in giardino. L'italia è quella strana nazione dove dopo innumerevoli casi dove maestre d'asilo picchiano i bimbi... non si possono mettere telecamere di controllo perché ledono la privacy. L'italia è quella strana nazione dove i giudici diminuiscono la pena a un assassino perché 48 coltellate non sono sinonimo di crudeltà. L'italia è quella strana nazione che sfratta una nonnina terremotata perché per la sua casetta manca un documento... ma permette a chiunque di occupare e vivere in aziende capannoni ed edifici, dando origine a ulteriori comunità degradanti e malsane. L'Italia è quella strana nazione in cui molti milionari al governo, con pensioni da trentamila euro al mese, ordinano al popolo di tirare la cinghia, fare sacrifici e morire lavorando fino alla fine. Si potrebbe andare avanti per ore, ma la musica è sempre la stessa...". Per me l'Italia è quel paese dove tutti si lamentano, tutti puntano il dito ma non fanno realmente niente per cambiare e riprendere ad essere ciò che eravamo... e che, forse non siamo più o non siamo mai stati (da Facebook, anonimo).

Amo l'Italia per quel che non è, per quello che non riesce ad essere e questo fa di me un patriota senza gioia né fierezza.
Mi piacerebbe una Costituzione nuova e diversa, quella che abbiamo mostra tutti i segni dell'età e determina buona parte delle tante e stridenti contraddizioni sistemiche, vorrei una giustizia rapida ed efficiente amministrata da giudici eletti e non da una casta di funzionari privilegiati dello stato.
Gradirei poche e chiare norme, comprensibili anche da un cittadino che ha fatto solo la scuola dell'obbligo, meno leggine e astrusi regolamenti, meno burocrazia, meno autorità "indipendenti", meno commissari, un minor numero di istituzioni spesso confliggenti.
Vorrei un Paese che non vada africanizzandosi di più ogni anno che passa, sia climaticamente che demograficamente. Vorrei che chi ci governa si chiedesse il perché delle cose, che si chiedesse, ad esempio, la ragione per cui le strade sono piene di veicoli con targhe estere e capisse che non è la furbizia a farle fiorire ma l'ingiustizia di tariffe assicurative che penalizzano e discriminano i conducenti onesti solo per il fatto che risiedono in alcune zone piuttosto che in altre, in barba anche al principio di uguaglianza.
Mi piacerebbe che chi ci governa, come un buon padre di famiglia, si affannasse a contenere il debito pubblico anziché aumentarlo. Vorrei che chi si occupa di istruzione conoscesse la "teoria delle code" e capisse una buona volta che non si può tarare l'apprendimento medio dei giovani alla velocità dei meno dotati, che chi si occupa di sanità metabolizzasse l'assurdità di avere tante sanità quante sono le regioni, eppure se c'è una competenza che dovrebbe essere nazionale è proprio quella sulla salute, vorrei ancora che si occupa di difesa avesse un sussulto ed un moto di stizza alle parole del Presidente Usa contro la costituzione di un esercito europeo e che chi si occupa di giustizia avesse la sensibilità di mostrarsi autonomo dai voleri di alcuni magistrati e che non vaneggiasse di processi infiniti capendo, o almeno intuendo, che disgrazia immane sia per un cittadino rimanere invischiato nelle maglie dell'ingiustizia, Berlusconi, nonostante tutto, docet.
Vorrei che il Sud, pur con la recente "conversione" nazionale della Lega, non fosse più un'appendice del nord, un mero mercato marginale di sbocco, mi piacerebbe che si riscattasse agli occhi della storia e di sé stesso. Mi piacerebbe che il Presidente della Repubblica facesse pubblica autocritica per essersi rifiutato di conferire un mandato esplorativo a Matteo Salvini e per averci regalato il "governo del cambiamento", un ibrido connubio tra forze del no a priori e del sì facile, malgrado gli evidenti ostacoli.
Ed ancora mi piacerebbe che esistesse una Destra degna di questo nome. Non funzionale agli interessi di un magnate, non familistica, non ottusamente affascinata da proclami decisionisti, ma critica, colta, sociale e solidale, in sintonia col futuro per determinarne gli assetti.
Insomma vorrei un'Italia autorevole, sicura, organizzata, operosa, innovativa. In altre parole un'Italia come fu quella dei primi anni '30 del '900, depurata da alcuni difetti del Fascismo.
15/10/18 Un fondo per salvare l'Italia
La prima cosa cha avrebbe dovuto fare il nuovo governo era aggredire il debito pubblico piuttosto che effettuare una manovra ancora uno volta in deficit senza, peraltro, realizzare significativamente gli obiettivi di governo. Ed almeno una soluzione alternativa, come vedremo, c’era, in grado di consentire la piena realizzazione degli obiettivi senza andare in conflitto con l’Europa e senza rendersi prigionieri dei mercati. Non bisognava essere profeti per sapere che - date le dinamiche con l'Europa - vi sarebbe stata l'"aggressione" dei mercati e la coalizione di tutti i poteri, forti e deboli, che non hanno gradito l'ascesa dei sovranisti al governo.
Il balletto dello spread e delle borse, il conseguente vacillare delle banche era cosa prevedibile, addirittura scontata di fronte ad una manovra in linea con il "contratto di governo". Prevedibile anche il “niet” di Bruxelles, fosse solo per questioni di antagonismo politico.
Eppure una soluzione "creativa" ed a portata di mano c'era ed era stata persino prospettata a qualcuno dei "piani alti", ma non vi sono state orecchie che volessero intendere. Di che si tratta? Del "Fondo Italia". Un'idea semplice ed efficace.
Il debito pubblico italiano supera i 2300 miliardi. Gli investitori esteri ne detengono il 26%, la Bce il 9%, il restante 65% è detenuto da investitori italiani (banche 20%, assicuratrici 17%, Bankitalia 11%, fondi 3%, famiglie 6%, altri investitori italiani 8% (fonte Sole24ore). L'ammontare del debito costituisce uno dei principali problemi della credibilità internazionale italiana, costituisce, inoltre, un'arma nelle mani degli investitori stranieri sempre pronti a manovre speculative per incrementare i tassi di interesse (spread, ossia differenziale di rendimento tra titoli tedeschi e italiani).
Tra le priorità della politica vi è quella di affrontare il problema del debito e di mettere al riparo il Paese, ossia gli italiani, dalla speculazione. Una possibile soluzione è quella di costituire uno speciale fondo di investimento in cui far confluire, per gestirlo in maniera ottimizzata, il patrimonio pubblico (immobili, partecipazioni, concessioni) stimato intorno ai 700 miliardi.
Al fondo viene conferita la totale gestione dei beni affinché siano amministrati in maniera efficiente e redditizia. I beni conferiti in gestione sono inalienabili e restano nella disponibilità dello Stato. Il fondo ha durata ventennale salvo proroghe. Un management adeguato e reclutato in maniera trasparente garantisce una gestione professionale e di qualità.
Ai detentori di debito pubblico non italiani vengono offerte, in concambio, quote del Fondo contro i titoli di stato posseduti. Il vantaggio per questi ultimi è quello di investire su un sottostante valore reale delle quote e la possibilità di incamerare gli utili di gestione, facilmente superiori ai tassi attuali ed a quelli ottenibili con un'impennata dello spread. Comunque molto meglio del semplice pagherò di uno Stato indebitato e con rating scadente. Tale operazione consentirebbe di centrare quattro obiettivi di rilevanza nazionale e di grande prestigio politico: - la messa a reddito efficiente del patrimonio pubblico; - l'azzeramento di circa un terzo del debito; - la messa a riparo da manovre speculative; - la liberazione di risorse per finanziare il programma di governo senza condizionamenti "esterni".
Ciò senza svendite o finte privatizzazioni e senza depauperare il patrimonio pubblico. Le minori entrate derivanti oggi allo stato da partecipazioni attive sarebbero compensate dai minori interessi sul debito (un terzo circa, pari a non meno di 22-25 miliardi anno). Si spera in un ravvedimento operoso.
15/09/18 Amor patrio
Ciò che, nei secoli, ha abbellito borghi e città italiane, al di là della clemenza della natura, è stato l'amor di sé, il narcisismo, la vanagloria, il desiderio di lasciar traccia del loro passaggio di Nobili, Principi, Re, Papi e Prelati. Ciascuno ha voluto il proprio palazzo, reggia, castello, giardino, parco, casino di caccia, abbellito, ornato, impreziosito dall'opera di architetti, artisti ed abili artigiani.
Il resto dei territori è stato lasciato alle cure ed allo sfruttamento, non sempre amorevoli, dei sudditi, salvo farne campi di battaglia o luoghi di razzia all'occorrenza. Solo in rari casi, come nella Roma imperiale o durante il Fascismo, la molla del fare è stata diversa dalla volontà di sottolineare la gloria dei singoli, ma è stata amore, spinta alla grandezza civile di un popolo, anelito collettivo alimentato dalla fierezza, dalla collettiva volontà di emergere dall'ordinario per farsi forza e spinta di civiltà.
In questi rari casi il territorio tutto è stato oggetto di particolari ed amorevoli cure, è stato infrastrutturato, abbellito, bonificato. Sono state fondate città e nuovi insediamenti, eretti opifici, edifici e monumenti, accresciuto il territorio, per la gloria ed il maggior benessere dell'intero popolo.
Persino nelle colonie, nell’Africa Orientale Italiana come in Libia dove, cosa unica nell’intera storia del colonialismo, alla popolazione autoctona fu riconosciuta la cittadinanza italiana e, nel rispetto della loro cultura e tradizioni, furono fondati moderni insediamenti, uguali a quelli dei “colonizzatori” italiani, dotati anche di moschee.
Amor proprio ed amore collettivo, queste le due polarità, le due forze che hanno reso l'Italia quel che è oggi nelle vestigia della sua passata grandezza.
Poi, finita l'ultima guerra, è calato il velo dell'oblio, della negazione, dell'alterazione della verità, della negazione della memoria. La luminosa, per tanti versi, parentesi fascista - almeno sul piano civile e dell’efficienza dello stato - è stata rinnegata e rimossa e dell'antica Roma si è preferito ricordare le follie di Nerone, le persecuzioni religiose, la distruzione di Gerusalemme, il valore dei ribelli di Petra, la "grandezza" di Spartaco o de "Il Gradiatore", fino all'irridenza di Asterix.
Le testimonianze di amore collettivo fucina di civiltà non facevano comodo alla democrazia liberale che ha preferito esaltare l'individuo umanista e rinascimentale. E da allora non si è più eretto un monumento e non si è fondata città. I potenti di turno, "figli della Resistenza", emuli di quelli del passato, hanno agito per la loro effimera gloria, per accrescere il loro personale potere e ricchezza senza neanche avvalersi dell'opera di artisti e di abili artigiani. Hanno costellato la penisola di brutture, di abusi, di scempi, di edifici rozzi, di orribili palazzi e ancor più orribili case popolari. Hanno violentato sistematicamente la natura.
Hanno omesso di manutenere, di curare e abbellire il territorio, hanno voluto ignorare che ogni opera pubblica realizzata accende un centro di costo che si chiama manutenzione e così le stazioni, gli edifici pubblici, le case popolari, i beni demaniali sono andati e vanno in malora. E poi ci si meraviglia se crollano i ponti.
Ci fossero davvero "tanti piccoli Mussolini" in questa disastrata Italia.
18/07/18 Vae victis
Che sia il "Genio della specie", quello ipotizzato da Schopenhauer, che, accortosi di essere andato ben oltre il ragionevole nel compito di garantire la perpetuazione della specie, ha tirato il freno con l'obiettivo di impedire un mondo sovrappopolato e sofferente e per questo allieta gli uomini con l'Hiv, l'Aids, il cancro per trasmissione sessuale, l'incremento esponenziale dell'omosessualità e di quanti desiderano appartenere alla confusa identità della sessualità trangender?
Che sia sempre lui a determinare i cali demografici dei Paesi più opulenti ed a seminare nuove epidemie in quelli più arretrati? Sì, deve esserci il suo zampino nella strana singolarità che vede coincidenti il massimo della libertà sessuale e del benessere (materiale) individuale con il massimo della denatalità. E le tracce dello "zampino" si vedono nella progressiva infantilizzazione del genere umano e nella conseguente deresponsabilizzazione.
A chi frega più di sobbarcarsi dei sacrifici, lunghi almeno un ventennio, necessari per far crescere ed educare un figlio? Meglio perdersi nei trastulli del gioco, annullarsi nelle ludopatie, nelle tentazioni della rete, nel proprio smartphone, nel gioco di ruolo della competizione depurata dall'istinto predatorio, nei farseschi richiami che non hanno "alfa".
E' come se le Parche avessero smesso, tutto ad un tratto, di filare per gli uomini grandi destini e la Terra avesse preso a generare schiere di esseri infantili, deboli e labili: gli ignavi. Ultima tappa di un'evoluzione a ritroso essi sono l'ultimo frutto della Terra e il più amaro.
In sterminate masse, in disordinate greggi, senza cani né pastori, errano nel tempo cercando senza sosta qualunque cosa li consumi o che dia loro un senso. Non hanno nulla di grande se non l'Inconscio che procura loro grandi angosce e nevrosi. Hanno un'unica grande capacità la mediazione e mediano tutto: vita, pensieri, idee, affetti, rancori, emozioni. Né conoscono la Morte, perché mai mettono in gioco la Vita, perciò non è concessa loro alcuna forma di ribellione.
Il Dolore non li tocca, appena esso soggiunge vanno in narcosi, per non vedere per non sentire e quando, ormai assuefatti, non trovano altre vie di scampo si dissolvono nella Pazzia.
Coltivano le illusioni e le credenze, ma non conoscono la Fede che smuove le montagne e non riescono così a smuovere neanche sé stessi.
Non amano la Speranza che è lo specchio della loro insipienza, il presagio di ciò che mai saranno, la misura della loro ignavia. Considerano il Prezzo la misura di tutte le cose e non praticano la Carità, essendo il prezzo del dare sempre più alto di quanto possono.
Non conoscono la Gioia del Desiderio, la loro Volontà dura l'arco di un mattino. Essi non saranno mai stelle.
16/06/18

Nausea da buonismo

Il buonismo è una pericolosa malattia dei nostri tempi, distillata dal pensiero di una certa sinistra "benpensante" che ha scoperto il "mercato", ed inoculata in massicce dosi alle masse europee.

Masse di uomini e donne per le quali il consumo è diventato il supremo metro di una supposta uguaglianza. "Consumo dunque sono", che poi le istituzioni, a partire dall'Unione Europea, abbiano specializzato la loro funzione nella "regolazione" degli stili di consumo e comportamentali, affinché siano standardizzati il più possibile non importa. La differenziazione è maligna... Il principio di specificazione che ha plasmato la vita, il mondo e la storia va ignorato e ripudiato.

"Non esistono bambini cattivi", "gli uomini sono tutti uguali", il "buon selvaggio", la società "aperta, globale e accogliente" sono alcuni dei subdoli vettori del virus. Tanto subdoli da rendere autocastratoriamente desiderabile persino la rimozione dei simboli identitari di una civiltà come il presepe, l'albero di Natale o il Cristo in croce, quale ipocrita forma di rispetto estremo verso l'ospite portatore di una diversa cultura e valori. Ciò anche se l'ospite mai farebbe altrettanto a casa sua. Mica scemo LUI, che sia arabo, cinese, indiano o di fede islamica.

I bambini non sono tutti buoni anche se, finché sono in fasce, emettono uguali richiami, genetici e di specie, per invogliare gli adulti alla protezione. Poi, crescendo ciascuno secondo la propria inclinazione, i propri geni e l'educazione assorbita, più ancora che ricevuta, ognuno realizza il suo destino - mosso sempre da spinte egoistiche secondo il pensiero liberale - chi di scienziato, di filantropo, di studente modello, chi di bullo, di deviante, di delinquente.

Secondo il pensiero della sinistra è la società che produce i cattivi, in quanto il male non esiste. Pertanto è la società che deve sentirsi in colpa e rimediare ai suoi errori fornendo ai devianti opportunità di riscatto, tuttavia dalle carceri minorili, nonostante gli strenui sforzi verso il recupero ed il reinserimento, di "riscattati" ne escono ben pochi, spesso sono solo i più deboli, i meno determinati. E poi ci si stupisce delle violenze del "branco", della inusitata ferocia delle bande giovanili, di "Gomorra".

Gli uomini, per loro fortuna, sono tutti diversi. L'uguaglianza è un teorico punto di arrivo, non di partenza, in quanto si può anelare a farsi uguali in virtù, saggezza e conoscenza, secondo l'ideale cavalleresco. Altro è la pari dignità sociale che è di tutti. In affari ed in politica la disuguaglianza viene, in genere, premiata col successo economico o con la leadership.

Poco importa se, quasi sempre, in tali affermazioni si manifesta l'"homo hominis lupus". Ma, per il resto dei membri di una società democratica il mito dell'uguaglianza, davanti alla legge e nei diritti di cittadinanza, finisce per tenerli tutti ben lontani da una giustizia giusta e dal potere, atteso che è una gran baggianata il fatto che "qualunque americano può aspirare a diventare il "Presidente", visto che non è mai accaduto se non nei film. O si appartiene ad un potente clan e si dispone di un pacco di milioni di dollari o la presidenza è preclusa. In questo l'esperienza italiana dei Cinquestelle e della Lega rappresenta un'emblematica novità. Un gruppo di persone normali, spinte in alto dal consenso popolare, ha raggiunto le vette del potere concretizzando per la prima volta l'ideale democratico più autentico. Speriamo ora che i dirigenti di quei partiti vogliano farsi uguali secondo l'ideale cavalleresco.

E veniamo al "selvaggio buono", che è l'archetipo da sinistra, che determina la posizione verso l'immigrazione. Sulla base di tale presupposto tutti coloro che fuggono da guerra e persecuzioni o, più spesso, da condizioni di vita dure nei loro paesi sono bravi poveracci da accogliere a braccia aperte perché si deve essere società "aperta e globale" in quanto il mondo è di tutti.

Ma il mondo non è di tutti, si è organizzato, per determinazione della storia, in stati e nazioni. Persino la chiesa cattolica ha un suo stato. Ogni stato ha la responsabilità primaria di tutelare il suo popolo. Se e quando vi saranno gli Stati uniti del mondo allora il mondo sarà di tutti. Così come non tutti coloro che migrano sono bravi poveracci. Lo testimoniano la mafia nigeriana e quella senegalese che ormai allignano in molte città, i racket della prostituzione "nera" e dello spaccio, i "vu cumprà" che smerciano merci contraffatte o non a norma e cd piratati, i crescenti episodi di violenza, gli ultimi due qualche giorno fa a Napoli, nel suk di piazza Garibaldi.

Per non parlare del fondamentalismo islamico e del rischio di sostituzione etnica. Inoltre, nella pervicace determinazione del popolo dei barconi a voler forzare i confini di un altro stato, c'è qualcosa di inquietante, in particolare per i migranti economici. Quando gli italiani migravano, argomento che viene spesso tirato fuori per giustificare la nuova immigrazione, lo facevano nel rispetto delle leggi dei paesi disposti ad accoglierli, mai forzandone i confini, anche se erano la disperazione e la fame a farli partire. Profughi e perseguitati devono trovare accoglienza e sicurezza, la confusione che si fa tra migranti economici ed esuli, fa male a questi ultimi perché ne indebolisce lo status e le dovute protezioni.

Inoltre nella vicenda migranti vi sono non poche contraddizioni: si invocano le leggi del mare ed il diritto internazionale a proposito dell'obbligo di salvare vite umane raccogliendo a bordo del natante soccorritore i naufraghi. E su questo non ci piove. I problemi interpretativi nascono sul porto di sbarco, decisione che deve prendere il comandante della nave - che è territorio dello stato della bandiera di appartenenza della nave - e l'autorità del porto "sicuro" di possibile destinazione.

E di tutta evidenza che se una barca italiana fa naufragio dentro o in prossimità delle acque territoriali, chiunque sia il soccorritore, sbarcherà i naufraghi nel porto italiano più vicino sentite le autorità marittime. Analogamente se la barca fosse marocchina, tunisina o algerina. Non è il caso della Libia, anche se la bandiera presumibile delle carrette del mare che partono dalle sue coste, è proprio quella libica. Tuttavia se fosse un regolare peschereccio libico a fare naufragio varrebbe la regola generale e nessuno si sognerebbe di portare i superstiti in Italia o a Malta. Ma per gli aspiranti migranti vale l'eccezione.

La cosa che resta inspiegabile è perché il porto "sicuro" non sia mai in Africa. Se vale il diritto internazionale perché mai l'Algeria, il Marocco, la Tunisia e l'Egitto ne sono fuori? Possibile che il porto di Sfax, ad esempio, sia meno "sicuro" di quello de La Valletta? E l'Unione Africana, che nel suo statuto contempla la difesa dei diritti umani, perché non batte mai un colpo su questo tema? Eppure ha rapporti consolidati con l'Unione Europea, possibile che non vadano oltre il "business forum", eppure i morti in mare sono per la stragrande maggioranza africani, le vittime del traffico di uomini sono africani e gli stati di provenienza sono anch'essi africani. Possibile che l'Unione Africana - che è organizzazione internazionale riconosciuta con 55 stati aderenti - se ne lavi sempre e comunque, pilatescamente le mani se si tratta di difendere la dignità e la sicurezza dei cittadini africani?

E che pensare della doppia morale del governo spagnolo che, nello stesso giorno dell’arrivo a Valencia della nave Aquarius alla presenza di seicento giornalisti, schierava per quattro chilometri la Guardia Civil sul confine di Ceuta e allertava l’aviazione per fermare 250 migranti subsahariani, poi bloccati dalle forze marocchine che non hanno consentito a nessuno di scavalcare la doppia barriera alta sei metri?

Per finire una breve considerazione sulla società aperta. L'antica Roma fu il primo esempio di società aperta. Sotto le sue leggi convivevano in pace una moltitudine di popoli e razze. Leggi che garantivano una eccezionale tenuta delle maglie sociali. Quando queste maglie si indebolirono fu la fine di Roma. E l'Occidente, alla fine, ci sta andando vicino.

15/05/18

Amarcord

Era il 1968. Anche i giovani di destra furono presi dall'onda lunga del maggio francese. In molti seguirono le direttive del Msi che imponevano una ferma chiusura a qualunque apertura nei confronti del Movimento studentesco, monopolizzato dalla sinistra e dalla sua ala "maoista".

Altri, in particolare appartenenti al Fuan, tra cui chi scrive, convinti della necessità di aprire un dialogo ed un confronto col Movimento, decisero di assumere una posizione "eretica" rispetto alle rigide direttive del Partito. A tale scopo a Napoli nacque "Università Europea". In altre città sorsero iniziative analoghe.

“Università Europea”, pur essendo distinta e distante dal Movimento studentesco, il cui vangelo era il "Libretto rosso" di Mao, professava il recupero a destra dello spirito futurista: rottura con il passato, coraggio di osare, vitalismo. Ciò su solidi presupposti culturali. Per queste ragioni non temeva il confronto con il Movimento con il quale vi erano punti di affinità, in particolare su alcune ragioni del "contestare". Giuseppe Fruguglietti, Antonietta Romano, Romano Cavallo, Giuseppe Mandato, Marcello Cappitti, Nando Schettino, Eugenio Ciancimino, Massimo Scalfati ed altri furono i promotori dell'iniziativa, cui aderirono quasi tutti gli aderenti al Fuan e molti studenti della Giovane Italia. L'iniziativa fu guardata con sospetto, se non con avversione, dal Msi, allora "partito d'ordine", un'avversione ben maggiore vi fu a sinistra in quanto, per la vivacità culturale, l’iniziativa contraddiceva gli stereotipi della Sinistra contro una Destra dipinta come barbara e incolta. I media e gli ambienti culturali furono attenti al fenomeno.

Nel gennaio del 1969, a causa della morte di Jan Palach e contro la repressione sovietica, Università Europea occupa la Facoltà di Legge, il Movimento studentesco, per ripicca, occupa quella di Lettere, posta, nello stesso edificio, di fronte a quella di Legge. Grande consenso viene mostrato dagli studenti per le ragioni di Università Europea che, tra l'altro, comunica in maniera innovativa realizzando poster di denuncia contro le azioni liberticide dell'Urss. Ma una destra "modernista" e libertaria faceva paura. A fine gennaio, intorno alle 18, arrivarono i metalmeccanici della Cgil per dare manforte al Movimento studentesco per "liberare" la facoltà di Legge e fu dura battaglia. Con un carro-scala gli assalitori, in numero fortemente preponderante, cercarono di sfondare il cancello d'ingresso a Legge. Gli assaliti, non più di 15, si difesero come leoni: alle molotov degli assalitori risposero facendo detonare le bombolette Camping-gaz da mezzo chilo. Diffusasi la notizia dell'assalto, all'esterno si radunarono alcuni giovani di destra che effettuarono qualche carica di "alleggerimento" che impedì lo sfondamento del cancello.

Dopo circa un'ora di scontri furiosi intervenne la Polizia che consentì ai giovani assediati di Università Europea di uscire in sicurezza dalle finestre. L’idomani mattina, giusta nemesi, Dopo tale episodio si incrinarono i rapporti tra i promotori di Università Europea, quasi tutti dirigenti del Fuan a livello locale e nazionale, ed il Movimento Sociale Italiano. Solo la Cisnal, all'epoca guidata da Gianni Roberti e localmente da Domenico Manno, sostenne le ragioni di quanti volevano una Destra capace di guardare al futuro senza nostalgie. Ma i tempi non erano maturi...

16/04/18

La vita in piazza

L'imbonimento è arte assai antica. Da che mondo è mondo e da che storia è storia - per gran parte scritta da imbonitori vittoriosi - si è sempre cercato, da chi ne aveva interesse, di orientare, con metodi più o meno leciti, gli umori del popolo per il conseguimento più agevole dei propri fini.

La corruzione, l'interpretazione di parte di una presunta volontà superiore o divina, la calunnia, il dileggio, il tradimento, la propaganda, l'ipocrisia, le false notizie e le false verità, il sobillamento e l'incitazione all'odio, la minimizzazione delle proprie responsabilità e l'amplificazione di quelle altrui, la tendenziosità, il sistematico ri-velamento della verità, le false comunicazioni, l'adulazione e le promozioni strumentali, la rimozione della memoria costituiscono il perenne armamentario dell'imbonimento.

"Panem et circenses" erano il modo più rozzo per orientare la plebe di Roma, ma l'oratoria sofistica era lo strumento più sofisticato: "Ma Bruto è uomo d'onore...". Per non parlare dei metodi usati per alimentare la "fabbrica degli imperatori" nel basso impero.

Tuttavia la storia ci offre un limpido esempio dell'utilizzo coordinato di tutti gli strumenti sopraelencati: l'unità d'Italia.

Cavour ed i Savoia, con il beneplacito della Francia e della solita Inghilterra, beneplacito pagato con la cessione di Nizza e Savoia e con la guerra di Crimea, misero in piedi una strategia di annessione degli altri regni italiani, in particolare di quello delle Due Sicilie, fondata, più che sulla forza delle armi, sul sapiente utilizzo del tradimento, delle false verità e della propaganda, della corruzione, dell'incitazione all'odio, della falsificazione della verità, della corruzione e poi della cancellazione della memoria e dell’espianto della migliore cultura di impresa.

Tant'è che nel Senato Sabaudo preunitario un terzo dei senatori erano stati alti ranghi dei regni successivamente annessi, ossia traditori delle loro rispettive patrie, promossi - per convenienza - al rango di patrioti.

Altro che armi chimiche di Saddam, Novichock (che non è un cioccolato italiano) della May, "primavere arabe", "esportazione della democrazia" o Cambridge Analytica.

Comunque nessuno scandalo. E' la logica del potere che anima la politica (e molte azioni umane) a prescindere dai sistemi di governo. Come dimostra, fulgidamente, la recente evoluzione politica della Turchia, passata da un assetto cosiddetto democratico ad un regime dittatoriale di fatto. Ma anche la situazione siriana non è altro che un esercizio per la conservazione del potere e l’avvento dell’Isis è un tentativo per accaparrarselo.

Si è dimostrato stupore planetario per la recente vicenda Facebook - Cambridge Analytica. Come se il cosiddetto "marketing politico" non fosse da decenni una consolidata branca del marketing commerciale. Come se fosse una novità la comunicazione personalizzata resa possibile dalle attuali tecnologie.

Prima si definiva il target, ossia il pubblico in obiettivo, e si valutava quale mix di mass-media offriva la sua migliore copertura (a volte passando anche per la comunicazione subliminale).

Oggi si tara direttamente il messaggio sul singolo destinatario finale e non c'è privacy che tenga nel villaggio globale perché l'esposizione è altrettanto globale: la videosorveglianza ci controlla h24, gli apparati mobili emettono costantemente tracce del nostro dna digitale ben più copiose di quelle organiche, per non parlare di Echelon e degli apparati spia.

E' il sacrificio da offrire sull'altare della civiltà tecnologica e globalizzata con pochi ideali e scarsi valori.

Sta alla maturità dei singoli, alla loro consapevolezza abboccare o meno, farsi condizionare o suggestionare o meno, essere guardinghi.

E chi è davvero maturo e consapevole, sia esso individuo o popolo (nella sua media), non sarà mai preda di alcuna strumentalizzazione, sarà in grado di interpretare autonomamente la realtà e di scegliere “libera-mente”, mai il suo voto sarà condizionabile, mai la sua libertà conculcabile, se davvero si crede nella democrazia senza voler ergersi a educatori del popolo.

15/03/18

Intendersi sulle regole

Si è consumato ancora una volta il rito del voto e, nonostante una legge elettorale varata con "logiche di Palazzo" apposta per far danno ai Cinquestelle e favorire le "larghe intese", dalle Alpi al Lilibeo gli italiani hanno scelto il cambiamento. Questo il senso del voto per la Lega, in particolare nel centro-nord e per i Cinquestelle nel centro-sud.

Il popolo si è detto coralmente e finalmente stufo della vecchia e logora politica, stufo delle ingiustizie, di un sistema sempre più costoso e sempre meno efficiente, stufo dell'arroganza di una "Casta" sempre più squalificata, stufo delle logiche "gramsciane" di conquista di ogni "casamatta" del potere da parte di politici avidi e senza più ideali, stufo dei privilegi indebiti, del trasformismo, dei collegi "blindati" per meriti "bancari", dei falsi "bonus", della spudoratezza, stufo di una sinistra spocchiosa e "razzista", in quanto fautrice del mito di una fantomatica élite a cui apparterrebbero tutti quelli che si dichiarano di sinistra, stufo della indebita intermediazione della politica tra diritto del cittadino e risposta delle istituzioni, stufo dei "Palazzi" e dell'avidità del potere. Ed anche stufo di istituzioni sprecone e inefficienti quando non inutili, di una miriade di leggi e regolamenti asfissianti e liberticidi, di una giustizia elefantiaca e lenta, di treni che si fermano al primo spruzzo di neve o che deragliano per cattiva manutenzione dei binari, di frontiere colabrodo, di disparità e ingiustizie e della struggente sofferenza dell'essere abbandonati a sé stessi da uno Stato pronto ad esigere, spesso anche con brutalità, e sordo ed assente di fronte al disagio.

Il popolo, in una democrazia di massa, può al massimo esprimersi periodicamente col voto. E questa volta il popolo italiano lo ha fatto in maniera inequivoca invocando il cambiamento. Ora è necessario dar corso al mandato ricevuto da parte di quelle forze cui il mandato è stato conferito.

Tali forze: Lega e Cinquestelle dovrebbero ora comprendere che, ferma restando la libertà di competere, devono assolutamente collaborare per cambiare le regole del gioco avendo i numeri per farlo.

Devono avere la voglia ed il coraggio di depurare il sistema, di semplificarlo, di umanizzarlo, di sburocratizzarlo, di efficientarlo aprendo una stagione nuova di riforme efficaci, bello sarebbe se mettessero mano ad una nuova Assemblea costituente per fare punto e a capo.

Per fare la Terza Repubblica, posto che sia mai morta la Prima, occorre metter mano alla Costituzione che nel bene e nel male è lo strumento che ha determinato e determina lo stato asfittico della Repubblica.

Due soli esempi: quale federalismo virtuoso si potrà mai compiere con l'attuale assetto delle regioni? Quale passo avanti in direzione della democrazia diretta si potrà mai fare senza referendum propositivi?

Si tratta di un terreno di collaborazione sterminato ben più importante delle transitorie logiche di governo e di bottega.

Salvini e Di Maio, Centrodestra, Cinquestelle e volenterosi dovrebbero stringere un "patto per le regole e le riforme" che è il solo modo per realizzare davvero il cambiamento che gli italiani aspettano. Poi vinca il migliore.

Gli italiani certo non moriranno se dovranno attendere ancora un anno per la flat tax o il reddito di cittadinanza, né si dorranno più di tanto per avere un governo di "ordinaria amministrazione" per qualche tempo, se nel frattempo i leader e le migliori intelligenze di cui essi dispongono saranno impegnati a collaborare nel cambiare alla radice il sistema Italia.

Ma ci vuole coraggio e senso dello stato, li avrà Di Maio?
16/02/18

Libero arbitrio

Nella dinamica tra i poteri italiani la politica, - o meglio i poteri da questa incarnati - nell'ultimo quarto di secolo, è risultata perdente nei confronti del potere giudiziario.

Perdente per la scarsa qualità della classe politica e per la sua cattiva coscienza ed anche per la sua incapacità di legiferare in maniera chiara e, quindi, in grado di concedere scarsi margini all'arbitraria interpretazione dei singoli magistrati. Un'arbitraria interpretazione che tende sempre più a farsi legge.

Due esempi tratti dalla cronaca degli ultimi tempi: un omicida rumeno viene scarcerato dopo soli quattro anni di detenzione, Marcello dell'Utri, condannato a sette anni per un reato davvero dubbio, nato non dal codice ma dall'arbitrio interpretativo dei giudici: il concorso esterno all'associazione mafiosa, cui viene negata la possibilità di curarsi nonostante un tumore maligno, una cardiopatia, un diabete, ben 76 anni di età e nonostante abbia scontato quasi interamente la sua pena.

Ma di esempi se ne potrebbero fare tanti altri, a partire dai tantissimi processi il cui esito viene ribaltato integralmente nei tre gradi di giudizio. Da ultima l'eclatante assoluzione piena e completa di Guido Bertolaso dopo otto anni di calvario giudiziario e mediatico. Ma anche a questo i cittadini si sono, colpevolmente, assuefatti.

Eppure più ampi si fanno i margini alla libera interpretazione delle leggi da parte dei magistrati, meno la legge è uguale per tutti.

Tant'è che per alcuni colpevoli di omicidio il fine pena è mai, per altri bastano pochi anni di carcere. Emblematica l'asimmetria di trattamento riservata agli stragisti degli anni di piombo: alcuni se la sono cavata a buon mercato ed oggi sono professionisti affermati, per altri - a parità di colpe giudiziarie - la libertà è ancora un miraggio.

E di “asimmetrie” se ne potrebbero citare tante a partire dalla mancata separazione delle carriere che pone su piani differenti i pubblici accusatori ed i privati difensori. Una separazione tante volte promessa da più parti e mai realizzata proprio per la intrinseca debolezza della politica.

Per non parlare delle evidenti falle del sistema giudiziario, della assurda durata dei processi, dell’eccessivo ricorso alla carcerazione preventiva, dell’arbitrio assoluto cui sono esposti i detenuti in carceri insufficienti e largamente fatiscenti tanto che da più parti ci si riferisce alla “tortura” connessa, spesso, al trattamento detentivo in barba ai diritti umani ed alle reiterate rampogne dell’Unione Europea e della sua Corte di Giustizia

Sempre in tema di “asimmetrie” tra poteri: per un giudice è facile passare al potere legislativo grazie ai diritti di cittadinanza, tant’è che sempre più numerosi sono e sono stati i magistrati divenuti parlamentari per poi, quasi sempre, rientrare nel loro ordine di appartenenza, la stessa cosa non è possibile per un parlamentare a causa delle alte mura poste a protezione dell’Ordine giudiziario. Eppure in altre democrazie avanzate i giudici li eleggono i cittadini.

Non resta che sperare. Sperare che la politica sappia e voglia riprendere a fare buone leggi, chiare e ben scritte, dettagliate fino a delimitare con pignoleria i margini di interpretazione. Sperare che si proceda ad una revisione profonda della legislazione vigente. Solo così si potrà ristabilire un giusto equilibrio tra poteri e fare in modo che la legge sia il più possibile e per davvero uguale per tutti.

I nuovi eletti ne saranno capaci? Questo dovrebbe essere il tratto principale del mandato di rappresentanza tra cittadini ed eletti. Purtroppo, invece, un giustizialismo ottuso si fa strada in Italia.

15/12/17

Mos Maiorum

C'è ancora gente, ci sono ancora popoli e razze, uomini soltanto forse, in questa decomposta Europa, capaci di sentire con orgoglio, con fierezza, con dignità, con titanico stoicismo l'impegno assunto di fronte alla Tradizione. (Vittorio Beonio Brocchieri)

 

Non importa se siamo diventati uomini per lunga evoluzione dalle scimmie, per creazione divina o per cosmica panspermia. L'importante è rilevare ciò che ci connota come uomini, ciò che ci rende diversi ed unici. Il grado di intelligenza, la creatività, l'egoismo e l'avidità, la curiosità, la voglia di esplorare e conoscere, la volontà di potenza e di dominio, sono solo alcuni degli aspetti ed alcuni di questi sono, in parte, condivisi da altre creature viventi. Primati, cani e polpi sono certamente intelligenti, castori, molte specie di uccelli ed alcune creature marine hanno una certa creatività, alcune specie sono avide ed egoiste, altre curiose e avventurose, quasi tutti i soggetti alfa denotano una certa volontà di potenza e di dominio, quanto meno sugli altri membri del branco e sul territorio.

La memoria stratificata nella storia, l'etica ed i valori, la consapevolezza e l'autoderminazione fanno la differenza profonda, consentono il salto dall'omologazione di specie alla specificità dell'individuo. Un animale ha memoria "storica" solo nel suo dna che distilla gli istinti e la capacità di adattamento, l"etica" ed i valori si limitano alle regole della specie e del branco o a quelle imposte da un addestratore, ogni creatura ha una sua forma di "carattere" ma i suoi comportamenti sono omologati a quelli della specie cui appartiene con minimi margini d'autonomia.

Solo l'uomo avverte l'ineludibile esigenza di ricordare per tramandare, di specificarsi per migliorarsi e farsi libero, di giudicarsi alla luce di un suo proprio codice etico fondato su valori.

Tutto questo è in estrema sintesi la "tradizione" senza la quale non c'è l'uomo, ma solo persone smarrite.

Traditio significa consegna, tradizione è consegnare, tramandare. Ma cosa va tramandato? Le opere, le conquiste, le gesta, il valore, individuali o collettivi che siano, i principi, i fondamenti comportamentali e morali che li hanno resi possibili. In altre parole la kultur nell'accezione di anima e motore della civiltà.

La civiltà di Roma, ad esempio, si fondava sui seguenti capisaldi culturali e valoriali:

fides, fiducia, fede, convinzione, onestà, lealtà, probità, fedeltà, parola data, garanzia pubblica, aiuto, appoggio, onorabilità, attendibilità, credibilità, stima;

pietas, religiosità, amicizia, dedizione, fedeltà, amor patrio, rettitudine, clemenza, indulgenza;

majestas, grandezza, dignità, autorità, rispettabilità, eccellenza, splendore;

virtus, bravura, valore, forza, coraggio, perfezione morale, onestà;

gravitas, serietà, austerità, fermezza, perseveranza;

dignitas, merito, prestigio, credito, considerazione, decoro, dignità;

autoctoritas, autorevolezza, forza, comando, esempio, modello;

gloria, fama, buon nome, ambizione;

urbanitas, cortesia, gentilezza garbo, eleganza, finezza, arguzia;

humanitas, dignità, amabilità, clemenza, cultura, educazione, gusto, civiltà;

clementia, indulgenza, bontà;

pax et concordia, pace, quiete, tranquillità, concordia, armonia;

amicitia, amicizia, alleanza;

otium, calma, tranquillità, quiete, vita privata;

simplicitas, sobrietà, frugalità, semplicità;

ambitiosa morte, morte esemplare;

abstinentia, ritegno, temperanza, integrità;

aequitas, equilibrio, serenità, discrezione, imparzialità, disinteresse;

benignitas, generosità, bontà, cortesia, liberalità;

consilium, senno, prudenza, perspicacia, intelligenza;

constantia, costanza, fermezza, tenacia, regolarità;

cultus, devozione, cultura, modo di vivere;

disciplina, regola di vita, educazione, conoscenza, scienza, disciplina;

exemplum, comportamento esemplare, saggio, modello;

honor, onore, sacrificio, grazia, rispetto, premio;

industria, operosità, industriosità;

libertas, indipendenza di carattere, spirito di libertà, condizione di uomo libero;

magnitudo animi, nobiltà d'animo;

nobilitas, fierezza, dignità, nobiltà d'animo, grande merito;

pudor, pudore, riserbo, modestia, senso dell'onore;

religio, sacro dovere, rito, fede, devozione, rispetto, coscienziosità.

Si tratta di un humus valoriale desiderabile e valido anche al giorno d'oggi e ciò è sufficiente anche a far comprendere quanto sia falsa l'antinomia modernità - tradizione. Tuttavia una loro generica condivisibilità non è sufficiente. Occorrerebbe, per essere civiltà, che fossero valori collettivi permeanti l'intera società. In una visione equilibrata ed armonica la realtà è come l'albero sacro: le radici profondamente infisse nella madre terra secernono il nutrimento che si farà tronco robusto e rami svettanti, verdi foglie e frutti, le foglie prenderanno l'energia del sole e la sua luce per farne linfa vitale. Tradizione e modernità sono un tutt'uno, come nell'albero sacro, se i valori sono quelli giusti, condivisi e trasmessi, e quelli giusti vengono da lontano, sono il "mos majorum" che produce civiltà.

20/11/17

Autonomia e coesione sociale

C'é qualche contraddizione tra le accezioni del termine "autonomia" in politica, in diritto e nella teoria dei sistemi. Nella prima si intende la facoltà concessa da un organo superiore ad uno inferiore di avere funzioni proprie per specifiche esigenze, é il caso dei recenti referendum di Lombardia e Veneto. Nella seconda è la possibilità per un organo di svolgere funzioni e/o incarichi senza ingerenze o condizionamenti, é il caso delle regioni a statuto speciale, come la Sicilia. Per la terza ci si riferisce alle proprietà di un sistema di determinare da sé le interazioni che lo definiscono, è il caso del tentativo indipendentista catalano. Tali contraddizioni si riflettono puntualmente nella realtà.

Per le persone l'autonomia sottende il concetto di crescere per differenziarsi al fine dispiegare la propria specifica individualità nei limiti di una necessaria socialità, anche se, in alcuni casi patologici alcuni pensano di poteri realizzare nell'autarchia.

Gli individui si aggregano in nuclei familiari, in cerchie, in comunità, in popoli e nazioni e le dinamiche, in ciascun aggregato, si fondano essenzialmente sulla dialettica binomiale tra collaborazione ed autonomia.

Ciascun aggregato, difatti, punta ad ottenere il massimo grado autonomia che, quasi sempre, è frutto del più alto grado di coesione sociale. Ma quest'ultimo tende, generalmente, ad affievolirsi in proporzione diretta all'ampiezza dell'aggregato: la coesione della Polis greca era incomparabilmente più forte di quella che esiste oggi in una grande metropoli.

E' di tutta evidenza che l'autonomia implica la capacità di decidere positivamente, ossia in modo tale gli effetti della decisione comportino, o possano comportare, un vantaggio individuale e/o collettivo.

Coloro che esercitano la funzione di governo di un qualunque aggregato sociale, nei limiti della particolare autonomia connessa alla specifica funzione esercitata, dovrebbero essere dotati della più alta capacità decisionale, con particolare orientamento al vantaggio collettivo o sociale, in buona parte corrispondente all'ideale modello del "buon padre di famiglia".

Quindi comunità e grado di coesione sociale, autonomia e capacità decisionale sono intimamente e circolarmente connessi.

Una comunità è tanto più coesa quanto più alto è il grado di coesione sociale (o quanto più alto è il suo capitale sociale che è determinato dai flussi fiduciari, per dirla con Fukujama), più alta è la coesione più ampia sarà l'autonomia esercitabile che dipenderà, come il grado di coesione, dalla capacità decisionale di chi esercita la leadership.

Sulla base di tale criterio occorrerebbe rimeditare i concetti di partito e di rappresentanza, altro che "tweet", blog e "primarie".

Non a caso uno dei sistemi sociali più complessi ed efficienti oggi esistenti, quello cinese, funziona secondo i criteri sopradescritti e che, a ben guardare, sono strettamente meritocratici.

Difatti in Cina il partito comunista seleziona le sue classi dirigenti in base alla loro capacità decisionale ed al grado di coesione sociale che le decisioni determinano. E questo vale sempre, sia per coloro che guidano una cellula del partito, sia per quanti, facendosi strada, ascendono alla guida di aggregati, via via, più ampi e complessi come le città, le province, le articolazioni dello stato. Certo con un solo partito è più facile, ma non è il pluralismo ad essere in discussione, solo il criterio di merito adottato.

Da noi vale, invece, il criterio di demerito.

Ad oltre un anno dal terremoto che ha colpito l'Italia centrale è stato consegnato solo il 27% degli alloggi provvisori previsti, non è stata varata alcuna misura legislativa in deroga temporanea e quindi non si tocca pietra e neanche maceria per ragioni burocratiche, gli abitanti che "resistono" sono costretti ad enormi disagi e vengono offesi nella loro dignità con l'aggravante che viene chiesto loro di pagare anche le tasse (per servizi non ricevuti, sic!) contraendo un mutuo con qualche banca convenzionata allo scopo. E quei territori, privi anche di un De Mita e di una Nusco, rischiano la desertificazione.

E' solo un triste esempio di quello che mai andrebbe fatto, di come la coesione sociale non interessi a nessuno dei cosiddetti leader che ascendono solo “per fedeltà”, giustamente di recente condannati, sia pure simbolicamente, dal Tribunale della Libertà "Marco Pannella".

D'altro canto neanche in casa sua, l'ex Presidente del Consiglio e Segretario del PD, è particolarmente attento alla "coesione sociale".

In Cina non potrebbe accadere...

15/10/17

Dove va il tempo che passa?

Si insinua nelle cose viventi come nella materia e le pervade per consumarle, per invecchiarle, per spegnerle. Esso si nutre di energia senza mai riposare e spegne le stelle come le vite e non potendo crescere, ma solo distorcersi, alimenta lo spazio freddo e vuoto tendendo al nulla.

Che sia il tempo la materia oscura? Quando tutte le galassie e le stelle saranno spente - ed è solo questione di tempo - sarà solo l'oscurità in uno spazio senza più senso come la morte.

Il tempo è la morte che avanza, che accompagna ogni cosa al suo nascere: cenere alla cenere, polvere alla polvere. E' Crono che divora i suoi figli o è il Chronos orfico?

Eppure esso è il presupposto della vita, della germinazione, del crescere, della maturazione, dell'accumulo di esperienze, dell'evolvere del tutto, forse per questo Francesco d'Assisi lo chiamava "sora nostra Morte", perché tempo e morte sono quasi sinonimi: la morte che avanza e quella che si compie.

Per la scienza, che sia l'elettrodinamica, la relatività o la quantistica, il verso del tempo è indifferente, ma i suoi effetti sono sempre "chao ab ordo", ossia entropia, e non viceversa. Anche se qualcuno sostiene che se fosse la gravità la causa dell'espansione vi sarebbero due futuri possibili.

Tuttavia per l'umana esperienza la vita è paragonabile ad una bobina di tempo trascinata dal destino e la velocità angolare della bobina si fa più alta man mano che questa raggiunge la fine.

E', difatti, esperienza comune delle persone mature, come degli anziani, che il tempo diventi sempre più veloce col passare degli anni. Da ragazzi un pomeriggio era spesso interminabile, ci si poteva giocare, studiare e annoiarsi. Da adulti lo stesso pomeriggio è solo un attimo fugace.

Certo sono solo individuali percezioni, come tali relative, ma cosa non è relativo nello spaziotempo? Potremmo davvero vivere in uno degli infiniti "universi e mondi" che, a getto continuo, vanno ad accrescere la massa di un inconoscibile "multiverso". Due soli concetti hanno sconfitto il tempo: il “motore immobile” di Aristotele ed il buco nero.

Eppure il tempo è la sola cosa che ci appartiene che tutti cercano, con crescente insistenza, di portarci via. Quasi tutto nella nostra civiltà punta alla nostra attenzione, ossia al nostro tempo.

Libri, giornali, televisione, radio, cinema, Internet, pubblicità, la cosiddetta industria del tempo libero, ma anche le relazioni, la religione, la socialità, l'impegno civile presuppongono dedizione e tempo. L'accerchiamento è tanto serrato che il tempo per noi stessi, per produrre idee, pensieri, sogni e auto-consapevolezza, si riduce sempre di più.

16/09/17

L’aria che tira

Fanatici che uccidono, che falciano donne e bambini con solo l'odio per movente, il "coreografico" dittatore di uno stato più povero dell'Etiopia, con un Pil pro-capite di poco più di 500 dollari l'anno, che coltiva l'hobby dei missili e delle bombe atomiche, uragani vendicativi che puniscono selvaggiamente il blando impegno americano sul clima, Caraibi devastati lasciati in preda agli "sciacalli", bombe d'acqua che mietono vittime e fermano città attonite, terremoti che devastano, preti pedofili e orfanotrofi con fosse comuni legati dal comune "amore" per l'infanzia, ong in combutta con i trafficanti di uomini, zanzare assassine che amano viaggiare in valigia, Carabinieri gonzi in cerca di avventura e irrefrenabilmente "arrapati", violentatori seriali che colpiscono senza ritegno, donne massacrate per "amore" o per "interesse", un calciatore pagato 270 milioni di dollari, un giocatore di baseball 325 e un pilota di F1 "solo" 153.

La Spagna che rischia di disgregarsi in seno ad un'Europa che, politicamente, non c'è, ma se ci fosse Catalani, Baschi, Valloni, Fiamminghi, Scozzesi e Irlandesi del Nord, Napoletani, Veneti e Lombardi non avrebbero più desideri secessionisti e "referendari" in barba alle Costituzioni.

Un'Italia che va sempre più in malora per mancanza di politica lungimirante e di governanti affidabili. Un'Italia dove il "teatrino della politica", con sempre meno spettatori interessati, vede calcare le scene da parte degli "attori consumati" di sempre in un gioco delle parti ormai stucchevole, dove un Parlamento illegittimo non vuole fare una legge elettorale ma si preoccupa di conculcare ancor più la liberta di pensiero e di espressione dei cittadini con la ridicola legge Fiano o progettando di mettere fuori legge Forza Nuova.

Gli attori di sempre che, a destra come a sinistra, ordiscono trame pur di tenere il palcoscenico. Il Cavaliere trama contro Salvini, Bersani e D'Alema contro Renzi, Renzi contro tutti ed in particolare contro i 5 Stelle con l'arma di una demenziale legge elettorale, Di Battista contro Di Maio, alcuni giudici tramano contro la Lega, a detta del suo leader: a scoppio troppo ritardato il sequestro dei fondi e, guarda caso, sotto elezioni, altri contro i "grillini" siculi, persino gli ex colonnelli della defunta An si sono dati da fare per mettere le mani sulla omonima fondazione.

E poi c'è il ridicolo: la Brambilla che schiera gli animali da compagnia nel centro-destra, la Lega che sottolinea il suo acquisito "respiro nazionale" con due referendum "autonomisti" per Veneto e Lombardia, Fiano con la sua legge per punire pensieri, gesti e gadget "sospetti" e Di Maio che - per dirla con Prevert - è andato dal sarto marmista per farsi prendere le misure per la posterità.

E’ proprio "mal'aria" quella che si respira e non c'é uragano alla vista che la spazzi via.

15/07/17

La comunità innaturale

Mi piace sentirmi cittadino dell'Occidente ed in particolare di sentirmi ed essere Europeo.

E' bello sentirsi quasi a casa a Parigi come a Madrid, a San Pietroburgo come a Lisbona, ad Amsterdam come a Bruxelles, a Praga come a Vienna, a Dublino come ad Atene, a Fiume come a

Tirana. Nonostante le differenze di lingua, dei modi di cucinare, degli stili di vita, spesso del modo di abbigliarsi, di acconciarsi e di relazionarsi, sento dentro di me il legame profondo delle radici comuni, della storia condivisa, delle Tradizioni. E' il minimo comun denominatore dell'identità, stigma di una comune civiltà.

E mi piace essere riconosciuto come italiano, per le stesse sottili differenze, non solo somatiche, per cui noi italiani riconosciamo uno svedese, un irlandese, un russo.

Anche se, qualche rara volta, ti capita di essere additato come italiano. Ma un po' di pregiudizio alberga in tutti noi, quindi non vale la pena di farsi il sangue amaro. Qualche "parente serpente" c'è in ogni grande famiglia. Come dimostra la storia delle grandi casate che hanno regnato in Europa, tutti imparentati tra loro, ma pronti a scannarsi per un nonnulla.

Io un po’ di pregiudizio lo nutro verso gli inglesi, in ragione di certa loro avida spocchia "imperialista" (Irlanda del Nord e Malvine docent) e ringrazio Odino, Thor e pure Giove, per avermi evitato di ritrovarmi con un genero inglese doc. Uno che, pur di primeggiare, barava pure a bocce.

Tuttavia si tratta di blandi pregiudizi, pronti a sciogliersi come neve al sole guardando "Excalibur" di Boorman o leggendo Shakespeare, Keats, Wilde, Elliot, Kipling, Yeats, Dickens, Melville, Conan Doyle, Conrad, Twain, Byron o Tolkien. Opere e personaggi che riportano allo stigma comune, all'Europa e all'Occidente, alla fierezza di sentirsi parte di una comune civiltà. In questo sentimento risiede il germe primigenio dell'appartenenza e quindi della patria e della nazione (dal latino natio, nascita).

Si tratta di un sentimento alto e purissimo nel quale si congiungono per sintesi storia, cultura, tradizioni, usanze, costumi, senso del bello, valori, visione della vita e del mondo.

Un sentimento la cui natura sfuggiva a Marx per il quale la nazione era nient'altro che un progetto di classe funzionale al capitalismo, destinato ad essere archiviato con la fine dello stesso. Un semplice fatto contingente. E questo spiega la tetragonia delle Sinistre sull'argomento.

La nazione è null'altro che la propria comunità naturale. Naturale non solo per retaggio ma per comune ambito e contesto civile e culturale oltre che per destini condivisi.

Una comunità naturale, nel tempo, può allargarsi o restringersi per accadimenti storici o politici, può evolvere o involvere, può darsi istituzioni e leggi comuni, può avere o meno un territorio sul quale radicarsi e svilupparsi, ma mantiene inalterate la sua principale caratteristica di "matrice di affinità".

Gli Ebrei, ad esempio, sono stati per secoli senza territorio e istituzioni, ma sono sempre stati la specifica comunità naturale per ogni Ebreo sparso sul pianeta.

L'idea di Italia ha rappresentato l'ideale di comunità naturale per tutti gli italiani, sin dai tempi di Dante, pur essendo la penisola divisa in tante entità politiche differenti, frequentemente in guerra tra loro. Per questa profonda ragione il progetto di unificazione per annessione dei Savoia ebbe tanto facile successo e tante nefaste conseguenze (anche qui lo zampino degli inglesi, ma anche della Francia).

A volte, purtroppo, le comunità naturali diventano innaturali. Lo si capisce recandosi nelle banlieue parigine dove si è persa traccia dell'Europa e della Francia stessa, intorno ad Alicante dove i cartelli autostradali sono in arabo, in alcuni quartieri di Bruxelles e di Londra, in tante città tedesche "ottomanizzate", nei tanti quartieri cinesi, nigeriani, senegalesi, ognuno retto dalle leggi delle loro particolari mafie.

In questi posti il senso di affinità, la voglia di appartenenza, la fierezza civile vengono meno, si spengono irrimediabilmente. Subentra un senso di smarrimento, di estraniante estraneità e allora ti chiedi: "dove stiamo andando?". E ti prefiguri gli scenari futuri e vedi il "Tramontodell'Occidente", l'"Età del meticciato" e la fine dei tempi.

15/06/17 Per un'ecologia della mente
"Desidero esprimere la mia convinzione che certi fatti come la simmetria bilaterale di un animale, la disposizione strutturata delle foglie in una pianta. l'amplificazione progressiva della corsa agli armamenti, le pratiche del corteggiamento, la natura del gioco, la grammatica di una frase, il mistero dell'evoluzione biologica, e la crisi in cui oggi si trovano i rapporti tra l'uomo e l'ambiente, possano essere compresi solo in termini di un'ecologia delle idee così come io la propongo"
( da: Verso un'ecologia della Mente).

Gregory Bateson (1904 - 1980), uno degli ultimi scienziati "enciclopedici" è stato il primo ad occuparsi di ecologia della mente precisando che "si tratta di una scienza che ancora non esiste e lo stato di salute del pianeta lo dimostra".
Maturare la consapevolezza di essere una rete in relazione con altre reti, questo è il presupposto dell'ecologia della mente.
Quanto ci accade è paragonabile a un mandala: fragile, interdipendente, interagente, in precario equilibrio. Analogamente le idee, che vivono e muoiono se non si integrano.
Per Bateson è come se vivessimo in tre mondi: quello fisico regolato dall'interazione tra le forze, quello vivente o dell'evoluzione, regolato dai fatti che sono idee, quello interno fatto di pensiero e apprendimento.
Si tratta di sistemi, tutti complessi dove lo scambio di informazioni è circolare e dove i feedback possono essere positivi (amplificatori di reazione) o negativi (attenuatori di reazione).
Per rendere più chiaro il concetto Bateson ricorre all'esempio del cavallo di cui si sa quasi tutto sul piano della sua evoluzione biologica, eppure ciò che si è davvero evoluto è la relazione erba - cavallo: denti per masticare, zoccoli per compattare ad evitare la fioritura e quindi la morte dell'erba, escrementi per concimare.
E' come se vi fossero due distinte danze interconnesse: una interna, fatta di apprendimento e quindi di idee ed una esterna. L'importante è che seguano lo stesso ritmo, che siano in relazione armonica.
Tuttavia l'estinzione è spesso figlia di un dilemma contraddittorio che determina l'impossibilità di adattamento. Dilemmi che generano errori e contraddizioni presenti in ogni sistema vivente, in particolare quando nella comunicazione messaggio e meta-messaggio sono contraddittori (un ti amo in tono sarcastico ad esempio).
Tali errori generano patologie, l'inquinamento è una di tali patologie.
I comportamenti virtuosi spesso nascono dal non rispetto delle regole formali, come nella creatività o nel gioco.
L'apprendimento avviene in virtù delle differenze, abbiamo a che fare con i rapporti e le relazioni che sono come un ponte tra la materia e noi, piccole parti incastonate imperfettamente nel grande sistema dell'evoluzione.
Come migliorare la relazione? Non certo pensando, con superbia, di immaginare i sistemi cognitivi del vivente diverso da noi ma attenuando la nostra modalità digitale di approccio ai problemi sviluppando e maturando un'empatia estetica che ci faccia comprendere la bellezza, differente e diversa, dell'altro. E questa comprensione genera consapevolezza, rispetto e autoregolazione.
15/06/17 Moltiplicarsi a morte
Se la crescita della popolazione mondiale rispetterà le stime degli scienziati, il suo numero salirà a circa 10 miliardi fra trent'anni. La popolazione attuale, quasi 7,5 miliardi, per sostenere il solo consumo di carne ammazza ogni anno 70 miliardi di animali da allevamento. Tale numero dovrebbe sfiorare i 100 miliardi nel 2050. Per non parlare dei pesci, delle verdure, degli altri generi alimentari e, da ultimo, degli insetti che da qualche tempo le industrie stanno cercando di propinare agli umani quale fonte alternativa di proteine.
Per altre vie, la ricerca e la tecnologia stanno rendendo disponibili concentrati proteici, derivati dalla coltura delle cellule muscolari e cibi stampati in 3D, come quelli per gli astronauti. Negli Usa si è, da poco, aperto il primo ristorante che fornisce pasti esclusivamente prodotti con tale tecnologia.
Da questi scarni ma significativi dati, che non contemplano il consumo crescente di risorse naturali, si comprende come sia l'uomo a non essere più sostenibile dal pianeta Terra. A maggior ragione in assenza di guerre di sterminio, come in passato, in presenza di un significativo aumento della vita media e di costanti progressi nelle tecnologie biomediche.
E poco incisiva appare l'opera dello schopenhauriano "genio della specie" nel produrre catastrofi naturali o nuovi ceppi virali.
L'aumento a dismisura della popolazione ha anche effetti etici, in quanto maggiore è il brulichio di vita più questa perde valore, in barba a religioni e morale. e questo, in parte, spiega la crescente efferatezza e barbarie del malaffare e di certi finanzieri e capitalisti senza scrupoli.
Per non parlare del dissennato consumo di suolo, della deforestazione, dei cambi climatici, della desertificazione, della perdita di biodiversità, dell'inquinamento crescente di terra e mari, della diminuzione costante della qualità dell'aria e delle acque.
In questo "cupio dissolvi" collettivo e globale a poco servirebbe il conseguimento di obiettivi dichiarati come la panacea contro ogni male: energia pulita e rinnovabile, sia essa proveniente dal sole o dalla fusione nucleare, la dissalazione della acque marine per contrastare la desertificazione, l'incremento massiccio del verde per migliorare gli equilibri atmosferici e climatici, nuove tecnologie alimentari o, addirittura, la colonizzazione dello spazio.
Servirebbe a poco perché il nodo del problema resterebbe: la sovrappopolazione e, quindi, il consumo di risorse pro-capite nell'arco di vita di ciascun abitante - consumatore del pianeta.
Ovviamente c'è chi, tra i produttori, trae passeggeri vantaggi dal costante incremento della popolazione che non viene calmierato in alcun modo, in base alla leggendaria e fideistica certezza dello sviluppo indefinito e, quindi, di consumi sempre crescenti. Ed è davvero paradossale che il solo Paese che abbia provato a contenere le nascite sia stata, sia pure un tempo e prima di aver intrapreso la strada di un neocolonialismo strisciante, la Cina comunista.
Nonostante i probabili scenari catastrofici c'è ancora chi si ostina a sostenere fervidamente il "crescete e moltiplicatevi", senza mai porsi il problema della "misura colma", tanto c'è la provvidenza o la salvifica tecnologia.
Eppure la scienza, almeno parte di essa, da tempo lancia allarmi, per lo più inascoltati. Fame ed ecologia, come sempre, fanno a cazzotti. E la migliore coscienza "verde" si scioglie di fronte ad una sugosa bistecca ed al desiderio incontenibile di possedere per consumare.
Gli argini, i baluardi, i confini, le identità, cadono ad uno ad uno, come pere mature il cui albero e sbatacchiato a morte dal multiculturalismo, dal melting pot, dall'accoglienza ad ogni costo, dal vile spirito di carità che nasconde la paura e l'inettitudine a fronteggiare le migrazioni di massa, che sono molto simili a quella delle bibliche cavallette.
Non importa se dietro i facili slogan mammisti: "non possiamo lasciar morire la gente in mare", si profilano conseguenze e costi catastrofici per le comunità costrette ad accogliere. Non importa se si alimentano loschi traffici di nuovi schiavi e false speranze, non importa se si condanna l'identità, la tanto decantata a parole diversità. Quel che conta per i loschi manovratori è che tutti, ma proprio tutti, diventino gradualmente consumatori standard.
Solo così, secondo loro, il mito dello sviluppo indefinito potrà trovare conferma.
Ma è vero il contrario, il genere umano se vuole salvarsi e sopravvivere, deve imparare consapevolmente a decrescere, felicemente o infelicemente che sia. Deve imparare a trovare un punto di equilibrio che possa preservare in uno la specie umana e la salute del pianeta Terra.
15/05/17 Lezioni americane
I puritani fondarono la Boston Latin School nel 1635, la prima scuola pubblica nelle 13 colonie e la più antica scuola esistente negli Stati Uniti originari.
Per 382 anni, gli insegnanti della scuola pubblica in America - e anche di più per gli insegnanti delle scuole private - hanno incoraggiato gli studenti di inventare il proprio futuro.
Originariamente creata per insegnare il latino, la letteratura classica e la religione, l'odierna Boston Latin School offre ai suoi allievi medi corsi sulle più avanzate ricerche scientifiche, di divulgazione e di approfondimento in campo scientifico.
Nei suoi sforzi per ispirare e preparare la prossima generazione di pionieri della scienza, la scuola è un fattore cardine per gli insegnanti e gli accademici di tutti gli Stati Uniti.
Ogni anno, durante la prima settimana di maggio, la National Science Foundation (l’Ente pubblico per lo sviluppo della cultura scientifica) premia e sostiene gli insegnanti migliori, come quelli della Boston Latin, con Premi di Apprezzamento.
Inoltre, per tutto l'anno, la NSF, provvede a sovvenzioni, borse di studio e iniziative volte ad aumentare l'apprendimento degli studenti, sostenere approcci didattici innovativi e promuovere le migliori pratiche di insegnamento.
Qui di seguito sono elencati alcuni degli strumenti incentivanti e premiali di cui si avvale per sostenere l’apprendimento di scienza, tecnologia, ingegneria e matematica. (STEM):
Discovery Research K-12 (DRK-12)
Questo programma supporta, in modo significativo, gli studenti che imparano e gli insegnanti che insegnano STEM. Il programma utilizza le risorse di ricerca e sviluppo innovativi, modelli e strumenti per affrontare le sfide immediate che affrontano studenti e docenti. Riconosce l'interazione tra la valutazione, l'apprendimento e l'insegnamento, sostenendo cinque tipi di progetti: 1 ricerca, 2 progettazione e sviluppo, 3 l'impatto, 4 attuazione e ottimizzazione 5 Conferenze e sintesi.
Excellence Awards in Science and Engineering (EASE)
Il programma comprende “EASE Awards” presidenziali per l'Eccellenza in Matematica e l’insegnamento delle scienze (PAEMST). PAEMST è più alto riconoscimento degli Stati Uniti per l'insegnamento eccezionale, nella fascia 7-12 , di matematica e scienze. NSF gestisce il premio per conto della Casa Bianca.
Esperienze tecnologiche innovative per insegnanti e studenti (ITest)
ITEST è un programma che promuove l'interesse degli studenti nelle materie STEM ponendo l'accento sulla tecnologia dell'informazione e della comunicazione (TIC). Il programma cerca di stimolare gli studenti sul futuro STEM e ICT. ITEST sostiene lo sviluppo, l'implementazione e la diffusione selettiva di strategie innovative che aumentano la consapevolezza degli studenti anche verso le carriere connesse, motiva gli studenti a perseguire la formazione necessaria per partecipare a quelle carriere e fornisce agli studenti esperienze ricche di tecnologia che sviluppano la loro conoscenza dei contenuti e delle relative competenze . I progetti ITest devono coinvolgere gli studenti e possono includere anche gli insegnanti .
Esperienze di ricerca per gli insegnanti (RET) in Ingegneria e Scienza dell'Informazione
Questo programma punta alle conoscenze pre-universitarie di ingegneria, informatica, scienze dell'informazione e innovazione tecnologica.
Permette agli allievi ed agli insegnanti STEM e alla comunità del collegio dei docenti di tradurre le loro esperienze di ricerca e le nuove conoscenze acquisite in contesti universitari in attività di classe.
Scholarship Program Robert Noyce Teacher
Questo programma del NSF utilizza borse di studio, sovvenzioni e borse di incoraggiamento per studenti di talento e professionisti che vogliono diventare insegnanti STEM. Il programma offre anche premi alle istituzioni per amministrare borse di studio e sostegno programmatico per gli insegnanti STEM particolarmente esperti ed esemplari.
Computing Partnership (STEM + C)
Il calcolo e la programmazione informatica diventano parte integrante della moderna pratica STEM, STEM + C risponde alla necessità urgente di preparare gli studenti delle prime classi fino al liceo nelle essenziali competenze computazionali.
Stiamo parlando di programmi di sostegno all’apprendimento della scienza per gli allievi delle scuole superiori (dai 12 ai 17 anni). In Italia vedremo mai dei premi della Presidenza della Repubblica per gli studenti più meritevoli e promettenti in campo scientifico? Vedremo mai seri programmi per incentivare la cultura scientifica? No, restiamo “Fedeli” alla vecchia scuola.
15/05/17 Europa senza grandezza
C'è una contraddizione che la Destra europea, in tutte le sue innumerevoli sfaccettature, deve analizzare e risolvere. Tale contraddizione è insita nell'idea stessa di Europa, che la si intenda come nazione a venire o come confederazione di stati variamente modulata.
Il concetto di Europa, in chiave politica, implica una pluralità di popoli, etnie, culture, tradizioni, miti e credenze, sistemi sociali ed economici, storie e legislazioni.
Quindi l'idea di Europa implica, alla radice, multiculturalismo e multietnismo.
E' questa la contraddizione da sciogliere.
Molti rappresentanti delle Destre europee - se ancora hanno senso i termini di destra e sinistra - sbandierano un rinnovato sovranismo, la prevalenza sempre e comunque degli interessi nazionali su quelli europei, coltivano sogni isolazionisti e protezionistici, tuonano, non senza una qualche ragione, contro l'immigrazione senza regole, né freni e contro gli assetti del sistema istituzionale europeo (che di difetti ne ha tanti).
Eppure l'idea del "quarto impero", di un'Europa che si fa nazione, di un'entità politica che, forte delle sue peculiarità, sa competere e primeggiare ha fatto e fa vibrare le corde di tutte le Destre: pragmatiste o idealiste che siano.
Grandezza, magnificenza, comunità di destini, sviluppo anche solidale sono gli archetipi di riferimento.
Quasi sempre, da destra, si è bollata, come “di sinistra” e senza appello, qualunque forma di multiculturalismo e di multietnismo - spesso confusi o volutamente sovrapposti a mondialismo e globalizzazione - senza mai spingere la riflessione sui contenuti, senza mai analizzare approfonditamente i contenuti accettabili e utili e quelli disutili, senza mai tentare di definire le forme di applicabilità dei due concetti alla realtà ed alle problematiche europee.
Senza mai riflettere sul fatto che l'essenza europea e plasmata da quei concetti.
Ogni grande entità politica, dagli imperi alle grandi monarchie, è sempre stata, giocoforza, multiculturale e multietnica, sia pure con differenze "gestionali".
Roma aveva come coagulanti la legge e la lingua, assimilava le differenze nel suo ordine e difendeva legge e confini con le legioni, tutti i popoli assoggettati o volontariamente sottomessisi contribuivano al mantenimento dell'impero ricevendone in cambio mirabili opere pubbliche, quasi tutti i cittadini potevano ambire alla cittadinanza romana o, comunque, ai correlati privilegi di status.
Gli Ottomani assimilavano nel nome di Allah, del Corano e dei Giannizzeri. Gli Inglesi erano essenzialmente degli spocchiosi predatori come anche, con qualche differenza, gli Spagnoli, Napoleone cercò di assimilare predando, come gli Zar e i Sovietici. Poi fu la volta dell'America che compì, dopo aver vinto una guerra scellerata, il capolavoro di un impero senza impero grazie a ricerca, finanza e mercato.
La stessa piccola Italia, nonostante oltre un secolo e mezzo di unificazione coatta, è multietnica e multiculturale.
Assodato che multiculturale e multietnico non sono cattive parole o concetti intrinsecamente negativi cerchiamo di capire se e quando lo diventano.
Non lo sono certamente riguardo alle dinamiche intra-europee che pongono il complesso problema di far interagire in armonia 28 "differenze" anche molto profonde, ma cominciano a diventarlo se l'immigrazione esterna, in particolare "economica", diventa incontrollata e se, sul lungo periodo, aleggia lo spettro della sostituzione etnica.
Non lo sono rispetto all'incontro fecondo tra diversità culturali, anche sensibili, ma lo diventano se una cultura tende a voler prevaricare sulle altre o se questa è intrinsecamente prevaricante o sotterraneamente e strisciantemente colonizzatrice o, peggio, se si arretra di fronte alle prevericazioni.
Non lo sono se vi è assoluta reciprocità, possono diventarlo se questa non c'è o se la reciprocità si fa strumento. Non lo sono in assenza di intenti predatori, lo diventano in loro presenza e tali intenti vanno vanificati quando non puniti con la forza. Non lo sono in presenza di comuni regole e leggi, lo diventano se differenti leggi creano disparità e indebiti privilegi o prevaricazioni. Non lo sono nella lealtà e nel rispetto dei reciproci doveri di ospitalità, lo sono se un ospite ritiene di avere solo diritti e mai doveri o peggio se, in malafede, si infiltra con intenti destabilizzanti o, molto peggio, se un vicino pratica il marketing della conquista e della sottomissione.
Gli esempi potrebbero continuare all'infinito. Essi servono a chiarire che multiculturalismo e multietnicità sono concetti pienamente condivisibili entro un quadro di regole chiare e sul presupposto della reciprocità.
Lo stesso non vale per mondialismo e globalizzazione dove scatta un'altra contraddizione al momento irrisolta e irrisolvibile e che solo un improbabile governo mondiale potrebbe risolvere: la giurisdizione degli stati, limitata alle entità territoriali ed ai popoli che li costituiscono e la giurisdizione globale della finanza e delle multinazionali, aggravata dall'interesse alla standardizzazione più ampia possibile di queste ultime e che rappresenta, con la cancellazione delle differenze per ragioni di mercato e di profitto, la negazione di qualunque multiculturalismo.
Quindi attenti a non confondere multiculturalismo e mondialismo perché, a ben guardare, sono antitetici.
Ritornando all'Europa, essa è intrinsecamente multietnica e multiculturale - solo in piccola parte, per ora e speriamo a lungo, multirazziale.
Pur avendo la stazza di un impero, almeno come popolazione ed economia, non ne ha alcun altro connotato. Pur avendo alcune istituzioni sovranazionali queste non rispondono ai popoli.
Il Parlamento Europeo non ha potere d'iniziativa legislativa. Le lobby fanno sentire il loro condizionamento in maniera pesante tanto sui tecnocrati quanto sui rappresentanti politici. Manca una legislazione comune degna di questo nome, non vi sono difesa, fisco e welfare comuni. I popoli ed i cittadini sono lontani anni luce dai centri di potere. Ma soprattutto manca la voglia di grandezza, fatta eccezione per le spinte egoistiche di alcuni stati: Francia, Germania e, fino alla Brexit, Inghilterra. I soliti vecchi attori della vecchia Europa.
E mentre l'America coltiva il sogno di "tornare ad essere grande", mentre la Cina è assurta a grandezza di primo piano sulla scena economica e politica (grazie alle politiche Usa) e continua nella sua opera di colonizzazione strisciante dovunque si apra un varco, mentre la Russia rifonda una sorta di neo-zarismo, mentre persino la Turchia e la Persia battono i pugni e sognano le perdute grandezze, l'Europa si compiace del suo nanismo politico, si pasce di iperregolazioni che a volte sfiorano l'assurdo, si auto-fiacca in una sterile austerità ragionieristica.
Alimentando così, perversamente, il vento che vorrebbe abbatterla.
Ha rimosso le frontiere interne per ragioni più mercantili che legate ai popoli e poi poco o nulla ha fatto per un'Europa autenticamente multiculturale, allo stesso tempo ha lasciato le frontiere esterne senza serio presidio, diventando facile bersaglio di fondamentalisti e terroristi di ogni risma. A parole esalta le differenze, in pratica favorisce la standardizzazione.
Guardando solo all'euro e mai all'Europa e alla grandezza.
15/04/17 Il bello delle donne
Non esiste una bellezza più intensa e coinvolgente di quella femminile. Essa, oltre alla grazia della forma, contiene anche il richiamo, la provocazione, la promessa, la desiderabilità, il fascino, il mistero.
Qualità esaltate ed amplificate dalla messa a punto, nel corso dei millenni, di strumenti sempre più sofisticati per esaltare l'avvenenza e l'intensità del richiamo: dalla cosmesi all'abbigliamento, dai profumi alle creme, dalle acconciature alla biancheria.
La relazione con il bello delle donne è di tipo incommensurabile in quanto inappagabile.
La contemplazione di un cielo stellato, di un tramonto infuocato, di un'alba incantata, di una cascata argentina, di un'opera d'arte, possono essere appaganti, anche se struggenti.
Un paio di belle gambe, la curva di un seno, il profilo di un naso, la forma di una natica, l'intensità di uno sguardo sono sempre struggenti ma non c'è appagamento possibile perché non c'è relazione possibile se non quella sensoriale.
Con il bello non femminile è possibile instaurare relazioni anche funzionali, oltre che estetiche: le stelle rischiarano la notte, una cascata può dissetare, l'alba porta la luce, un'opera d'arte è gratificante, ma con un paio di gambe o con una natica non c'è funzionalità possibile e l'amplesso, ove mai avvenga, non risolve l'incommensurabilità della relazione, né seda lo struggimento, può solo momentaneamente placare il desiderio fisico non la pulsione estetica.
Ovviamente queste considerazioni non riguardano la donna come persona, solo il suo valore estetico, se e quando esista, se e quando venga percepito nei modi descritti.
E rappresenta, in qualche modo, una forma di sottile vendetta della "donna oggetto", in quanto esteticamente irraggiungibile e, quindi, fuori da qualunque ambizione di possesso.
Né vi riesce la potenza, il contraltare maschile della bellezza, che, al più funge da richiamo per l'avvenenza.
Napoleone, uno degli uomini più potenti della storia, mai resistette al richiamo della bellezza, passò da amante ad amante, a dispetto delle sue mogli, senza mai trovare pace.
Lo stesso accadde a D'Annunzio, il cui potere dell'intelletto gli schiuse il cuore ed i favori delle donne più belle dei suoi tempi, ma il suo "estetismo" sempre rimase inappagato.
Essere ammaliati dal bello in generale, essere attratti irresistibilmente dalla bellezza femminile, è questa la condanna di alcuni uomini.
Come falene vanno verso la luce, una luce che non sarà mai la loro. E a nulla serve il dispiego di una qualche forma di potenza: di rango, di funzione, economica, di pensiero, al massimo può creare vicinanza, persino condivisione, ma la bellezza e la sua essenza resteranno inafferrabili. Non giudicateli male questi uomini, non sono dei "libertini", non sono i bassi istinti a muoverli, seguono solo il loro ineluttabile destino che li sospinge verso l'altra metà di un cielo, colmo di una bellezza, che mai raggiungeranno.
15/03/17 Senza cultura, nessun futuro
Destra e cultura non sempre sono andate d'accordo, come "uomo d'azione" e riflessione.
Questa è stata una delle principali cause della mancanza, a destra, di classi dirigenti valide. Spesso capitava (e capita) di entrare nei ranghi della "politica" solo per aver avuto il "merito" di attaccare manifesti, di distribuire volantini o di saper attaccar briga.
A questo deficit non ha sopperito la lungimiranza dei leader, almeno in età recente. Non Berlusconi, che ha elevato la "piacenza", ossia il saper piacere agli altri per forme o per simpatia, a categoria politica, sacrileghi i portatori di barba ancorché capaci. Non Fini, che forse per pigrizia, ha delegato ogni compito gravoso a cattivi consiglieri che mai hanno premiato il merito. Non Bossi che ha circoscritto l'agibilità politica all'interno di un ristretto e familistico "cerchio magico". Né il duo Salvini - Meloni sembra più promettente, sul versante della cultura.
Si badi, non che a destra non vi siano stati fior di intellettuali, uomini di riflessione, lettori attenti, fari di cultura. E' che non sono stati valorizzati, supportati, promozionati, lanciati. Resi autorevoli non solo dal loro intrinseco valore ma anche dal supporto corale di una comunità di riferimento.
Eppure sarebbe bastato prendere spunto dallo spirito gramsciano della sinistra che è stata capace, per opportunismo politico, di infiltrare, nei gangli della società e dello Stato, e validare anche i senza valore.
Per effetto di questo combinato disposto l'Italia si ritrova vecchia e con una classe dirigente mediamente scadente, con una scuola fatta a pezzi, con le università zavorrate da inamovibili "baroni", con banche sofferenti, con false quanto improduttive privatizzazioni, con le migliori realtà operative passate in mani straniere, con un sistema produttivo che affanna, con un sistema politico e istituzionale bizantino quanto inefficiente, con un debito pubblico mostruoso, con un Sud sempre più Sud ed un Nord sempre meno Nord, con un sistema fiscale asfissiante che toglie persino la voglia di far figli ed una magistratura che da tempo ha rotto gli argini, nell'illusione di fare supplenza all'incapacità della politica.
Crescono e si rafforzano solo il malaffare e la sacrosanta protesta.
E cadono ancor più le braccia quando in Campania si annuncia, compiacenti i media compiacenti, con toni trionfali la "formazione duale", che altro non è che la solita sfornata di parrucchieri, addetti alla ristorazione e pizzaioli. Ma scimmiottata dal Nord Europa e quindi "figa". Eppure chi scrive ricorda che già vent'anni or sono c'era chi dal Sud e per il Sud proponeva - vox clamans in deserto - la "formazione finalizzata alla costituzione di impresa" attraverso la quale fornire ai giovani i fondamentali della cultura d'impresa.
Cosa residua? I beni ambientali e culturali, se non vanno in malora per incuria. Si tratta certamente di un punto di forza, almeno teorico. Farne un punto di ripartenza è ben più arduo. Ma a ben guardare non c'è molto altro a cui appigliarsi per non vedere solo il nero profondo.
Ripartire dalla cultura, riscoprire o scoprire le radici profonde che legano le genti d'Italia, mai come ora, in una comunità di tradizioni e di destini.
Cominciare a declinare un "patriottismo culturale" basato sulla sensibilità e la cura verso il bello in generale e verso ciò che ci è stato tramandato o regalato dalla natura.
Utilizzare le risorse umane, rese disponibili dalla crescente disoccupazione o dall'età avanzata, per un grande progetto di volontariato sociale volto alla valorizzazione del patrimonio ambientale e culturale, altro che reddito di cittadinanza.
Fare dell'Italia un accogliente salotto per ogni visitatore.
Ispirarsi alla Francia nell'infiocchettare ogni pietra antica e nell'abbellire ogni meta, ispirarsi alla Germania nella capacità di organizzarsi e nell'approfondimento culturale, alla Spagna per l'allegria collettiva e la capacità di osare, al Giappone per la sacralità dell'ospite, alla Cina per la gestione dei grandi numeri, agli Stati Uniti per innovare.
Le soluzioni sono tutte a portata di mano. Manca solo la lungimiranza responsabile della politica. E qui cominciano i dolori.
15/02/17 Se l'Europa va in malora
Certo questa Europa non ci piace più. Troppo condizionata dalle lobby, troppo burocratizzata, troppo occhiutamente regolatrice, troppo lontana, troppo tedesca, attenta esclusivamente agli interessi e non alla felicità dei popoli.
Molto egoismo e poca solidarietà. Molta economia e troppo poca politica.
E più aumentano le lingue, più si allontana il sogno unitario e si acuiscono le antiche diffidenze.
Ormai la marea antieuropea è alta e diffusa, ben oltre il livello di guardia. E senza profondi cambiamenti c'è il concreto rischio che vada in malora. Che i tanti sforzi pazientemente profusi in sessant'anni di mediazioni e compromessi, spesso difficili, vadano alle ortiche. Che con l'acqua si butti via anche il bambino dalla rupe Tarpea dell'egoismo dei popoli.
Se è sostenibile l'uscita dell'Inghilterra, mai veramente interessata a progressi politici ma solo ad allargare il suo Commonwealt e ad accaparrarsi vantaggi "finanziari", non lo stesso sarebbe per l'uscita della Francia che sta rischiando un ritorno di fiamma dell'antica "grandeur".
Se anche la Francia se ne andasse, probabilmente, molto probabilmente, si dissolverebbe il traballante edificio europeo di fronte ad un'Europa pan-germanica e si ritornerebbe al nanismo congenito, fiero sì, ma pur sempre nanismo.
Eppure la presidenza Trump potrebbe rappresentare una buona occasione per "sparigliare", per modificare assetti e regole, per puntare, finalmente, alla coesione politica. Se si allenta l'attenzione della Superpotenza - che mai ha favorito - anche attraverso la Nato - temendola, un'Europa coesa - si aprono spiragli rifondativi.
Certo, dopo gli allargamenti, non vi sono più le condizioni per quell'"Europa nazione" che alcuni hanno sognato per la piccola Europa a sei, ma si potrebbero fare concreti passi avanti verso un'Europa confederata e inclusiva.
Un primo segnale potrebbe essere quello di riconoscere il potere d'iniziativa legislativa al Parlamento Europeo. Sarebbe un riconoscimento di maggiore attenzione verso i popoli e la loro sovrana volontà. Inoltre, nel Parlamento e non nelle Cancellerie, è riposta la speranza del cambiamento.
Un cambiamento riformatore per un'Europa credibile ed amabile. Un cambiamento non più rinviabile.
15/01/17 C'è capra e capra
Non si tratta delle "capre" alla Sgarbi, anche se troppi tetragoni ignoranti popolano gli italici Palazzi del potere. Le capre a cui ci si riferisce sono quelle demoniache, i diábolos che dividono, accusano, calunniano, devastano, alimentano le inclinazioni malvagie destabilizzando società e civiltà. Sono le figlie delle tenebre, sono i daeva che incarnano il principio del male.
Sono i Baphomet agenti, le fonti di ogni aberrazione, l'incarnazione di Saruman per dirla alla Tolkien, le forze demoniache che attivano i bassi istinti, i costruttori dell'inferno in terra. Rappresentano il male primordiale, quell'universo del male esorbitante e non complementare al bene. Sono le "Mara" del Buddismo, ossia la morte della vita spirituale, i coribanti del Kali-Yuga, l'ultimo dei quattro Yuga secondo i Veda. Un'era in cui il mondo sembra davvero pienamente entrato. Si tratta di un'era oscura, caratterizzata da numerosi conflitti e da una diffusa ignoranza spirituale. Durante quest'epoca si assiste ad uno sviluppo nella tecnologia materiale, contrapposto però ad un'enorme regressione spirituale.
"Kali Yuga è l'unico periodo in cui l'irreligione/ateismo è predominante e più potente della religione; solo un quarto di ognuna delle quattro virtù del Dharma (penitenza, veridicità, compassione e carità) sono presenti negli esseri umani. La nobiltà è determinata unicamente dalla ricchezza di una persona; il povero diviene schiavo del ricco e del potente; parole come "carità" e "libertà" vengono pronunciate spesso dalle persone, ma mai messe in pratica. Non solo si assiste ad una generale corruzione morale, ma le possibilità di ottenere la liberazione dall'ignoranza, il Moksha, si fanno sempre più rare a causa del generico declino spirituale dell'umanità. La guerra "civilizzata" (con precise norme di correttezza e di onore) è stata dimenticata, e gli umani combattono senza onore, spinti soltanto dal desiderio di vittoria. Aumenta inoltre il sadismo. Nel Kali Yuga, le persone non sono più rispettate per la loro intelligenza, conoscenza o saggezza spirituale. Al contrario, la ricchezza materiale e, ad un livello inferiore, la prestanza fisica sono ciò che rendono una persona ammirevole. Nonostante il rispetto sia superficialmente molto manifestato tra le persone, nessuno rispetta sinceramente gli altri. Ognuno crede che lo scopo ultimo della vita sia quello di ottenere rispetto, quindi diventando ricco o fisicamente forte. Gli esseri umani diventano peggiori e più deboli, fisicamente, mentalmente e spiritualmente. C'è una diffusione di falsi dèi, idoli e maestri.
Molte persone mentono, e si dichiarano profeti o esseri divini. Le donne in questa epoca diventano lascive ed immorali per natura. Nonostante in un primo momento siano trattate come inferiori ai maschi ed abusate, più avanti nel tempo cominciano a rivestire ruoli importanti in politica ed in altri affari, e questo culmina in sempre maggiori scontri di ego con gli uomini. Le donne cominciano a tradire i propri mariti e ad avere relazioni extra-coniugali. I divorzi incrementano, con sempre più bambini cresciuti da un unico genitore. Molte donne intraprendono l'adulterio e la prostituzione.
Nella prima fase del Kali Yuga, si crea discriminazione tra le caste, in particolare contro gli shudra (la quarta casta sotto a Brahmani, Kshatriya e Vaishya e sopra ai Paria); gradualmente, però, la scala sociale, come il sistema della morale, si inverte, e i brahmini e gli kshatriya diventano i più discriminati, finché l'unica casta che rimane è quella degli shudra. La maggior parte dei brahmana cessa di ufficiare cerimonie religiose; come tutti gli altri, perdono la loro moralità, si cibano di carne (persino di quella di mucca), e assumono sostanze proibite; perdono rispetto e dignità, e quando dovrebbero offrire sacrifici, non li offrono, o invece di offrire frutta, acqua, e altre sostanze pure offrono carne o ricchezze materiali. Solo pochi si isolano dal resto del mondo per seguire Dio, e il loro numero diminuirà a mano a mano che il Kali Yuga si avvia alla conclusione. L'ultima famiglia brahmana esistente vivrà a Shambhala, dove in seguito nascerà Kalki. Gli kshatriya, la casta regale e guerriera, diviene corrotta e perde il suo potere politico; i loro capi diventano furfanti, criminali e terroristi, e cercano di usare il loro residuo potere per sfruttare il popolo: gli stessi re diventano dei ladri, che preferiscono rubare dai loro sudditi piuttosto che proteggerli e difenderli. Dalle classi inferiori emergono nuovi capi, che fondano dittature e perseguitano i religiosi, gli intellettuali e i filosofi. I vaishya, che rappresentano la borghesia, composta di mercanti e uomini d'affari, diventano disonesti e inventano nuovi crimini come frodi e contraffazioni; i commercianti diventano egoisti e pensano a soddisfare i propri desideri invece di quelli del consumatore, e quelli che non lo diventano non riescono a sopravvivere e falliscono. Gli shudra perdono ogni rispetto per le caste superiori, e diventano anzi loro la casta più rispettata nel Kali Yuga. Dopo i primi 10000 anni dello Yuga, diventeranno l'unico varna, o casta; anche se cambia il loro stato sociale non migliorano da un punto di vista spirituale."
Non sembra la descrizione, ragionevolmente approssimata, del mondo in cui viviamo? Coloro che dovrebbero incarnare l'autorità spirituale non somigliano alla descrizione dei bramini, con l'aggravante della pedofilia? E lo stesso vale per le classi dirigenti: politici, banchieri, finanzieri, militari senza onore né spina dorsale, per quelle medie pullulanti di scappellanti, di inclini al compromesso, di egoisti ed edonisti e per i diseredati, sempre pronti ad una guerra tra poveri, ad azzannarsi per un osso. Nel contesto di un deserto valoriale, nel quale il solo discrimine sembra esser diventata la capacità di ostentazione e consumo e la voglia di "sballo".
E' come se le Parche avessero smesso di filare grandi destini e preso ad usare solo il filo dell'ignavia.
Eppure bisogna reagire, anche contro il fato. E' tempo di suonare la diana per chiamare a raccolta quei pochi che, ancora svegli, non si rassegnano, che ancora sentono scorrere in loro la forza dello spirito, che ancora avvertono, con orgoglio ed onore, il prorompente desiderio di ascendere, di filare con il proprio coraggio, con la propria libertà, la trama di un diverso destino.
15/12/16 Per un nuovo Stato sociale
La povertà, nuova e vecchia, morde i popoli delle società una volta opulente.
L'esito, per chi ne subisce i morsi, è sempre lo stesso: inaccessibilità ad un'esistenza dignitosa, esclusione, disagio quando non disperazione. Le cause sono nuove e dilaganti.
La causa prima è insita in alcuni meccanismi della globalizzazione: sul piano finanziario l'assenza di regole ha determinato l'avvento di una vera e propria '"economia della scommessa", nella quale azzardo e profitto sono le sole bussole conosciute. Ha inoltre consentito un'accumulazione capitalistica, senza freni o limiti, che non contempera una funzione anche sociale del capitale oltre un certo grado di accumulazione.
Un'accumulazione avvantaggiata dalla dimensione globale degli attori sulla scena e che drena risorse finanziarie crescenti - la ricchezza delle nazioni - al solo fine dell'accumulazione stessa, determinando con ciò un insostenibile squilibrio tra chi accumula e chi viene depauperato.
Ad aggravare la situazione contribuisce un sistema bancario sempre meno trasparente, sempre più incline ad essere "scommettitore" impune. Un'impunità che è effetto del "signoraggio" esercitato sulle monete, la cui conseguenza è stata quella di privare gli stati della facoltà di battere moneta e di privatizzare la maggior parte delle banche centrali.
Ciliegina sulla torta sono le differenze di giurisdizione e raggio d'azione tra stati e corporazioni multinazionali: geografiche le une - ossia esercitabili solo nell'ambito dei propri confini territoriali - globali le altre.
Altra causa di povertà crescente, sul medio/lungo periodo, è l'automazione spinta dei processi di produzione (la famosa industria 4.0, alla quale seguirà quella 5.0). Questa, pur rappresentando il trionfo della tecnologia nei sistemi di produzione, ha come conseguenza inevitabile l'incremento esponenziale della disoccupazione (cosiddetta tecnologica).
Già da tempo, per effetto dell'automazione dei caselli autostradali, sono spariti i casellanti. Il commercio elettronico sta dando duri colpi a quello tradizionale. Nei supermercati lo scontrino "fai da te" cancellerà le cassiere nel giro di qualche anno, le auto senza pilota faranno fuori molti tassisti e padroncini, i droni che recapiteranno a domicilio pacchi, corrispondenza e persino le pizze ridurranno il fabbisogno di autotrasportatori e fattorini, anche cameriere, badanti ed il personale ausiliario ospedaliero saranno soppiantati dai robot di servizio, ma questa è solo la punta dell'iceberg, in quanto riferita al solo terziario.
Le conseguenze più pesanti, sul piano occupazionale, si avranno nel primario: agricoltura e settore estrattivo, dove i robot soppianteranno quasi integralmente gli addetti: i raccoglitori, i mungitori come i minatori (e allora il vero peso dell’immigrazione senza freni si farà sentire davvero), in edilizia quando le abitazioni saranno stampate in 3d e nel secondario, dove la produzione industriale sarà quasi integralmente automatizzata. E non è lontano il giorno in cui automi soppianteranno l'uomo nella difesa come nella pubblica sicurezza.
Una terza causa di povertà è l'iperregolazione che sostiene la standardizzazione, in favore dei grandi gruppi multinazionali ed espelle dal mercato le piccole produzioni artigianali. A questa si aggiunge la compressione dei margini di libertà individuali che rende arduo l'ingresso ai mercati per gli esordienti.
Spiacevoli corollari dell'iperregolazione sono: le barriere burocratiche e normative la cui asticella si alza sempre di più; l'eccesso normativo perché genera incertezze invece di certezze ed alimenta, inoltre, la possibilità di sentenze bizzarre e depauperanti, come ben sanno tanti divorziati e tanti "risarcitori" condannati a risarcimenti spropositati.
Tra i vari corollari ve ne sono due più preoccupanti di altri: la strisciante aggressione alla libertà di pensiero con sempre nuovi reati d'opinione e l'estendersi delle tutele alla proprietà intellettuale.
Il primo mette a rischio un pilastro fondante della democrazia, il secondo crea barriere invalicabili all'accesso ai saperi strategici, in particolare tecnologici. E ciò rende sempre più alto ed insuperabile il muro che separa i detentori dei saperi protetti dal resto dell'umanità.
A questo non roseo quadro va aggiunto lo stato di precaria salute del pianeta e l'eccesso di carico di vite che è costretto a sostenere. Ciò rende l'accesso alle risorse di base sempre più competitivo e sempre meno abbordabile economicamente ed ogni incremento di produzione sempre più oneroso in termini di impatto. Tant'è che già c'è chi si industria a voler nutrire i meno abbienti a lombrichi e cavallette e non è da pessimisti pensare che un domani, alle mense della Caritas - se sopravviveranno un minimo di solidarietà e questa benefica istituzione - invece della pastasciutta, serviranno zuppa di formiche. L'importante sarà soddisfare il puro fabbisogno proteico, non più anche il palato e la gioia di vivere.
Certo si creeranno nuovi lavori, molto "smart" quanto instabili, perché legati ai trend di consumo. Tuttavia questi saranno appannaggio di una minoranza creativa e industriosa in grado di mettersi in proprio grazie ad un'idea vincente o capace di altissima specializzazione. Certo si allargherà il mercato del lusso ad uso esclusivo dei pochi Paperoni del pianeta.
E tutti gli altri? I normotipi, i non particolarmente eccellenti, i poco creativi, le masse insomma che fine faranno? Il povero in canna - e ce ne saranno miliardi - non potrà neppure vendersi un rene, come oggi talvolta accade, perché i reni, come ogni altro organo, li produrranno le farm biotecnologiche, ovviamente solo per chi potrà permetterselo. Né tantomeno potrà frugare nei cassonetti dell'immondizia perché anche questa estrema "opportunità" verrà a mancare in quanto l'immondizia sarà diventata una risorsa integralmente riciclabile.
Eppure il mondo avvenire, largamente automatizzato e robotizzato, potrebbe, in teoria, realizzare il sogno dell'affrancamento dell'uomo dalla fatica, dal lavoro quale mezzo di mera sopravvivenza e non quale occasione per lo sviluppo dei propri talenti, curiosità e inclinazioni e quale contributo di impegno alla causa comune dell'umanità.
Potrebbe, a patto di dare risposta ad un solo e fondamentale quesito: in una società largamente automatizzata di chi dovrebbe essere la proprietà dei mezzi di produzione?
Le sole risposte sensate sarebbero: socializzare o nazionalizzare. Ma non accadrà. E' una quasi certezza. Le due ipotesi sconvolgerebbero troppo gli equilibri su cui si regge l'attuale sistema ed i popoli sono imborghesiti e fiacchi e non sognano più, almeno per ora, le rivoluzioni. Forse con la miseria dilagante...
Tuttavia, atteso che il problema della disoccupazione crescente è ineludibile, la soluzione ovvia è lo Stato sociale. Uno Stato sociale di nuova concezione, equo, giusto, solidale e da attuare in tempi rapidi per evitare che il prossimo futuro sia davvero buio.
E per questo obiettivo non c'è una soluzione di mercato, né una di stampo individualista bensì va prevista una soluzione che vada verso una concreta democrazia del lavoro.
Un punto di partenza potrebbe essere il seguente: tutti i cittadini1 inattivi, temporaneamente o permanentemente, ma dotati di un minimo di capacità lavorativa ed al di sotto di una certa soglia di età (67/70 anni) ricevono - a semplice domanda - per tutto il periodo di inattività forzosa, un sussidio pubblico idoneo a garantir loro una dignitosa esistenza, sia pur al minimo.
In cambio, i beneficiari del sussidio, prestano la loro opera di volontariato sociale2 , per un certo numero di ore giornaliere, in attività di cura e gestione dei beni comuni.
Sono beni comuni, come è noto: i fiumi, i torrenti e le loro sorgenti; i laghi e le altre acque interne; l'aria; i parchi, le foreste e le zone boschive; le zone montane di alta quota, i ghiacciai e le nevi perenni; i lidi e i tratti di costa dichiarati riserva ambientale; le acque marine territoriali, la fauna selvatica e la flora tutelata; i beni archeologici, culturali, ambientali e le altre zone paesaggistiche tutelate. A questi, andrebbero aggiunti i beni assimilabili a quelli comuni di pertinenza di regioni e comuni e tutti quelli demaniali.
Ogni ente statale o territoriale predispone progetti di cura, valorizzazione e gestione dei beni comuni di pertinenza, accollandosi il coordinamento delle attività, i costi delle attrezzature, dei materiali di consumo, di trasporto, preferibilmente pubblico, e quelli per la copertura antinfortunistica. In caso di telelavoro, si provvede ad un rimborso forfettario a ristoro dei costi energetici.
I minori costi da parte dello Stato e degli enti territoriali per la cura dei beni comuni e la loro valorizzazione ed i vantaggi derivanti da una migliore gestione, compensano parte dei costi a carico dell'erario, la quota residua di costi viene coperta da un contributo di solidarietà progressivo sugli utili delle imprese, delle entità finanziarie e sui maggiori contribuenti e da un contributo di solidarietà fisso (o episodico) a carico della popolazione attiva.
I proventi derivanti allo Stato da concessioni o da utili di imprese pubbliche e da attività di valorizzazione dei beni demaniali vengono integralmente impegnati a tale scopo.
I lavoratori temporaneamente espulsi dal mercato del lavoro, per il primo anno ed a meno che non optino per il volontariato sociale, hanno diritto ad un'anticipazione mensile pari all'ultima retribuzione percepita. Tale anticipazione, verrà rimborsata a piccole rate mensili, dal momento in cui il lavoratore trova nuova occupazione, anche grazie all'opera dei servizi per l'impiego.
Tutti i cittadini inabili al lavoro per invalidità o per raggiungimento dell'età di quiescenza, godono dello stesso trattamento senza più obbligo di prestazioni corrispettive. Il trattamento è uguale per ogni cittadino, salvo integrazioni per il maggior carico familiare. Ogni eventuale differenziazione è rimessa alla previdenza integrativa a libera contribuzione.
Per i percettori di sussidio l'assistenza sanitaria e l'istruzione obbligatoria sono pubbliche e gratuite. I servizi di utenza domestica (idrico, energia, telecomunicazioni) vengono erogati al costo. E' garantito loro, altresì, l'accesso gratuito alle risorse culturali (musei, biblioteche, siti archeologici, attività socializzanti).
L'abbattimento dei costi dei sistemi assistenziale e previdenziale vigenti compensano i costi del nuovo sistema liberando risorse. Una fase di passaggio tra i due sistemi garantisce una transizione senza ingiustizie attraverso la costituzione di fondi perequativi e speciali coperture assicurative.
Lo Stato incentiva la proprietà degli alloggi d'abitazione e la crescita demografica. Tutela la maternità e l'infanzia. Favorisce la costituzione di nuove imprese attraverso facilitazioni e incentivi ed attraverso il raccordo con le università e la ricerca. Incentiva l'incontro tra domanda ed offerta di lavoro. Favorisce e sostiene l'apprendimento individuale, la ricerca scientifica e tecnologica, la competitività del sistema produttivo nell'interesse nazionale.
Al Cnel, cui partecipano pariteticamente imprese e mondo del lavoro, viene delegata ogni competenza in materia di lavoro, escluso il solo volontariato sociale. Lo Stato mantiene la funzione di arbitro super partes. L'iniziativa legislativa esercitata in tale materia viene esaminata dal Parlamento con priorità assoluta.
Lo Stato riconosce il valore dell'iniziativa individuale e la proprietà dei mezzi di produzione, solo in casi eccezionali e nell'ambito di settori ritenuti strategici, lo Stato può nazionalizzare un'attività produttiva.
L'iniziativa individuale non è più solo iniziativa del capitale e la proprietà dei mezzi di produzione non è più decisiva nella determinazione del processo produttivo: in questo ha parte fondamentale il lavoro che a pieno titolo ed in ogni sua forma, partecipa alla gestione dell'impresa.
I primi tasselli di un possibile nuovo Stato sociale sono abbozzati in questo scritto. Vanno pensati tanti altri tasselli e invitiamo i lettori a partecipare alla riflessione E forse sarebbe anche il caso che una certa destra cominciasse a confrontarsi con una certa sinistra, superando steccati ideologici ancora forti e alti e che non hanno più senso di esistere.

Note:
1 Cittadini con la nazionalità dello Stato in cui risiedono ed operano.
2 Piena attuazione dell'art. 1 della Costituzione Italiana il cui testo riformato potrebbe essere: "L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro e sulla sicurezza sociale. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.".
15/11/16 La doccia fredda
Per molti il verdetto delle urne è stato una doccia fredda e non lasceranno nulla di intentato per impedire che la volontà popolare - che conta poco agli occhi delle élite - segua il suo corso.
Ci hanno provato prima delle elezioni dipingendo, per settimane, Trump come un razzista, misogeno, omofobo, islamofobo, intellettualofobo, latinofobo ed altre simili amenità. Questo elenco di “tare” avrebbe dovuto dissuadere gli elettori dal votarlo. Ma non è andata così.
Ora che la vittoria di Donald Trump inizia ad essere metabolizzata, visto che il sole sorge ancora e che i mercati non sono crollati, inizia a serpeggiare il timore che il nuovo presidente americano potrebbe diventare il bersaglio di alcuni di quelli ai quali la sua elezione è andata di traverso: establishment e poteri finanziari in primis.
Successe a Kennedy come a Reagan quando diedero fastidio alla finanza.
Altri tre presidenti furono assassinati e ci provarono anche con Bush. E forse non è un caso che nello scorso giugno, a Las Vegas, fu arrestato un giovane inglese, Michael Steven Sandford, che aveva progettato, preventivamente, di far fuori Trump.
Cinquanta accreditati esperti di sicurezza nazionale, tra i quali Tom Ridge e Michael Chertoff, ex segretari dell'Interno e John Negroponte, ex direttore dell'intelligence, hanno firmato una lettera aperta pubblicata dal New York Times mettendo nero su bianco che "Trump sarebbe un presidente pericoloso, che metterebbe a rischio la sicurezza e il benessere nazionale del Paese". Che sia un "pizzino" d'avvertimento?
Tuttavia prima di arrivare a soluzioni drastiche c'è la possibilità che i poteri occulti tentino di accaparrarsi il favore dei grandi elettori - basterebbe “comprarsene” solo una cinquantina - per scongiurare l'insediamento del nuovo Presidente. Anche con l'eventuale aiuto di qualche nuovo scandalo gonfiato ad arte dalla collaudatissima "macchina del fango" mediatica.
Ma Trump è scafato, sa essere guardingo e gli attributi non gli mancano.
15/11/16 In Trump we trust
Gli americani confidano in Trump affinché l'America ritorni ad essere un grande Paese.
Questo in sintesi estrema il senso delle elezioni americane. Un senso che implica, da parte dei cittadini statunitensi la consapevolezza che gli Stati Uniti - e con essi l'Occidente - sono in declino. Un declino che non riguarda solo gli aspetti economici, pur importanti, visto che il totale dei salari sul Pil è in costante decrescita. Il declino riguarda il patto sociale ed il sistema di valori per cui vale la pena di impegnarsi, competere ed eccellere.
Il sistema occidentale, permeato dagli Usa, cosa offre? L'illecito e crescente a dismisura arricchimento di una ristretta minoranza della popolazione a danno di tutto il resto. Il drenaggio del 90% di risorse ed opportunità da parte di meno del 5% di ricchi sempre più ricchi.
Un drenaggio reso possibile non solo dall'enorme vantaggio competitivo che garantisce l'accumulo di risorse oltre una certa misura - giustamente Paperone affermava che la cosa più difficile è mettere insieme il primo milione di dollari, dopo il cammino e tutto in discesa - ma anche dalla subdola manipolazione di ogni verità dei fatti perpetrata dalle cosiddette èlite intellettuali, quasi tutte cortigiane dei potenti magnati.
Si stima che una decina di famiglie - che si incrociano solo tra di loro, secondo un modello di società chiusa che è l'esatto contrario di quanto affermano essere utile per le masse - detenga o controlli risorse pari ad una consistente fetta del Pil mondiale.
Come? Attraverso partecipazioni significative e di controllo nelle grandi entità finanziarie che a loro volta controllano le principali banche d'affari che a loro volta controllano le grandi multinazionali e finanche gli stati grazie ai debiti pubblici finanziati.
Tale sistema, fatto come le matrioske e più complesso delle scatole cinesi, serve solo a garantire i pochi grandi predatori che accumulano ricchezze a dismisura a danno dell'umanità.
Le produzioni vanno dove è possibile lucrare sul minor costo del lavoro e, per questo, si fa sì che vi siano vaste aree di sottosviluppo, nonostante le risorse che apparentemente dovrebbero favorire la crescita di quelle aree.
E' lo schiavismo in forma moderna e "caritatevole". E se qualcuno alza la testa, c'è sempre nel cassetto una guerra o un atto di intimidazione.
Tale metodo, in maniera più subdola, riverbera i suoi effetti anche sulle cosiddette, una volta, società opulente. Il precariato elevato a sistema, la diminuzione delle protezioni sociali e dei diritti, le limitazioni di sovranità, le regolazioni sempre più asfissianti e quasi sempre volte a tutelare interessi lobbistici ed a favorire la standardizzazione, la compressione della sovranità popolare, la crescente sostituzione tecnologica del lavoro umano, l'erosione del potere d'acquisto di salariati e pensionati, la riduzione crescente delle libertà individuali attuata quasi sempre con la scusa di una vagheggiata maggior sicurezza, l'incremento pervasivo dei controlli e della sorveglianza, per strada, sui luoghi di lavori e persino tra le mura domestiche, l'aumento logaritmico dei divieti, dei regolamenti e delle leggi, le droghe che inebetiscono e l'intrattenimento che ruba il tempo e l'attenzione delle persone, costituiscono la rete oppressiva stesa sui popoli per avvilupparli e fiaccarli.
Tutto questo, avvertito anche in maniera anche inconsapevole, ha determinato il brodo di coltura del successo di Donald Trump.
Il popolo americano confida in lui perché incarna, oltre ad averla promessa, la discontinuità, l'estrema speranza che, arrivati ad un bivio della civiltà, si possa finalmente cambiare rotta.
Dobbiamo tutti essere grati al popolo americano di averci almeno provato, di aver dato il "la", di aver tentato di battere una strada nuova.
I fatti e gli atti del nuovo Presidente Usa ci diranno, nel tempo, se si è trattato solo di un abbaglio o la speranza può assumere forme concrete.
I primi segnali sono confortanti, la squadra di governo comincia a delinearsi e, per ora, si tratta di persone di prim'ordine, esperte e determinate. La cartina di tornasole che ci fa comprendere che si tratta di buone scelte è il livore dei media che, non potendone disconoscere le capacità, li ha subito bollati come "falchi".
Se Trump riuscirà a dare corpo alle sue idee potremmo assistere alla seconda rivoluzione americana i cui benefici effetti potrebbero propagarsi, ancora una volta, anche in Europa.
15/11/16 Make America great again
Nella mistica della democrazia americana vi è la decantata ed astratta possibilità che qualunque cittadino possa aspirare a diventare presidente.
Tale idea è contraddetta dal fatto che fra i 45 presidenti Usa (in realtà 44 perché Grover Cleveland viene conteggiato due volte per i due mandati non consecutivi) non ve ne è mai stato uno che fosse un cittadino qualunque. Tutti hanno primeggiato per censo o sono appartenuti ad una potente famiglia o provenivano da un'eccellente carriera politica o militare. Difatti sono diventati Presidenti: 1 già presidente (Grover Cleveland al secondo mandato), 14 vicepresidenti, 3 segretari di stato, 5 generali, 10 governatori, 2 deputati, 5 senatori, 2 ambasciatori, 2 Ministri, 1 imprenditore (Trump).
Questi 44 uomini hanno ricoperto 58 mandati presidenziali dal 1788 ad oggi.
Sul piano dell'appartenenza politica si sono avuti un indipendente (Washington), un federalista (Adams), 4 democratici-repubblicani, la formazione che diede vita, per scissione, agli attuali Partiti Democratico e Repubblicano (Jefferson, Madison, Monroe e Quincy Adams), 4 Whig (Harrison, Tyler, Taylor, Fillmore), 15 democratici (Jackson, Van Buren, Polk, Pierce, Buchanan, Cleveland (2 volte), Wilson (2 volte), Roosvelt (3 volte), Truman (2 volte), Kennedy, Johnson, Carter, Clinton (2 volte), Obama (2 volte), 20 repubblicani (Lincoln, Johnson, Grant (2 volte), Hayes, Garfield, Arthur, Harrison, Mc Kinley, Roosvelt, Taft, Harding, Coolidge, Hoover, Heisenhower (2 volte), Nixon, Ford, Reagan, G. H. W. Bush, G.W. Bush (2 volte), Trump.
E' evidente che Trump rappresenta una vera e propria eccezione. Pur essendo un miliardario - ma senza la disponibilità molti milioni di dollari negli Usa non si può affrontare un campagna presidenziale - non ha maturato alcuna precedente esperienza politica o amministrativa, non appartiene ad alcuna delle grandi e potenti famiglie-clan americane, tipo i Clinton, i Bush, i Kennedy, non ha "parentele" con i poteri forti: i fondi di investimento, le grandi banche d'affari e non, le multinazionali e le loro ramificazioni.
E' solo un imprenditore che ha ereditato le attività immobiliari di famiglia e le ha fatte decollare con capacità, intuito, attitudine al rischio ed una certa dose di spregiudicatezza.
La mancanza di specifica esperienza politica lo ha fatto bollare dal Presidente Obama, in campagna elettorale, come inidoneo al governo, contraddicendo con tale affermazione proprio la mistica democratica di cui sopra che vuole ogni cittadino idoneo alla carica e, quindi, al governo. E non è da escludere che le manifestazioni di piazza contro il neo-presidente nascano da quella bollatura, oltre che dai maneggi di Soros e dalle "addolorate" reazioni della Clinton.
Eppure il suo cursus honorum è stato democraticamente inappuntabile quanto sorprendente. Da outsider ha vinto a mani basse le primarie del partito repubblicano risultando il più votato di tutti i tempi e nonostante l'aperta ostilità di vaste frange del suo stesso partito. Sempre da outsider ha vinto trionfalmente le elezioni presidenziali, in barba ai sondaggi, ai pronostici, ai politologi, ai media, agli allibratori ed ai "gufi" europei che tifavano, Clinton.
Gli analisti del giorno dopo hanno affermato che Trump ha parlato alla pancia dell'America profonda, che è entrato in sintonia con l'uomo qualunque, che ha trascinato al voto milioni di elettori "nuovi", nuovi in quanto disertori cronici delle urne.
Nessuno che gli riconosca il merito di aver imbroccato la campagna elettorale, di essere stato migliore comunicatore della sua concorrente, di essersi circondato di validissimi collaboratori, di aver messo a punto e perseguito una strategia vincente in grado di incrociare desideri e bisogni del popolo americano.
In suo memorabile discorso Donald Trump ha affermato: "Il nostro movimento è nato per sostituire un fallito e corrotto establishment politico con un nuovo governo controllato da voi il popolo americano. L'establishment di Washington ed i gruppi finanziari e di comunicazione, che loro hanno fondato, esistono per un'unica ragione: proteggere ed arricchire se stessi. L'establishment ha miliardi di dollari in gioco con queste elezioni. Coloro che controllano le leve del potere a Washington per gli interessi particolari globali fanno accordi con queste persone che non hanno il vostro bene in mente. La nostra campagna rappresenta un reale ed esistenziale minaccia, come non hanno mai visto prima. Questa non è semplicemente una fra le tante elezioni, questo è un bivio nella storia della nostra civiltà, dove si deciderà se noi, il popolo rivendicheremo il controllo sul nostro governo. L'establishment politico che sta cercando di fermarci è lo stesso gruppo responsabile dei nostri disastrosi accordi commerciali, della massiccia immigrazione illegale e di politiche estere che hanno dissanguato il nostro Paese. L'establishment politico ha portato la distruzione delle nostre fabbriche e di posti di lavoro che sono andati in Messico, Cina ed in molti altri Paesi del mondo. E' una struttura di potere globale che è responsabile delle decisioni economiche che hanno depredato i nostri lavoratori, ripulito il nostro Paese della sua ricchezza e messo quel denaro nelle tasche di un manipolo di grandi corporazioni ed entità politiche. Questa è una lotta per la sopravvivenza della nostra Nazione e questa sarà la nostra ultima chance per salvarla. In questa elezione si deciderà se saremo un Paese libero o se avremo solo l'illusione della democrazia, ma saremo di fatto controllati da una èlite di persone con interessi particolari che manipolano il sistema, e il nostro sistema è manipolato. Questa è la realtà: voi lo sapete, loro lo sanno, io lo so e credo che tutto il mondo lo sappia. La macchina dei Clinton è al centro di questo sistema di potere. L'abbiamo verificato di prima mano nei documenti di Wikileaks nei quali Hillary Clinton incontra in segreto personaggi di banche internazionali per complottare sulla distruzione della nostra sovranità al fine di arricchire questi poteri finanziari globali, gli interessi particolari dei suoi amici e dei suoi donatori. Con tutta franchezza quella dovrebbe finire in galera! La più potente arma dispiegata dai Clinton sono i media, la stampa. Qui dobbiamo fare chiarezza: i media del nostro Paese non si occupano più di giornalismo. Anche loro sono al servizio di interessi politici e sono simili ai lobbisti e alle entità finanziarie con un definito programma politico. E quel programma non è per voi: è per loro stessi. Chiunque sfidi il loro controllo è tacciato di sessismo, xenofobia, razzismo. Loro mentono, mentono, mentono e fanno anche peggio: faranno tutto quanto necessario. I Clinton sono dei criminali: ricordatevelo bene. E' tutto documentato e l'establishment che li protegge si impegna a coprire fortemente le diffuse attività criminali al Dipartimento di Stato e alla Fondazione Clinton con lo scopo di mantenere i Clinton al potere. Hanno gettato ogni tipo di menzogna su di me, sulla mia famiglia e sulle persone a me care. Non si sono fermati davanti a niente per fermarmi. Ciò nonostante mi sacrifico per voi incassando volentieri tutto ciò. Lo faccio per il nostro movimento, affinché noi potremo riprenderci il nostro Paese. Sapevo che questo giorno sarebbe arrivato: era solo questione di tempo. E sapevo che il popolo americano si sarebbe ribellato votando per il futuro che merita. L'unica cosa che può fermare questa macchina corrotta sei tu. L'unica forza abbastanza forte per salvare il nostro Paese siamo noi. L'unico popolo abbastanza coraggioso per cacciare questo establishment corrotto siete voi, il popolo americano. La nostra grande civiltà deve fare i conti con se stessa. Non avevo bisogno di scendere in campo, credetemi. Ho costruito una grande azienda e ho avuto una vita straordinaria. Avrei potuto godere dei frutti e dei privilegi di anni di successi imprenditoriali e delle aziende che ho creato per me e per la mia famiglia invece che sottopormi a questo spettacolo orripilante di bugie, inganni, aggressioni indegne, chi l'avrebbe mai immaginato... Lo sto facendo perché il mio Paese mi ha dato così tanto che mi sento tanto forte per restituire ciò che ho avuto al Paese che amo. Lo sto facendo per i cittadini e per il movimento e ci riprenderemo questo Paese, per voi e renderemo l'America grande di nuovo!”
Nel discorso vi sono alcune importanti affermazioni: la promessa di guerra frontale contro il mondialismo e l'establishment che lo rappresenta ed incarna; la volontà "sovranista" di riportare il controllo in capo al popolo americano, nella consapevolezza che si tratta di un bivio di civiltà; accordi commerciali sbagliati, immigrazione illegale e gravi errori in politica estera stanno dissanguando l'America attraverso la chiusura o la delocalizzazione delle produzioni e dei correlati posti di lavoro, ciò col solo vantaggio di arricchire sempre di più un manipolo di grandi corporazioni ed entità politiche; le elezioni sanciranno la scelta tra libertà e illusione di democrazia architettata dai manipolatori del sistema; manipolatori che, attraverso il controllo dei media, cercano di schiacciare chi loro si oppone anche con la menzogna; il mio impegno è per i cittadini ed il movimento (si badi non il partito).
La sua elezione, incontrovertibilmente, "spariglia" ogni gioco ed impensierisce gli establishment di mezzo mondo. Se lo lasceranno governare tenendo fede al suo programma ne vedremo delle belle. Anche in Europa, dove da tempo immemorabile si attende qualcuno che voglia farla grande.
15/10/16 Privatizzazioni all'italiana
La prova provata che non sempre privatizzare è bello e che qualche volta lo Stato è più efficiente dei privati è data dall'esito della privatizzazione dei servizi di recapito postale, in particolare della consegna delle raccomandate.
Finché i portalettere erano impiegati statali, solo se uno non voleva farsi trovare, riusciva a scansare la consegna di una raccomandata, che vi fosse o meno l'ascensore nell'edificio o il "filtro" di un portiere.
I postini percorrevano chilometri a piedi o in bici, salivano e scendevano scale, con una pesante borsa di cuoio a tracolla, mentre oggi vanno in motorino e si atterriscono davanti ad una rampa di scale.
A riprova, fino a qualche anno fa, agli sportelli delle "inesitate" (brutto termine burocratico per dire lettere non consegnate) non si formavano mai lunghe file.
Oggi quegli sportelli sono "infernali" a causa delle lunghe code quotidiane.
Certo si può protestare per la sospetta sistematicità con la quale si trova nella cassetta della posta l'avviso di mancata consegna di una raccomandata, con il relativo fastidio di doversi recare all'Ufficio postale (non sempre il più vicino) per il ritiro. Ci si può sgolare a spiegare all'imperterrito sportellista che in casa c'è sempre qualcuno e quindi la mancata consegna è "dolosa", la risposta immancabile è quella di riempire un modulo di protesta, a volte con l'ammissione, a denti stretti, che in molti si lamentano del disservizio e che, tuttavia, si tratta di servizi "esternalizzati".
Eppure Poste Italiane (ormai una spa quotata in borsa e privata per il 40% del capitale) potrebbe anche prendersi la briga di fare un controllo sull'incremento esponenziale delle "inesitate" avvenuto negli ultimi due o tre lustri e prendere i provvedimenti del caso.
Potrebbe, ma, forse, correrebbe il rischio di dover sanzionare qualche amico di amici influenti.... quindi meglio servizi scadenti e utenti arrabbiati.
15/10/16 Rilanciare l'idea di partito
Avevo 13 anni, la prima volta che misi piede in una sezione di partito: il Movimento Sociale Italiano. Fui accolto dal Segretario giovanile, uno studente universitario, che mi presentò al Segretario della Sezione Vomero di Napoli: un colonnello in pensione. Insieme mi spiegarono cosa significava iscriversi e militare.
La sede era frequentata da numerosi giovani ed altrettanti adulti. L'atmosfera era piacevole, "cameratesca", le relazioni semplici, i comportamenti affabili. E poi c'era anche un "bigliardino" a gettoni, per l'autofinanziamento. L'esperienza mi piacque e decisi di iscrivermi e frequentare.
All'epoca avevo solo una coscienza "pre-politica" fatta di racconti familiari, di qualche confronto a scuola, di televisione che ammanniva film dove i partigiani erano sempre valorosi e santi e gli altri (tedeschi e fascisti), immancabilmente, delle vituperabili quanto ottuse carogne. Forse fu proprio questo a farmi chiedere come fosse mai possibile che il male era solo e tutto da una sola parte.
La scelta di frequentare il "Partito" fu fondamentale per la mia formazione. Gli adulti raccontavano storie di vita vissuta e le tramandavano ai più giovani con i quali si confrontavano, erano testimoni sinceri e maestri attendibili, non predicavano l'odio civile, il rancore, l'invidia, solo l'amor di patria e valori quali onore, lealtà, coraggio, fedeltà. Noi giovani confrontavamo i nostri sogni, condividevamo speranze e nozioni, spesso discutendo fino all'alba, scherzavamo e cantavamo i tanti inni imparati a memoria e ci allenavamo al confronto, anche duro a volte, con chi non la pensava come noi.
Ma l'aspetto più significativo era che ci abituavamo a ragionare in termini di interesse generale, a immaginare soluzioni ai problemi di tutti, ad ipotizzare i cambiamenti e a sondare il futuro.
Il partito era, allora, palestra di vita, intergenerazionale ed interclassista, e rete solidale. Il posto dove l'amicizia diventava inossidabile e l'apprendere un diletto. E ciò valeva, mutatis mutandis, per tutti i partiti: di destra, di centro, di sinistra. C'erano passione e partecipazione, in particolare nelle organizzazioni giovanili. Nelle "alte sfere" dei partiti, forse, c'era anche allora una certa qual dose di cinismo, di opportunismo, di carrierismo, tuttavia per ascendere occorreva meritare, non era sufficiente la sola fedeltà.
Con l'irridente 1968 ed i successivi "anni di piombo" tutto si è appannato, incattivito, standardizzato e "mediocrizzato". E' poi balzato prepotente sulla scena il “Mercato", suprema entità regolatrice delle esistenze. Le persone sono diventate consumatori, le spinte ideali sono diventate il "mercato del consenso" la politica è diventata una professione "illiberale" e i partiti si sono trasformati in holding tentacolari e voraci, finché il "tintinnio di manette" non ne ha determinato la dissoluzione, tanto erano marciti dall'interno.
Sono poi arrivati, specchio della "società liquida", i partiti liquidi, all'americana. Poco più di eterogenei cartelli elettorali alla parossistica ricerca di leadership unificanti. Partiti dove il massimo del merito, per un giovane, era quello di aver fatto il "buttadentro" in discoteca ed essere telegenico e di bella presenza per uno che aspirasse alla carriera politica, l'eventuale possesso di materia grigia era una sorta di handicap perché il monopolio del pensiero era prerogativa del "leader". I soli premi possibili sono diventati quelli "fedeltà", mai quelli "qualità". E la politica è andata in "liquidazione". Il campo è stato libero per gli imbonitori e i venditori di fumo e di pentole.
La gente, sempre più scettica, disaffezionata e arrabbiata, si è ritirata nel privato e rifugiata nell'astensione, "politico" è diventato una sorta di marchio di infamia o un sinonimo di privilegio immeritato. Mentre la rabbia ha preso a sospingere i "Masaniello", che sempre più numerosi si affacciano sulla scena della vita pubblica.
Un giovane d'oggi, anche solo curioso verso la vita pubblica, non ha strade da percorrere, approcci ed approdi possibili. Non lo aiuta la scuola, non i cosiddetti partiti con le loro classi dirigenti scadenti e sempiterne, non aduse all'ascolto e avvezze ad usare le persone, più che ad indicare mete possibili, orizzonti desiderabili.
Resta l'approccio all'associazionismo che, per quanto utile e interessante, non è politico in senso stretto o alle lobby, deputate alla tutela di interessi più o meno trasparenti.
Eppure, secondo il dettato costituzionale: "Tutti i cittadini hanno il diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale", sono quindi i partiti i soli luoghi deputati alla politica, i soli strumenti legali di cui i cittadini organizzati possono avvalersi per concorrere a determinare il corso della vita pubblica.
Questo è il punto da cui ripartire per ricostruire la "Politica", restituendole la credibilità e la dignità che merita. Occorre rilanciare l'idea di partito.
Andrebbero immaginate e promosse delle entità nuove che abbiano ben presente ciò che è stato, nel bene e nel male, conformate a valori e a regole in grado di garantire la meritocrazia, la trasparenza, la partecipazione, il ricambio, l'ascolto, l'attenzione per l'altro, il mutuo sostegno ed all'interno delle quali sia possibile il confronto, sia praticato il rispetto, sia bandita ogni forma di "rottamazione", siano favorite la curiosità intellettuale, la cultura, la scienza e l'attenzione ai problemi ed ai bisogni delle persone, sia stimolata l'attitudine alla soluzione dei problemi della nazione in un'ottica prospettica, dove il leader sia primo tra pari in forza dell'esempio che incarna e dove sia reso impossibile l'annidarsi in una poltrona e le sole "correnti" possibili siano quelle del pensiero.
Se i cittadini vorranno provarci, a partire da minoranze attive, se vorranno impegnarsi piuttosto che rifugiarsi nel disinteresse e nell'astensione, allora potrà risorgere "la Politica" e con essa la speranza nel futuro.
15/07/16 Ai Lettori
Nell'Italia nata dalla resistenza e fondata sulla cancellazione della memoria, sul pregiudizio ideologico e sulla negazione assoluta di qualunque aspetto positivo potesse esservi stato nel periodo fra le due guerre, il Futurismo è stato rimosso, cancellato, censurato.
Fino agli anni ottanta dello scorso secolo era quasi impossibile trovare un testo sul Futurismo e sui futuristi. Lo sdoganamento avvenne solo nel 1986 grazie alla superba mostra di Palazzo Grassi intitolata "Futurismo e Futurismi", curata da Pontus Hultén (tra l'altro,fondatore e direttore del Centre Pompidou di Parigi e poi direttore di Palazzo Grassi).
Ci voleva uno straniero di larghe vedute e di solida cultura per additare agli italiani e all'Italia la grandezza del Futurismo, il suo successo internazionale e l'influenza che ha avuto sulle avanguardie del '900 e non solo.
Da allora, nonostante gli stretti legami che il movimento ebbe col Fascismo (pur essendo nato prima), nessuno ha più osato negarne l'importanza.
Non sono tuttavia mancati i tentativi di manipolazione, i distinguo, le interpretazioni "partigiane" volte o a minimizzarne l'importanza o, per svilirlo, a porre l'accento su alcune affermazioni forti: "la guerra igiene del mondo", "l'amore libero", "l'abbattimento dei campanili", estrapolandole dal loro contesto.
Eppure, se l'Italia tra le due guerre subì la più ampia e radicale modernizzazione della sua storia ciò è ascrivibile all'ispirazione futurista che esaltò le categorie della modernità: la velocità, il movimento, la macchina, l'industria, il progresso e combatté, anche duramente, il "passatismo", la “musealizzazione della cultura”, la ottusità della burocrazia e degli apparati.
Questo numero di "Confini" è interamente dedicato al Futurismo ed ai suoi protagonisti. Abbiamo deciso di astenerci da articoli di commento presentando solo i documenti più significativi: i principali "manifesti".
Speriamo che, sia pure sotto l'ombrellone, ciò stimoli la curiosità del lettore verso l'approfondimento di un fenomeno della cultura italiana che ha conquistato il mondo - come testimoniano molti panorami urbani - e la cui eco si riverbera ancor oggi in molti movimenti artistici.
15/06/16 La lezione dei Cinquestelle
In tanti parlano di assetto tripolare del sistema politico italiano e se invece si andasse verso un bipolarismo nel quale un nuovo polo - i Cinquestelle - sostituisse il vecchio e logoro polo di Centrodestra?
Un Centrodestra che sembra aver smarrito il rapporto con il popolo e che appare ispirato solo da una insufficiente e stantia "cultura di palazzo", in base alla quale l'interlocutore è esclusivamente un membro del ceto politico - non importa quanto screditato agli occhi degli elettori - e le "strategie" contemplano essenzialmente solo operazioni di disarticolazione e riaggregazione, mai un'immersione nella realtà e tra la gente, e non ci si riferisce alle passeggiate tanto per farsi vedere o ai "bagni di folla", ma al confronto e all'ascolto, spesso faticosi.
Emblematica, a tal proposito, l'accozzaglia di liste messe in campo da Centrodestra e Centrosinistra a confronto dell'unico simbolo usato dai Cinquestelle.
La politica é cambiata, gli elettori pure, ma le forze tradizionali non sembrano essersene accorte. Ancora inseguono la chimera che molte liste consentono di raccogliere più voti, ancora corteggiano i "buttadentro" delle discoteche, i presunti leader d'opinione e persino i "capibastone". Tanto nella confusione di una decina di liste d'appoggio chi ci farà caso? Ma l'elettore, almeno quello che va a votare, si è fatto guardingo e attento e non si lascia più imbonire come un tempo.
I Cinquestelle stanno contribuendo al cambiamento di passo e di stile, hanno cavalcato la protesta quando era da cavalcare, oggi si propongono come forza di governo partecipato. E quanti profetizzano che falliranno per mancanza di esperienza dimenticano che per tutti c'è stata una prima volta: dai comunisti ai missini, passando per Forza Italia, e chi non ha mai peccato....
Quello che fa la differenza è l'ancoraggio ai valori ed ai programmi e su questo i grillini sembrano avere le idee molto chiare.
La riprova del possibile svuotamento, da parte loro, di quel che resta dei vecchi Poli, in particolare del Centrodestra, è data dai voti raccolti, a piene mani ai ballottaggi, degli elettori di centrodestra.
Ciò è stato possibile non solo perché il discrimine destra - sinistra si è fatto molto labile e poco convincente (anche grazie al "renzismo"), ma soprattutto perché il nuovo discrimine che si è imposto è quello dell'interesse concreto dei cittadini opposto alle "fumoserie" della politica politicante chiusa nel Palazzo.
E' ora che la Destra - se non vuole limitarsi ad una sopravvivenza di testimonianza - capisca e metabolizzi l'accaduto e si attrezzi per determinare ciò che deve accadere, con umiltà, capacità di ascolto, togliendosi il vizio delle facili "bollature" e stroncature, promuovendo al suo interno una vera e propria "rivoluzione culturale" ed una profonda autocritica e sostanziando, una buona volta e attraverso regole ineccepibili, la meritocrazia (sempre invocata e mai praticata).
Il dialogo ed il confronto, il rapporto con i cittadini sono la via maestra.
La Lega ha provato a dare il “la” aprendo “Il Cantiere” a Parma, dove la riflessione si è incentrata sui contenuti e non sulla leadership. E’ un piccolo ma significativo passo avanti, anche se non saranno “i tecnici” a fare la storia.
15/06/16 Brexit, conseguenze e prospettive
E adesso? Chiuderanno il tunnel sotto la manica? Gli Eurodeputati inglesi, Farage in testa, andranno a casa? Dalle lingue ufficiali dell'Unione verrà abolito l'inglese? I funzionari europei di nazionalità britannica, molti di alto rango, faranno le valige perché licenziati in tronco?
Probabilmente i deputati diventeranno "osservatori" fino a fine legislatura, l'inglese resterà lingua ufficiale, visto che è divenuta lo strumento di più agile comprensione tra i 28 (anzi i 27), i funzionari saranno gradualmente rimossi, a partire dai numerosi direttori generali, per passare dal tunnel occorrerà il passaporto, salvo accordi bilaterali che, è lecito pensarlo, non riguarderanno Polonia, Romania e Pakistan, visto lo sfavore di pubblico che si sono guadagnati gli immigrati di questi Paesi e che non poco hanno influito sull'esito referendario.
L'uscita della Gran Bretagna dall'Unione Europea, se dovesse consolidarsi e se la "ricetta scozzese" per invalidare il referendum non avesse successo, potrebbe rappresentare il primo tassello della disgregazione innescando il temuto effetto domino o, se ben assorbita e gestita, essere il punto d'avvio per una nuova Europa.
Il pallino è in mani tedesche ed in quelle degli altri Paesi fondatori. Riusciranno Hollande, Merkel, Renzi, Michel, Bettel e Rutte ad ergersi all'altezza degli Schuman, degli Adenauer, degli Spinelli? Saranno capaci di mettere da parte i rispettivi nazionalismi - da sempre ostacolo per un'Europa politica - per affrontare con rigore e tenacia la rifondazione di un'Unione che, così com'è, piace a pochi?
Certo restare in mezzo al guado non è possibile, significherebbe affogare una volta per tutte.
D'altro canto, l'uscita dell'Inghilterra, che non ha mai fatto mistero di avere interessi economici e non politici verso l'Unione, in questo ispirata dal proprio mai sopito imperialismo e dagli Usa, potrebbe rivelarsi alla fine, dopo le inevitabili scosse di assestamento, un buon affare per l'Europa continentale e per la revisione di un "atlantismo" che mostra tutti i segni del tempo e del quale gli inglesi sono stati i primi "mastini".
Si è in qualche modo usciti da un equivoco che durava da decenni. Adesso bisogna uscire da altri equivoci: la germanizzazione dell'Europa, il problema delle frontiere, il capitalismo senza regole. Se si farà chiarezza si porranno le premesse per il cambiamento.
Ma, forse, è solo una stupida speranza visto che la necessità di cambiamento è sostenuta anche da Renzi.
A proposito di atlantismo: dal 1949 ha, indubbiamente, garantito la pace, sia pur nella "guerra fredda", e la difesa dai comuni pericoli (Nato), in una prospettiva di sempre più stretta collaborazione tra le due sponde dell'Atlantico, ossia tra Usa e stati europei, il cui numero si è andato allargando verso est, all'indomani dell'implosione del sistema sovietico.
E' anche vero che non ha favorito l'integrazione europea sul piano politico (divide et impera). Integrazione politica che si allontana sempre di più mano a mano che aumenta, sotto la spinta "atlantista" e mercatista, il numero degli stati aderenti all'Unione Europea.
E' vero, inoltre, che gli assetti geopolitici che ispirarono il Patto Atlantico non sono più gli stessi ed è, quindi, pensabile un "neoatlantismo" (peraltro già in parte attuato con obiettivi medio-orientali ai tempi di Enrico Mattei) più paritario e più conciliante verso un continentalismo europeo, atteso che sull'altra sponda dell'Atlantico vi è uno stato federale e quasi continentale.
I concetti di "Europa nazione", "una dall'Atlantico agli Urali" o di "Europa delle patrie", potrebbero così finalmente accordarsi con le speranze degli europei.
Per altri versi, sempre per ragioni "atlantiche" l'Europa si accinge a sottoscrivere il "Transatlantic Trade and Investment Partnership" (TTIP), nonostante che la sottoscrizione comporti una robusta cessione di sovranità dagli Stati al mercato, e anche questo allontana l'Europa politica, stabilizzandola nell'area di influenza economica (e militare) degli Stati Uniti.
Per approfondimenti sull'argomento si segnala il lucido saggio di Alain de Benoist: "Il Trattato transatlantico, l'accordo commerciale Usa - Ue che condizionerà le nostre vite", Arianna editrice.
15/05/16 Scienza: tra gli ultimi passi avanti
Controllo dello spin di un elettrone in una cavità risonante
Un team internazionale di ricercatori (Francia, Regno Unito, Israele) ha scoperto un modo per controllare lo spin degli elettroni - da uno stato normale eccitato e viceversa . Nel processo gli elettroni rilasciano fotoni a microonde. Gli scienziati ritengono che il loro lavoro può trovare applicazioni nell'informatica quantistica e nella medicina nucleare (Nature).

Analizzata l'atmosfera di un pianeta a 40 anni luce dalla terra
Scoperto nel 2004, 55 Cancri è classificato come un "super-Terra", una categoria di pianeti con massa compresa tra una e dieci volte quella della Terra . 55 Cancri ha un diametro doppio di quello del nostro pianeta. Grazie ad una nuova tecnica di analisi si è scoperto che la sua atmosfera è ricca di elio e idrogeno. (Hubble Space Telescope).

Un nuovo materiale che incapsula l'ossigeno
Scienziati danesi hanno sintetizzato un materiale a base di cobalto in grado di assorbire ossigeno per poi rilasciarlo se riscaldato o nel vuoto. In teoria il materiale può assorbire ossigeno non solo dall'aria, ma anche dall'acqua e potrebbe sostituire le bombole dei subacquei.

Stampata un'auto in 3d
La stampante 3d più grande del mondo è israeliana e si chiama Massivit 3d. Utilizza una resina che indurisce alla luce ultravioletta. E' in grado di stampare non solo singoli oggetti, ma anche una pluralità di forme in contemporanea. Per una statua a grandezza d'uomo sono sufficienti solo cinque ore.
Un partecipata della società Airbus ha risposto stampando in 3d una moto con telaio speciale.

Qubit teletrasportati a 100 chilometri di distanza
Un qubit è un bit quantistico, un bit è la più elementare unità di informazione, in campo quantistico essa è un fotone. Un passo avanti verso i computer quantistici e la trasmissione su fibra ottica.
15/05/16 Regola e pregiudizio
Cambiano i governi e i capipopolo, esce Letta ed entra Renzi, "il novatore", ma la musica è sempre la stessa: i cittadini restano solo pecore da tosare e da rinchiudere in recinti normativi sempre più angusti, asfissianti e labirintici. Mai un provvedimento che si fondi sul rispetto, sulla mancanza di pregiudizio, sull'assenza di riserva mentale, sulla facilitazione in luogo della complicazione, sulla parità di dignità nel rapporto Stato - cittadino.
L'ultima e odiosa trovata è quella del canone Rai in bolletta energetica.
Odiosa perché snatura il senso della bolletta: fatturare il consumo di energia, nel voler furbescamente imporre il pagamento di un "servizio" non richiesto e non a domanda individuale, come ogni altro servizio, quello televisivo pubblico.
Odiosa perché, artificiosamente e capziosamente, si è trasformato il corrispettivo di un servizio prima in un balzello sul possesso di un apparecchio televisivo e poi, di fatto, in una tassa sul contratto di fornitura elettrica, azzerando così anche i benefici delle cosiddette "fasce sociali" di consumo elettrico.
Odiosa, perché non rispetta le regole della libera concorrenza nell'imporre alle emittenti private la quadratura dei conti con i soli proventi pubblicitari, mentre all'emittenza pubblica è riservato un doppio gettito: pubblicità più contributo pubblico, ammantato sotto le vesti di un "canone" che lo è solo di nome.
Ferma restando l'iniquità, più sensata e meno cavillosa sarebbe stata l'introduzione di un'imposta sulla vendita degli apparecchi televisivi o l'imputazione alla fiscalità generale di un contributo all'emittenza pubblica. E, per essere corretti con i cittadini, sarebbe bastato copiare la legislazione di Paesi più attenti a non disturbare inutilmente gli abitanti, come, ad esempio, la Spagna, dove non esiste canone televisivo pur essendoci la televisione di stato e dove su ogni comunicazione pubblica c'è la stampigliatura: "Scusate il disturbo, ma non potevamo farne a meno".
Ma l'aspetto più odioso, fastidioso e mortificante di questa "finzione" italica è il destino riservato ai non possessori di apparecchi televisivi. Non basta, infatti, che essi - sulla base di una generalizzata presunzione di possesso - siano chiamati a comunicare "mediante raccomandata senza busta" di non possedere il televisore (5,80 Euro perché i due fogli da spedire eccedono il peso minimo, qualcosa in più se per la chiusura si usano punti metallici). Sono condannati a farlo in perpetuo (vedi nota).
Rei (Rai) di non avere un televisore, sono chiamati ad una vita di raccomandate annuali e, se sgarrano anche solo la data di inoltro, pagano comunque, come se avessero l'apparecchio.
Se non è vessazione questa.
Queste sono la lungimiranza e l'equità di Renzi, che nell'essenza si conferma un tipo "sinistro".

Nota: dal modulo dell'Agenzia delle entrate: "la dichiarazione sostitutiva di non detenzione di un apparecchio televisivo, per espressa previsione di legge, ha validità annuale" ... "per il 2016, primo anno di applicazione del pagamento del canone in bolletta, la dichiarazione sostitutiva di non detenzione va presentata entro il 16 maggio 2016 per avere effetto per l'intero canone dovuto per l'anno 2016. La dichiarazione sostitutiva presentata dal 17 maggio 2016 al 30 giugno 2016 ha effetto per il canone dovuto per il semestre luglio-dicembre 2016. La dichiarazione sostitutiva presentata dal 1° luglio 2016 ed entro il 31 gennaio 2017 ha effetto per l'intero canone dovuto per l'anno 2017. A decorrere dalle dichiarazioni relative all'anno 2017, la dichiarazione sostitutiva di non detenzione per avere effetto a partire dal 1° gennaio di un dato anno di riferimento deve essere presentata a partire dal 1° luglio dell'anno precedente ed entro il 31 gennaio dell'anno di riferimento stesso. Ad esempio, per avere effetto per l'intero canone dovuto per il 2017, la dichiarazione sostitutiva di non detenzione deve essere presentata dal 1° luglio 2016 al 31 gennaio 2017. La dichiarazione sostitutiva di non detenzione presentata dal 1° febbraio ed entro il 30 giugno di un dato anno di riferimento ha effetto per il canone dovuto per il semestre luglio-dicembre del medesimo anno. Ad esempio, la dichiarazione sostitutiva di non detenzione presentata dal 1° febbraio al 30 giugno 2017 ha effetto per il semestre luglio-dicembre 2017".
15/05/16 Scienza e coscienza
La scienza ha un doppio volto, come Giano bifronte: uno solare, stimolante, coinvolgente l'altro oscuro, inquietante, ripugnante. E la cosa strana è che tra gli aspetti coinvolgenti ve ne sono alcuni con sfumature inquietanti e viceversa. Un esempio: il nuovo drone Alanera, in grado di essere lanciato da un sottomarino in immersione con funzioni multiple: comunicazioni, ricognizioni, combattimento.
Il drone in quanto tale è un'interessante diavoleria che trova impiego civile in agricoltura, per il monitoraggio dei campi o grazie a particolari sensori per le previsioni meteo, per la scoperta di parassiti, per il controllo di destinazione dei suoli, nella fotografia aerea, nel monitoraggio urbanistico e ambientale, per il divertimento e persino, come ipotizza Amazon e salvo a non farseli rubare appena atterrano, per le consegne a domicilio. Ma trova impiego militare per spiare e seminare morte.
Anche un robot è un simpatico aggeggio, soprattutto immaginandolo come instancabile colf in servizio h 24. Diventa inquietante quando assume le sembianze di un cannone intelligente e semovente, come il Themis della estone Milrem. E che dire della macromolecola, brevettata da Ibm, in grado di neutralizzare i virus più pericolosi e letali come l'Ebola, con un triplice sistema di attacco? Ma la stessa macromolecola, opportunamente rimodellata, potrebbe anche funzionare al contrario offrendo ai virus un triplice sistema di difesa.
Energia atomica e bomba atomica, è questo il paradigma delle due facce. Tra di esse vi è il sottile diaframma dell'etica, il solo baluardo contro le pressioni del potere, dei governi, del terrorismo, dei mercati e contro avidità e narcisismo che sempre più pervadono, informandolo, il mondo globale.
In questi giorni la stazione spaziale internazionale ha compiuto la sua centomillesima orbita insieme alla Terra. Nei laboratori posti al suo interno si svolgono esperimenti e ricerche sui nuovi materiali, sulle reazioni degli organismi viventi alla microgravità e su tante altre cose che non ci è dato di sapere, ad esempio le ricerche con possibili ricadute militari. Anche qui sono l'etica, il rigore morale, la coscienza dei singoli astronauti a garantire tutti gli altri abitanti del pianeta sull'uso che si farà delle probabili scoperte, poi questa responsabilità passerà ad una parte della comunità scientifica e poi ai governi ed, infine, alle imprese che ne utilizzeranno concretamente i risultati. E' una catena debole, come dimostrarono le bombe sganciate su Hiroshima e Nagasaki, nonostante il rimorso di alcuni.
In un mondo sempre più connesso, sempre più tecnologico e dove sempre meno numerosi sono i detentori dei "saperi strategici" e i "luoghi del potere" si fanno sempre più potenti, la debolezza della catena cresce logaritmicamente, lasciando esposta l'umanità a rischi ben più grandi delle prime armi atomiche.
D'altro canto, da decenni assistiamo, impotenti e complici, al dissennato sfruttamento del pianeta, all'inquinamento dell'acqua e dell'aria, all'estinzione quasi quotidiana di centinaia di specie viventi, alla seria compromissione del futuro della vita in cambio di briciole di benessere, mentre una infima minoranza di privilegiati drena risorse e accumula gran parte delle ricchezze prodotte ed è davvero difficile credere che di fronte a scelte drastiche, costoro optino per il bene comune piuttosto che per il loro utile, per il futuro di tutti anche a costo di sacrificare il loro.
Al punto in cui siamo, occorrerebbe introdurre l'etica, la responsabilità, la consapevolezza quali materie di studio nelle scuole, comprese quelle private e costosissime degli extraricchi. Ci sarebbe bisogno di nuove forme e strumenti di controllo sociale prima che qualcuno, dopo gli ovuli, ci scippi il cervello.
15/05/16 Il muro del sapere
Una volta, ai tempi della rivoluzione industriale, esistevano soltanto capitale e lavoro quali fattori della produzione. Successivamente, con l'avvento della "società della conoscenza", è subentrato un terzo fattore: il sapere tecnologico.
Questo è costituito dai brevetti che "proteggono" un bene e che determinano una rendita d'uso (royalties) per i loro detentori.
La "protezione" dei brevetti sui beni - materiali ed immateriali - si è andata allargando a macchia d'olio, estendendosi dai processi e dai prodotti per la produzione industriale a quelli per il consumo: dai beni a contenuto tecnologico fino a quelli d'uso comune (in un telefono cellulare vi sono oltre 100 brevetti). Si è poi estesa ai prodotti biologici, dopo che tutto il vivente, escluso l'uomo (per ora) è stato dichiarato brevettabile dai tribunali Usa. E sono, quindi, arrivati i semi sterili, i prodotti ogm con il complemento degli specifici prodotti idonei alla loro migliore coltura, i batteri specializzati in bio-mansioni e le tecniche che interferiscono con la vita.
Grazie al sistema di protezione offerto dalla brevettazione e tutelato a livello globale, è stato possibile decentrare le produzioni affidandole a quei Paesi disposti a sostenerne l'impatto ambientale ed in grado di offrire vantaggi sul piano del minor costo della mano d'opera, della flessibilità delle regole a tutela del lavoro e fiscali.
Tale processo di decentramento è stato favorito anche dalle dimensioni globali assunte dalle grandi corporazioni emulate, poi, dalle imprese di minori dimensioni.
Molti dei prodotti in circolazione, dai farmaci agli apparati tecnologici, dagli imballaggi ad alcune specie vegetali, dai libri ai film, sono protetti dal diritto alla tutela della proprietà intellettuale ed una percentuale del loro prezzo o valore commerciale, costituisce la remunerazione dei titolari di tale diritto, quasi sempre senza che i consumatori ne abbiano contezza.
In tal modo la "società della conoscenza" finisce con l'avere il perverso effetto di circondare le conoscenze operative, i saperi tecnologici e scientifici di punta, con alte e impenetrabili barriere creando un "cultural - divide" tra i detentori di tali saperi ed il resto della società.
Inoltre, ha il perverso effetto di rendere avida l'intelligenza. Dalle università pubbliche e private, ai laboratori di ricerca delle aziende o a quelli improvvisati di qualche intuitivo praticone, tutti coloro che "ricercano" sognano la "scoperta", non più per amore della scienza o per il piacere di assecondare un impulso creativo, per la gioia di arricchire la loro nazione o l'umanità, ma per arricchirsi brevettando un nuovo ritrovato e godere, in esclusiva o in maniera condivisa, delle agognate "royalties".
In maniera condivisa il più delle volte, in quanto le ricerche di punta necessitano di investimenti che solo le grandi entità, pubbliche o private, sono in grado di effettuare.
Nasce quindi il dilemma: da un lato è giusto premiare gli sforzi della ricerca e remunerare gli investimenti necessari, dall'altro è iniquo che la barriera tra "creatori" e consumatori diventi sempre più alta e insormontabile.
Tale divisione ha un effetto di particolare perversione: i "creatori" diventano i dominatori del futuro, in quanto conoscono in anticipo le tecnologie ed i prodotti che saranno disponibili su un certo orizzonte temporale e sono anche in grado di preparare i mercati di sbocco "costruendo", alimentando ed orientando i desideri - e poi i bisogni - di consumo ed appropriandosi di sempre maggiori quote di quell'illusione che si chiama libertà.
E' qui che devono entrare in gioco la coscienza, tanto individuale che collettiva quanto il controllo sociale.
I detentori dei saperi scientifici e tecnologici devono frenare le loro avidità, devono garantire che mai possano ripetersi gli espianti non autorizzati di organi, le sperimentazioni su "uomini cavia", la messa in commercio di sostanze potenzialmente nocive e non testate a sufficienza. Le imprese vanno vincolate alla loro responsabilità sociale e nuove regole devono conciliare i tempi di sfruttamento di un ritrovato coperto da brevetto con l'interesse collettivo alla libera circolazione del sapere. E, soprattutto, devono saper conciliare responsabilità e profittabilità, tenendo la vita il più possibile lontana dalla mercificazione.
15/04/16 Oramai non c'è più
Alcuni filoni dell'esoterismo pensano che l'uomo "risvegliato" può ambire ad essere come gli dei, a conquistare l'immortalità attraverso una dura disciplina, progressive aperture spirituali e l'attivazione di una "sensibilità sottile".
Ai "dormienti" tocca invece l'ingloriosa morte.
Forse, nel tempo degli eroi, questa tesi aveva un suo fondamento, era possibile per gli uomini eccellenti apprendere la "lingua degli uccelli" ed ascendere all'Olimpo.
Molti miti e leggende concordemente lo affermano. Persino nelle religioni è presente il profeta, il santo, l'uomo fuori dall'ordinario capace di trascendere la dimensione umana comune, sia pure per intercessione divina.
Tuttavia, come insegnano altre scuole esoteriche, la "chiave" si sarebbe spezzata da tempo, ciononostante, occorre lavorare, dirozzare la pietra grezza - ossia l'essere umano figlio del caso - per meglio determinarlo secondo volontà e inclinazioni, ciò al fine del miglioramento dell'umanità attraverso la consapevolezza e coltivando la remota speranza che un giorno quella "chiave" possa essere ricomposta.
Tenue speranza alla luce della modernità. Tenue quanto la possibilità di trovare il Graal.
Eppure in ogni uomo, anche se ridotto a mera entità di consumo, palpita un cuore ed in esso langue una scintilla, spesso tenue, a volte robusta.
E' questa scintilla che, a volte, ci spinge alla "cerca" di un percorso non necessariamente razionale o logico, che ci porti a posare lo sguardo su altre dimensioni e mondi. E quando lo si è fatto una volta, permane dentro di sé, per sempre, un senso di incompiutezza per l'intuitiva consapevolezza di avvertire quanto è grande ciò che non sappiamo.
Alcuni si spingono avanti, molto avanti, ma tutti, inesorabilmente, arrivano ad un "ponte spezzato" oltre il quale si ergono, come vaste montagne nella nebbia, le conoscenze cui aneliamo.
Nella mia ormai lunga vita ho avuto la fortuna di conoscere un uomo, ormai andato, che si era spinto davvero lontano: Pio Filippani Ronconi. Parlava fluentemente quarantotto tra lingue e dialetti. Una sera a cena, a margine di un convegno organizzato dall’”Associazione Confini”, mi raccontò le prove che aveva dovuto superare nella sua "esperienza conoscitiva" in Tibet. La più semplice: sepolto nella neve scioglierla in un ampio cerchio con le proprie energie interiori.
Mi piace sperare che ora si trovi accanto al Buddha, che ha studiato per un intera vita, tuttavia non so se egli, pur spintosi molto avanti, sia riuscito a superare il "ponte".
Che fare dunque? Come colmare il vuoto che si estende oltre l'ordinario ed il tran tran quotidiano?
La mia indole "futurista" mi induce ad essere possibilista verso la scienza.
In mancanza del risveglio dei "sensi sottili" meglio dei "sensi-sensori" capaci di potenziare ed accrescere le capacità percettive ed allargare così l’orizzonte interiore.
15/03/16 Eau de vie
Il 31 gennaio 2014 si è spento un grande scienziato ed un uomo di rare qualità: Emilio Del Giudice. Confini lo vuole ricordare riassumendo alcune delle sue ricerche di punta.
Nato a Napoli il 1° gennaio 1940, conseguì la laurea in Fisica e la specializzazione in Fisica Teorica e Nucleare presso l'Università di Napoli. Scienziato di risonanza internazionale, ha svolto attività di ricerca in seno all'Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN) di Milano e all'International Institute of Biophysics di Neuss (Germania). Autore di numerosissime pubblicazioni, nel 2009 aveva ricevuto il "Prigogine Award" per le ricerche sull'"Interazione di Teoria Quantistica dei Campi e termodinamica dei processi irreversibili come base concettuale per la Biologia e gli ecosistemi dinamici". Fra i suoi studi più noti ricordiamo quelli sulla Elettrodinamica Quantistica Coerente (CQED), sulla memoria dell'acqua, sui pericoli dell'elettrosmog e sui campi elettromagnetici, sulla fusione fredda. Negli ultimi anni le sue ricerche lo avevano portato a lavorare con il premio Nobel Luc Montagnier per indagare la capacità dell'acqua di trattenere e trasmettere informazioni.
Per approfondire: https://www.youtube.com/results?search_query=emilio+del+giudice


Memoria dell'acqua
L'acqua ha un ruolo fondamentale nella vita, un corpo umano, ad esempio, è costituito per il 99% da molecole d'acqua e solo l'1% è costituito da molecole diverse. Nonostante tale rapporto i biologi hanno studiato l'1% e trascurato il 99%.
Ciò a causa del preconcetto per cui la dinamica biologica è sotto il dominio della chimica: le reazioni dell'1%. Le molecole d'acqua invece non determinano reazioni chimiche e perciò vengono trascurate.
Tuttavia basta chiedersi: come fanno tali molecole a riconoscersi per incontrarsi, posto che diano luogo alla dinamica vivente? Deve quindi esistere un qualche agente fisico che fornisce loro le informazioni, informazioni, tra l'altro, a prova di errore. Tale ruolo, molto probabilmente, è svolto dal campo elettromagnetico in base al teorema per cui quando un campo occupa un certa regione dello spazio ed oscilla ad una determinata frequenza è capace di attirare in quella regione molecole con oscillazione uguale o simile. Si tratta, quindi, di un meccanismo selettivo di richiamo.
A produrre il campo elettromagnetico sono proprio le molecole d'acqua liquida che non hanno attività indipendenti bensì sono capaci di un'attività collettiva - come un corpo di ballo - muovendosi in modo definito. I campi elettromagnetici sono il prodotto delle oscillazioni di cariche elettriche, pertanto l'oscillazione in fase di un gran numero di molecole produce appunto un campo definito che si comporta da "governatore".
Il premio Nobel Luc Montagner ha ottenuto, in proposito, alcune importanti evidenze sperimentali ponendo in acqua sequenze di Dna batterico e aumentando la diluizione con acqua.
Una bobina legge i segnali elettromagnetici provenienti dalla soluzione che aumentano con l'incremento della diluizione, ergo è l'acqua a regolarne l'intensità.
Le specifiche frequenze sono determinate dal Dna. I segnali vengono poi inviati ad un secondo recipiente con acqua distillata pura cui si aggiungono le sostanze necessarie alla strutturazione del Dna (adenina, timina, citosina e guanina) ed i catalizzatori necessari.
Dopo una ventina di ore compare lo stesso Dna da cui era stato estratto il segnale.
Da ciò si traggono non solo tracce per risolvere il mistero della vita ma anche spunti per dar vita ad un'industria chimica non inquinante fondata sull'interazione precisa tra molecole che è, tra l'altro altamente efficiente anche in termini energetici come dimostrato dalle sperimentazioni sull'effetto ossidroelettrico che consentono di estrarre energia elettrica dall'acqua con la mediazione delle molecole di ossigeno.
D'altro canto gli organismi viventi, grazie all'acqua, sono in grado di trasformare energia di basso grado (calore, infrarossi) in energia di alto grado (elettrica e chimica).
15/03/16 La fine dell'utopia
L'utopia è (era) la perfezione dal nostro punto di vista, è l'irrealtà immaginata, il sogno di quel che potrebbe essere, l'estremo confine della speranza. E' anche il mondo ed il suo ordine come ci piacerebbe che fossero, sia pure proiettati in un futuro indistinto e remoto. Ma, senza che ce ne accorgessimo, essa ci è stata sottratta a poco a poco.
Zigmunt Bauman, il pensatore che ha coniato il concetto di "società liquida", ha teorizzato "la fine del futuro", dopo che Francis Fukuyama aveva profetizzato "la fine della storia".
Ci resta, con amaro realismo, la distopia, il presagio delle ineluttabili conseguenze che scaturiranno dalle premesse poste nel presente, dalle evidenze dell'oggi.
Il pianeta malato per l'eccesso di sfruttamento e l'insostenibile peso dell'inarrestabile brulichio della vita, il clima impazzito e la desertificazione che avanza ed il livello dei mari che sale, l'atmosfera avvelenata sempre più sottile e piena di buchi come un colabrodo, sempre più ricca di anidride carbonica e più povera di ossigeno. Le specie che si estinguono per la caccia cieca e spietata o per i veleni sparsi nell'ambiente, batteri e virus che evolvono attraverso mutazioni sempre più virulente e resistenti ai farmaci.
L'"homo faber" si è trasformato in passiva entità di consumo in una società sempre più mercantile e complessa, tanto da creare barriere insormontabili tra chi detiene il sapere e chi è costretto a subirlo da "utente". E tali barriere dividono non solo gli individui ma i popoli.
Il denaro è la misura di tutte le cose ed il prezzo delle persone è sempre più basso: modeste percentuali per corrompere, pochi spiccioli per un assassinio su commissione o per fittare un utero. E la crisi non c’entra niente, sono i valori che si sono eclissati.
Il denaro - e quindi il potere reale - che si concentra sempre di più nelle mani di pochi, sempre più pochi. E questi pochi non rispondono a nessuno stato, a nessuna regola, a nessuna legge, perché sono globalizzati, sovranazionali, mentre gli stati hanno solo giurisdizione territoriale.
Crescono così, a dismisura, le masse dei disperati e degli esclusi, dei disoccupati e degli inoccupati, dei precari a vita. Le misure di portezione sociale scricchiolano sotto il peso dell’insostenibilità.
Conoscono una nuova primavera le migrazioni di massa, il nomadismo necessitato alla ricerca di condizioni di vita meno peggiori ed in pochi ricordano degli imperi crollati sotto tali spinte.
Cresce la voglia di annichilirsi nelle droghe, di dissolversi nelle perversioni e nell'inebetimento, di sfuggire alla condizione umana per essere "trans", nel senso di trans-umani: è l’insostenibile pesantezza dell’essere.
La tribù, il clan, la banda, il gruppo diventano sostitutivi della società, del suo ordine e leggi.
Ordine e leggi sempre più oppressivi e riducenti le cosiddette libertà, ora nel nome di una presunta sicurezza, ora con la scusa di prevenire i rischi dell'alcol, del fumo, del contatto carnale, di malattia o di una morte desiderata o con l'intento di scovare gli evasori, di contrastare il riciclaggio, di ridurre il crimine o il pericolo di attentati. E così l'individuo è ascoltato, videosorvegliato, elettronicamente controllato, che si muova o stia fermo, che spenda o risparmi, che viaggi o sia stanziale.
E guai a fumare nei dintorni di un ospedale o ad andare a puttane.
Su tali premesse addio utopie.
15/02/16 Liberadestra promuove i Comitati per il No
Il Professor Giuseppe Consolo ha aperto il lavori del convegno: "Votare bene al referendum per scegliere quale repubblica, non quale governo", promosso da Liberadestra e svoltosi a Roma il 10 febbraio u.s., ricordando ai numerosi presenti che la destra è sempre stata profondamente riformista e la prova è nelle sue storiche battaglie per il presidenzialismo alla francese, precisando che rafforzare l'esecutivo non implica alcuna deriva autoritaria, purché si prevedano i necessari e giusti contrappesi, contrappesi che sono del tutto assenti nella riforma Renzi, quindi non bisogna "abboccare" ad un inesistente contrapposizione tra conservatori e riformisti, come piacerebbe al Presidente del Consiglio, la posta è ben altra: la scelta su quale repubblica e non su quale governo come vorrebbe Renzi, che ha caricato impropriamente il referendum del giudizio sull'azione di governo, con la minaccia di dimissioni.
E' poi intervenuto il Presidente emerito della Consulta, Antonio Baldassare.
Ha sottolineato che per la terza volta consecutiva si tenta di cambiare la Costituzione a colpi di maggioranza e ciò inficia l'intero procedimento. Nel merito, a suo parere, la riforma contiene due soli aspetti positivi: la riforma del titolo V che elimina la legislazione concorrente e introduce la clausola di interesse nazionale e l'abolizione del Cnel. Tutto il resto è pessimo, tanto sul piano tecnico che su quello politico. Essa cambia l'organizzazione del potere. Il Senato viene sostituito dal Senato delle autonomie, copiando il modello dai lander tedeschi, ma questi in Germania sono veri e propri Stati con proprie organizzazioni statali e leggi mentre le regioni italiane non sono stati. E ancora: si introduce un vulnus al principio di rappresentanza nel non dire come i nuovi Senatori verranno eletti. Inoltre i poteri vengono concentrati in capo al governo senza previsione di alcun controllo, eppure negli Stati Uniti - spesso additati quale democrazia avanzata - il sistema di controlli è il più alto del mondo occidentale. I consiglieri di Renzi affermano di essersi ispirati agli inglesi dimenticando che là esiste la common law, le regole consuetudinarie che vengo rispettate da tutti, anche se non scritte. Per di più si tratta di una riforma tentata in assenza dei grandi partiti tradizionali, visto che in Italia residuano solo partiti personali, e quindi si crea un mostro: una concentrazione di poteri senza contrappesi, neanche quello di un Presidente della Repubblica eletto dal popolo. Un solo partito è chiamato a gestire tutto il potere e se tale partito restasse di maggioranza per due legislature consecutive lo stesso gruppo di potere non solo nominerebbe la maggioranza dei deputati ma anche il Presidente della Repubblica e la maggioranza dei membri della Corte Costituzionale che è di otto. Si tratta di un unicum mostruoso. Abilmente Renzi ha caricato il referendum di un significato plebiscitario su di lui e si tratta di una mossa astuta atteso che il Centrodestra non ha in questa fase un leader da contrapporgli, quindi Renzi parte favorito, a meno che la crisi economica non disilluda i cittadini.
Ciò pone un serio problema politico: quello di scegliere un antagonista a Renzi.
Il Professor Alfonso Celotto ha svolto una disamina, artico per articolo, della riforma concludendo che essa è talmente ampia da violare l'articolo 138 della Costituzione, che è stato pensato per la revisione della stessa e non per radicali modifiche. Ha rilevato che il testo è scritto assai male ed il referendum, chiedendo un si o un no all'intero blocco di modifiche - alcune delle quali accettabili - è disomogeneo. Ha concluso dichiarando che l'Assemblea Costituente è il solo luogo idoneo per simili riforme.
L’on. Renato Brunetta ha esordito evidenziando la difficoltà della vittoria dei no. La narrazione renziana racconta che il progresso vince sulla conservazione e che la riforma è ottima perché riduce il numero dei senatori e ne abbatte il costo ed una sola camera e più che sufficiente.
Nella realtà le cose sono più complesse e difficili da spiegare, come nel caso delle "abolite" province che costano lo stesso di prima e sono per il 95% in mano al PD. Allo stesso modo non si riducono i costi del Senato, cambiano solo gli assetti di potere. Tuttavia Renzi, nel politicizzare sulla sua persona il referendum rischia un effetto boomerang e questa sarà la chiave della campagna per il no, un no per mandare a casa Renzi e ripristinare la democrazia.
Ad ottobre, probabilmente, la situazione economica sarà peggiore e gli italiano voteranno con le tasche, quindi sarà un referendum su Renzi: tenerlo o mandarlo a casa. Qualche recente sondaggio da i no in testa ed il quadro evolutivo appare molto favorevole. Occorre, pertanto, riunire tutti i comitati per il no, di sinistra o di destra che siano: la difesa della Costituzione e della democrazia sono di tutti. Il rischio è nella possibile minaccia renziana del "dopo di me il diluvio", per mancanza di alternativa e di legge elettorale, atteso che l'Italicum vale per una sola camera e che per il Senato si voterebbe con il "costituzionellum". Ciò potrebbe significare ingovernabilità e tale argomento potrebbe essere usato da Renzi: meglio me che il caos. Quindi occorre battersi per il no dicendo anche cosa fare dopo: la legge elettorale.
L’on. Raffaele Fitto ha detto che il Centrodestra, che non sempre è stato coerente, rischia di cadere nella trappola della sterile contrapposizione se non formula delle proposte quali il tetto fiscale o il divario nord-sud. Occorre andare a battaglia con un'alternativa di garanzia in un Centrodestra finalmente inclusivo. Occorre costruire risposte in relazione allo scenario di ottobre: una crisi che riprende a mordere ed un'Europa più rigida. Occorre costruire un'alternativa che parta dall'autocritica sugli errori commessi. Avevamo promesso meno tasse, meno debito e spesa pubblica, ma non ci siamo riusciti. Occorre fare un reset ed aprire un dibattito con i cittadini, senza paure.
Per l’on. Fabio Rampelli il deficit di democrazia è una patologia. Vi è una crisi di partecipazione strutturale e insuperata. Le istituzioni sono lontane dalla gente. Siamo per le primarie, purché regolate per legge, altrimenti restano troppo facilmente manipolabili per le difficoltà di controllo, come dimostrano le esperienze del Pd. La distanza dalla gente è fotografata nel progetto di riforma: non un accenno all'inno nazionale o alla lingua o all'equità generazionale, non un possibile vaglio delle indicazioni europee, nessuna revisione dell'architettura dello stato, a partire dalle regioni, nessuna norma antiribaltone, per non parlare della finta riforma del Senato che toglie solo ai cittadini il diritto di scegliere senza sciogliere i veri nodi a partire dall'occasione mancata di realizzare il presidenzialismo.
Il dr. Pasquale Viespoli: nel merito è sufficiente il giudizio del Professor Baldassarre: "un unicum mostruoso". Non è indicata la forma di governo e non si da risposta alla domanda: quale repubblica? La via maestra sarebbe stato un referendum di indirizzo costituzionale e poi l'Assemblea costituente. Nel 2001 fu fatta una riforma di parte e a fini elettorali - quella del Titolo V - per parlare agli elettori della Lega. In particolare furono cambiati gli articoli 144 e 119, col primo furono messi sullo stesso piano stato, regioni, province e comuni, col secondo fu cancellato il Sud dalla Costituzione. Fu un errore storico perché non è vero che se non corre la locomotiva... è vero invece che l'Italia non cresce senza il Sud. E chi fa la perequazione? La riforma blinda il regionalismo quando esso andrebbe superato, si tenta di costruire una democrazia oligarchica quando invece si dovrebbero riconciliare popolo e stato.
Per il Professor Annibale Marini la riforma è brutta in tutto e nasce da un Parlamento illegittimo.
La sentenza della Corte costituzionale ha affermato che è illegittimo ed ha potuto proseguire solo in base al principio di continuità dello Stato, ma come se nulla fosse continua a legiferare, ma un Parlamento sciolto mai avrebbe potuto farlo e illegittimo è sinonimo di sciolto in questo caso.
Infine la minaccia di dimissioni di Renzi in caso di vittoria dei no è la conferma che si tratta di una riforma di parte: un governo non sposa le riforme, è compito dei parlamenti.
Il Presidente di Liberadestra on. Gianfranco Fini: Si tratta di una riforma che non trova riscontri in nessun altro ordinamento, archivia la repubblica parlamentare senza introdurne un'altra. Si tratta di un "Italicum" costituzionale, è un mero atto di propaganda che nulla ha di politica alta. E' il cambiare per cambiare perchè lui è il nuovo, ma non tutto il nuovo è digeribile e Renzi ne è cosciente, per questo è una riforma del governo e non del Parlamento.
Ha chiesto un plebiscito (che non sempre porta bene, come non portò bene a De Gaulle) perchè sa che nel merito è una pessima riforma. Essa va bocciata perché l'Italia non può consentirsi una Costituzione che aggrava la democrazia.
La Destra non ha mai ritenuto la Costituzione intangibile, non è mai stata conservatrice in tal senso. Noi non critichiamo la riforma perché è autoritaria, né vogliamo conservare, vogliamo solo riformare sul serio. AQl referendum non si vota per il governo ma per la casa comune.
Occorre dar vita ad un Comitato per il no diverso da quelli esistenti perchè è per il presidenzialismo. Bisogna organizzare iniziative, mobilitare i delusi, senza nascondersi che il contrasto nel merito sarà complesso come spiegare perchè il nuovo Senato garantirà il conflitto. E’ necessario un raccordo popolare per spiegare che dopo non c'è il caos perché sentiamo il dovere di rispondere alla domanda: che accade dopo? E rispondiamo con proposte e, tra queste, una legge elettorale con premio alla coalizione e una repubblica presidenziale
Costituiamo i Comitati per una svolta riformatrice. E' tempo che il Centrodestra volti pagina.
15/02/16 Referendum
Con ogni probabilità, nel prossimo mese di ottobre i cittadini saranno chiamati alle urne per esprimere un sì o un no sulla riforma costituzionale targata Renzi. Da ricordare che per i referendum costituzionali non è richiesto alcun quorum, pertanto la partecipazione al voto è importante, soprattutto per coloro che grazie al No possono mandare a casa Renzi, visto che egli stesso lo ha connotato come un plebiscito sul suo operato affermando che, in caso di sconfitta, si ritirerà a vita privata.
Nel merito, va detto che si tratta di una pessima riforma. E' fatta da un Parlamento dichiarato illegittimo dalla Corte costituzionale e con un tasso di trasformismo tanto elevato da non renderlo idoneo ad una corretta rappresentanza del corpo elettorale. E' un atto del governo in una materia che sarebbe bene fosse di iniziativa parlamentare. Viene forzato l'art. 138 della Costituzione che fa, implicitamente, riferimento ai piccoli aggiustamenti costituzionali; non a caso quando si è trattato, nel passato, di metter mano alle riforme si è tentata la strada delle Bicamerali, ferma restando la via maestra dell'Assemblea Costituente, che, oggi più che mai, sarebbe la sola soluzione per procedere ad una riforma organica, quanto necessaria, dell'intero impianto costituzionale ormai segnato dal tempo.
La riforma consta di ben 35 articoli che cambiano i complessivi assetti di potere - diminuendo i contrappesi - e non solo il Senato. Questo il testo con alcuni commenti. In neretto le parti del testo su cui riflettere.

Modifiche al Titolo I della seconda parte della Costituzione
Art. 1. (Funzioni delle Camere)
1. L'articolo 55 della Costituzione è sostituito dal seguente:
«Art. 55. -- Il Parlamento si compone della Camera dei deputati e del Senato delle Autonomie.
Ciascun membro della Camera dei deputati rappresenta la Nazione.
La Camera dei deputati è titolare del rapporto di fiducia con il Governo ed esercita la funzione di indirizzo politico, la funzione legislativa e quella di controllo dell'operato del Governo.
Il Senato delle Autonomie rappresenta le istituzioni territoriali. Concorre, secondo modalità stabilite dalla Costituzione, alla funzione legislativa ed esercita la funzione di raccordo tra lo Stato e le Regioni, le Città metropolitane e i Comuni. Partecipa alle decisioni dirette alla formazione e all'attuazione degli atti normativi dell'Unione europea e, secondo quanto previsto dal proprio regolamento, svolge attività di verifica dell'attuazione delle leggi dello Stato e di valutazione dell'impatto delle politiche pubbliche sul territorio. Il Parlamento si riunisce in seduta comune dei membri delle due Camere nei soli casi stabiliti dalla Costituzione».
Meglio sarebbe stato abolire una Camera, se davvero si voleva risparmiare, piuttosto che ri-legittimare un regionalismo che ha fatto solo danni e che rappresenta il vero buco nero nella voragine dei conti pubblici. Inoltre il combinato disposto della nuova legge elettorale - che assegna il premio di maggioranza alla lista meglio piazzata - con tale articolo rafforza i poteri del governo rendendo evanescenti i controlli. Nulla è detto circa la sorte della Conferenza Stato - Regioni che fu creata (1983) e rafforzata nel tempo, proprio con lo scopo del raccordo Stato - autonomie. La Corte Costituzionale ha, infatti, affermato (sentenza n. 116/94) "che la Conferenza è la sede privilegiata del confronto e della negoziazione politica tra lo Stato e le regioni (e le province autonome) .... in quanto tale, la Conferenza è un'istituzione operante nell'ambito della comunità nazionale come strumento per l'attuazione della cooperazione tra lo Stato, le regioni e le province autonome". Sarebbe bastato integrare alcune funzioni di quest'ultima e cancellare la doppia Camera abbattendone integralmente i costi piuttosto che creare un "continuum mostruoso" come lo ha definito Antonio Baldassare, presidente emerito della Corte Costituzionale nel corso di un recente convegno sul tema promosso da Liberadestra.
Art. 2. (Composizione ed elezione del Senato delle Autonomie)
1. L'articolo 57 della Costituzione è sostituito dal seguente:
«Art. 57. -- Il Senato delle Autonomie è composto dai Presidenti delle Giunte regionali, dai Presidenti delle Province autonome di Trento e di Bolzano, dai sindaci dei Comuni capoluogo di Regione e di Provincia autonoma, nonché, per ciascuna Regione, da due membri eletti, con voto limitato, dal Consiglio regionale tra i propri componenti e da due sindaci eletti, con voto limitato, da un collegio elettorale costituito dai sindaci della Regione.
La durata del mandato dei senatori coincide con quella degli organi delle istituzioni territoriali nelle quali sono stati eletti.
La legge disciplina il sistema di elezione dei senatori e la loro sostituzione, entro sessanta giorni, in caso di cessazione dalla carica elettiva regionale o locale.
Ventuno cittadini che hanno illustrato la Patria per altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario possono essere nominati senatori dal Presidente della Repubblica. Tali membri durano in carica sette anni».
Il numero dei membri del nuovo Senato non è dichiarato, come invece accadeva prima (ma non dovevano essere soltanto 100?). Secondo il testo: i 20 Presidenti di regione più i Presidenti delle Province di Trento e Bolzano, i sindaci dei capoluoghi di regione più i sindaci di Trento e Bolzano, 40 consiglieri regionali eletti dai Consigli regionali, 2 sindaci eletti dai sindaci di ogni regione (40), 21 nominati dal Presidente della Repubblica per 7 anni e non più a vita. Ben 144, oltre gli attuali Senatori a vita ed i nuovi ex Presidenti della Repubblica. Il voto limitato garantisce la rappresentanza delle minoranze. Va anche rilevato che nulla è detto sui criteri di elezione dei membri del nuovo Senato essendovi rinvio alla legge e che il Trentino appare sovra-rappresentato. Dal punto di vista dei costi l'indennità parlamentare è stata circoscritta ai soli membri della Camera, ma nulla è detto circa i membri del Senato. Possibile che tutti opereranno gratis, compresi i Senatori di nomina presidenziale scelti tra i cittadini che hanno illustrato la patria? E come si giustificheranno le sperequazioni tra gli attuali Senatori a vita, gli ex Presidenti della Repubblica ed i comuni Senatori, tutti equiparati, come emolumenti, ai sindaci di capoluogo? Avranno rimborsi spese e gettoni di presenza? Nulla è infine detto sul bilancio, il personale, le sedi, i servizi del Senato.
Art. 3. (Durata della Camera dei deputati)
1. L'articolo 60 della Costituzione è sostituito dal seguente:
«Art. 60. -- La Camera dei deputati è eletta per cinque anni.
La durata della Camera dei deputati non può essere prorogata se non per legge e soltanto in caso di guerra».
Art. 4. (Titoli di ammissione dei componenti del Senato delle Autonomie)
1. All'articolo 66 della Costituzione sono apportate le seguenti modificazioni:
a) le parole «Ciascuna Camera» sono sostituite dalle seguenti: «La Camera dei deputati»;
b) è aggiunto, in fine, il seguente comma:
«Il Senato delle Autonomie verifica i titoli di ammissione dei suoi componenti. Delle cause ostative alla prosecuzione del mandato dei senatori è data comunicazione al Senato delle Autonomie da parte del suo Presidente».
Tale verifica si limita ai procedimenti elettorali.
Art. 5. (Vincolo di mandato)
1. L'articolo 67 della Costituzione è sostituito dal seguente:
«Art. 67. -- I membri del Parlamento esercitano le loro funzioni senza vincolo di mandato».
Un'occasione perduta per istituire il vincolo di mandato connesso almeno al programma elettorale sottoscritto all'atto dell'elezione. Ciò non comporterebbe alcuna violazione della libertà di coscienza degli eletti che, se in conflitto, potrebbero sempre dimettersi, ma garantirebbe la fine del trasformismo.
Art. 6. (Prerogative dei parlamentari)
1. All'articolo 68 della Costituzione sono apportate le seguenti modificazioni:
a) al secondo comma, le parole: «Senza autorizzazione della Camera alla quale appartiene, nessun membro del Parlamento» sono sostituite dalle seguenti: «Senza autorizzazione della Camera dei deputati, nessun deputato»;
b) al terzo comma, le parole: «membri del Parlamento» sono sostituite dalla seguente: «deputati».
Si mantiene l'immunità, indebolita nel tempo, per i deputati.
Art. 7. (Indennità parlamentare)
1. All'articolo 69 della Costituzione, le parole: «del Parlamento» sono sostituite dalle seguenti: «della Camera dei deputati».
L'indennità è riconosciuta ai soli deputati.
Art. 8. (Procedimento legislativo)
1. L'articolo 70 della Costituzione è sostituito dal seguente:
«Art. 70. -- La funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere per le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali.
Le altre leggi sono approvate dalla Camera dei deputati.
Ogni disegno di legge approvato dalla Camera dei deputati è immediatamente trasmesso al Senato delle Autonomie che, entro dieci giorni, su richiesta di un terzo dei suoi componenti, può disporre di esaminarlo. Nei trenta giorni successivi il Senato delle Autonomie può deliberare proposte di modificazione del testo, sulle quali la Camera dei deputati, entro i successivi venti giorni, si pronuncia in via definitiva. Qualora il Senato delle Autonomie non disponga di procedere all'esame o sia inutilmente decorso il termine per deliberare, ovvero quando la Camera dei deputati si sia pronunciata in via definitiva, la legge può essere promulgata.
Per i disegni di legge che dispongono nelle materie di cui agli articoli 57, terzo comma, 114, terzo comma, 117, commi secondo, lettere p) e u), quarto, sesto e decimo, 118, quarto comma, 119, 120, secondo comma, e 122, primo comma, nonché per quelli che autorizzano la ratifica dei trattati relativi all'appartenenza dell'Italia all'Unione europea, la Camera dei deputati può non conformarsi alle modificazioni proposte dal Senato delle Autonomie solo pronunciandosi nella votazione finale a maggioranza assoluta dei suoi componenti.
I disegni di legge di cui all'articolo 81, quarto comma, approvati dalla Camera dei deputati, sono esaminati dal Senato delle Autonomie che può deliberare proposte di modificazione entro quindici giorni dalla data della trasmissione. Per tali disegni di legge le disposizioni di cui al comma precedente si applicano solo qualora il Senato delle Autonomie abbia deliberato a maggioranza assoluta dei suoi componenti.
Il Senato delle Autonomie può, secondo quanto previsto dal proprio regolamento, svolgere attività conoscitive, nonché formulare osservazioni su atti o documenti all'esame della Camera dei deputati».
Con tale norma si pongono le basi di possibili conflitti e conseguenti paralisi istituzionali.
Art. 9. (Iniziativa legislativa)
1. All'articolo 71 della Costituzione, dopo il primo comma è inserito il seguente:
«Il Senato delle Autonomie può, con deliberazione adottata a maggioranza assoluta dei suoi componenti, richiedere alla Camera dei deputati di procedere all'esame di un disegno di legge. In tal caso, la Camera dei deputati procede all'esame e si pronuncia entro il termine di sei mesi dalla data della deliberazione del Senato delle Autonomie.».
Un rispetto delle sbandierate prerogative delle autonomie lungo sei mesi.
Art. 10. (Modificazioni all'articolo 72 della Costituzione)
1. All'articolo 72 della Costituzione sono apportate le seguenti modificazioni:
a) al primo comma, le parole: «Ogni disegno di legge, presentato ad una Camera è,» sono sostituite dalle seguenti: «Ogni disegno di legge è presentato alla Camera dei deputati e,»;
b) sono aggiunti, in fine, i seguenti commi:
«Il regolamento del Senato delle Autonomie disciplina le modalità di esame dei disegni di legge trasmessi dalla Camera dei deputati. I disegni di legge costituzionali e di revisione costituzionale sono esaminati dal Senato delle Autonomie articolo per articolo e approvati a norma dell'articolo 138.
Il Governo può chiedere alla Camera dei deputati di deliberare che un disegno di legge sia iscritto con priorità all'ordine del giorno e sottoposto alla votazione finale entro sessanta giorni dalla richiesta ovvero entro un termine inferiore determinato in base al regolamento tenuto conto della complessità della materia. Decorso il termine, il testo proposto o accolto dal Governo, su sua richiesta, è posto in votazione, senza modifiche, articolo per articolo e con votazione finale. In tali casi, i termini di cui all'articolo 70, terzo comma, sono ridotti della metà».
Il governo si garantisce una data certa di approvazione.
Art. 11. (Rinvio delle leggi di conversione)
1. All'articolo 74 della Costituzione sono apportate le seguenti modificazioni:
a) dopo il primo comma è inserito il seguente:
«Qualora la richiesta riguardi la legge di conversione di un decreto adottato a norma dell'articolo 77, il termine per la conversione in legge è differito di trenta giorni.»;
b) al secondo comma, le parole: «Se le Camere approvano nuovamente la legge,» sono sostituite dalle seguenti: «Se la legge è nuovamente approvata,».
Art. 12. (Disposizioni in materia di decretazione d'urgenza)
1. All'articolo 77 della Costituzione sono apportate le seguenti modificazioni:
a) al primo comma, le parole: «delle Camere» sono sostituite dalle seguenti: «della Camera dei deputati»;
b) al secondo comma, le parole: «alle Camere che, anche se sciolte, sono appositamente convocate e si riuniscono» sono sostituite dalle seguenti: «alla Camera dei deputati che, anche se sciolta, è appositamente convocata e si riunisce»;
c) al terzo comma, secondo periodo, le parole: «Le Camere possono» sono sostituite dalle seguenti: «La Camera dei deputati può»;
d) sono aggiunti, in fine, i seguenti commi:
«Il Governo non può, mediante provvedimenti provvisori con forza di legge: disciplinare le materie indicate nell'articolo 72, quarto comma; reiterare disposizioni adottate con decreti non convertiti in legge e regolare i rapporti giuridici sorti sulla base dei medesimi; ripristinare l'efficacia di norme di legge o di atti aventi forza di legge che la Corte costituzionale ha dichiarato illegittimi per vizi non attinenti al procedimento.
I decreti recano misure di immediata applicazione e di contenuto specifico, omogeneo e corrispondente al titolo.
L'esame, a norma dell'articolo 70, dei disegni di legge di conversione dei decreti, è disposto dal Senato delle Autonomie entro trenta giorni dalla loro presentazione alla Camera dei deputati e le proposte di modificazione possono essere deliberate entro dieci giorni dalla data di trasmissione del testo».
Art. 13. (Deliberazione dello stato di guerra)
1. L'articolo 78 della Costituzione è sostituito dal seguente:
«Art. 78. -- La Camera dei deputati delibera lo stato di guerra e conferisce al Governo i poteri necessari».
Art. 14. (Leggi di amnistia e indulto)
1. All'articolo 79, primo comma, della Costituzione, le parole: «di ciascuna Camera,» sono sostituite dalle seguenti: «della Camera dei deputati,».
Art. 15. (Autorizzazione alla ratifica di trattati internazionali)
1. All'articolo 80 della Costituzione, le parole: «Le Camere autorizzano» sono sostituite dalle seguenti: «La Camera dei deputati autorizza».
Art. 16. (Inchieste parlamentari)
1. All'articolo 82, primo comma, della Costituzione, le parole: «Ciascuna Camera» sono sostituite dalle seguenti: «La Camera dei deputati».

Modifiche al Titolo II della seconda parte della Costituzione
Art. 17. (Modificazioni all'articolo 83 della Costituzione in tema di delegati regionali)
1. All'articolo 83 della Costituzione, il secondo comma è abrogato.
Art. 18. (Disposizioni in tema di elezione del Presidente della Repubblica)
1. All'articolo 85 della Costituzione sono apportate le seguenti modificazioni:
a) al secondo comma, le parole: «e i delegati regionali,» sono soppresse;
b) al terzo comma, il primo periodo, è sostituito dal seguente: «Se la Camera dei deputati è sciolta, o manca meno di tre mesi alla sua cessazione, l'elezione ha luogo entro quindici giorni dalla riunione della Camera nuova».
Art. 19. (Esercizio delle funzioni del Presidente della Repubblica)
1. All'articolo 86 della Costituzione sono apportate le seguenti modificazioni:
a) al primo comma, le parole: «del Senato» sono sostituite dalle seguenti: «della Camera dei deputati»;
b) al secondo comma, le parole: «le Camere sono sciolte» sono sostituite dalle seguenti: «la Camera dei deputati è sciolta» e la parola: «loro» è sostituita dalla seguente: «sua».
Art. 20. (Scioglimento della Camera dei deputati)
1. All'articolo 88 della Costituzione, il primo comma è sostituito dal seguente:
«Il Presidente della Repubblica può, sentito il suo Presidente, sciogliere la Camera dei deputati».
Il Senato delle Autonomie non può essere sciolto ed è, pertanto, perpetuo. Viene mitigato il potere del Presidente della Repubblica di sciogliere la Camera.
Modifiche al Titolo III della seconda parte della Costituzione
Art. 21. (Fiducia al Governo)
1. All'articolo 94 della Costituzione sono apportate le seguenti modificazioni:
a) al primo comma, le parole: «delle due Camere» sono sostituite dalle seguenti: «della Camera dei deputati»;
b) al secondo comma, le parole: «Ciascuna Camera accorda o revoca la fiducia» sono sostituite dalle seguenti: «La fiducia è accordata o revocata»;
c) al terzo comma, le parole: «alle Camere» sono sostituite dalle seguenti: «innanzi alla Camera dei deputati»;
d) al quarto comma, le parole: «di una o d'entrambe le Camere» sono sostituite dalle seguenti: «della Camera dei deputati»;
e) al quinto comma, dopo la parola: «Camera» sono inserite le seguenti: «dei deputati».
Art. 22. (Modificazioni all'articolo 96 della Costituzione)
1. All'articolo 96 della Costituzione, le parole: «del Senato della Repubblica o» sono soppresse.
Art. 23. (Soppressione del CNEL)
1. L'articolo 99 della Costituzione è abrogato.
Certamente il Cnel non ha brillato, ma è anche vero che è sempre stato visto come un retaggio del Fascismo (la Camera dei Fasci e delle Corporazioni) e quindi nessuno mai si preoccupato di rivitalizzarlo, si è preferita la "concertazione". In termini astratti un luogo di contemperamento degli interessi dell'economia e del lavoro non è sbagliato, come non sarebbe sbagliato normare le lobby.
Modifiche al Titolo IV della seconda parte della Costituzione
Art. 24. (Abolizione delle Province)
1. All'articolo 114 della Costituzione sono apportate le seguenti modificazioni:
a) al primo comma, le parole: «dalle Province,» sono soppresse;
b) al secondo comma, le parole: «le Province,» sono soppresse.
Se si rivedesse il regionalismo all'italiana concentrando il numero delle regioni, allora le province diverrebbero utilissime. Ciò solo per sottolineare la necessità di una riforma organica.
Art. 25. (Modificazioni all'articolo 116 della Costituzione)
1. All'articolo 116 della Costituzione, il terzo comma è abrogato.
Art. 26. (Modificazioni all'articolo 117 della Costituzione)
1. All'articolo 117, primo comma, della Costituzione, la parola: «comunitario» è sostituita dalle seguenti: «dell'Unione europea».
2. All'articolo 117, secondo comma, della Costituzione, sono apportate le seguenti modificazioni:
a) l'alinea è sostituito dal seguente: «Lo Stato ha legislazione esclusiva nelle seguenti materie e funzioni:»;
b) alla lettera e), dopo le parole: «bilanci pubblici;» sono inserite le seguenti: «coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario;»;
c) alla lettera g) sono aggiunte, in fine, le seguenti parole: «; norme generali sul procedimento amministrativo e sulla disciplina giuridica del lavoro alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche»;
d) alla lettera m) sono aggiunte, in fine, le seguenti parole: «; norme generali per la tutela della salute, la sicurezza alimentare e la tutela e sicurezza del lavoro»;
e) alla lettera n) sono aggiunte, in fine, le seguenti parole: «; ordinamento scolastico; istruzione universitaria e programmazione strategica della ricerca scientifica e tecnologica»;
f) alla lettera o) sono aggiunte, in fine, le seguenti parole: «, ivi compresa la previdenza complementare e integrativa»;
g) la lettera p) è sostituita dalla seguente:
«p) ordinamento, organi di governo, legislazione elettorale e funzioni fondamentali dei Comuni, comprese le loro forme associative, e delle Città metropolitane; ordinamento degli enti di area vasta»;
h) alla lettera q) sono aggiunte, in fine, le seguenti parole: «; commercio con l'estero»;
i) la lettera s) è sostituita dalla seguente:
«s) ambiente, ecosistema, beni culturali e paesaggistici; norme generali sulle attività culturali, sul turismo e sull'ordinamento sportivo»;
l) dopo la lettera s) sono aggiunte le seguenti:
«t) ordinamento delle professioni intellettuali e della comunicazione;
u) norme generali sul governo del territorio; sistema nazionale e coordinamento della protezione civile;
v) produzione, trasporto e distribuzione nazionali dell'energia;
z) infrastrutture strategiche e grandi reti di trasporto e di navigazione di interesse nazionale e relative norme di sicurezza; porti e aeroporti civili, di interesse nazionale e internazionale».
3. All'articolo 117 della Costituzione, i commi terzo e quarto sono sostituiti dai seguenti:
«Spetta alle Regioni la potestà legislativa in riferimento ad ogni materia e funzione non espressamente riservata alla legislazione esclusiva dello Stato, con particolare riferimento alla pianificazione e alla dotazione infrastrutturale del territorio regionale e alla mobilità al suo interno, all'organizzazione in ambito regionale dei servizi alle imprese, dei servizi sociali e sanitari e, salva l'autonomia delle istituzioni scolastiche, dei servizi scolastici, nonché all'istruzione e formazione professionale.
Su proposta del Governo, la legge dello Stato può intervenire in materie o funzioni non riservate alla legislazione esclusiva quando lo richieda la tutela dell'unità giuridica o dell'unità economica della Repubblica o lo renda necessario la realizzazione di programmi o di riforme economico-sociali di interesse nazionale.
Con legge dello Stato, approvata a maggioranza assoluta dei componenti della Camera dei deputati, l'esercizio della funzione legislativa, in materie o funzioni di competenza esclusiva statale, ad esclusione di quelle previste dal secondo comma, lettere h), salva la polizia amministrativa locale, i) e l), salva l'organizzazione della giustizia di pace, può essere delegato ad una o più Regioni, anche su richiesta delle stesse e per un tempo limitato, previa intesa con le Regioni interessate. In tali casi la legge disciplina l'esercizio delle funzioni amministrative nel rispetto dei principi di cui agli articoli 118 e 119».
4. All'articolo 117 della Costituzione, il sesto comma è sostituito dal seguente:
«La potestà regolamentare spetta allo Stato e alle Regioni secondo le rispettive competenze legislative. È fatta salva la facoltà dello Stato di delegare alle Regioni l'esercizio di tale potestà nelle materie e funzioni di competenza legislativa esclusiva. I Comuni e le Città metropolitane hanno potestà regolamentare in ordine alla disciplina dell'organizzazione e dello svolgimento delle funzioni loro attribuite, nel rispetto della legge statale o regionale».
Si cerca di mettere ordine al pasticcio creato dalla precedente riforma del Titolo V targata Centrosinistra abolendo, di fatto, la legislazione "concorrente".
Art. 27. (Modificazioni all'articolo 118 della Costituzione)
1. All'articolo 118 della Costituzione sono apportate le seguenti modificazioni:
a) al primo comma, la parola: «Province,» è soppressa;
b) dopo il primo comma è inserito il seguente:
«Le funzioni amministrative sono esercitate in modo da assicurare la semplificazione e la trasparenza dell'azione amministrativa, secondo criteri di efficienza e di responsabilità degli amministratori.»;
c) al secondo comma, le parole: «, le Province» sono soppresse;
d) al terzo comma, le parole: «nella materia della tutela dei beni culturali» sono sostituite dalle seguenti: «in materia di tutela dei beni culturali e paesaggistici»;
e) al quarto comma, la parola: «, Province» è soppressa.
Art. 28. (Modificazioni all'articolo 119 della Costituzione)
1. All'articolo 119 della Costituzione sono apportate le seguenti modificazioni:
a) al primo comma, le parole: «le Province,» sono soppresse;
b) il secondo comma è sostituto dal seguente:
«I Comuni, le Città metropolitane e le Regioni hanno risorse autonome. Stabiliscono e applicano tributi ed entrate propri e dispongono di compartecipazioni al gettito di tributi erariali riferibile al loro territorio, in armonia con la Costituzione e secondo quanto disposto dalla legge dello Stato ai fini del coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario.»;
c) il quarto comma è sostituito dal seguente:
«Le risorse derivanti dalle fonti di cui ai commi precedenti assicurano il finanziamento integrale delle funzioni pubbliche attribuite ai Comuni, alle Città metropolitane e alle Regioni.»;
d) al quinto comma, la parola: «Province,» è soppressa;
e) al sesto comma, le parole: «le Province,» sono soppresse.
Il secondo comma abolisce ogni perequazione a favore delle aree svantaggiate, chi è più povero incasserà meno e resterà più povero. E' anche ribadito (revisione artt. 81 e 97) il principio dell'equilibrio di bilancio tra entrate e spese e il principio della sostenibilità del debito previsto dalla Legge Costituzionale n. 1 del 2012. E’ vero che, tuttavia, esiste il fondo di perequazione nazionale, ma la solidarietà in tema di ritardo di sviluppo è abolita dalla Costituzione.
Art. 29. (Limiti agli emolumenti dei componenti degli organi regionali)
1. All'articolo 122, primo comma, della Costituzione, sono aggiunte, in fine, le seguenti parole: «e i relativi emolumenti nel limite dell'importo di quelli attribuiti ai sindaci dei Comuni capoluogo di Regione».
I consiglieri regionali non potranno guadagnare più dei sindaci di capoluogo di regione (circa 8000 euro al mese più i rimborsi e i benefit per i comuni con più di 500.000 abitanti) e non più una percentuale dell'indennità dei parlamentari nazionali. Tale misura mantiene più o meno inalterato lo stipendio dei consiglieri, ma un aumento dell'indennità parlamentare non si riverbererà più su costi dei consigli regionali.
Art. 30. (Soppressione della Commissione parlamentare per le questioni regionali)
1. All'articolo 126, primo comma, della Costituzione, l'ultimo periodo è sostituito dal seguente: «Il decreto è adottato acquisito il parere del Senato delle Autonomie».

Modifiche al Titolo V della seconda parte della Costituzione
Art. 31. (Elezione dei giudici della Corte costituzionale)
1. All'articolo 135 della Costituzione sono apportate le seguenti modificazioni:
a) il primo comma è sostituito dal seguente:
«La Corte costituzionale è composta di quindici giudici, dei quali un terzo nominati dal Presidente della Repubblica, un terzo dalle supreme magistrature ordinaria ed amministrative, tre dalla Camera dei deputati e due dal Senato delle Autonomie.»;
b) al settimo comma, la parola: «senatore» è sostituita dalla seguente: «deputato».

Disposizioni finali
Art. 32. (Disposizioni consequenziali e di coordinamento)
1. All'articolo 48, terzo comma, della Costituzione, le parole: «delle Camere» sono sostituite dalle seguenti: «della Camera dei deputati».
2. L'articolo 58 della Costituzione è abrogato.
3. All'articolo 59 della Costituzione, il secondo comma è abrogato.
4. L'articolo 61 della Costituzione è sostituito dal seguente:
«Art. 61. -- L'elezione della nuova Camera dei deputati ha luogo entro settanta giorni dalla fine della precedente. La prima riunione ha luogo non oltre il ventesimo giorno dall'elezione.
Finché non sia riunita la nuova Camera dei deputati sono prorogati i poteri della precedente».
5. All'articolo 62 della Costituzione, il terzo comma è abrogato.
6. All'articolo 64 della Costituzione, il quarto comma è sostituito dal seguente:
«I membri del Governo hanno diritto, e se richiesti obbligo, di assistere alle sedute delle Camere. Devono essere sentiti ogni volta che lo richiedono».
7. All'articolo 73, secondo comma, della Costituzione, le parole: «Se le Camere, ciascuna a maggioranza assoluta dei propri componenti, ne dichiarano» sono sostituite dalle seguenti: «Se la Camera dei deputati, a maggioranza assoluta dei suoi componenti, ne dichiara».
8. All'articolo 81 della Costituzione sono apportate le seguenti modificazioni:
a) al secondo comma, le parole: «delle Camere» sono sostituite dalle seguenti: «della Camera dei deputati» e la parola: «rispettivi» è sostituita dalla seguente: «suoi»;
b) al quarto comma, le parole: «Le Camere ogni anno approvano» sono sostituite dalle seguenti: «La Camera dei deputati ogni anno approva»;
c) al sesto comma, le parole: «di ciascuna Camera,» sono sostituite dalle seguenti: «della Camera dei deputati,».
9. All'articolo 87 della Costituzione sono apportate le seguenti modificazioni:
a) al terzo comma, le parole: «delle nuove Camere» sono sostituite dalle seguenti: «della nuova Camera dei deputati»;
b) al quarto comma, le parole: «alle Camere» sono sostituite dalle seguenti: «alla Camera dei deputati»;
c) all'ottavo comma, le parole: «delle Camere» sono sostituite dalle seguenti: «della Camera dei deputati»;
d) al nono comma, le parole: «dalle Camere» sono sostituite dalle seguenti: «dalla Camera dei deputati».
10. La rubrica del titolo V della parte seconda della Costituzione, è sostituita dalla seguente: «Le Regioni, le Città metropolitane e i Comuni».
11. All'articolo 120, secondo comma, della Costituzione, le parole: «, delle Province» sono soppresse.
12. All'articolo 121, secondo comma, della Costituzione, le parole: «alle Camere» sono sostituite dalle seguenti: «alla Camera dei deputati».
13. All'articolo 122, secondo comma, della Costituzione, le parole: «ad una delle Camere del Parlamento» sono sostituite dalle seguenti: «alla Camera dei deputati».
14. All'articolo 132, secondo comma, della Costituzione, le parole: «della Provincia o delle Province interessate e» sono soppresse e le parole: «Province e Comuni,» sono sostituite dalle seguenti: «i Comuni,».
15. All'articolo 133 della Costituzione, il primo comma è abrogato.
Art. 33. (Disposizioni transitorie)
1. Fino alla data di entrata in vigore della legge di cui all'articolo 57, terzo comma, della Costituzione, come modificato dall'articolo 2 della presente legge costituzionale, la prima costituzione del Senato delle Autonomie ha luogo, in base alle disposizioni del presente articolo, entro dieci giorni dalla data delle elezioni della Camera dei deputati successiva alla data di entrata in vigore della presente legge.
2. Con decreto del Presidente della Repubblica, da adottare entro i cinque giorni successivi allo svolgimento delle predette elezioni della Camera dei deputati, sono nominati senatori i Presidenti delle giunte regionali, i Presidenti delle province autonome di Trento e di Bolzano e i sindaci dei comuni capoluogo di regione e di provincia autonoma. Il medesimo decreto stabilisce la data della prima riunione del Senato delle Autonomie, non oltre il ventesimo giorno dal rinnovo della Camera dei deputati.
3. Entro tre giorni dallo svolgimento delle elezioni della Camera dei deputati di cui al comma 1, ciascun consiglio regionale è convocato in collegio elettorale dal proprio Presidente ai fini della prima elezione, da tenersi entro cinque giorni dalla convocazione, tra i propri componenti, di due senatori ai sensi dell'articolo 57, primo comma, della Costituzione, come modificato dall'articolo 2 della presente legge costituzionale. Le candidature sono individuali e ciascun elettore può votare per un unico candidato. Il voto è personale, libero e segreto.
4. Entro tre giorni dallo svolgimento delle elezioni della Camera dei deputati di cui al comma 1, i sindaci di ciascuna regione sono convocati in collegio elettorale dal Presidente della giunta regionale, ai fini della prima elezione, da tenersi entro cinque giorni dalla convocazione, tra i componenti del collegio medesimo, di due senatori ai sensi dell'articolo 57, primo comma, della Costituzione, come modificato dall'articolo 2 della presente legge costituzionale. Le candidature sono individuali e ciascun elettore può votare per un unico candidato. Il voto è personale, libero e segreto.
5. I senatori eletti sono proclamati dal Presidente della giunta regionale.
6. La legge di cui all'articolo 57, terzo comma, della Costituzione, come modificato dall'articolo 2 della presente legge costituzionale, è approvata entro sei mesi dalla data di svolgimento delle elezioni della Camera dei deputati di cui al comma 1 e le elezioni dei senatori, ai sensi della medesima legge, hanno luogo entro sei mesi dalla data della sua entrata in vigore.
7. I senatori eletti in ciascuna regione, ai sensi dei commi 3 e 4, restano in carica sino alla proclamazione dei senatori eletti ai sensi del comma 6.
8. Sino alla data della prima elezione del Senato delle Autonomie ai sensi del comma 6, le disposizioni di cui commi 3 e 4 si applicano anche per il caso di sostituzione dei senatori conseguente alla cessazione dalla carica elettiva regionale o locale.
9. I senatori a vita in carica alla data di entrata in vigore della presente legge costituzionale permangono nella stessa carica quali membri del Senato delle Autonomie.
10. Le disposizioni dei regolamenti parlamentari vigenti alla data di entrata in vigore della presente legge costituzionale continuano ad applicarsi, in quanto compatibili, fino alla data di entrata in vigore delle loro modificazioni, adottate secondo i rispettivi ordinamenti dalla Camera dei deputati e dal Senato delle Autonomie, conseguenti alla medesima legge.
11. In sede di prima applicazione dell'articolo 135 della Costituzione, come modificato dall'articolo 31 della presente legge costituzionale, alla cessazione dalla carica dei giudici della Corte costituzionale nominati dal Parlamento in seduta comune, le nuove nomine sono attribuite alternativamente, nell'ordine, alla Camera dei deputati e al Senato delle Autonomie.
12. Le leggi delle regioni adottate ai sensi dell'articolo 117, terzo e quarto comma, della Costituzione, nel testo vigente fino alla data di entrata in vigore della presente legge costituzionale, continuano ad applicarsi fino alla data di entrata in vigore delle leggi adottate ai sensi dell'articolo 117, secondo e terzo comma, della Costituzione, come modificati dall'articolo 26 della presente legge costituzionale.
13. Le disposizioni di cui al Capo IV della presente legge costituzionale non si applicano alle regioni a statuto speciale e alle province autonome di Trento e di Bolzano sino all'adeguamento dei rispettivi statuti.
Art. 34. (Disposizioni finali)
1. Entro trenta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge costituzionale, il Presidente del Consiglio dei ministri, su proposta del Ministro per la semplificazione e la pubblica amministrazione, d'intesa con il Ministro dell'economia e delle finanze, nomina, con proprio decreto, un commissario straordinario cui è affidata la gestione provvisoria del Consiglio nazionale dell'economia e del lavoro (CNEL), per la liquidazione del suo patrimonio e per la riallocazione delle risorse umane e strumentali, nonché per gli altri adempimenti conseguenti alla soppressione. All'atto dell'insediamento del commissario straordinario decadono dall'incarico gli organi del CNEL e i suoi componenti per ogni funzione di istituto, compresa quella di rappresentanza.
2. Non possono essere corrisposti rimborsi o analoghi trasferimenti monetari recanti oneri a carico della finanza pubblica in favore dei gruppi politici presenti nei consigli regionali.
Art. 35. (Entrata in vigore)
1. La presente legge costituzionale entra in vigore il giorno seguente a quello della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale successiva alla promulgazione. Le disposizioni della presente legge si applicano a decorrere dalla legislatura successiva a quella in corso alla data della sua entrata in vigore, salvo quelle previste dagli articoli 23, 29 e 34, che sono di immediata applicazione.
15/02/16 Politica e "dividendo sociale"
La riforma di cui nessuno parla, la vera riforma delle riforme è quella della politica, altro che la ridicola riforma del Senato voluta da Renzi.
I cittadini sono ormai assuefatti ad un logoro sistema di rappresentanza che, grazie all'assenza di qualunque vincolo di mandato, determina, in automatico, la creazione di una vera e propria casta: quella dei rappresentanti del popolo. Costoro, una volta "promossi", ritengono, per lo più, di poter disattendere agli impegni assunti con gli elettori, tanto la politica è "cosa loro" e i cittadini o hanno la memoria corta o si lasciano gabbare facilmente o, comunque, devono subire le scelte dei partiti e le liste dei prescelti, ossia dei nominati.
Questo stato di cose ha determinato, la disaffezione per la politica, una disaffezione che si è tradotta e si traduce in un crescente astensionismo, in avversione profonda per la "casta", nella fuga nei populismi le cui promesse, almeno a chiacchiere, soddisfano quanto meno la pancia e la rabbia (che hanno pieno diritto di esistenza).
Tuttavia, a ben guardare, non è solo la crisi della rappresentanza o l'onnipotente arroganza della politica a deludere i cittadini, la maggior fonte di disaffezione è l'assenza di qualunque dividendo sociale.
Il dividendo sociale è il risultato della buona politica, consiste in un palpabile ed apprezzabile vantaggio collettivo, frutto della realizzazione di buoni programmi di governo o nel riconoscimento di una forte e coerente azione di tutela di uno o più interessi collettivi.
In altri termini è ciò che resta - o dovrebbe restare - dell'azione politica: opere pubbliche, monumenti, riforme miglioratici della complessiva qualità sociale e non dettate da stati di necessità, tangibili progressi nei campi della cultura e delle scienze, incremento della qualità dell'apprendimento, migliore competitività del Paese, aumento del benessere materiale e spirituale della popolazione, incremento della qualità ambientale e di quella estetica dei luoghi del vivere, servizi efficienti, socialità diffusa, uno Stato trasparente, efficiente, leggero, un fisco che abbia un limite al prelievo e rendiconti circa l'uso delle risorse, norme chiare e comprensibili e quant'altro la buona politica potrebbe offrire ai cittadini.
Esso determina l'apprezzamento per la politica e rafforza il senso di appartenenza alla comunità nazionale.
Se i "dividendi", come troppo spesso accade, diventano personali o di parte, nascono la nausea ed il rigetto.
Se uno deve investire dei risparmi, se accorto, si informerà sulle opportunità offerte dal mercato finanziario, valuterà vantaggi e rischi e, se investirà in azioni, andrà a guardare l'andamento delle quotazioni e l'entità dei dividendi negli anni.
Con il voto si investono fiducia e speranze nel futuro. Sarebbe quindi opportuno avere disponibili degli strumenti - come per i prodotti finanziari - in grado di aiutare il cittadino a valutare i dividendi sociali dell'azione politica. E quanto più alto fosse il dividendo sociale prodotto da un esponente politico, tanto maggiore dovrebbe essere il suo compenso, quale metro della gratitudine collettiva.
Lo Stato dovrebbe fornire alla cittadinanza tali strumenti dai quali poter puntualmente analizzare i benefici sociali di un qualunque provvedimento attuato o solo ipotizzato.
I cittadini sarebbero più consapevoli, più partecipi, più in grado di formarsi un'opinione corretta, più consapevoli nello scegliersi una classe dirigente.
Le tecnologie oggi disponibili consentirebbero di superare la realtà raccontata per medie statistiche, che poco o nulla dicono dei singoli accadimenti, che sono quelli che interessano le persone e i loro ambiti.
Se si potesse penetrare all'interno di ogni dato aggregato, se per ogni comune sciolto per infiltrazioni malavitose fosse possibile risalire agli atti ed a chi li ha perpetrati, se per ogni opera pubblica si potessero conoscere gli appalti, i tempi di esecuzione, i costi, le varianti e chi le ha autorizzate, se di ogni rappresentante della classe dirigente, in particolare politica, si potessero conoscere non solo il patrimonio ma anche le iniziative promosse, i voti espressi sulle singole scelte, l'impegno profuso, allora la democrazia rappresentativa troverebbe nuovo slancio e potrebbe vivere una nuova primavera, altrimenti non vi sarà alternativa, nel lungo periodo, alla democrazia diretta.
E non è detto che il rimedio sarebbe migliore del male, vista la volubilità e l'influenzabilità di molti cittadini esposti alle mode del momento, alle pulsioni passeggere e sempre inclini alle lusinghe degli imbonitori.
15/01/16 "Cardopatia"
E' una mania. Non c'è supermercato, profumeria, autonoleggio, parafarmacia, negozio di elettronica, catena alberghiera, multinazionale del caffè o torrefazione artigianale che non voglia fidelizzarti con una "card". Te la offrono anche al primo acquisto e ti gonfiano il portafogli di pezzetti di plastica che non sai dove mettere.
Impossibile ribellarsi, opporre un rifiuto, tanto te la spediscono a casa alla prima occasione, quasi sempre una fattura, anche di modestissimo importo, per poi tormentarti via mail affinché aggiorni il tuo incompleto "profilo".
Tra poco anche il fruttivendolo sotto casa ti offrirà la sua "card" promettendoti sconti su carciofi e cetrioli, ovviamente non cumulabili con le promozioni in corso.
Proprio ultimamente una grande catena di elettronica di cui ho la "card" mi ha mandato uno sconto compleanno del 10% per cento. Gesto carino ma ad effetto boomerang.
Avendo bisogno di un telefono nuovo mi sono recato nel negozio, ho convertito i punti fedeltà accumulati in un buono acquisto da 30 euro (spendibili solo per acquisti oltre 100 euro) ed ho chiesto se erano cumulabili lo sconto compleanno col buono acquisto. Mi hanno detto di no. Sono andato al banco vendita dei telefoni ed il modello che desideravo costava molto di più, anche cumulando gli sconti, del prezzo al quale l'ho poi comprato su Internet.
Sono pertanto diventato "cardopatico" e difficilmente comprerò ancora presso quel negozio o mi farò rifilare una "card".
15/01/16 All'armi
E' sempre stata mia convinzione che una religione intelligente e sofisticata non avrà nessun problema ad adeguarsi (all'imprevedibile ndr).
Simili religioni si sono adattate alla prospettiva che la Terra non è, dopotutto, il centro dell'universo; che l'umanità e il posto dell'umanità sono fisicamente insignificanti davanti a un universo inconcepibilmente più grande di quanto si pensasse nei secoli scorsi.
Ci sono persone, naturalmente, che - in nome della religione - si aggrappano alle concezioni fuori moda del passato nella maniera più letterale, e queste hanno causato (e causano) grossi problemi.
Ci si può dispiacere per loro, fintanto che non cercano di appioppare la loro follia agli altri individui che hanno la capacità di pensare
”. (Isaac Asimov)

L'idea che ci siamo fatti della guerra è datata e sbagliata. Siamo ancora fermi alle truppe schierate, agli eserciti fatti di uomini e quando pensiamo ai mezzi, immaginiamo cannoni, carri armati, navi, aeroplani. Alcuni intravedono anche, dietro le ragioni dei conflitti, i moventi economici o di volontà di potenza o di semplice sopraffazione.
Ma l'idea di guerra è cambiata: droni, astronavi e missili, truppe fatte di robot a forma di uomini e di animali, scudi spaziali, raggi della morte, bombe capaci di annientare la vita lasciando intatte le cose, batteri geneticamente modificati, subdoli gas, mine anti-uomo a forma di giocattoli o gadget, spionaggio e informazione, controllo dei gangli vitali dell'avversario, trappole informatiche ed elettroniche, sono solo alcuni dei nuovi protagonisti dei conflitti. Almeno di quelli tra potenti e potentati.
C'è poi la guerra dei poveri fatta di attentati, di auto-bombe, di esplosivi fatti in casa, di kamikaze che si votano alla morte nel nome di un Dio, o per disadattamento o per estrema affermazione identitaria.
La prima, quella tra potenti, è, per ora, improbabile. Una guerra guerreggiata sarebbe troppo dispendiosa a fronte di bottini troppo scarni. Meglio le più astute guerre economiche e tecnologiche. Quando si aprirà la corsa alle ricchezze dello spazio, allora i rischi si faranno concreti.
La seconda, quella dei poveri, è dietro l'angolo, ogni giorno, e ci riporta collettivamente indietro nel tempo, agli oscuri periodi nei quali si usciva di casa senza alcuna certezza di farvi ritorno.
Il clima che determina è quello affrescato in "Till Eulespiegel" di De Coster che fa dire ad uno dei personaggi, avvilito dall'incertezza del vivere: "Fate un buco, l'anima vuole uscire". "Taci. Il nemico ti ascolta!" recitava uno slogan in voga nei periodi bellici che oggi ha ritrovato una sua attualità in quanto dobbiamo essere tutti guardinghi.
10 attentati al giorno negli ultimi vent'anni. Questa è la media del terrore. 70.433 atti terroristici (di cui 4.000 ad opera di kamikaze), 165.000 morti e 280.000 feriti, questo il macabro bilancio, ma il dato è in costante aggiornamento.
E' una guerra imprevedibile, colpisce quando meno te lo aspetti e ti induce a dubitare anche del tuo vicino di casa, a barattare quote di libertà e diritti in cambio di presunta, quanto improbabile, sicurezza.
E questa è la conseguenza più amara, insieme agli inutili lutti.
E' amaro doversi spogliare e farsi perquisire come delinquenti per prendere un aereo, è amaro che la propria privacy sia costantemente violata, è amaro doversi piegare a Echelon ed alle sospensioni del trattato di Schengen.
Possibile che si debba solo subire senza possibilità di reazione?
10 attentati al giorno per vent'anni non sono l'indice di un fatto strutturale, come gli omicidi di camorra? Ha dunque un senso tentare di arginare la paura circoscrivendo le libertà?
Sarebbe più sensato addestrare i cittadini, per qualche giorno l'anno, in tecniche antiterrorismo e di difesa. Almeno si seminerebbe il coraggio in luogo dell'incertezza del vivere e della rassegnazione.
D'altro canto proprio la storia recente ci ha dimostrato che non sempre la superiorità tecnologica è vincente: i coreani ed i vietnamiti che hanno arginato lo strapotere americano, gli afgani che non si son fatti piegare dai russi e poi Cuba, il Nicaragua e le tante guerriglie dichiarate o striscianti che si sono succedute dalla fine del secondo conflitto mondiale.
Questo ci fa comprendere meglio che nulla può soppiantare la responsabilità, il coraggio, l'impegno individuale nella difesa della propria libertà e sicurezza e che non sempre la “delega ai potenti” funziona.
15/11/15 Chiamate controproducenti
E' sabato mattina, sono alla mia scrivania a scrivere un articolo.
Mi servono silenzio e concentrazione.
Squilla il telefono. E' la Telecom che mi offre una promozione. Taglio corto, ormai non sono più disposto a subire intrusioni indebite.
Dopo pochi minuti risquillo, questa volta è la Vodafone, taglio ancora più corto.
Passa una mezz'ora e tocca all'Enel. Divento sgarbato, cosa per me insolita e addio concentrazione.
Non passa giorno, settimana o mese ch'io non riceva telefonate promozionali da qualche call-center, a volte vicino, a volte lontano, lontanissimo, dato lo stentato italiano degli operatori.
Eppure ho iscritto, da tempo immemorabile ormai, il mio numero telefonico al fantomatico Registro delle opposizioni. Niente di fatto, anzi è stato come diramare un invito alla chiamata importuna.
Certo non è colpa dei poveracci che lavorano nei call-center, ma delle aziende, delle grandi aziende che se ne servono e che non si rendono conto che, alla lunga, ottengono esattamente il contrario di ciò che si proponevano.
All'inizio ascoltavo paziente, per garbo, le tiritere degli operatori, pur sempre declinando e precisando che se mai avessi voluto cambiare gestore di un servizio mi sarei attivato spontaneamente.
Poi col passare del tempo e con l'imperversare delle chiamate ad ogni ora, anche di sera, solitamente tra le 20 e le 21, mi si è indurito il cuore ed esaurita la pazienza.
I telefonatori molesti non li lascio neanche più parlare e mi trincero dietro un "non mi interessa".
Oggi, alla distanza, avendo maturato una vera e propria avversione verso le compagnie più insistenti - e sanno essere più petulanti di una mosca cavallina - non le sceglierei neanche se i loro servizi me li offrissero gratis.
Meditate, aziende, meditate.
15/11/15 A Destra qualcosa si muove
Sta nascendo Azione Nazionale. Una nuova formazione che avrebbe l'ambizione di colmare l'attuale vuoto programmatico ed offrire un punto di ancoraggio a tutti quei cittadini che, pur sentendosi orientati a destra, non apprezzano le spinte populiste, non credono in una possibile ripresa di Forza Italia e del suo leader, sono delusi dall'appiattimento di Fratelli d'Italia sulle posizioni leghiste e sono attenti ai contenuti.
Il nuovo movimento punta infatti a migliorare la qualità dell'offerta politica a partire dai programmi, memore, a differenza di altri, dell'esperienza e della cultura di governo maturate da Alleanza Nazionale.
Il nuovo soggetto politico prende le mosse dalla cosiddetta "mozione dei quarantenni" presentata nel corso dell'ultima assemblea della Fondazione Alleanza Nazionale e che ha coagulato intorno a sé un folto gruppo di personale politico riconducibile, per la maggior parte, ad An.
Il 28 novembre a Roma, al Teatro Quirino, avrà luogo la prima manifestazione pubblica di Azione Nazionale.
Supportano l'iniziativa molte associazioni, tra cui Libera Destra, presieduta da Gianfranco Fini.
Sarà la volta buona? Difficile, allo stato, fare previsioni.
Tutto è accaduto in gran fretta e ciò non ha ancora consentito una seria riflessione sulle regole dello stare insieme, sulla meritocrazia, sulla leadership, sui contenuti programmatici. Ogni cosa è ancora in bozza.
Se le cose andranno per il verso giusto assisteremo alla nascita di una creatura alata come la vittoria.
Se, invece, dovessero prevalere vecchie logiche e vecchie culture politiche - e non basta l'annunciato ricambio generazionale per scongiurare il pericolo - allora si vedrebbe un'altra montagna partorire un topolino.
A chi scrive tre cose, per ora, non vanno giù: le decisioni a tavolino, il "ghetto generazionale", la mancanza di una chiara leadership. Si possono comprendere le decisioni d'urgenza purché provvisorie, il resto non sembra ragionevole. Ma ci sarà tempo e spazio per discuterne, se è vero che sarà una formazione plurale.
15/10/15 Energia "lunatica"
La fusione nucleare é considerata la soluzione energetica del futuro.
Nella fissione (bomba atomica, centrali nucleari attuali) l'energia si ottiene bombardando un nucleo pesante che ne genera due più leggeri, la differenza di massa si trasforma in energia, residuano le scorie nucleari. Nella fusione due nuclei leggeri si fondono in uno più pesante con massa inferiore a quella dei nuclei originari. Anche in tale caso la differenza di massa diviene energia. Si tratta in buona sostanza del processo inverso della fissione. Le stelle brillano per fusione nucleare. Allo stato é in fase di sviluppo un progetto internazionale volto alla costruzione della prima centrale a fusione che significa: energia pulita, senza scorie e, relativamente, a basso costo (25 tonnellate di combustibile potrebbero soddisfare il fabbisogno annuo degli Stati Uniti).
Il "combustibile" per eccellenza per alimentare una centrale a fissione è l'elio3 (un isotopo dell'elio composto da due protoni ed un neutrone). La sua esistenza fu postulata per la prima volta nel 1934 dal fisico australiano Mark Oliphant. Viene impiegato per la rilevazione di neutroni perché possiede elevata sezione di assorbimento per la radiazione termica dei neutroni, come gas di conversione nei rilevatori e nella criogenica in quanto i refrigeratori a diluizione usano elio-3 per raggiungere temperature criogeniche nell'ordine del millesimo di kelvin.
È un isotopo raro sulla Terra che non viene trovato in depositi naturali, in buona parte viene prodotto artificialmente dal decadimento del trizio, ma in modeste quantità che ne rendono insostenibile l'uso per la produzione di energia.
La superficie lunare, invece, ne è ricca Si ritiene che l'elio-3, come molte altre sostanze volatili, sia diffuso sulla Luna (nello strato superiore delle rocce regolitiche dove è stato incluso dal vento solare nel corso di miliardi di anni) e nei giganti gassosi del sistema solare (residui dell'antica nebulosa solare). In particolare sarebbe presente nelle zone estremamente fredde, permanentemente in ombra della luna, come nel cratere Shackleton (polo sud della luna). Si stima, in base ai campioni lunari riportati a terra, che sulla luna vi sia almeno un milione di tonnellate di 3He radicato all'interno della regolite.
La Nasa ha finanziato un progetto dell'Università del Wisconsin, che simula l'estrazione dell'elio3 dalla regolite lunare e si sta anche occupando della conservazione e del trasporto.
Ma non è la sola a guardare alla luna. Russi e cinesi sono alle prese con lo stesso problema.
Gli inglesi, com'è nel loro stile, per approvvigionarsi di elio3, puntano alle stelle: alle giganti gassose e a Giove . La sfida è avvincente.
15/10/15 Das betrug
Da europeo non me la sento di gioire per i guai della casa di Wolfsburg.
Le quote di mercato che inevitabilmente perderà saranno acquisite da altri competitori che, probabilmente, non saranno europei e, se dovessero avverarsi le previsioni più funeste, quali le multe stellari e la class action degli azionisti, la casa automobilistica rischierebbe il collasso o, addirittura, la chiusura. E questa sarebbe una sconfitta europea, non solo tedesca.
A maggior ragione se fossero vere le tesi di chi, dietro l'affaire, vi legge un tentativo di ridimensionare una Germania troppo espansionista.
L'indebolimento della Germania, che è pur sempre la locomotiva d'Europa, non farebbe bene a nessun europeo. Inoltre, va ricordato, la Volkswagen (letteralmente auto del popolo) doveva essere, nelle intenzioni degli ispiratori, la prima vettura "sociale" europea.
Da italiano cambia l'ottica in maniera quasi schizofrenica ma, a ben guardare, in piena sintonia con l'essenza dell'Europa per come è stata fin qui costruita.
Da italiano la "truffa" tedesca costituisce un lenitivo, quasi un balsamo, per tutto il dileggio inferto agli italiani dalla stampa tedesca, ripaga delle copertine dello "Spiegel" a base di corruzione, mafia e spaghetti, ridimensiona il complesso di inferiorità collettivo rispetto alla presunta superiorità dell'etica protestante su quella cattolica, alleggerisce il fastidio derivante dai sorrisetti di sufficienza nei confronti dei nostri capi di governo e ministri (a prescindere dalla loro effettiva caratura), dimostra la fallibilità dei tedeschi, umani, troppo umani, almeno per una volta.
Eppure c'è qualcosa di sbagliato in questa visione duale, contraddittoria e forse superficiale.
Che cosa ha indotto il management di Wolfsburg a mettere in piedi una vera e propria truffa su vasta scala se non la logica del profitto (che è la stessa che sta alla base di tutti i fenomeni di corruzione/concussione, truffa e raggiro) unita a dosi pericolose di narcisismo e di delirio di onnipotenza proprie di un capitalismo senza alcuna funzione sociale?
Che cosa induce l'Unione Europea, al di là della facciale tutela dell'ambiente, ad emanare periodicamente norme sulle emissioni sempre più stringenti ed onerose per i consumatori, senza aver definito una svolta strategica ragionata e sistemica al problema della polluzione da autotrasporto, che comunque rappresenta solo una frazione delle emissioni totali (un aereo di linea, ad esempio, consuma mediamente 4 litri al secondo, 14.000 litri ora, pari a 150.000 km percorsi in auto, oltre sei anni di utilizzo medio (12.500 km/anno quello italiano).
Ogni giorno di effettuano nel mondo oltre 90.000 voli, calcolando una durata media di tre ore il consumo giornaliero è di oltre 4 miliardi di litri di cherosene; nel mondo circolano un miliardo di automobili, ognuna dovrebbe percorrere 40 chilometri al giorno per equiparare il consumo aereo, ma così non è)?
Quali interessi vengono tutelati dalle scelte politiche europee e a quali lobbies esse rispondono?
Forse sono queste le domande che dovremmo porci per meglio valutare, al di là delle reazioni epidermiche, un episodio che va ben oltre la dimensione del semplice imbroglio in salsa di crauti.
15/10/15 Motilità, universalismo, particolarismo
Le civiltà, i popoli, la storia, sono figli della motilità degli uomini. Si tratta della capacità di modificare attivamente ed in modo reversibile la propria posizione rispetto all'ambiente, capacità che è propria di ogni appartenente al regno animale e dell'uomo e che è connaturata all'essenza stessa della vita.
Tale capacità ha consentito l'esplorazione del pianeta - e comincia a consentire quella dello spazio - rendendo fattuale e possibile la voglia di "scoprire", ha determinato la nascita ed il tracollo delle civiltà come ha consentito, ad alcuni popoli, di calcare da protagonisti il palcoscenico della storia.
Non c'è angolo d'Italia nel quale le popolazioni primigenie non siano state sostituite - per arricchimento o annientamento - per effetto di spinte migratorie, spesso non dettate da stati di necessità.
Greci, Celti, Pelasgi, Illirici, popoli dell'Asia si sono mischiati e sovrapposti agli abitatori primigeni. Nacquero così la Magna Grecia, la civiltà etrusca, quella sannita e la mirabile potenza di Roma che si "mosse" in quasi ogni terra conosciuta, per poi cedere, per sfilacciamento delle maglie del tessuto sociale, sotto la spinta di altri popoli che premevano sui confini dell'impero.
Il "sangue" romano e italico si è mischiato con quello degli Unni, dei Frisi, dei Burgundi, dei Vandali, degli Eruli, dei Visigoti, degli Ostrogoti e poi con quello normanno, francese, austriaco, svevo, castigliano, aragonese, arabo, turco e bizantino e, infine - dopo il secondo conflitto mondiale -, con quello tedesco, statunitense, australiano, inglese e, persino, marocchino.
Gli italiani di oggi sono il prodotto di queste sovrapposizioni e innesti, pur continuando a conservare la loro specificità di popolo grazie ad una storia e ad un territorio che hanno stimolato nei singoli individui peculiari sensibilità e attitudini che portano alla condivisione di valori comuni ed alla consapevolezza di una comunità di ascendenza e destini.
Assiri, Babilonesi, Egizi, Caldei, Cinesi, Indiani. Ognuno di questi grandi popoli ha dovuto cedere, nel tempo, alle spinte esterne di altre genti: Medi, Persiani, Elamiti, Gutei, Ixsos, Tartari, Mongoli, solo per citarne alcuni. Pochi popoli, perché non facilmente raggiungibili, come i Giapponesi, gli Irlandesi, gli Islandesi e, in parte gli Inglesi sono rimasti relativamente indenni da spinte migratorie: ma Sassoni e Vichinghi ci hanno messo del loro sovrapponendosi gli uni agli Angli, gli altri agli islandesi. Anche gli Stati Uniti, l'Australia, la Nuova Zelanda e l'intero Sudamerica devono le loro identità all'impulso alla motilità proprio della specie umana. Stesso discorso vale per l'Africa fino alla fine del colonialismo.
I confini, ancorché militarmente presidiati, non sono mai stati un argine sufficiente ad impedire la mobilità dei popoli. Neanche i potentissimi Stati Uniti sono riusciti ad arginare la spinta di messicani e latino-americani, nonostante i muri, le tecnologie e le pallottole.
La capacità di assimilazione, il grado di civiltà, la coerenza e la solidità delle maglie del tessuto sociale sono stati il solo valido antidoto al rischio di generale imbarbarimento. Anche se, in alcuni casi, l'arretramento civile è stato l'amaro prezzo da pagare, come in altri gli innesti hanno dato frutti migliori.
Nel fluire della storia due principi si sono scontrati: l'universalismo ed il particolarismo (a volte persino due universalismi: guelfi e ghibellini). Il primo ha generato gli imperi, il secondo le nazioni. Non a caso nella civiltà romana il termine "natio" identificava la tribù, gli stranieri assoggettati o alleati, la parola "gens" identificava le stirpi (gens germanica), per indicare invece Roma si usavano le parole civitas, patria, Urbs, res publica, ciò a marcare tanto un diverso stadio civile, quanto una comunità di culture, di organizzazione e di destini.
Alla base della stessa idea di Europa c'è un principio universalista, anche se questo, fatalmente, si scontra con l'idea di nazione. Da tale contraddizione nascono i principali ostacoli verso una maggiore integrazione e le crescenti difficoltà ad elaborare politiche comuni, in particolare quando i problemi sul tappeto sono di natura eminentemente politica e non strettamente economica, come l'imponente ondata migratoria in atto, alimentata, in pari misura, da profughi in cerca di asilo e da migranti in cerca di migliori opportunità di vita.
Non si possono accogliere tutti indiscriminatamente, come non si può negare asilo ai rifugiati.
Né tutti possono andare dove vorrebbero (Germania e Svezia in primis, perché sono le "nazioni" dove si sta meglio e così forse non sarebbe se l'Europa fosse davvero unificata), né possono essere trattenuti con la forza nei paesi di primo approdo, come vorrebbero i trattati europei, voluti e liberamente sottoscritti dalle "nazioni" aderenti all'Unione.
Non se ne esce né con i muri ungheresi, né con le autonome aperture tedesche ai profughi siriani, né con l'interventismo militare anglo-francese. Anzi questo mette a dura prova la già fiacca tenuta dell'Europa.
Occorrerebbe un sistema europeo di riconoscimento dello stato di esule ed una politica comune per renderlo efficace, a partire dai luoghi di provenienza abilitando le ambasciate, la Croce Rossa, le Ong a certificare, ove possibile, lo status di rifugiato. Occorrerebbe una comune regola di comportamento alle frontiere esterne dell'Unione in grado anche di escludere la possibilità di rifiuto da parte del migrante a fornire le proprie generalità e provenienza, pena il rimpatrio immediato nel luogo di partenza noto o, se in guerra, l'istradamento in un campo profughi fino alla cessazione del conflitto. Occorrerebbe una comune programmazione dell'accoglienza e, quindi, dello sviluppo...
Ma per farlo dovrebbe prevalere in Europa il principio universalistico e ciò appare poco realistico nonostante il concreto rischio che l'idea di Europa si dissolva nell'egoismo più bieco, tra un'ondata e l'altra.
15/06/15 Spazioporto, un altro passo avanti
L’era dei voli spaziali commerciali è sempre più vicina. E’ stato compiuto un altro passo avanti nella trasformazione del Kennedy Space Center della Nasa in Florida in uno spazioporto multi-utente. Grazie ad un recente accordo lo storico Shuttle Landing Facility della Nasa, dotato di una delle piste più lunghe del mondo, ha un nuovo operatore: la Space Florida, l’autorità di sviluppo aerospaziale della Florida. L’accordo prevede la gestione trentennale dello spazioporto.
"Il nostro viaggio verso Marte passa dritto attraverso la Florida, e questo accordo contribuisce ad ampliare i molti modi in cui il nostro Kennedy Space Center sarà in grado di supportare la prossima generazione di volo spaziale umano", ha detto l'amministratore della Nasa Charles Bolden.
"Dopo l'ultimo atterraggio dello Space shuttle nel 2011, il sito è stato trasformato in una struttura multi-utente idonea supportare una pluralità di partner commerciali ed istituzionali", ha dichiarato Bob Cabana, direttore del Kennedy. "Non vediamo l'ora di collaborare con la Space Florida per espandere e potenziare il multi-uso di questo bene che ha segnato la storia del volo spaziale."
Le imprese private spesso richiedono servizi di Shuttle Landing. Tale domanda è destinata ad aumentare poiché le imprese del settore in fase di start-up evolvono in imprese mature. Il nuovo accordo con la Space Florida consentirà di massimizzare le opportunità di utilizzo della pista in modo creativo, pur mantenendo la sua capacità di servire la Nasa.
"Questo segna l'alba di una nuova era per il volo spaziale orizzontale in Florida e il paese nel suo complesso", ha detto il presidente di Space Florida e CEO Frank Di Bello. "La pista più lunga del mondo sta per diventare la pietra angolare della prossima generazione di spazioporti commerciali"
Costruito nel 1974 per il rientro delle navette spaziali, l'impianto è stato aperto per i voli nel 1976. La pista di cemento è lunga 15.000 piedi e larga 300 piedi ed è in grado di supportare tutti i tipi e dimensioni di aerei a decollo orizzontale.
15/06/15 Al via i voli di linea senza pilota
La NASA, in collaborazione con il governo e l'industria partner, sta testando un sistema che renderà possibili, all’interno dello spazio aereo statunitense, i voli di linea senza pilota.
Attraverso l'agenzia Unmanned Aircraft Systems Integration coinvolta nel progetto nazionale Airspace (UAS-NAS), la NASA, la Federal Aviation Administration (FAA), General Atomics Aeronautical Systems, Inc. (GA-ASI) e Honeywell International, Inc., stanno effettuando, da giugno 2015, una serie di test che presso l’Armstrong Flight Research Center della NASA in California.
"Siamo entusiasti di continuare la nostra partnership con GA-ASI e Honeywell per raccogliere i dati dei test di volo che saranno di aiuto nello sviluppo di norme necessarie per integrare in modo sicuro questi aeromobili nel Sistema Nazionale dello spazio aereo", ha detto Laurie Grindle, UAS-NAS project manager presso Armstrong.
Questa è la terza serie di test e si basa sul successo di esperimenti simili condotti alla fine dello scorso anno. Le prove servono a dimostrare come un velivolo autonomo, interagisce con i controllori del traffico aereo e con i normali flussi di traffico aereo.
"E’ la prima volta che stiamo testando tutti gli sviluppi tecnologici del progetto, nello stesso tempo." ha detto Grindle.
I test prevedono due fasi. La prima è incentrato sulla convalida dei sensori, sulle traiettorie e altri modelli di simulazione utilizzando dati in tempo reale. Alcune prove si avvarranno di un aereo Ikhana (nella foto), dotato di un sistema di sensori aggiornato. Il sistema include un nuovo programma di traffico per evitare le collisioni e altro software avanzato realizzati da Honeywell.
Altri test di velocità coinvolgeranno un aereo S-3B del Glenn Research Center della NASA a Cleveland. Entrambi i test interagiranno con altri aerei e le loro traiettorie anche al fine di verificare la capacità automatica di evitare collisioni.
Durante il test svoltosi il 17 giugno e durato poco più di cinque ore, la squadra aerea composta dall’Ikhana ed un C90 della Beech Kinh Air nel ruolo di intruso, ha compiuto 14 incontri. Un secondo test, effettuato il giorno dopo, si è basato su 23 incontri. Il team del progetto ha in programma di far effettuare più di 200 incontri in tutta la prima fase della serie di test.
La seconda fase della terza serie di test inizierà in agosto.
15/06/15 Renzi scalzato dai neo-comunitari?
Per fortuna degli italiani le ultime elezioni hanno evidenziato che l'onda lunga del "renzismo" si è arrestata. La conseguente "risacca" ha cominciato ad erodere quei consensi sui quali un egotico "premier" aveva puntato l'intera "resta", a partire dall'Italicum. Gli ulteriori arresti connessi a "mafia capitale" rendono evidente agli italiani che un "Paradiso della Sinistra" non esiste, né mai è esistito.
Sempre per fortuna degli italiani, sui quali brilla ancora un imperituro e provvidenziale "stellone", il berlusconismo che ha affossato, tradito e ridicolizzato il Centro-destra è in coma irreversibile e se non fosse per l'ossigeno leghista....
Purtroppo c'é ancora chi canta vittoria per aver conquistato alcune regioni con un misero venti per cento di consensi reali, atteso che la metà degli italiani ha espresso il proprio distacco dalla politica politicante astenendosi dal voto (eccettuato forse il Veneto).
Nel frattempo i cosiddetti "populisti" (ma lo sono davvero?) hanno cominciato a sperimentare modi nuovi di stare tra la gente, prende forma con loro il partito "comunitario", fortemente partecipato dal basso e non più e non solo attraverso la rete.
Le migliaia di preferenze raccolte dai candidati del Movimento Cinque Stelle, come da quelli leghisti, stanno a testimoniare una maturata capacità di radicamento che, in tempi di antipolitica montante, è molto significativa e può essere spiegata solo in relazione ad un nuovo e coinvolgente "apostolato" politico.
Questa è forse la novità più significativa delle ultime regionali. Andrebbe analizzata e compresa senza sussiego, demonizzazioni aprioristiche o pregiudizi infondati. Dialogo e confronto sono sempre arricchenti.
Se mai dovessero saldarsi, su basi programmatiche, Lega e Cinque stelle, Renzi ne uscirebbe sconfitto e l'Italia?
Questa ipotesi, solo teorica, rende evidente l'urgenza di qualcosa di nuovo a Destra, qualunque sia il futuro che ci aspetta e nella speranza che non si tratti del futuro delineato dal Capo dello Stato, fatto di cibi prossimi alla scadenza da elargire caritatevolmente agli italiani che restano indietro e che, in tale visione, sono condannati a restare per sempre indietro.
15/06/15 Destra e futuro
Era il febbraio del 1909. Filippo Tommaso Marinetti pubblicava su molti quotidiani italiani ed il francese: "Le Figaro" il "Manifesto Futurista".
L'anno seguente Umberto Boccioni, Carlo Carrà, Giacomo Balla e Luigi Russolo editavano: "Il Manifesto della pittura futurista". Si esaltavano gli assetti industriali, la guerra come igiene del mondo (di lì a poco sarebbe scoppiata la prima guerra mondiale), il dinamismo, la velocità, l'idea di progresso e di un futuro che trascendesse il passato.
Il movimento iniziò in sordina, ma in pochi anni dilagò in Europa, in Russia, nelle lontane Americhe.
Rivoluzionò le arti visive e quelle plastiche, la poesia, il teatro, la letteratura, la musica, l'architettura e l'urbanistica, l'artigianato artistico, molte forme di comunicazione, in particolare quella pubblica, editoriale e commerciale e persino l'arte culinaria.
Ad esso attinsero a piene mani tutte le successive avanguardie artistiche e molti "maestri" del '900 in tutti i campi, compreso il cinema (alcuni, come Fellini, senza ammetterlo, ma basta guardare i film di Mario Camerini per capirlo).
Ancora oggi esistono movimenti "neo-futuristi" ad ogni latitudine.
Il Futurismo rappresentò l'humus culturale grazie al quale il Fascismo fu migliore di quel che avrebbe potuto essere, se è vero come è vero che in soli quindici anni (eccettuati gli anni della guerra ed a ridosso di essa) modernizzò l'Italia profondamente ed in ogni suo aspetto.
Tant'è che i Futuristi sostennero ed alimentarono il Regime.
Dopo la guerra, secondo una consolidata tradizione nata dopo la realizzazione dell’unità d’Italia, venne l'oblio, la damnatio memoriae, la rimozione persino del ricordo.
Negli anni dal 1950 al 1980 non si trovavano testi sull'argomento Futurismo, divenuto "tabù" e se accadeva di citare il Futurismo era solo per evidenziarne le simpatie guerresche, mai per ricordarne la prorompente carica rivoluzionaria.
La riabilitazione arrivò solo nel 1986 con la memorabile mostra "Futurismo e Futuristi" di Palazzo Grassi a Venezia.
Anche la Destra politica finì con lo snobbare il Futurismo per ancorarsi al rifiuto di una modernità vista come antitesi della Tradizione, tanto che mai ebbe un rapporto fecondo con le avanguardie, le scienze e le tecnologie abbandonate alle “cure” della sinistra.
Fu un grave errore culturale e politico.
Non c'è difatti politica possibile senza un retroterra culturale capace di alimentare una visione, una concezione del futuro (ed è questa la mission di Confini), in particolar modo se si afferma, come da destra, di concepire la nazione quale comunità di destini, se non altro perché i destini attengono al futuro, sono il futuro di un popolo.
Eppure nessun'altra forza politica aveva un retaggio lontanamente paragonabile al Futurismo.
Per capirlo basta guardare la triste architettura dell'Unione sovietica, figlia dello sterile razionalismo e confrontarla con quella scintillante e svettante delle metropoli americane i cui urbanisti ed architetti attinsero a piene mani dalle "visioni" del Futurismo.
Se si vuole far nascere in Italia una Destra credibile occorre che questa recuperi, attualizzandole, le sue radici culturali più avanzate alcune delle quali risiedono nel Futurismo, nel suo rapporto con la modernità, il dinamismo, la leggerezza, la velocità, l'eclettismo, la capacità di traguardare oltre il presente, di guardare lontano, di immaginare mondi.
Illuminanti in proposito le "Lezioni americane" di Calvino.
La "Destra che non c'é" deve voler capire la scienza, attrezzarsi per immaginare un futuro desiderabile ed agire per determinarlo, deve comprendere oggi le conseguenze delle tecnologie emergenti per regolarne utilmente le applicazioni, deve studiare i mutamenti sociali per intuirne il corso e lenire i disagi, deve avere il coraggio di spingersi oltre le Colonne d'Ercole che segnano il confine tra il noto e l'ignoto.
In altre parole deve darsi sostanza, altrimenti continuerà ad essere ciò "che non c'è", la politica continuerà a non avere credibilità e l'Italia continuerà ad andare alla deriva.
15/06/15 Socrate e la cicuta
Da Socrate redivivo nell'Italia di oggi, la cicuta non la prenderei.
Sceglierei l'esilio e, in attesa di poter superare un varco frontiera sigillato dall'esterno, da esule, mi rassegnerei a permanere nella stazione ferroviaria di una città d'arte o della Padania.
In tal caso indosserei una felpa con su scritto il mio slogan più riuscito: "Conosci te stesso".
La "maieutica della morte" non servirebbe a nessuno in tempi in cui la forza dell'esempio serve solo ad alimentare il bullismo e l'uso delle droghe.
Né avrebbe senso l'estremo ossequio alla Legge, visto che l'intero sistema normativo, simile ad una inestricabile e tenebrosa foresta, è talmente iniquo, parziale e troppo spesso incomprensibile, da sembrare costruito ad arte per consentire di aggirarlo ai pochi "attrezzati" o ai protetti dai "Buzzi" di turno.
Forse sacrificherei un gallo ad Esculapio, anche se entrambi sono di ormai di non facile reperibilità. Difficile trovare i primi persino nelle campagne ed il secondo è scomparso anche dagli ospedali.
Ai miei tempi, terra e popolo erano una cosa sola e la Legge condensava l'ethos di un popolo e per questo era condivisa, difesa ed accettata da tutti. Per tale ragione, pur accusato ingiustamente dai "poteri forti" che mi erano nemici di corrompere i giovani e di adorare dei alieni, accettai la condanna senza cercare scappatoie che pur mi furono offerte.
Oggi l'accusa di corrompere i giovani sarebbe interpretata come pedofilia, in quanto solo a questo si è ormai ridotto l'interesse verso di loro.
Nell'antica Atene era ben altro, la società praticava la "paideia", la cura fisica, morale ed intellettuale delle nuove generazioni.
Io il mio contributo ai giovani lo davo insegnando loro che nulla potevo insegnar loro, solo spingerli a cercare il significato intimo dei fatti e delle cose ed il potere costituito, allora come ora, mai ha apprezzato la libertà di pensiero.
Sì. Oggi mi ribellerei. La legalità è un valore se c'è uno Stato di diritto degno di questo nome e se le sue Istituzioni sono alimento e salvaguardia del patto sociale e non strumenti piegati all'interesse di parte.
15/05/15 Afflizione di cittadinanza
Tra i cittadini del vecchio continente serpeggia un senso di smarrimento, un crescente disagio nei confronti dei poteri costituiti, di assetti economici e sociali sempre meno condivisi, di barriere divisive sempre più alte e invalicabili.
La persona è costretta entro margini di libertà sempre più angusti in un'Europa che armonizza doveri e sanzioni ma non i diritti ed è afflitta da regole sempre più numerose e cogenti e che tutte convergono a determinare maggiore "afflizione di cittadinanza".
Si è rotto il rapporto fiduciario di rappresentanza che è uno dei pilastri delle moderne democrazie.
Il cittadino delega le proprie tutele, sempre più incerte e dai contorni evanescenti, a rappresentanti sempre meno sensibili ai contenuti del mandato ricevuto o perché antepongono l'interesse personale o "di parte" a quello generale o perché la loro rappresentatività è ormai affievolita all'interno di sistemi istituzionali sempre più orientati a priorizzare le ragioni dell'economia, dei grandi interessi globali, su quelle della socialità e della soddisfazione individuale.
Se si percorre in auto una strada di un Paese europeo si verifica che ciascuno di essi mantiene il proprio sistema, impone i propri limiti di velocità, si avvale dei propri strumenti di controllo e dei propri criteri di sanzione, ma tende ad armonizzare i metodi per colpire chi infrange una sola delle varie regole. Per cui una multa per eccesso di velocità di soli 5 o 10 chilometri orari presa in Francia da un anonimo radar, viene notificata al trasgressore in Spagna se spagnolo, piuttosto che in Italia, secondo i criteri di notifica vigenti nel Paese dove si è consumata l'infrazione e secondo le specifiche regole per opporsi alla sanzione, se ritenuta ingiusta. Nel caso specifico, solo per potersi opporre, occorre innanzitutto versare un deposito cauzionale superiore alla sanzione stessa e poi rivolgersi ad un avvocato francese per far valere le proprie ragioni. Ma chi mai ci proverebbe? Pagare e tacere, non vi è altra soluzione ragionevole. Nessuno ha pensato a tutelare i cittadini prevedendo una modalità unica di opposizione europea e l'obbligo per i costruttori di automobili di colmare il gap di affidabilità tra tachimetri delle vetture e radar di controllo atteso che la legislazione, in particolare francese, prevede sanzioni per eccessi di velocità inferiori ai venti chilometri orari.
L'evidente asimmetria che chiaramente emerge dall'esempio proposto non solo la dice lunga sulla "pochezza" politica di chi ha sottoscritto il relativo trattato (e lo stesso vale per molti altri trattati tra cui Dublino2, Lisbona 1, 2, e 3, quelli di controllo fiscale, per non parlare di alcuni Regolamenti) ma evidenzia la causa prima che genera "afflizione di cittadinanza": l'asimmetria persona - sistema.
Questa, accende negli animi delle persone braci che covano sotto la cenere, le cui caotiche conseguenze cominciano a vedersi un po' dappertutto.
Gli effetti sulla coesione sociale sono evidenti quanto imprevedibili.
In ogni Paese d'Europa si manifesta tale disagio - che ancora non è consapevolezza collettiva - sia pure con diverse sfumature e sfaccettature.
Podemos, Indignados e Alba dorata, Ukip, Pvv e Syriza, Grillo e Salvini, le violenze di piazza - da ultime quelle di Milano cui hanno partecipato gli "arrabbiati" di mezza europa - si alimentano dello stesso disagio e delle ancestrali paure che stanno dietro di esso la prima, delle quali è quella di essere vittime di un potere scellerato.
Occorrerebbe una presa di coscienza delle classi dirigenti e della politica in primis, prima che il disagio si trasformi in cieca "presa di coscienza" dei popoli.
Ma, ad oggi, non vi sono segnali in tal senso. A Napoli, per far cassa, hanno messo anche l'Imu sui loculi con retroattività quinquennale.
15/05/15 L'elefantino di Berlusconi
Gianfranco Fini, al quale non è mai mancata una certa lungimiranza, nel lontano 1999 ipotizzò la creazione di una formazione politica ispirata al Partito Repubblicano americano.
I maligni dissero che l'iniziativa non ebbe, alle europee di quell'anno, il successo elettorale sperato per l'improvvida alleanza con Mariotto Segni presunto catalizzatore di cattiva sorte.
L'esperienza fu rapidamente archiviata anche su pressione dei colonnelli di An, mai sinceramente aperti al nuovo.
Eppure, a ben guardare, era la soluzione corretta per costruire un serio bipolarismo in Italia, plurale, senza egemonie e "conflitti di interesse" e, forse, avrebbe avuto senso perseverare, quanto meno perché non vi sarebbe stato spazio e occasione per dissolvere la destra nel Pdl, che é stato solo la caricatura del lungimirante disegno finiano.
Oggi Berlusconi si appropria dell'idea di Fini e rilancia l'elefantino.
E' un atto di senile resipiscenza politica? Un mero "scippo"? Un modo obliquo per riconoscere a Fini parte delle sue ragioni? L'ennesimo coniglio tirato fuori da un cilindro ormai ammaccato? Una mera conseguenza dell'Italicum e del premio alla lista? Lo sapremo nel prossimo futuro.
Probabilmente è solo un atto di realismo politico. La nuova legge elettorale premia, con l'assegnazione del potere assoluto, solo il partito più grande e consente di competere soltanto alle due maggiori forze in campo.
Tutto il resto è condannato alla testimonianza. Fuori dal Parlamento, se al di sotto del 3 per cento, o appena dentro se al di sopra.
Ne consegue la necessaria unità dei cosiddetti moderati se vogliono ancora essere rappresentati autonomamente e non, strumentalmente, dal "Partito unico della Nazione".
Ne consegue anche che per avviare virtuosamente il processo non basta un "predellino" o sbandierare il simbolo dell'elefantino. Ci vogliono idee, programmi, uomini capaci e credibili, sincero spirito autocritico e stringenti regole per stare lealmente insieme. Senza escludere, senza barare, senza rottamare.
15/05/15 Sbarconi
Continua l'emergenza immigrati e con il bel tempo si farà ancor più drammatica.
L'Europa, nonostante la Mogherini, continua ad infischiarsene. Persino Hollande si è chiamato fuori ad onta della solidarietà socialista e nonostante l'intesa che sembrava raggiunta in sede UE si riferisse solo ai rifugiati ed al loro sacrosanto diritto di asilo.
Rifugiati che - va detto - rappresentano solo un trenta per cento del totale dei disperati che approdano sulle coste italiane.
Quindi il settanta per cento circa è costituito da persone che, in barba alle quote stabilite annualmente dal Ministero degli Interni, cercano a costo della vita e ad un prezzo salatissimo per le loro tasche, di sfuggire alla miseria mettendo piede in Europa.
La miseria di un'Africa che, dopo la fine del giogo coloniale e nonostante le enormi ricchezze naturali, ancora non riesce a garantire condizioni minime di sopravvivenza alle popolazioni che la abitano ed un minimo di stabilità politica ai tanti Stati che la compongono.
Certo vi sono responsabilità esogene: il controllo "tecnologico" dei processi estrattivi e dei mercati delle materie prime da parte dei Paesi più sviluppati, l'inefficienza della cooperazione internazionale poco in grado di innescare sviluppo economico e civile, mire e interessi politici perseguiti anche con l'accesso al credito o agli armamenti.
Tuttavia non si possono non vedere anche le responsabilità endogene: corruzione, cattiva distillazione delle classi dirigenti, rivalità tribali ed etniche, medie culturali e civili disastrose, servizi scadenti. Finché permarrà questo stato di cose, finché l'Africa sarà una produttrice di miseria ed una fabbrica di disperazione la marea migratoria non potrà che crescere.
E non vi sarà blocco navale che tenga, come ben sanno gli Stati Uniti che per contenere l'immigrazione dal confinante e povero Messico hanno costruito lungo il confine un muro peggiore di quello di Berlino ed altrettanto fortemente presidiato da soldati armati a pronti al fuoco. Nonostante il muro, oggi sono ventotto milioni i messicani statunitensi (gli ispanici rappresentano complessivamente il 16% della popolazione).
Oggi la spinta migratoria si è fermata non per il muro ma perché il Messico ha trovato la sua via allo sviluppo con un tasso di crescita del 10% l'anno.
Questo esempio rende evidente la sola soluzione davvero possibile: fare in modo che l'Africa basti a se stessa. Ed occorrerebbe bruciare le tappe e moltiplicare l'impegno internazionale anche in vista delle prossime rivoluzioni tecnologiche e tra queste l'avvento della robotica di servizio ormai imminente.
Questa determinerà una crescente e rapida diminuzione della domanda di mano d'opera non qualificata e, nei Paesi ricchi, i robot soppianteranno gli immigrati nei lavori dei campi come nelle attività manuali in genere.
Ed a quel punto non vi saranno quote se non per alte professionalità e, probabilmente, saranno i cannoni a fermare i disperati. Lo scenario non è dei più desiderabili ma è realistico. A questo va aggiunto che nei prossimi anni si arriverà, auspicabilmente, ad una vera integrazione europea e la cittadinanza sarà affare comunitario e non più materia dei singoli stati e che la nuova Unione Europea sarà chiamata a risolvere problemi mai affrontati, tra questi la complessiva riforma del welfare.
15/05/15 Matt-ego
Renzi si dibatte nei soliti problemi italiani, paradossali e dai mille risvolti. Alcuni contribuisce lui stesso a crearli, fedele alla logica del paradosso.
Aggiusti iniquamente le pensioni e viene fuori la Consulta che, per ristabilire equità e giustizia, rischia di far saltare il bilancio e fa sussultare l'Europa.
Cerchi di riformare la scuola in senso efficientista e meritocratico ma la zavorri con l'assunzione di decine di migliaia di precari che non hanno vinto alcun concorso e, nonostante questo e le spiegazioni "alla lavagna", si rischia il blocco degli scrutini.
Abolisci le province cancellando solo i consiglieri provinciali ma gli apparati nessuno li ha neanche sfiorati e, nel frattempo, rilanci le città metropolitane, ulteriore livello istituzionale di area vasta.
Rottami il Senato, la più antica delle istituzioni italiche, trasformandolo in un dopolavoro per consiglieri regionali e sindaci, ma non istituisci un vero monocameralismo.
Cambi la legge elettorale a tuo vantaggio e rischi di dare la volata ai populisti.
Impegni ottomila poliziotti per mantenere l'ordine durante i comizi del leader della Lega, ma non riesci a garantirne l'incolumità ed il diritto ad esprimersi.
Annunci la "spending review" e fai crescere ancor più l'enorme debito pubblico (2135 miliardi) soprattutto per l'incremento della spesa corrente (+27,4 miliardi nel 2014).
Nel 2014 la macchina pubblica è "costata" agli italiani 692,4 miliardi di euro (fonte CGIA di Mestre), ossia il 45% del Pil (1542 miliardi). La sola spesa corrente di regioni e province autonome sfiora i 200 miliardi cui ne vanno aggiunti almeno altri 100 (ma c'è chi calcola 200 aggiungendo enti e partecipate) per spese di investimento, per rimborso mutui, operazioni di credito e partite di giro (vedi tabella riferita al 2011 tratta da wthink.it).
Nel frattempo il cittadino è sempre più visto come pecora da tosare fino a fargli sanguinare la pelle, le regole diventano sempre più oppressive e lo stato di diritto si sfilaccia, soprattutto nel profondo delle coscienze e questo alimenta e legittima la ribellione. Come uscirne?
Alessandro Magno, di fronte al nodo di Gordio, prese la sola decisione corretta per non impegolarsi nell'inutile perdita di tempo nel cercare vanamente di scioglierlo, lo tagliò con un colpo di spada.
Le regioni sono il nodo di Gordio italiano. Andrebbero tagliate con un sol colpo riformista.
Questa sarebbe la riforma davvero utile per gli italiani che finalmente avrebbero una sanità uguale per tutti e che costerebbe meno degli attuali 110 miliardi, che consentirebbe di innescare una vera ripresa liberando non meno di 150 miliardi, che libererebbe i cittadini dalle inutili legislazioni regionali e dalle loro oppressive ed inefficienti burocrazie e dalla casta senza meriti dei deputati regionali.
I problemi di amministrazione territoriale potrebbero essere gestiti da Unioni di Province - restituendo queste ultime al controllo democratico - coordinate da un apposito Ministero del territorio.
Ma Renzi non è Alessandro, é solo “Mattego”.
15/04/15 Obsolescenza programmata
Altroconsumo, una delle organizzazioni più attive nella difesa dei consumatori ha reso noti i risultati di uno studio dell'Agenzia tedesca dell'Ambiente, curato dall' Öko-Institut, nel quale si certifica la scarsa durata di elettrodomestici e apparati elettronici di largo consumo.
Sempre più spesso accade che alcuni prodotti quali lavatrici, frigoriferi, televisori, telefonini, computer, stampanti si guastino poco dopo lo scadere della garanzia o nel volgere di pochi anni, nonostante i progressi compiuti dalla scienza dei materiali e dai processi di produzione. Ciò con gravi danni per i consumatori e per l'ambiente, atteso che il 70% dei rifiuti elettronici sfugge allo smaltimento legale. Nel 2012 la percentuale di apparecchi venduti per sostituirne uno difettoso è più che raddoppiata rispetto al decennio precedente. Se negli anni Settanta un frigorifero o una lavatrice poteva durare tranquillamente vent'anni, oggi raramente si arriva a dieci, e secondo i ricercatori tedeschi il 13% dei grandi elettrodomestici esala l'ultimo respiro dopo appena cinque anni. La faccenda puzza, ma i costruttori proclamano innocenza: la colpa è degli acquirenti, che prediligono schermi sottili e linee sinuose a discapito della solidità. Le associazioni dei consumatori controbattono parlando di obsolescenza programmata: gli apparecchi in commercio sono progettati appositamente per durare poco e rendere più conveniente sostituirli che aggiustarli. Spesso gli aggiornamenti del software non sono compatibili con le vecchie versioni, le riparazioni richiedono mesi e i pezzi di ricambio sono introvabili, denuncia Altroconsumo. Sta di fatto che la vita di un laptop si aggira sui tre o quattro anni, mentre quella di tablet e smartphone in genere non supera i due. Difficile trovare le prove del dolo, ma è evidente che se una lavatrice durasse tutta la vita il mercato sarebbe già saturo visto che tutti ormai ne possediamo una, ciò rende legittimo il sospetto. Serge Latouche non ci gira intorno quando definisce l'obsolescenza programmata uno dei tre pilastri (insieme alla pubblicità e al credito) su cui si regge la società dei consumi. Il conio del termine risale del resto al 1932, quando l'obsolescenza programmata fu proposta come via d'uscita alla grande depressione. E come notava già all'epoca Aldous Huxley, le ruote della società industriale devono continuare a girare. E mentre in Francia si discute una legge che prevede il carcere per chi progetta dispositivi a scadenza programmata, in Germania è stata creata un'apposita certificazione per garantire una longevità minima degli apparecchi. Anche l'Unione Europea comincia a porsi il problema: a febbraio ha emanato la direttiva Ecodesign, pensata per il risparmio energetico ma anche per garantire nuovi standard di durata e riparabilità. Lunga vita ai nostri gadget.
15/04/15 Renzistenza
Massimo Gramellini ha il merito di aver coniato il termine "Renzistenza", titolando così un suo articolo su “La Stampa” del 22 aprile prendendo spunto da alcune polemiche sorte tra renziani e non a margine dei festeggiamenti per il 25 aprile.
Prima scaramuccia ad Alessandria dove la sindaca renziana ha posto il veto su Cofferati che volentieri avrebbe voluto la locale Associazione partigiani e poi a Bologna dove, alla Festa dell'Unità dedicata alla Liberazione, non è stato invitato nessun esponente della minoranza Pd, neanche Bersani.
D'altro canto l'acme della polemica tra renziani ed anti si è raggiunto con la inusitata e "momentanea" sostituzione dei membri di minoranza dalla Commissione Affari Costituzionali, rei di non pensarla come il Capo sulla legge elettorale e non solo.
Questi "piccoli" ed ineleganti episodi - ma ne vedremo degli altri sempre più sguaiati - la dicono lunga sulla "piccolezza" dell'attuale politica ridotta soltanto a cruda lotta di potere, senza neanche salvare le forme.
Forme che - ricorda Gramellini - sempre furono salvate nella DC delle correnti e nel PCI del centralismo democratico. Forme che certificavano l'esistenza delle ragioni profonde dello stare insieme al di là delle divergenze.
Anche nel Movimento Sociale, dopo la celebrazione di congressi a dir poco "vivaci", nei quali spesso si arrivava allo scontro fisico, si deponevano ufficialmente le armi nel nome e nel rispetto di valori condivisi. Era la consapevolezza collettiva che il "capitale sociale" del partito andava salvaguardato sempre e comunque.
La logica della "rottamazione" incarnata da Renzi va in tutt'altra direzione e se ne frega delle ragioni dello stare insieme, della storia delle persone, della memoria condivisa, poiché che non ha riferimenti valoriali.
E' mossa solo da ciniche equazioni volte a garantire la presa ed il mantenimento del potere, a soppiantare una casta di mandarini con un'altra fedele al Capo, al "migliore".
In questo Renzi è certamente un uomo di sinistra di stampo stalinista, altro che "democristiano".
Tale "matrice" è simbolicamente racchiusa nella stessa parola "rottamazione" scelta da Renzi quale suo "vessillo di guerra".
Gli uomini, se si nutre rispetto verso di loro, non si rottamano come dei ferri vecchi.
Se sconfitti, in quanto avversari, si concede loro l'onore delle armi, se sono stati avversari leali e non hanno tramato nell'ombra. E comunque si riconosce il loro merito, se vi è stato, e si fa tesoro del loro talento che non sfiorisce con l'età. Questa è la base di una società solidale e democratica. La rottamazione è una cosa da gulag, da Laogai, da comunisti della peggior risma. E se non vi è il rispetto per l'uomo può succedere, come accade in Cina, che ai "rottamati" si possano anche espiantare gli organi per farne commercio.
Purtroppo per i rottamati ed i rottamandi, nell'ipocrita finzione di democrazia che si recita da sempre in Italia, un giorno qualcuno, per scimmiottare gli usi americani, si è inventato le "primarie all'italiana", senza tener conto della "liquidità" crescente della società e degli elettori, così Renzi ha avuto partita vinta, é stato impalmato vincitore ed è entrato nella stanza dei bottoni, nella "casamatta del potere" e là è intenzionato a permanere.
Ci proverà sfornando riforme "tanto al chilo" a prescindere dalla loro reale utilità.
Tanto il popolo bue se la beve sempre, per i fidelizzati basta una mancia di un’ottantina di euro ogni tanto e con i "poteri forti" un'intesa si trova sempre.
L'Italia merita, nonostante tutto, un destino migliore. Per questo ora e sempre "renzistenza".
15/03/15 Paralisi linguistica
I catalani, quattro milioni in tutto, sono riusciti a far accettare all'Unione Europea la loro lingua come ulteriore lingua ufficiale della Comunità.
Gli Irlandesi, non contenti del solo inglese, hanno fatto la stessa cosa, riuscendo a far passare anche il gaelico.
In questo modo, aggiungendo Bulgaria e Romania, l'Unione Europea può contare ben 24 lingue ufficiali su 28 Paesi membri.
Quando poi entrerà la Turchia, che probabilmente, visto l'andazzo, si porterà oltre al turco anche il curdo, ci saranno 26 lingue su 29 Stati.
E quando, ancora, toccherà alla Macedonia e all'Ucraina le lingue diventeranno 27.
Ma la cosa non finisce qua. La Lega, visto che la Catalogna, pur essendo una regione della Spagna, la ha avuta vinta, è pronta ritornare alla carica per ottenere il riconoscimento della lingua veneta e di quella lombarda.
Ci riproveranno anche i sardi, che già si erano battuti con il governo per ottenere il riconoscimento.
I napoletani, fino ad ora, non ci avevano nemmeno provato, ma non è detto che la tentazione non si faccia avanti, anche i liguri potrebbero ambire così come piemontesi, siciliani e - perché no - i ladini.
Ma in Europa le minoranze linguistiche sono ben più numerose, i baschi e i galiziani, tanto per fare un esempio, hanno la stessa dignità e specificità linguistica dei catalani e poi ci sono i corsi, i lapponi e chi più ne ha più ne metta.
Già oggi, con “sole” 24 lingue ufficiali, i costi di traduzione si mangiano oltre il 35 per cento del budget di funzionamento delle istituzioni comunitarie. Ma quel che è più grave è che le traduzioni si "mangiano" oltre il 60 per cento dei tempi istituzionali. Nel senso che ci vogliono dalle due alle tre settimane, in media, per tradurre un documento, sia esso una proposta di legge o una risoluzione del Parlamento piuttosto che una direttiva della Commissione, e farlo pervenire ai destinatari dei vari Paesi.
Si tratta, davvero, di una Babele, che solo l'Europa poteva partorire e rappresenta lo specchio della "mollezza" della costruzione comunitaria.
Gli Stati Uniti coagulano oltre 50 stati ma la lingua è una e una sola. L'impero sovietico, pur coagulando decine e decine di etnie, si era posto il problema e, senza tanti complimenti, aveva imposto il russo come sola lingua ufficiale.
Una sola lingua per tutti rappresenta anche un elemento di coagulo politico e democratico in quanto consente livelli di scambio, anche culturale e non solo mercantile, tra i cittadini della stessa Unione.
D'altro canto, la Babele linguistica ha ormai raggiunto una tale massa critica da essere assolutamente controproducente in termini di efficienza istituzionale.
La prima condizione da porre ai nuovi membri dell'Unione, doveva essere quella della lingua: non si entra se non si accetta una delle tre, massimo quattro, lingue ufficiali.
Tale condizione avrebbe privilegiato un'ottica di efficienza e, in prospettiva, una logica di omogeneizzazione linguistica.
Questa cosa la avevano ben compresa i padri dell'esperanto. Una nuova lingua, agile, facile e snella, costruita assimilando pezzi delle principali lingue ed in grado di fare da ponte di comunicazione tra tutti e per tutti. Sarebbe il caso di rinverdire il progetto, altrimenti sarà paralisi linguistica.
15/03/15 Il Re è nudo
Petrolio e spread ai minimi, euro e dollaro alla pari, liquidità disponibile grazie a Dreghi ed alla Bce. Le premesse per una vera ripresa ci sono tutte.
Ora tocca alla politica - e quindi a Renzi - creare le occasioni per rimettere l'Italia in corsa.
Ne sarà capace? E se non dovesse farcela la colpa non sarebbe dell'Europa o della Merkel, ma interamente sua.
I primi segnali non sono confortanti se tutte le previsioni ancora parlano di incrementi dell'economia italiana dello zero virgola, se le tasse continuano a non scendere drasticamente, se la spesa pubblica non trova un freno, se cala ulteriormente la produzione industriale, se ancora si tenta il gioco delle tre carte: da un lato gli 80 euro al ceto dei fedelissimi, dall'altro la decretazione di ricchezza anche per chi possiede una malmessa casa popolare, come ben sanno le decine di migliaia di esclusi dalle prestazioni sociali per via del nuovo Isee che adotta un moltiplicatore assurdo per le rendite da fabbricati e che gonfia i redditi teorici dei cittadini.
Come non è di conforto lo spettacolo che continua a dare di sé la politica ed i media che se ne occupano.
Tutto scade, come è ormai prassi, nel gossip, nella pruderie a proposito delle intenzioni "ristoratorie" di Ruby, nelle illazioni sulle intenzioni di Verdini o di Landini o di Tosi.
Eppure mai come adesso occorrerebbero davvero lungimiranza e coesione nazionale per incrociare la ripresa e renderla robusta, per approfittare delle irripetibili condizioni congiunturali.
Ma non si intravedono né l'una, né l'altra.
Renzi sarà anche bravo a rottamare, ma costruire è faccenda che non si risolve con la furbizia e la coesione nazionale avrebbe bisogno di un'altra classe politica.
E non ce la caveremo con un “camouflage”, come si tenta di fare con l'Expo per nascondere una brutta figura di proporzioni universali.
15/03/15 La Costituzione più ipocrita del mondo
La Costituzione italiana è stata spesso definita come "la più bella del mondo". In effetti è la più ipocrita. Vediamo perché.
La sovranità appartiene al popolo. Si tratta, tuttavia, di una sovranità priva di qualsiasi potere, se si eccettuano le possibilità riservate al popolo sovrano di avanzare proposte di legge di iniziativa popolare (mai che ne sia andata una in porto) e di poter effettuare referendum solo abrogativi.
Si dirà che però al popolo è riservato il diritto di scegliere i suoi rappresentanti al Parlamento.
Questo è vero, ma si tratta di una rappresentanza non revocabile se non alle successive elezioni e senza vincolo di mandato, in altre parole l'eletto può tranquillamente non mantenere gli impegni ed i programmi in base ai quali è stato eletto. Il trasformismo è, per questo, male endemico della politica italiana.
Nonostante la sua presunta sovranità al popolo è precluso di mettere il naso nell'elezione dell'organo di autogoverno dei giudici e men che mai del governo.
Gli è anche preclusa ogni possibilità di controllo sul rispetto della stessa Carta fondamentale, pur essendo questa regolatrice del patto sociale, in quanto tale compito è riservato alla Suprema Corte ed in parte al Capo dello Stato.
Quindi trattandosi di una sovranità spogliata di qualunque potere essa è puramente simbolica. Eppure, un qualche potere sempre si accoppia al concetto di sovranità, come ben sanno persino i monarchi costituzionali.
I presunti poteri sono tutti delegati, ope costitutionis, nella classica tripartizione teorizzata da Montesquieu, che pur "illuminato" era sempre un barone e, non a caso, un massone. Baroni e massoni, come è noto, hanno una concezione piramidale della società e verso il popolo nutrono un atteggiamento tendenzialmente pedagogico. Tuttavia sono coerenti.
Una tripartizione, forse, non più attualissima visto che nelle società moderne e complesse il sistema dei poteri si è andato sempre più diversificando. Tant'è che la stessa Costituzione del 1948, nel prevedere la Corte Costituzionale e quella dei Conti, Cnel, partiti e sindacati, dovette tener conto di "poteri" diversi da quelli classici.
L'Italia è anche una Repubblica democratica fondata sul lavoro. Ma nulla è detto a proposito di un ragionevole limite all'imposizione fiscale ed all'indebitamento pubblico affinché non strozzino l'impresa ed il lavoro, come nulla dice se un cittadino è costretto a frugare nelle immondizie per mancanza di lavoro.
Vengono riconosciuti dalla Repubblica i diritti inviolabili dell'uomo, ma non vengono elencati per cui, ad esempio, la tortura non è punita, come viene richiesto l'adempimento dei doveri di solidarietà politica, economica e sociale senza che questi siano indicati.
Tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge e non importa se l'accesso alla giustizia e alla difesa sia sempre più appannaggio dei pochi che possono permettersene il costo sempre crescente. Così come nulla è detto rispetto ai tempi della cosiddetta giustizia.
La Repubblica provvede anche alla rimozione di ogni ostacolo economico e sociale, limitativi di libertà ed uguaglianza, che impedisce lo sviluppo della persona e la partecipazione dei lavoratori - si badi, non dei cittadini - all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese. Nessun accenno al come.
A tutti è riconosciuto il diritto al lavoro e vengono promosse le condizioni per rendere effettivo tale diritto. A tutti meno che ai disoccupati che ben sanno quanto i Centri per l'impiego si sforzino di rendere effettivo tale diritto. Anzi quello di lavorare sarebbe anche un dovere per concorrere al progresso della società.
La Repubblica, pur una e indivisibile, legifera secondo le esigenze dell'autonomia e del decentramento, riconoscendo e promuovendo le autonomie locali. Ma se per il legislatore non esiste un vincolo di mandato come si garantisce l'orientamento della legislazione?
La Repubblica tutela le minoranze linguistiche con apposite norme. Anche qui un vulnus all'autonomia del legislatore.
Stato e chiesa sono indipendenti e sovrani, ciascuno nel proprio ordine. In questo caso la parola sovranità è ben diversa da quella usata per il popolo. Vi è libertà religiosa ed i rapporti con le varie confessioni e lo Stato sono regolati per legge, altro obbligo per il legislatore.
La Repubblica promuove cultura e ricerca scientifica, tutela il paesaggio ed il patrimonio storico ed artistico. Non una parola sull'ambiente e sulla sostenibilità.
Lo straniero che nel suo paese d'origine non possa esercitare le libertà democratiche garantite in Italia ha diritto d'asilo. Quindi tutti i mussulmani e tutti coloro che vivono sotto regimi autoritari. E poi ce la pigliamo con Dublino 3. Non è ammessa l'estradizione per reati politici, ma qual è il confine tra ribellione, terrorismo e politica?
L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli, e se un popolo non è libero? Si spara per l’esportazione della democrazia.
La libertà personale è inviolabile a meno che non la violi un magistrato e la carcerazione preventiva è regolata dalla legge. E’ proibita ogni violenza su chi è privato della libertà come ben sa chi finisce in carcere. Sono inviolabili domicilio e corrispondenza ma tutte le conversazioni telefoniche sono intercettabili. Ognuno può circolare e soggiornare liberamente anche all’estero, salve tutte le restrizioni di legge. E’ riconosciuto il diritto di riunione in privato, in pubblico occorre comunicarlo alle autorità che possono proibire. Vi è libertà di fede ma guai se la fede infastidisce il “buon costume”. Analogo ostacolo trova la libertà di pensiero e di stampa. Quest’ultima non è soggetta ad autorizzazione ma vi l’obbligo di registrazione. Gli stampati possono essere sequestrati per iniziativa di un giudice. Per motivi politici nessuno può essere privato di cittadinanza, nome e capacità giuridica, ma può essere ostracizzato ed emarginato nel nome dell’antifascismo e del negazionismo. Solo la legge può imporre prestazioni patrimoniali o personali e con un sistema di leggi lo stato si appropria della metà di quanto prodotto dai cittadini facendo rimpiangere le decime medioevali e senza alcuna legge si impongono ai cittadini consistenti perdite di tempo per ottemperare ad una infinità di adempimenti burocratici.
Ognuno può fare causa ad un altro. Il diritto alla difesa è inviolabile pur di avere la possibilità di sostenerne i costi. Ai non abbienti è garantita una difesa d’ufficio solo nominale e dovrebbero esser riparati gli errori giudiziari, cosa rara nonostante l’alta frequenza di tali errori.
La legge non può essere mai retroattiva, ma la “Severino” si. Non è ammessa l’estradizione per reati politici salvo a qualificarli diversamente e salvo rapimento autorizzato.
L’imputato non è colpevole sino alla condanna definitiva a meno che non parta “la macchina del fango” e le pene non possono essere contrarie al senso di umanità, non importa se l’Italia viene condannata per le condizioni inumane delle proprie carceri. I funzionari pubblici rispondono delle violazioni di diritti incassando tangenti.
La Repubblica riconosce i diritti della famiglia, ma non si comprende come. La scuola è aperta a tutti nei limiti del “numero chiuso”. I non abbienti capaci e meritevoli hanno diritto ad accedere ai più alti gradi di studio, ma possono essere falcidiati da un test di ammissione.
La Repubblica tutela il lavoro, anche quello italiano all’estero. La retribuzione deve consentire un’esistenza libera e dignitosa, esclusi i precari e gli sfruttati. Agli inabili al lavoro vanno assicurati adeguati mezzi alle loro esigenze di vita, come le pensioni sociali.
La costituzione di sindacati è libera purché a base democratica e quelli registrati hanno personalità giuridica, norma inattuata. Il diritto di sciopero è regolato dalla legge ad esclusione dello “sciopero selvaggio”.
L’iniziativa economica privata è libera purché non in contrasto con l’utilità sociale, come l’Eternit, e tanto quella pubblica quanto quella privata vanno indirizzate a fini sociali, analogamente la proprietà. Questi ultimi sono tra i misteri costituzionali al pari dei seguenti: la legge può trasferire, nell’interesse generale, a comunità di lavoratori o di utenti imprese operanti nei servizi pubblici essenziali o nell’energia; la Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori alla gestione delle aziende.
Sempre la Repubblica favorisce “l’accesso del risparmio popolare alla proprietà dell’abitazione”, salvo poi a tartassare i proprietari di immobili o ad escluderli da una serie di benefici sociali con la riforma dell’Isee che rende ricchi per decreto anche i proprietari di una casa popolare. Con gli stessi criteri favorisce l’investimento azionario tartassando i rendimenti.
L’esercizio del voto è dovere civico, ma ci si può astenere.
Tutti possono presentare petizioni alle Camere, ma queste possono anche non tenerne conto.
La difesa della Patria è sacro dovere dei cittadini ma non è sacro dovere dello Stato quello di difendere i cittadini, Girone e Latorre docent.
Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva, ma non vi è limite alle spese pubbliche ed al correlato prelievo fiscale.
I cittadini con funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore come Lusi e compagni. E c’è voluta una modifica costituzionale per sancire, dopo cinquant’anni di vigenza, l’obbligo di tenere in equilibrio entrate ed uscite dello Stato.
Evitiamo di soffermarci sull’architettura istituzionale e sulle sue contraddizioni visti i vasti intenti riformatori del governo Renzi.
Speriamo di aver convinto il lettore che molti dei vizi italiani, tra cui l’ipocrisia, sono “costituzionalizzati” e rappresentano delle tare genetiche che condizionano la vita di tutti i cittadini e dell’intero Paese.
Per questo la Costituzione andrebbe riscritta, auspicabilmente ad opera di una nuova Costituente piuttosto che da un Parlamento pasticcione e largamente delegittimato.
15/02/15 "Bullo", dunque sono
E' stata definita "bullismo" la precoce, crescente, e a volte crudele, prepotenza dei ragazzi che vogliono imporsi con la violenza e la sopraffazione sui loro compagni.
Recente ed atroce il caso della undicenne violentata reiteratamente dai compagni di scuola.
Gli analisti del comportamento si interrogano, senza trovare una credibile spiegazione, sul perché le droghe siano diventate tanto invasive nella vita dei giovani e non solo e sul dilagare di comportamenti violenti.
Adulti inselvatichiti e infantiliti, genitori immaturi, persone senza identità definite si annichiliscono in un dolore che non coinvolge mai i loro cuori o in mediatiche fughe dalla realtà. Narcosi collettiva. Deresponsabilizzazione, desertificazione dei valori, vuoto pneumatico. Questo è l'humus che genera mostri. Mostri dell'anima e mostri reali.
Baudelaire e gli altri poeti "maledetti" avevano presagito il vuoto che stava arrivando e che, come un buco nero nel firmamento dello spirito, avrebbe aspirato ogni barlume di energia e di luce.
Si dissolsero nell'assenzio o nelle fumerie di oppio, annichiliti dai loro presagi, atterriti dalle loro visioni, dagli squarci di un futuro senz'anima che è il presente che ci circonda.
Ci circonda, come in un assedio, perché non ci lascia vie di fuga.
Ci nega la possibilità della scoperta, lasciandoci solo limbi artificiali. Non concede neanche il rischio dell'inferno, né il sogno di un paradiso.
Tutto è sintetico nirvana. E la fede che non ci sorregge, non ci fa smuovere neanche un granello di sabbia, altro che le montagne.
I confini del mondo, dello spazio in cui viviamo sono tutti già esplorati, minuziosamente riportati sulle mappe del sapere. All'uomo comune non resta più niente da scoprire.
Il suo più ambizioso destino è quello dello "spettatore consumatore".
Gli è preclusa la possibilità di scoprire terre lontane e inesplorate, di arruolarsi come mozzo di una nave pirata per depredare, mettendo in gioco la vita; per affrontare i pericoli dell'ignoto e i mostri orridi degli abissi e gli umori tempestosi degli oceani.
Gli è negato di cacciare animali mai visti girovagando per terre sconosciute, di setacciare le acque di un fiume per rinvenirvi una pagliuzza d'oro, di sognare, al seguito di un grande condottiero, un "bottino" che gli cambi la vita.
Né può aspirare a diventare compagno di Ulisse, per provare la sua tempra o tentare di resistere al canto delle Sirene.
Le sole sirene disponibili alla sua esperienza sono quelle delle ambulanze, che di tanto in tanto lo distolgono, da una vita ridotta solo a metafora dell'esperienza reale, imbastita nella mente e mai, sintonicamente, anche nel corpo e nel cuore.
La scoperta è riservata a pochi addetti ai lavori, alle fratrie della scienza; i risultati sono gelosamente codificati nell'arcana lingua delle formule, nelle gergalità iniziatiche, in lunghe sequenze di asettici bit, incatenati tra loro in fiumane ininterrotte, come quelle degli schiavi spinti a forza, dai mercanti di uomini, nelle maleodoranti stive delle navi negriere.
Somigliano sempre più a degli anonimi bit senza peso né sostanza, e le navi negriere hanno solo cambiato forma.
Sono il simulacro di un enorme, ipertrofico Narciso di grigio carbonio, di cui ciascuno è solo uno dei bulloni che lo tengono insieme. Niente valori, niente esempi, solo tecniche per procurarsi un qualunque vantaggio, a qalunque costo e senza remore.
E’ questa la fabrica dei “bulli”
15/02/15 Un incentivo per restare
In tante città del Sud ci vorrebbe una indennità di cittadinanza per le persone per bene, per quelli che, imperterriti, pagano il biglietto dell'autobus pur sapendo che attenderanno decine e decine di minuti, se va bene, per prenderne uno e rischieranno pure di essere borseggiati o, se donne, palpeggiate.
Per quelli che continuano a fare la raccolta differenziata pur sapendo che tutto finirà - se mai si ricorderanno di fare il prelievo - inesorabilmente in discarica o sotto terra, come i cadaveri.
Per quelli che, non avendo occupato un immobile pubblico pagano luce, acqua e gas di tasca propria.
Per quelli che non fittano le case a nero e per questo alte tasse oltre alla registrazione annuale dei contratti e sono tenuti a comunicare alla Questura i dati dell'affittuario e si chiedono ingenuamente: ma dove vivranno mai i clandestini e i senza permesso?
Per quelli che non vivono di malaffare e non sono costretti a scendere in piazza a pestare i poliziotti.
Per quelli che non si fanno raccomandare dai politici.
Per quelli che si presentano ad un concorso pur sapendo che passeranno solo i protetti dei potenti anche se sono asini.
Per quelli che studiano con rigore.
Per quelli che vivono e lavorano onestamente.
Per i giovani che non scippano e non spacciano.
Per i disoccupati che non fanno della protesta di piazza la loro occupazione.
Se il Sud vuole avere un sia pur pallida speranza di futuro deve puntare sulle persone per bene e fare di tutto per trattenerle, per arginare la fuga che ormai è in atto copiosa.
E quando anche l'ultima persona a posto sarà andata via e resteranno solo marmaglia, lazzaroni e malavitosi che farà lo Stato?
Un recinto intorno alle città? Alti muri come nel film "Fuga da New York"?
Per questo ci vuole un'indennità di cittadinanza.
E non si tratta di una mera misura economica ma di un complesso “attrattori”, di incentivi volti a determinare partecipazione e ruolo civile, il ristabilimento di una gerarchia etica che restituiscano alle energie migliori, ai cervelli in fuga, ai migranti per disagio, la voglia di restare, di impegnarsi, piuttosto che andar via.
15/02/15 Elogio della dignità
Considerate la vostra sementa: fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza. (Dante Alighieri).
“Un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità”. Questo l'aforisma affisso, qualche tempo fa sui muri di Napoli. Si potrebbe aggiungere anche che è un popolo senza coraggio, senza fierezza, senza orgoglio e… pieno di paura. Ma quali colpe si possono imputare ad un popolo che è così come è, per il tradimento delle sue élites, delle sue classi dirigenti, che avrebbero avuto il naturale compito di aiutare il popolo ad evolvere nella coscienza dei suoi diritti e doveri, nella coscienza della sua dignità e sovranità. L'uguaglianza, anche in democrazia, non è un dato di partenza ma un punto di arrivo. La pari dignità è il dato di partenza. E il cammino verso l'uguaglianza è un cammino duro, fatto di responsabilità prese in carico dalle classi dirigenti, fatto di comportamenti esemplari, di pratica delle virtù civiche, di rispetto delle leggi, di comportamenti etici e solidali, di anelito alla giustizia, di coerenza con i valori costituzionali, posto che le costituzioni rappresentano il "contratto sociale" di un popolo e posto che le istituzioni sono le "cabine di regia" che un popolo si è liberamente dato, per garantirsi un futuro migliore e per far sì che il destino non sia la tegola che irrimediabilmente si abbatte su di esso.
Cercare di farsi uguali al meglio ed ai migliori, questa è l'essenza del vivere civile e della stessa libertà. Ma se il meglio non si vede e i migliori neppure non c'è più il metro di paragone, lo stimolo ad agire, l'occasione per stimolare sé stessi, la spinta evolutiva. Dapprima ci si adagia, si lascia correre, poi ci si perde in una sorta di narcosi dell'intelletto e dello spirito ed infine, quando si riaprono gli occhi, non si è più in grado di connettere, di distinguere l'oglio dal grano e il disvalore diventa modello accettabile, quando non appetibile. Il bullo di scuola diventa così un campione da imitare, le sanguisughe della camorra un mito da celebrare e da difendere contro la polizia a colpi di bastone, i politici inetti e corrotti sono da rieleggere puntualmente perché rappresentano i furbi da emulare, i maneggioni che tutto aggiustano, anche in barba alla legge.
In questa condizione un popolo non può ritrovare la sua dignità e neanche la sua libertà, perché sono l'una figlia dell'altra.
Già, perché la dignità è la "condizione di nobiltà morale in cui l'uomo è posto dal suo grado, dalle sue intrinseche qualità, dalla sua stessa natura di uomo e insieme il rispetto che per tale condizione gli è dovuto e che egli deve a sé stesso" e non può essere libero colui che non rispetta sé stesso.
15/02/15 Quando la furbizia non serve
A volte é come se il destino si divertisse a giocare con le "leggi di Murphy" per creare sistemi di singolari coincidenze che potrebbero avere conseguenze catastrofiche. Una sorta di "tempeste perfette" che si addensano sulla testa di alcuni popoli.
L'Italia si trova al centro di uno di tali sistemi e rischia davvero grosso, soprattutto se i suoi governanti non saranno all'altezza (e tutto induce a ritenere che non lo saranno).
Sullo sfondo la deflazione che, tra le tante nefaste conseguenze, rende più arduo sostenere i debiti pubblici e il Belpaese ha il più alto debito pubblico tra i Paesi dell'Euro (oltre 2100 miliardi) che vale un quarto di tutto il debito dell'area euro; la recrudescenza del rischio terrorismo sotto la nuova forma di un sedicente stato di tagliagole; la rinnovata tentazione di esibizioni muscolari tra Usa e Russia; l'inconsistenza della Ue in particolare in politica estera.
In primo piano Libia, Ucraina, Grecia ed una immigrazione crescente (anche a causa dell'Isis) ed a rischio di strumentalizzazioni fondamentaliste.
Quattro questioni che per strani intrecci geopolitici ci coinvolgono pesantemente per i riflessi sull'economia, sull'approvvigionamento energetico, sul rischio terrorismo.
Questioni dove gli stessi protagonisti si alternano in ruoli differenti e con possibili nefaste conseguenze per il nostro Paese.
La Libia - che non è mai stata Stato se non per volontà coloniale, come provano i suoi confini disegnati con la riga - é un insieme di almeno tre entità preesistenti: Tripolitania, Cirenaica e Fezzan in ciascuna delle quali opera e conta un sistema tribale con suoi autonomi interessi.
Tali tribù, non tenute più a bada dal pugno di ferro di Gheddafi, improvvidamente abbattuto dalle mire francesi sul petrolio e dalla miopia di Obama in politica estera, si sono trasformate in milizie pronte a far valere le loro ragioni con le armi. Armi ottenute dall'Occidente o razziate all'esercito libico dell'ex dittatore. In questo quadro caotico trovano sempre maggior spazio le mire pan-arabe dell'Isis e la sua sete di risorse. Come trova spazio lo sfruttamento della disperazione da parte dei mercanti di profughi. E vi è il concreto rischio che possano sposarsi, su questo terreno, gli interessi dell'Isis che accarezza l'opportunità di sfruttamento politico e terroristico dei flussi migratori, con quelli dei trafficanti di immigrati.
L'Italia, per la sua vicinanza alle coste libiche, diventa il naturale bersaglio di una strategia della migrazione, l'antagonista principale per il controllo delle risorse petrolifere visto il ruolo dell'Eni, l'obiettivo più a portata di mano per azioni ostili, anche di solo disturbo al fine di allentare la pressione su Iraq e Siria dove hanno sede cuore e cervello dell'Isis.
E si tratta di un'Italia che molto probabilmente dovrà cavarsela da sola, attesa l'inesistenza di una politica estera e di una difesa europea, l'attenzione della Nato tutta assorbita dalla questione Ucraina, il rigurgito di protagonismo di alcuni Stati europei che, con le loro fughe in avanti, creano sottili ma preoccupanti fratture nella già fragile solidarietà europea.
L'Italia, per ora, è apparsa confusa e ondivaga: sulle prime pronta anche all'intervento armato, a giocare un ruolo guida, salvo fare repentina macchina indietro ed accodarsi all'iniziativa egiziana (la Libia è questione araba) o alle deboli azioni dell'Onu.
L'Ucraina é sempre stata un "annesso" russo. Anche dopo l'implosione dell'Urss, la sua economia è rimasta saldamente intrecciata a quella sovietica, anche a causa dell'esposizione debitoria determinata dalla bolletta energetica. La Germania, e per lei l'Unione Europea, non contenta dell'allargamento ad est finora raggiunto (anche grazie al fatto che la Russia è stata impegnata per anni a riorganizzarsi dopo la caduta del comunismo) ha cercato di portarla nella sua orbita provocando una risentita (e forse legittima) reazione della Russia che prima si è annessa la Crimea, strategica per ragioni militari e minerarie, e poi ha sostenuto le mire autonomiste della popolazione russofona, maggioritaria nell'est del Paese. La reazione della Russia ha determinato l'erogazione di sanzioni della U.E. nei suoi confronti. Sanzioni che, ancorché avallate dagli Usa, penalizzano pesantemente l'Italia in termini di contrazione dell'export verso la Russia, di rischio sull'approvvigionamento energetico e, soprattutto, a causa della revisione della complessiva strategia europea in materia di infrastrutture di trasporto energetico.
Ora, se da un lato è vero che l'Italia sarebbe tenuta alla solidarietà europea, anche a costo di mortificare i suoi interessi nazionali, é altrettanto vero che tale solidarietà dovrebbe essere reciproca, pur in assenza di un trattato UE sulla politica estera. Ma a Minsk, al tavolo dei negoziati Russia - Ucraina - Ue, l'Italia non c'era, come non c'era la Ue con l'Alto Commissario Mogherini, Francia e Germania si.
Sulla vicenda va fatta ancora una considerazione: da parte dell'Unione Europea si é sostenuto, per suffragare le proprie ragioni, che l'Ucraina ha eletto democraticamente un governo che ha deciso, a differenza di quello precedente (Janukovyc, deposto il 22 febbraio 2014), di avvicinarsi all'Unione allontanandosi dalla Russia. Ora, senza voler gettare alcuna ombra sulla regolarità delle elezioni ucraine, va rilevato che l'Unione, con la storia della "troika" e con le misure nei confronti della Grecia, ha sancito, a tutela del suo interesse e di quello dei maggiori creditori (Germania in testa), una sorta di "sovranità limitata" dei Paesi indebitati, in barba alla democrazia. La stessa sovranità limitata per debiti potrebbe essere invocata dalla Russia nei confronti dell'Ucraina e questo legittimerebbe la scarsa considerazione verso la democratica elezione di Poroshenko.
In tale scenario gli Stati Uniti, in un impeto di nostalgia verso la "guerra fredda" avevano assunto la grave decisione di fornire armamenti all'Ucraina, in altre parole di portare la guerra nel cuore dell'Europa. Fortunatamente Merkel e Hollande, in quanto capi dei loro Stati, hanno scongiurato il pericolo.
Sulla questione l'Italia subisce e cerca di essere amica di tutti, senza capire, forse, che la furbizia, la politica dei doppi forni, su questo fronte non paga.
La Grecia. Per ora Tsipras ha dovuto ingoiare un boccone assai amaro e fare macchina indietro su alcune solenni promesse elettorali, in cambio ha guadagnato quattro mesi di momentaneo respiro. Che decida allora di buttarsi nelle braccia di Putin pur di non affamare i suoi concittadini?
La vicenda greca dimostra, in maniera inequivocabile, il fallimento della cura "lacrime e sangue" propinata ai greci dalla "Troika". Dimostra anche che di fronte agli interessi economici, al possibile danno ai creditori, la democrazia e la sovranità passano in secondo piano e solidarietà, fratellanza, e carità sono solo vuote parole al cospetto del Dio denaro. Un Dio che esige che la gente muoia di fame, che non riceva cure mediche, che perda tutto, anche la dignità, perché colpevole di essere stata mal governata, perché i potenti di turno hanno accumulato ingenti fortune all'estero e truccato i conti pubblici, mentre distraevano il popolo con assunzioni indebite nel sistema pubblico e consentendo che vivesse "a credito" ben al di sopra delle sue possibilità.
Certo pagare i propri debiti è un dovere primario, ma la galera per debiti è stata sempre controproducente precludendo al debitore la possibilità di produrre reddito e cancellando le speranze di rientro del debitore e le misure della troika ci vanno molto vicino nella perversione degli effetti. Anche su questo fronte l'Italia è evanescente, continua a far crescere un debito pubblico immane, non si preoccupa di tagliare la spesa ed alimenta uno Stato sempre più famelico, vorace, liberticida ed anche incline a truccare un po' i conti.
L'immigrazione. Quella attuale è fatta, per la maggior parte, di rifugiati. Gente da accogliere per dovere morale e in base alla carta dell'Onu. Si tratta di un fenomeno destinato, probabilmente, a crescere se non si stabilizzano Medio Oriente e Africa. In base al trattato di Dublino 3, dall'Italia stupidamente quanto liberamente sottoscritto, il Paese di sbarco è quello che si accolla l'onere dell'accoglienza. Che succede se i flussi, anche con lo zampino fondamentalista, diventano biblici? Anche qui la furbizia non serve, come non serve Triton. Va riguardata tutta la materia, vanno riscritte le regole sia a livello Unione che a livello Onu. Sacrosanti i diritti dei rifugiati, altrettanto il dovere di ripartire gli oneri di accoglienza.
Speriamo che Renzi riesca a capire qual é lo spirito giusto per riformare correttamente, per restituire credibilità all'Italia, per affrontare le complesse sfide di scenario. E lo spirito giusto non contempla la furbizia, solo lungimiranza e fermezza.
15/01/15 L'età del meticciato
Topi con cellule cerebrali umane, piante con radici ad accrescimento ultrarapido, nuovi robot umanoidi, sms che si autodistruggono, scarafaggi e altri insetti microchippati per fare le spie. Queste alcune novità nel campo della ricerca e dintorni e, guarda caso, su Internet la parola più ricercata sui dizionari on-line è: integrità. Fossi un topo, protesterei con uno sciopero della fame e della sete alla Pannella, per avermi umanizzato il cervello e protesterei pure se fossi una pianta di soia, con le radici tanto esuberanti, da essere necessario un barbiere sempre a "portata di fusto". Se fossi un sms condannato alla cancellazione dopo soli 40 secondi di vita, mi rifiuterei di essere scritto, anche per non far ingrassare i detentori del brevetto, che cuccano quasi un euro ogni volta che mi cancello. Da robot, umanoide lancerei i carrelli della spesa contro i miei inventori, anziché spingerli come uno schiavo fedele e da insetto spia imparerei a dire le bugie. Troppa mancanza di integrità, per questo se ne cerca il significato e il senso. Tutto si fraziona e si rimescola. L'ibridazione è la moda scientifica del momento. Ed è anche la tendenza sociale prevalente. É iniziata l'"Età del meticciato" e non sappiamo dove ci porterà. Le radici ad accrescimento rapido dovrebbero servire per trasformare i deserti, ma qualche tempo fa hanno scoperto che i ghiacciai interagiscono con la luce del sole ed emettono particelle che puliscono l'atmosfera e che gli scienziati ritenevano addirittura nocive. E se anche i deserti avessero una loro funzione in questo pianeta che ci accingiamo a voler trasformare a nostro piacimento? La vita sulla terra è figlia di un delicatissimo equilibro raggiunto in milioni di anni. Se la percentuale di ossigeno presente in atmosfera fosse diversa soltanto dell'uno per cento, non ci sarebbe la vita come la conosciamo o, forse, non ci sarebbe affatto. I topi col cervello umano dovrebbero invece trovare utilizzo nel combattere il morbo di Parkinson. Papa Wojtila, che era afflitto dal morbo, avrebbe mai accettato di essere topizzato per lenire il suo male? La prossima volta toccherà ai serpenti cui instilleremo i veleni umani, così impazziranno e diremo che i mostri striscianti potrebbero servire alla cura delle schizofrenie. Esistono delle barriere che la natura ha posto tra le specie per garantire l'ordine naturale. Quello di abbatterle è solo un sogno schizzato, un incubo, un delirio di oscura onnipotenza. Che sia questa la pandemia profetizzata? Questa volontà di voler mescolare tutto per vedere cosa succede, si riverbera nei costumi. Si mischiano le coppie, le famiglie, i figli, i valori, le regole, i sentimenti, i modi di vita, le razze e le culture. Nei laboratori sociali si appronta l'amore con una vena di odio, la trasparenza fatta di ombre, la lealtà al tradimento, i nipoti con dodici nonni, i figli con otto genitori e gli orfani robotizzati.
L'integrità è spezzata, come Excalibur nelle mani di Artù.
15/01/15 Ripresa? Abbattere il debito
Con le lenti del buon padre di famiglia la situazione economica italiana rappresenta la negazione assoluta di un comportamento diligente. La "famiglia Italia" è stata gestita, per decenni, senza alcun senso di responsabilità.
Si è ipertrofizzata le cosiddetta democrazia, moltiplicando a dismisura le istituzioni ed i centri di costo, spesso fuori controllo. Sono stati concessi privilegi castali, senza che ciò apportasse alcun beneficio alla comunità nazionale. Si è costruito uno stato sociale, non equo, costoso, irrazionale e senza qualità: basti pensare alla sanità affidata a regioni spendaccione che la hanno utilizzata a fini di consenso e "gestionali" più che avendo a cuore la salute dei cittadini. Si è gonfiato a dismisura l'esercito dei dipendenti pubblici. Si è sprecato oltre ogni limite negli appalti e nella realizzazione di opere pubbliche, spesso rimaste incompiute. Si sono dilapidate risorse con interventi a pioggia senza una retrostante strategia. Si è ceduto di fronte ai ricatti della piazza, dietro ai quali a volte si celava il malaffare, con tacitanti "elargizioni benefiche" come quelle ultradecennali agli ex-detenuti di Napoli e Palermo. Che sia da ricercare lì una qualche collusione tra Stato e malaffare? Non si è fatta politica industriale, non è stata elaborata una strategia per la ricerca, non si sono difese le eccellenze italiane a partire dai beni culturali, non si è creata una scuola degna di questo nome, non si è valorizzato il genio italiano.
Si è vissuti "a credito" espandendo il debito pubblico e confidando nello stellone. Poi, per cercare inutilmente di allontanarsi dall'abisso, è arrivata la recrudescenza della tassazione, una recrudescenza spinta al punto da fiaccare lo spirito di iniziativa, da congelare la voglia di fare, da spingere le imprese alla delocalizzazione o alla chiusura ed i migliori cervelli a migrare. Spesso ha spinto anche gli imprenditori al suicidio.
Poi è arrivata la corsa al salvifico Euro che, a causa dell'enorme debito pubblico, ha dimezzato il potere d'acquisto degli italiani costretti ad accettare un concambio svantaggioso stante il debito pubblico.
La stabilità e la forza della nuova moneta il vantaggio, peccato che per eccesso di forza sono rallentate pure le esportazioni.
L'addio alla Lira, tuttavia, non ha portato con sé grandi strascichi. La memoria popolare, si sa, è labile. Difatti il valore dell'equivalenza in lire sugli scontrini da noi è durata qualche settimana, in Spagna ancora è in uso, Che sia accaduto perché non era opportuno che gli italiani capissero? Sta di fatto che, anche con l'Euro, si è continuato a spendere e ad espandere il debito senza mai porsi il problema del rientro.
La sveglia ad un certo punto l'ha data l'Europa: senza conti in ordine non solo non si cresce ma si mette a rischio l'intero sistema europeo e dell'Euro. E sono arrivate, sotto gli occhi vigili del Cerbero teutonico, misure quali i patti di stabilità, i fiscal compact, le troike, i monitoraggi, i limiti agli aiuti di Stato, che oggi vengono definite, per lo più dai denigratori, "politiche di austerità".
Tali politiche, non di austerità ma di buon senso, ancorché accettate e sottoscritte da tutti i Paesi membri dell'Unione, per effetto di una crisi economica globale senza precedenti, hanno cominciato ad essere criticate da più parti, finanche derogate come ha annunciato di voler fare la Francia, che pure ha un debito galoppante e come già fece la Germania. Eppure, la virtuosa Irlanda, dopo averle scrupolosamente applicate ha ripreso a crescere al tasso del 7% annuo.
Il governo Renzi che culturalmente si colloca nel "partito della spesa" ha cominciato a mordere il freno, persino l'austero Padoan ha mostrato qualche segno di insofferenza verso il fiscal compact. Qualcun altro, non si sa bene ispirato da chi, sta promuovendo un referendum per abolire le norme più stringenti che l'Italia si è data in un guizzo di resipiscenza arrivato nel momento sbagliato, quando si pensava, non senza supponenza, che il "Salva Italia" avrebbe davvero sortito qualche salvifico effetto.
Che fare? Rompere con l'Europa e le sue regole, rischiando pesanti sanzioni, o trovare una soluzione alternativa? Forse si potrebbe cominciare aggredendo l'immane debito pubblico.
Questa sì una riforma utile e vantaggiosa. Piuttosto che fare spezzatino dei gioielli di famiglia, "privatizzandoli" all'italiana e senza sostanziali benefici, non sarebbe ora di costituire un "Fondo Italia" in cui mettere tutti i beni pubblici, mobili e immobili (si stima un valore di 600/700 miliardi). A tale fondo andrebbe garantita una gestione trasparente e professionale, poi le quote si potrebbero offrire, in concambio, ai detentori di debito pubblico, i quali ci guadagnerebbero nell'ottenere in cambio di un semplice pagherò dello Stato, quote con sottostanti beni reali, passibili di incremento di valore nel tempo e con probabili dividendi superiori ai tassi sui titoli.
In tal modo si potrebbe ridurre di un terzo il debito e di più di un terzo gli interessi sul debito per effetto del minor rischio sulla massa complessiva. In altri termini: una trentina di miliardi cash per avviare la ripresa senza tradire gli impegni assunti con l'Europa.
15/12/14 Il crack delle regioni
L'enorme astensionismo che si è registrato in Emilia ed in Calabria (63,3 e 55,9%), due regioni molto lontane tra di loro non solo per distanza geografica, fornisce una prima evidenza: gli italiani sono stanchi di portare sul groppone il peso di 20 costosissime quanto inefficienti regioni. Né queste ultime si sono poste il problema di manifestare un qualche segno di resipiscenza, di responsabilità istituzionale, di avvicinamento ai cittadini, al contrario hanno lasciato che la spesa allegra e scandalosa di gruppi politici e consiglieri o orientata ad alimentare clientele, accelerasse la loro condanna espressa con la disaffezione e l'astensione.
Essendo passata la stagione dei soldi facili, del Pantalone che paga per tutti, tanto nessuno se ne accorge, sarebbe ora di metter mano ad una seria riforma del regionalismo, quella sì indispensabile, a differenza di quella proposta per il Senato - che santifica l'attuale regionalismo deleterio - o della finta abolizione delle Province, anzi dei soli Consigli provinciali, che presenta persino qualche profilo di incostituzionalità.
La seconda evidenza è la decrescente legittimazione democratica di governi locali eletti con suffragi che rappresentano meno della maggioranza degli elettori, per cui nessuno può cantar vittoria come, a caldo, ha fatto Matteo Renzi.
La terza evidenza è triplice: il successo della Lega, l'evaporazione dei 5 Stelle, il crollo di Forza Italia, che, sia pure a percentuali falsate dall'alto astensionismo e quindi non in numeri assoluti, la dice lunga sui probabili scenari futuri e certamente costituisce una condanna senza appello agli spudorati ammiccamenti consociativi dell'ex Cavaliere nei confronti di Renzi.
Poi c'é anche un piccolo corollario da registrare, che proprio per la sua "piccolezza" induce a riflettere: uno dei giornali dell'ex Cavaliere, quello a più alto tasso di velenosità, é ritornato sull'ormai stantia storia della "casa di Montecarlo" che avrebbe incrementato il suo valore.
Non c'é notizia, dietro il solito fango livoroso con cui è stato ricamato il non annuncio, si legge solo la preoccupazione, la paura, che stia per arrivare il momento della verità. D'altro canto, giusto per ribadirlo, sulla vicenda si é espressa la magistratura: il fatto non sussiste.
Ma, a proposito di verità, é bene toccare un argomento mai sfiorato dai giornali dell'ex Cavaliere: quale leader politico é mai riuscito a garantire al suo partito - come ha fatto Fini con An - una solidità patrimoniale e finanziaria invidiabili?
Se fosse stato un approfittatore avrebbe potuto arricchirsi e ricco non è.
15/12/14 Costituente adesso
Una delle caratteristiche connotanti la cosiddetta Seconda Repubblica è senza dubbio la voglia di consociazione che ha pervaso tutte le forze politiche.
Crollata nell'ignominia la Prima Repubblica, finiti sullo sfondo i politici e la politica d'esperienza, vi è stato l'avvento della politica "cerone e paillettes", dei "nominati" non in base al merito ma alla funzionalità, alla duttilità anche morale, alla volontà asservibile, dei mediatori del consenso. E la politica si è fatta, per lo più, interesse privato.
Quelli che hanno tentato di opporsi, di anteporre l'interesse pubblico a quello dei singoli, sono stati emarginati col sapiente uso della calunnia o della ridicolizzazione o esclusi "dal giro" attraverso il massiccio uso delle macchine del fango che sempre hanno fatto presa sulla stupidità delle masse imbonibili dai media.
La voglia di "intendersi fuor di steccato" è dilagata, governo e opposizione si sono confuse nel losco abbraccio del consociativismo che mai ha riguardato l'interesse di tutti, sempre e solo il vantaggio di pochi.
Con la Seconda Repubblica è cominciata la lunga stagione dei non invidiabili primati nazionali: primi per corruzione in Europa e per nuove povertà, ultimi per qualità dell'istruzione.
Inutile ripercorrere la chilometrica lista di quanti in questi anni, tra parlamentari, amministratori locali, imprenditori, faccendieri e persino magistrati sono rimasti impigliati in atti di corruzione, di malversazione, di indebita appropriazione. Quelli del Mose e dell'Expo, i Buzzi e i Carminati, sono solo gli ultimi di una lista che non è alla fine e che non può esaurirsi, finché restano in piedi le logiche fondanti della Seconda Repubblica.
Logiche tanto perverse da far ritenere che un Parlamento delegittimato tanto dalla Suprema Corte che dal numero degli indagati e dei trasformisti, possa essere l'istituzione giusta per riformare l'Italia.
Se riforme mai vi saranno, esse saranno tarate, come l'annunciata riforma del Senato o la nuova legge elettorale. Persino l'elezione del nuovo Capo dello Stato comincia ad avere qualche vizio d'origine.
Nel frattempo si fa sempre più ampia la frattura tra cittadini e istituzioni, tra gli italiani e lo Stato.
E' il momento di agire, di avviare il processo che porti alla Terza Repubblica prima che tutto crolli e monti la rabbia cieca e selvaggia. E' il momento dell'Assemblea Costituente.
La sola strada per rinnovare il patto sociale, per riformare davvero l'Italia
15/11/14 Giuramento e Risorgimento
Suscita un certo sconcerto la formula del giuramento di affiliazione alla Ndrangheta che tira in ballo Garibaldi, La Marmora e Mazzini.
Wikipedia alla voce Santa (’Ndrangheta) la interpreta così: “La Santa o Società maggiore è un'organizzazione malavitosa, secondo le confessioni dei pentiti, nata a metà degli anni settanta in seno alla 'Ndrangheta. Chi fa parte di questa associazione viene chiamato santista, ed è uno degli ultimi gradi della gerarchia calabrese. I santisti delle varie locali si pensa si riuniscano annualmente ad Africo. Nacque a metà degli anni settanta del XX secolo, con l'esigenza di dover conferire con uomini non appartenenti alla 'Ndrangheta per poter meglio gestire gli affari illeciti e avere accesso al potere. Per arrivare ai livelli alti del potere bisognava avere come tramite gli appartenenti alla massoneria che spesso non erano affidabili. Il pentito Gaetano Costa afferma che fu don Mommo Piromalli a introdurre la regola che chi fosse santista poteva avere contatti anche con la massoneria. Si ebbero però ben presto disaccordi, soprattutto da parte di don Antonio Macrì e don Mico Tripodo, per il fatto che il "Santista" poteva tradire la propria 'ndrina per salvare l'organizzazione santista. Il pentito Lauro però affermò che lo stesso Macrì fosse un massone. All'inizio l'associazione poteva essere composta solo da 33 elementi, ma per le richieste pressanti di molti 'ndranghetisti il numero fu incrementato fino a far creare, per i troppi appartenenti, un grado superiore il Vangelo, di cui parla anche Pino Scriva.
Nel giugno 1987, viene ritrovato a Pellaro a casa dello ndraghetista Giuseppe Chilà il primo codice riguardante i riti della Santa[1]. Nel 1992 dopo loperazione Olimpia si ebbero maggiori informazioni, si scoprirono le persone che fecero accedere i santisti nella massoneria calabrese: il notaio Pietro Marrapodi, Pasquale Modafferi e il capo-loggia Cosimo Zaccone.
Il 19 settembre 2014, per la prima volta, viene pubblicato un filmato registrato dal Ros dei carabinieri di Milano, nell'ambito dell'operazione Insubria, che mostra il passaggio alla dote di Santa a Castello Brianza (MB), è inoltre il primo video a riprendere un rito di un'organizzazione criminale di stampo mafioso In precedenza potevano essere massimo 33, ma col tempo ne furono accettati anche di più. Chi appartiene alla Santa può avere contatti con persone non affiliate e che hanno prestato giuramento ad altri corpi come: carabinieri, politici, magistratura e soprattutto con la massoneria. La Santa inoltre possiede regole diverse da quella consuete alla 'Ndrangheta: infatti per formare un'organizzazione di Santa o Società maggiore all'interno di una locale servono almeno 7 persone col grado di santista.
Nella Santa potevano essere ammessi i giovani e ambiziosi esponenti delle cosche, smaniosi di rompere le catene dei vecchi vincoli della società di sgarro e di misurarsi con il mondo esterno, che offriva infinite possibilità di inserimento, di arricchimento, di gratificazione. Due sono gli elementi che appaiono decisivi. Il primo è costituito dall’impegno assunto dai santisti di “rinnegare la società di sgarro”. Dunque le vecchie regole, ancora valide per tutti i “comuni” mafiosi, non valgono più per la nuova élite della 'ndrangheta. Come detto i Santisti possono entrare in contatto con uomini politici, forze dell'ordine, avvocati Ne risulta che l’infamità non rappresenta più uno sbarramento invalicabile, può essere aggirata e superata in vista dei vantaggi che la rete dei contatti non più preclusi può assicurare. Il secondo importante elemento è costituito dalla “terna” dei personaggi di riferimento prescelti per l’organizzazione della “Santa”. Non più gli Arcangeli della società di sgarro – Osso, Mastrosso e Carcagnosso - ma personaggi storici, ben noti nella tradizione culturale e politica italiana: Giuseppe Mazzini, Giuseppe Garibaldi e Alfonso La Marmora. Come va spiegato allora un richiamo così solenne ed esplicito a tali personaggi? Qual è il messaggio che attraverso tale indicazione si vuole mandare al popolo della ‘ndrangheta? La risposta è chiara se si osserva come Garibaldi, Lamarmora, Mazzini erano tutti e tre appartenenti a logge massoniche, per di più in posizioni di vertice. Si spiega così la loro adozione come punti di riferimento da parte della Santa. Il santista viene riconosciuto da una croce grande pochi millimetri fatta con una lama su una spalla”.
L’appartenenza alla massoneria dei tre personaggi del Risorgimento è pacifica. Come è certo che l’origine della ‘Ndrangheta risale alla metà dell’800 e che è la sola organizzazione criminale ad aver conservati intatti i suoi rituali.
Questo rende debole la spiegazione “santista” in quanto la Santa è di recente costituzione. Durante il Risorgimento le società segrete svolsero un ruolo importante nel processo di unificazione “per annessione” voluto dai Savoia. Furono finanziate ed incoraggiate nell’opera di rovesciamento degli ordini costituiti negli Stati preunitari. Per tale ruolo furono successivamente legittimate ed onorate. Ed è a quella legittimazione che bisogna far risalire la formula del giuramento.
Il patto Stato - mafia ha origini molto più lontane di quanto non si creda.
Alla stessa “legittimazione”, ad esempio, si fece ricorso durante il secondo conflitto mondiale per preparare e favorire lo sbarco alleato in Sicilia.
15/11/14 Il fanatismo della democrazia
Amos Oz, il popolare scrittore israeliano, nel suo lucido saggio: "Contro il fanatismo" sintetizza il fanatico come "un punto esclamativo ambulante" e il fanatismo come "un gene perverso della natura umana".
"La gente che fa saltare le cliniche dove si pratica l'aborto in America, la gente che brucia moschee e sinagoghe in Germania… Il fanatismo è praticamente dappertutto, e nelle sue forme più silenziose e civili è presente tutto intorno a noi, e fors'anche dentro di noi. Conosco bene quei non fumatori capaci di bruciarti vivo se osi soltanto accendere una sigaretta vicino a loro! Conosco questo vegetariani capaci di mangiarti vivo per avere ordinato una bistecca! Conosco quei pacifisti, alcuni miei colleghi del movimento per la pace in Israele, capaci di spararmi in testa solo perché ho auspicato una strategia lievemente diversa per il processo di pace con i palestinesi." Sì il fanatismo, spesso, è tutto intorno a noi e dentro di noi.
E c'è anche un fanatismo della democrazia, un fanatismo dell'egualitarismo e un fanatismo della diversità. Il matrimonio tra gay è, nello stesso tempo, figlio del fanatismo dell'egualitarismo alla Zapatero e del fanatismo della diversità ostentata, proprio di molti omosessuali.
Basterebbe inserire nel codice un nuovo tipo di contratto, quello di unione civile, per consentire a tutti coloro che scelgono di vivere stabilmente insieme per le ragioni più varie: omosessualità, necessità, semplice amicizia o solidarietà il prodursi di effetti civili quali, ad esempio, quelli successori, senza bisogno di intaccare e imbastardire il matrimonio eterosessuale che è nato per garantire la continuità della vita; come bastava estendere la possibilità di adozione ai singles - subordinatamente alle coppie sposate - per riconoscere a chiunque il diritto di adozione, senza creare la mostruosità del doppio padre o della doppia madre.
Da noi è il fanatismo della democrazia che genera mostruosità e costosissime superfetazioni che non ci possiamo più permettere. Ministeri, vice-ministeri, sottosegretariati, regioni, province, comuni, circoscrizioni, comunità montane, unioni di comuni, enti di ambito, autorità delle più svariate specie, garanti, commissari, commissioni, osservatori, società miste e adesso anche le città metropolitane.
Solo la smania di "sussidiarietà" - con scarsi benefici concreti - è costata ai cittadini tanti, troppi miliardi di euro in più per il balzo della fiscalità locale degli ultimi anni.
Di eccessi democratici rischiamo di morire.
15/11/14 I nuovi Unni
Per far valere le proprie ragioni, vere o presunte che siano, ammazzare gente inerme, fare strage di innocenti. Questo il paradigma del Terrore.
Che poi dietro le "ragioni" del terrorismo vi sia il fanatismo, la religione, la politica, gli interessi economici, l'irredentismo, il cieco desiderio di vendetta per torti subiti o un progetto di genocidio è altra questione.
Quello che tocca i cittadini dell'Occidente, tutti, sono le conseguenze degli atti del terrore sulla vita quotidiana, sulla riduzione delle garanzie, sulla contrazione dei margini di libertà, al di là dell'esecrazione e della solidarietà alle vittime.
Questo rende la lotta al terrorismo una vera e propria guerra dalla quale nessuno può chiamarsi fuori e che, purtroppo, sembra coinvolgere, attivamente, pochissimi. Non si è, difatti, mai vista una manifestazione di piazza per sostenere la costituzione di uno stato di Palestina o l'affrancamento dell'Irlanda del Nord o un convegno per capire le ragioni dei Baschi o dei mullah afgani.
Questa indifferenza collettiva oggi la paghiamo con tanti piccoli "fastidi" e domani la pagheremo salatamene con la riduzione della sfera individuale di libertà. Gli estenuanti controlli agli aeroporti, gli "spogliarelli" obbligatori, le perquisizioni personali ogni volta che suona il cicalino del radar, le robuste dosi di radiazioni, la telesorveglianza sempre più massiccia e invasiva, i monitoraggi di Internet e delle conversazioni sui cellulari sono solo la prima avvisaglia.
La vera caccia alle streghe deve ancora cominciare e quando arriverà saranno dolori per tutti, non più piccoli fastidi. E questa sarà la vera vittoria del Terrore.
Ridurre per tutti quelle libertà faticosamente conquistate attraverso secoli di storia, attraverso lotte, rivoluzioni, guerre, battaglie civili ed un alto prezzo di sangue. E ridurre le garanzie e le libertà è certamente mortificare la democrazia e far arretrare la civiltà occidentale di cui costituiscono l'essenza.
Per questo bisogna mobilitarsi contro il Terrore ed i suoi fiancheggiatori. Per non dargliela davvero vinta, per non pagare, tutti, l'amaro prezzo della rinuncia a quote di libertà in favore di una maggiore - e solo apparente - sicurezza. E mobilitarsi senza fanatismo, senza fondamentalismo è più difficile, richiede uno sforzo molto maggiore di quello richiesto ad un kamikaze. Significa essere vigili e intransigenti, essere pronti anche a reagire contro i germi del terrore ma significa anche, cosa estranea alle menti dei terroristi, comprendere per rimuoverle le cause che lo rendono fecondo e prolifico.
Prima fra tutte la questione palestinese. Che si acceleri il processo di pace ed il pieno riconoscimento di uno stato Palestinese, che si offra ad Israele l'impegno che, in caso di pericolo, tutto l'Occidente sarà al suo fianco.
Un modo questo anche per arginare la fiammata fondamentalista che va espandendosi dall’Iraq al Kenia, dalla Somalia alla Libia ed innescata dall’Isis che, nelle farneticazioni dei suoi leader, minaccia un novello rogo di Roma. Una minaccia che ci fa sorridere.
Abbiamo conosciuto, in millenni di storia, Unni, Vandali, Visigoti, Ostrogoti ed ogni altra specie di barbari, i nuovi li aspetteremo a piè fermo.
15/11/14 Elogio della specificazione civile
Decapitare, lapidare, mutilare, fustigare, schiavizzare, discriminare per emarginare, immolarsi nel nome di un Dio, odiare sistematicamente il nemico e volerne l'annientamento, santificare la guerra, mercificare i prigionieri quantificandone il riscatto, seminare paura.
Potrebbe sembrare il decalogo del terrorismo. Non lo è. Si tratta dei peggiori tratti connotanti di civiltà e culture diverse da quelle dell'Occidente. Civiltà e culture tutte vicine, prossime, confinanti e sconfinanti per studiata infiltrazione o per presunta assimilazione, per effetto di una concezione del mondo globalizzante figlia di un mercatismo includente, non per affinità civili, ma purché ci sia un vantaggio riconducibile, direttamente o indirettamente, alla sfera economica.
Per quelli che se ne avvantaggiano è il bello del capitalismo estremo, per i popoli che ne pagano il costo in termini di annacquamento identitario, standardizzazione forzata, omologazione culturale, iper-regolazioni sistemiche, contrazione delle libertà e dei diritti civili faticosamente conquistati, è solo il prezzo della sopravvivenza nel mondo del consumo. Civiltà e culture sempre più sfocate e sullo sfondo.
E' questa la contraddizione dell'Occidente, dove la politica si è fatta ancella dell'economia, dove le ragioni della finanza globale non trovano ostacolo, come invece i governi, nei confini degli Stati.
Gli effetti di tale contraddizione assumono connotazione paradigmatica nel concetto di "esportazione della democrazia", come se fosse una qualunque merce e non la faticosa conquista di quei popoli che della democrazia ne hanno fatto il loro orizzonte civile, elevandola a collettiva pietra di paragone evolutiva, pur consapevoli delle contraddizioni in essa stessa insite.
Eppure, immaginando la storia, con semplificazione estrema, quale cinghia di trasmissione evolutiva tra le generazioni, ci troveremmo di fronte alla stupefacente sorpresa che alle nostre spalle, nell'edificazione della civiltà, ci sono soltanto cinquanta o sessanta antenati, prima di ciascuno di noi, attribuendo loro una vita media di cinquant'anni. Tale semplificazione ci aiuta a comprendere quanto prodigioso e pur fragile, sia stato il cammino sin qui percorso dal genere umano e quanto labile ne sia la memoria.
Ci fa anche capire quanta poca distanza ci separa dalle decapitazioni e impiccagioni, dai roghi degli eretici, dalle torture e dalle pene corporali e mutilanti, dallo schiavismo, dall'immolarsi nel nome di una fede, dall'odiare sistematicamente il nemico o un popolo bollato come inferiore, da volerne l'annientamento, dal santificare la guerra, dall'imporre un prezzo di riscatto, dalla cieca intolleranza verso ciò che non si comprende, dal vivere nella paura.
Il capire rende più chiari i doveri di appartenenza all'umanità in genere ed in particolare a quelle sue parti che hanno scelto di evolvere - pagando alti tributi di sacrificio e di sangue - nella libertà di pensiero e di coscienza, nell'amore per il sapere e per la consapevolezza, nella luce della bellezza, nella convivenza pacifica regolata da leggi condivise, nella tolleranza, nel solidale rispetto dell'altro.
Il primo di questi doveri è quello di difendere le conquiste raggiunte, le conoscenze acquisite ed ogni altra connotazione specificante e di comprendere, per scioglierle, le contraddizioni regressive.
Una difesa strenua ed intransigente, a baluardo del futuro, consapevole della vicinanza del baratro dell'involuzione e di quanto sia facile esserne risucchiati, anche a costo di mettere in gioco la vita.
15/10/14 Capire per cambiare
Capire dove sta andando il mondo, sia come pianeta che come "nido" dell'umanità. Comprendere la scienza, le implicazioni sulla vita e sulle abitudini dei risultati della ricerca e delle tecnologie che ne derivano. Cogliere i mutamenti sociali, desideri e bisogni emergenti, tenendo conto delle emozioni e delle specificità di popoli e individui.
Analizzare i propri punti di forza, come popolo, e quelli di debolezza e scegliersi un futuro ed un ruolo sugli scenari che si intravedono.
Definire obiettivi e programmi in grado di conseguirli sapendo di dover competere sempre più duramente per crescere o solo per mantenere le posizioni sulla trincea della storia.
E' questo il senso ed il compito della politica alta che può riassumersi in tre parole: attenzione, lungimiranza, responsabilità, nel quadro di un approccio sistemico ai problemi.
E' iniziata la quarta rivoluzione industriale. E' già in commercio la prima automobile con la carrozzeria interamente stampata in 3D, la Nasa ha costruito le prime parti di motori di vettori spaziali con la stessa tecnologia e non è lontano il giorno in cui molti prodotti, oggi di serie, diventeranno on-demand, prodotti e personalizzati a richiesta.
Accadrà anche per il cibo? Al ristorante stamperanno pure spaghetti e cotolette? Gli astronauti sono già vicini a questo tipo di alimentazione, come sono vicinissime, alle nostre tavole - come ben sa la UE - le proteine ricavate dagli insetti.
La robotica industriale è matura da anni e nel giro del prossimo decennio ci sarà l'avvento della robotica di servizio. Badanti, colf, autisti, raccoglitori di pomodori, fattorini e facchini possono già ritenersi pensionati. Un drone intelligente ci porterà a casa le merci che ordiniamo o ci porterà da un posto all'altro più velocemente di un taxi.
Gli eserciti saranno soppiantati da soldati automi, che gli Stati Uniti già stanno mettendo a punto, e fors'anche i corpi dei vigili urbani saranno soppiantati da "Robocop" urbani.
Lo spazio di fa sempre più vicino e con esso il turismo spaziale e la colonizzazione di altri pianeti alla ricerca di risorse.
E' questo uno dei terreni su cui deve cimentarsi la lungimiranza e l'attenzione della politica. Per trovare risposte e nuove regole, per arginare le conseguenze negative del futuro prossimo, per favorire ciò che di buono ci porterà, per preparare i popoli, in particolare i giovani, alle sfide che verranno.
L'umanità è in corsa da quando è apparsa sul pianeta seguendo il suo destino. Un destino fatto anche di sopraffazioni, di guerre, di competizione sfrenata e di conquiste.
Non si può quindi pensare di fermarla con divieti e proibizioni, ma se ne può canalizzare l'impeto affinché non sia disutile, affinché si contengano gli inevitabili danni. In questo la responsabilità.
La politica italiana è sideralmente lontana da una visione d'insieme correlata al futuro.
Quella europea solo un po' meno. Per questo, nel vecchio continente, non si intravede una strategia, un progetto che non sia quello di tenere i conti in ordine. Eppure la portata delle sfide dovrebbe entusiasmare i cuori coraggiosi, le menti curiose, le intelligenze creative.
Non è "Erasmus" la risposta ad una scuola europea di eccellenza che doti i giovani di capacità logico-matematiche in grado di farli competere con gli studenti cinesi ed indiani.
Non è la babele linguistica a rendere possibile una miglior comprensione tra i popoli europei, si scelga una lingua - l'inglese o l'esperanto non importa - e la si renda obbligatoria dalle scuole materne.
Non sono i trattati a rendere l'Europa desiderabile e competitiva, ma una Costituzione degna di questo nome e valida per tutti gli europei.
15/09/14 La Destra che non c'é
In politica, ormai, ci si può autodefinire a piacimento. Renzi si dichiara di Sinistra perché gli avrebbero insegnato che "essere di Sinistra" significa "combattere le ingiustizie", saldando così, indebitamente, l'ideale cavalleresco alla Sinistra.
Eppure niente come la sinistra è mai stata tanto lontana dalla cavalleria sia nei riferimenti ideali che nella prassi, tant'è che le ingiustizie che Renzi vuol combattere, oggi sul mercato del lavoro, sono state tutte perpetrate proprio dalla sinistra.
Ma i "rottamatori" non hanno storia né memoria. Non ci si può quindi stupire se, da sinistra, la Camusso paragona Renzi alla Thatcher e 110 parlamentari (di un Parlamento delegittimato) del partito di Renzi sono orientati a non votare i provvedimenti del loro Segretario.
La schizofrenia dell'agonizzante Seconda Repubblica è resa palpabile non solo dalle Camere che non riescono ad eleggere i membri della Consulta ma, soprattutto, perché le riforme "di destra" può farle solo la sinistra e quelle di sinistra solo la destra, come l'aumento delle pensioni di berlusconiana memoria e perché l'alternanza italiana è diventata la via per disfare l'operato dei governi di segno opposto.
Fortuna che ci sono i guardiani dell'Europa a fissare un minimo di rotta da seguire.
Ma se Atene piange, Sparta non ride. Anche a Destra ci si autodefinisce a piacimento.
Anti-Euro e pro-Euro, nazionalisti ed europeisti, liberisti e socialisti, mercatisti e statalisti, no global e mondialisti, pippieisti, aldisti e lepenisti, futuristi e conservatori, multiculturalisti e xenofobi, filo israeliani e filo palestinesi, filo tedeschi e filo russi, tradizionalisti e progressisti, mediterranei e atlantici, indipendentisti e secessionisti, finiani ed antifiniani.
Una vera Babele.
E in questo quadro allucinante, ancora una volta, rispunta il "federatore" per unire le destre contro le sinistre, come se il "patto del Nazareno" non fosse mai esistito e come se, alle ultime regionali sarde, il "federatore" non avesse tirato la volata a Renzi. Col paradosso che Fini, tra i pochi leader di destra con una caratura indiscutibile, sia il solo ostracizzato.
Bisognerebbe ripartire dal Gaber di "Cos'é destra e cos'é sinistra" e cominciare a fare ordine.
Un ordine ideale e programmatico, innanzitutto, dandosi poi regole chiare e partecipate. Ma per gli ideali ci vuole un retrostante sistema di valori condivisi, per i programmi le buone idee sviluppate in progetti realizzabili e per le regole ci vogliono verità, responsabilità, autentico spirito di servizio verso la nazione.
Nessuno pensa che debba esistere una sola Destra, soprattutto nell'Europa delle differenze, ma un minimo comun denominatore è necessario, addirittura un presupposto di sopravvivenza se un renzismo pragmatico e populista continuerà ad innalzare i migliori vessilli della Destra e ad appropriarsi delle sue istanze per annullarne il senso.
Le conseguenze sarebbero tragiche per gli italiani e per la democrazia.
Eppure c'é già chi stupidamente ne gioisce e si compiace che la Sinistra sta finalmente facendo sue le ragioni della Destra.
Nulla di più falso, le cornici valoriali e culturali, le visioni del mondo e della società sono e restano profondamente diverse e radicalmente inconciliabili.
Purtroppo il momento storico non è dei più favorevoli. In Europa, per timore degli euroscettici, hanno realizzato una "larga intesa" tra PPE e PSE per effetto della quale, cambiando "democraticamente" le regole in corsa, i due grandi agglomerati si sono spartiti tutto, senza lasciare una sola briciola a chi non la pensa come loro.
Nella potente Germania le larghe intese sono ormai consolidate e l'Italia segue a rimorchio.
Si tratta di uno scenario che tende ad annacquare le differenze, anche quelle sostanziali, nel nome della condivisione del potere. E questo è anche il brodo di coltura del renzismo.
Per far rinascere la speranza a Destra occorre coraggio. Il coraggio di fare autocritica, di diventare consapevoli attraverso l'umiltà, di abbattere le diffidenze, di guardarsi negli occhi, di incontrarsi e, all'occorrenza scontrarsi, lealmente ed a viso aperto facendo propria la vecchia massima, civile prima che liberale del "rispetta chi non la pensa come te".
Per amore dell'Italia e degli italiani e non di sé stessi.
Altrimenti la Terza Repubblica sarà peggiore della Seconda e della Prima.
15/09/14 Il diritto dei popoli
Dal referendum scozzese, al di là del suo esito, si traggono alcune lezioni e spunti di riflessione. Tra le lezioni, la prima riguarda la qualità della democrazia inglese all'interno dei suoi confini, mai sarebbe stato possibile un referendum sull'autonomia di Gibilterra o delle isole Malvine; la seconda la si trae dall'astuzia degli scozzesi che sono riusciti ad ottenere, con la sola arma di un referendum, autonomia e poteri che in trecentosette anni di "unione forzata" mai erano riusciti a spuntare; la terza concerne l'affermazione di un "diritto dei popoli" che, ancorché mai sancito compiutamente nel diritto internazionale, emerge prorompente ed inoppugnabile quando si sa farlo valere.
Molti sono i popoli con diritti negati o attenuati o costretti a subire convivenze forzate.
In Europa è il caso dei Baschi, dei Catalani, dei Galiziani, dei Fiamminghi e dei Valloni, degli Irlandesi del Nord, delle minoranze russofone in alcuni paesi dell'est, dei Lapponi, dei Greco-albanesi, dei Sardi, dei Siciliani, dei Veneti, degli Altoatesini, dei Valdostani, dei Ladini e di quanti si rifanno ad identità perdute dopo la nascita degli stati nazionali.
Ma il problema è intercontinentale. Canadesi francofoni e anglofoni, nativi nord e sud americani e indigeni di altri continenti, Palestinesi, Kurdi, Mongoli, Tibetani e le infinite etnie africane. L'Onu ha sancito il diritto all'autodeterminazione dei popoli, ma ha omesso di definire il concetto di popolo.
L'Europa, con il suo mito dell'unità nelle differenze, ha in qualche modo accentuato gli autonomismi anche se questi, su uno scacchiere continentale sempre più largo, hanno sempre meno speranze di poter contare qualcosa anche ad autonomia ottenuta.
Occorre approfondire la riflessione sul diritto dei popoli partendo dal presupposto che l'equazione stato - popolo è ambigua, non sempre valida e spesso declinata per mere ragioni politiche che poco hanno a che fare con i principii ed il diritto.
Anche il tema del rapporto, molto poco approfondito, tra diritti umani e diritti dei popoli merita attenzione come sottolineato dallo studioso italiano Luciano Ardesi che ha affermato: “ In primo luogo si consideri il principio di autodeterminazione «interna». Questo consente di mettere in evidenza uno dei presupposti dei diritti fondamentali: l'esistenza di uno Stato ordinato secondo principi giuridici che rispettino i diritti fondamentali. Tale principio comprende un insieme di elementi che caratterizzano il processo democratico il quale se da una parte si fonda su alcuni requisiti minimi universali (elettività dei rappresentanti, suffragio universale, uguaglianza del voto, libertà di ogni cittadino di eleggere e di essere eletto con la sola limitazione dell'età e di altri gravi impedimenti, esistenza di alternative nella scelta) dall'altra non propone modelli specifici di democrazia proprio in virtù della libertà lasciata ad ogni popolo di decidere le forme del proprio statuto politico-istituzionale.
I diritti dei popoli consentono di superare la tradizionale identificazione del popolo con lo Stato. Questa identificazione avanzata dalle dottrine classiche, anche del XX secolo, non resiste alla prova dei fatti. Si pensi ad esempio all'identificazione che veniva fatta dalle potenze coloniali tra lo Stato e i popoli coloniali che in quello Stato non potevano certo identificarsi e contro il quale combatteranno la lotta per l'indipendenza. Il fatto di rifiutare tale identificazione significa concedere al popolo il diritto di contrastare e se necessario abbattere un determinato ordine statale, come sarà appunto per le lotte di liberazione nazionale.
Il punto di vista dei diritti dei popoli permette di affrontare in modo più completo il problema delle «diversità».”
Approfondiremo il tema nei prossimi numeri, a partire dalle riflessioni di John Bordley Rawls, il filosofo statunitense, che ha posto al centro delle sue riflessioni l'equità e la giustizia delle istituzioni ed ha evidenziato le contraddizioni insite nel concetto di diritto alla felicità e che, nel suo "Diritto dei popoli", analizza le differenze di vedute nelle società democratiche, tra chi priorizza il concetto di libertà e chi il principio di uguaglianza e ritiene che, sulla base di un liberalismo politico e non metafisico, sia possibile arrivare a punti di mediazione che definisce "accordi per intersezione".
15/07/14 La civiltà dell'idrogeno
Si avvicina a grandi passi il giorno in cui disporremo di energia pulita, in grande quantità ed a basso costo, già perché sarà estratta dall'acqua.
La National Science Foundation, il più grande ente governativo Usa, insieme alla Nasa, che promuove la ricerca scientifica, ha annunciato, alla fine dello scorso giugno, la messa a punto di una nanoparticella, composta da nichel e fosforo, in grado di estrarre idrogeno dall'acqua mediante reazione chimica.
L'immagine in alto mostra del gas idrogeno che ribolle sulla superficie di un cristallo di nichel.
La scoperta è stata fatta da un team di ricercatori della Penn State University guidato dal chimico Raymond Schaak.
"Ora andranno meglio compresi i meccanismi che generano la reazione" - ha dichiarato il professor Schaak - "e cercati ancora nuovi catalizzatori costituiti da materiali ancor più abbondanti del nichel e del fosforo".
Il team collabora con l'equipe guidata dallo scienziato Nate Lewis, del California Institute of Technology, specializzata in fotoelettrochimica, ossia la il corpo di tecniche utili a sfruttare la luce solare per generare combustibili chimici tra i quali l'idrogeno.
L'obiettivo finale è quello di generare una cella fotoelettrochimica (foto in basso).
Tale cella è costituita da matrici nanostrutturate di anodi e catodi catalizzatori di ossidoriduzione e da una membrana conduttiva centrale che consente lo scambio ionico. Vari team di esperti stanno lavorando per vincere la sfida della messa a punto di tale cella.
15/07/14 Il sogno americano
Tanto di cappello agli Stati Uniti. La loro capacità di innovare lascia sempre stupiti e dovrebbe essere un esempio per la vecchia e lenta Europa che somiglia sempre più ad un bradipo, per dirla con Grillo.
Gli Usa, con determinazione e massicci investimenti, stanno perseguendo l'obiettivo di aprire il nuovo mercato dei voli spaziali commerciali, dopo aver favorito l'apertura di molti altri.
Il 13 luglio è stato lanciato con successo il missile Antares con a bordo la navicella Cignus, carica di 3000 libbre di apparati e rifornimenti per la stazione spaziale internazionale. Si tratta del secondo lancio effettuato dalla Orbital, una società privata che si è aggiudicata per 1,9 miliardi di dollari, i rifornimenti della stazione spaziale.
La Orbital fu fondata nel 1982 da tre amici conosciutisi alla Harvard Business School. Il suo primo contratto con la Nasa riguardò la fornitura di veicoli spaziali Tos, nel 1987 realizza il sistema satellitare di comunicazione Orbcomm, nel 1990 sforna il razzo Pegasus, nel 1993 allarga i suoi interessi alle immagini dallo spazio e si consolida con numerose acquisizioni societarie e la quotazione alla borsa di New York. Nel 2000 allarga i suoi interessi ai sistemi di difesa e nel 2001 lancia la serie di razzi Minotaur, Tra il 2002 ed il 2004, in partenariato con Boeing, sviluppa sistemi di intercettamento di missili e sistemi di difesa antimissile, nel 2007 lancia la sonda Alba verso Marte e Giove, nel 2008 acquisisce il contratto di approvvigionamento per la stazione spaziale internazionale, nel 2013 lancia la sua nuova serie di razzi Antares e Minotaur V e mette in orbita i satelliti di comunicazione Geo e Landsat. Oltre a questo si occupa anche di sistemi avanzati di volo. Ha 3300 impiegati, la sua capitalizzazione in borsa è di 1,8 miliardi di dollari, il general manager è Antonio L. Elias di chiare origini europee.
Questo semplice esempio, ma se ne potrebbero citare a migliaia, fa comprendere cosa significa l'interazione positiva pubblico - privato, quanto sia importante canalizzare verso il mercato i risultati della ricerca scientifica e come va orientato lo spirito competitivo di una nazione.
E si tratta di un processo che parte da molto lontano e che inizia dai valori di contesto. Si tratta di quelle regole non scritte che orientano a conformarsi a certi valori e comportamenti.
Come semplice esempio basti pensare ai differenti atteggiamenti che assumo, per emulazione comportamentale, gli studenti che frequentano una scuola rinomata o "alla moda". Essi assumono un medesimo status, ancorché non codificato. Lo stesso si riscontra tra i dipendenti di particolari compagnie che, al di là del loro successo commerciale, godono di un'aura di particolare distinzione.
Per i cittadini vale la stessa regola. Se i valori di contesto della nazione sono quelli giusti, ne scaturisce la fierezza dell'appartenenza, il desiderio di competere e di vincere le sfide.
Negli Stati Uniti i valori di contesto sono fortemente motivanti per gli americani e questo nasce dal coinvolgimento della popolazione, in particolare degli studenti, nella curiosità verso la scienza e la tecnologia, nell'ambire a competere per eccellere, nel darsi grandi obiettivi e nel pianificare il loro raggiungimento.
Lo stato investe, da sempre, ingenti risorse per trasmettere ai cittadini la "voglia di fare" e di competere. Si inizia dai primi anni della scuola: le gare di conoscenza, lo sport, l'epopea nazionale, il rapporto con le eccellenze e si prosegue con svariati stimoli di coinvolgimento lungo il corso dell'intera esistenza.
Il risultato è il "sogno americano", basato sulla certezza che farcela è possibile, per chiunque.
A quando il "sogno europeo"?
15/07/14 Una domanda illuminante
La rottamazione è una sorta di lotta generazionale sostitutiva della vecchia lotta di classe. Lasciamola alla sinistra e a Renzi, che è figlio di quella incultura ipocrita e supponente che sempre si arroga il diritto di escludere. In questa chiave si comprende meglio la voglia del Presidente del Consiglio di far fuori il Senato.
Noi siamo qui per includere, per armonizzare e non per rottamare. La sola cosa che rottamerei volentieri sono i vizi della Repubblica, mai le virtù degli italiani.
Oggi voglio raccontarvi la storia di una "domanda illuminante".
Sul finire degli anni ottanta ero a capo di una nota società di comunicazione. Un giorno venne a trovarmi un amico che aveva sposato una hostess delle linee aeree di Taiwan e che oggi è la più grande importatrice di griffe italiane in quel paese. La bella straniera mi fece una domanda illuminante: "Perché qui in Italia quando uno ha un'idea da portare avanti tutti gli mettono i bastoni tra le ruote? Da noi, se uno ha una buona idea tutti l'aiutano a realizzarla perché sanno che, se avrà successo, in tanti ne trarranno beneficio". Lì per lì non seppi darle una risposta adeguata, ma quella domanda mi è rimasta dentro finché non ho trovato la risposta.
Qualche tempo dopo mi sono imbattuto nelle opere di Francis Fukuyama, il famoso economista che fu consigliere di Rudolph Giuliani, il sindaco di New York che restituì sicurezza e fiducia ai suoi concittadini. Fukuyama ha teorizzato il concetto di capitale sociale che vale per qualunque organizzazione.
Questo è generato da lealtà e reciprocità che significa: fai agli altri quello che vorresti fosse fatto a te. Lealtà e reciprocità producono fiducia e se c'è affidabilità, questa come un lubrificante, fa sì che una società, un'organizzazione, una comunità progredisca.
Maggiore è il capitale sociale più crescono le interazioni fiduciarie e le opportunità si diffondono e vengono collettivamente sostenute. Questa è la risposta a quella domanda illuminante.
Nella mia esperienza di cittadinanza e politica mi sono imbattuto in tutt'altra regola: "E' bravo? Uccidiamolo nella culla". Una regola praticata e diffusa più di quanto non si immagini, che azzera il capitale sociale e che rappresenta una delle principali ragioni del declino civile italiano.
Abbiamo costruito un Paese in cui la furbizia regna sovrana: è furbo lo Stato quando pensa che si possano tassare i cittadini senza limite, quando impone una tassa sui servizi indivisibili: come se quei servizi non fossero da sempre i principali compiti dei comuni. E' furbo il trasformista. E' furba la cattiva politica nell'accumulare privilegi, nel fare leggi lessicalmente incomprensibili e largamente interpretabili, è furba la burocrazia nel costruire bandi su misura, a volte a pagamento, sono furbi i magistrati quando piegano la legge ai loro interessi, come furbi sono i troppi corrotti in circolazione e i troppo protetti.
Ma la peggior furbizia è l'arrivismo senza meriti, sono le carriere costruite sulla fedeltà e mai sulla qualità.
Oggi sono qui perché voglio contribuire a cambiare questo stato di cose.
Voglio un'Italia accogliente, avanzata, equa, solidale con un alto capitale sociale perché ha riscoperto la fiducia. Voglio leggi chiare perché un cittadino ha il diritto di capire. Voglio uno stato leggero, snello, efficiente al punto da poter competere con il privato. Voglio dignità di cittadinanza e trovo intollerabile che dei cittadini italiani siano costretti, nel disinteresse dello stato, a fare la fila davanti alle mense della Caritas e per questo invoco il rimedio del volontariato sociale; voglio uno statuto del cittadino che fissi i limiti dell'ingerenza statale e del carico burocratico, voglio la riduzione di un debito pubblico che strozza noi e le future generazioni.
Voglio più cultura, intesa come capacità ideativa e creativa che lasci dispiegare il genio italiano, la sola vera risorsa rinnovabile che possediamo. Voglio un Paese che riconosca il merito, anche quello civile, una scuola con più cultura scientifica, voglio una nazione armonica e con meno squilibri territoriali e sociali e che abbia una strategia per il futuro. Voglio un'Italia dove il possesso non sia criminogeno e fare figli torni ad essere una gioia e non una preoccupazione economica. Voglio l'armonia e la bellezza intorno a me, acque limpide, aria tersa e terra senza veleni.
In sintesi voglio quella Destra che oggi non c'è, con una identità rinnovata, specificante e non omologante, fondata su lealtà e reciprocità e per questo in grado di accumulare un formidabile capitale sociale, una Destra europea, responsabile, meritocratica, partecipativa, che garantisca il ricambio senza escludere, che sappia dare risposte ai quesiti di scenario perché anticipatrice del futuro, che incarni, con le regole ed i comportamenti esemplari, l'Italia che verrà e che non lascia nessuno indietro.
Gianfranco Fini è il solo leader di destra, lungimirante, leale, ritemprato anche dall'autocritica, responsabilmente consapevole, attento ai contenuti e che può guidare il cambiamento e la riscossa e noi con lui. Io ci sto.
15/07/14 Eppur si muove
In Italia qualcosa si muove.
Matteo Renzi prova a dare una scrollata al sistema e questo è positivo. Condivisibile l'operazione trasparenza sui conti pubblici grazie al liberalizzato accesso a Siope, la piattaforma sulla quale, ogni giorno, vengono annotate le entrate ed uscite di tutti gli enti pubblici, condivisibile la riforma del servizio civile e la possibilità di impiegare, in tre anni, 100.000 giovani volontari che guadagneranno 433 euro al mese in cambio del loro impegno per la tutela del patrimonio culturale e geologico (questa misura va esattamente nella direzione auspicata dalle colonne di questa testata a proposito del "lavoro di cittadinanza" attraverso il volontariato sociale, anche se per noi dovrebbe trattarsi di un diritto di cittadinanza esercitabile da ogni cittadino senza lavoro e non solo dai giovani tra i 18 ed i 28 anni), condivisibile l'annuncio, per ora, di una riforma della giustizia che introduce la responsabilità civile dei magistrati e la durata di un anno per i processi in primo grado, condivisibile anche l'idea di un'Europa dei cittadini uniti da una comunità di destini e non delle banche, dei tecnocrati e delle lobby, uniti da una comunità di interessi.
Per nulla condivisibile la riforma del Senato perché "cristallizza" un regionalismo fallimentare e spendaccione aumentandone, addirittura, rango e ruolo, perché ne rende molto più complessa la necessaria riforma (e non basta la revisione del Titolo V), perché stravolge l'assoluto ossequio al principio di legalità che è alla base del bicameralismo perfetto, perché sottrae ai cittadini un'ulteriore quota di quella sovranità che dovrebbe appartenere loro, perché, infine, esistono già i luoghi istituzionali di confronto Stato - autonomie e le regioni italiane non sono i Lander tedeschi. Molto meglio il monocameralismo, senza doversi arrampicare sugli specchi, equilibrato dal presidenzialismo e senza dimenticare che il Senato è istituzione autenticamente italiana, anzi romana.
Per nulla condivisibile è l'ipotesi di quintuplicare il numero di firme necessario per una proposta di legge di iniziativa popolare e quella di quasi raddoppiare le firme necessarie per un referendum. Anche qui una limitazione all'esercizio diretto della sovranità in un tempo storico che, al contrario, dovrebbe prevedere l'allargamento della partecipazione e la sperimentazione di nuove forme di democrazia diretta.
Peraltro, un Parlamento dichiarato largamente illegittimo dalla Consulta non dovrebbe nemmeno azzardarsi a sfiorare la Costituzione.
Non è condivisibile l'Italicum, la bozza di nuova legge elettorale figlia del "patto del Nazareno". E' giusto garantire - come affermano i difensori dell'Italicum - la governabilità attraverso maggioranze chiare e solide ma perché questo lo si possa ottenere solo con parlamentari nominati e a danno del pluralismo resta un mistero o meglio un'equazione di potere. La fedeltà dei parlamentari al mandato ricevuto dagli elettori ed ai programmi elettorali sottoscritti la si potrebbe ottenere, piuttosto che con la nomina, introducendo il vincolo di mandato per gli eletti. Ciò garantirebbe la fine del trasformismo senza ledere la libertà di coscienza degli eletti, i quali, in caso di prorompenti turbe morali, potrebbero sempre dimettersi lasciando il posto al primo dei non eletti.
Andrebbe anche garantito un diritto di tribuna per le forze minori, qualche seggio distribuito ai migliori perdenti non altererebbe gli equilibri garantiti dal premio di maggioranza e garantirebbe un miglior pluralismo e più democrazia perché, a volte, come diceva Eraclito: "L'opinione dei molti non ha valore, ma uno solo, se ottimo, vale per diecimila".
E ancora: ad evitare l'inutile polemica tra "preferenzialisti" e non, perché non ricorrere ad un sistema maggioritario plurinominale dove la coalizione vincente si aggiudica il seggio ma viene eletto il candidato del partito che ottiene più voti? Questo costringerebbe le forze politiche a schierare i migliori e non costringerebbe gli elettori a votare "turandosi il naso".
Infine per tutelare la legittima istanza dei partiti di tutelare le loro classi dirigenti, piuttosto che ricorrere alle candidature multiple, non sarebbe più sano e trasparente esporle in listini nazionali di una trentina di nomi al massimo? In tal modo gli elettori di ciascun partito potrebbero anche premiare o punire la linea politica dei loro dirigenti. Queste sì che sarebbero primarie sui risultati ottenuti e non sulle promesse.
Qualcosa si muove anche su altri fronti. Mediaset, per bocca di Piersilvio, ha cominciato a tifare Renzi, Ferrara dal Foglio ha invitato ad un'apertura di credito ed a valutare i fatti, il Cavaliere ci tiene a precisare che lui rispetta i patti e Renzi, di sponda, dichiara che i patti sono più che trasparenti. Che vi sia dietro un biblico esodo alla faccia degli ex moderati, oggi "incazzati"?
Corrado Passera ha fatto il suo esordio con un piano da 400 miliardi, una parte dei quali da impegnare per un bonus badanti, e la suggestiva idea di un Ministero per la bellezza.
Sul fronte delle tasse è arrivato il raddoppio di quella su pc, televisori e telefonini e all'orizzonte si profila un nuovo bagno di sangue per i proprietari di immobili dovuto alla rivalutazione in corso degli estimi catastali, escluse ovviamente scuole e cliniche cattoliche, mentre molti imprenditori hanno fatto istanza per scoperchiare i loro capannoni pur di abbattere l'Imu. E grazie a Renzi torna l'odioso anatocismo bancario.
Visto il flop della vendita di Poste Italiane, il governo pensa di vendere ulteriori pezzi di Eni ed Enel, anche se facendo così si allontana sempre più la prospettiva di costituire un appetibile "Fondo Italia", con dentro beni mobili ed immobili pubblici, le cui quote potrebbero essere offerte in concambio ai detentori di titoli di Stato per aggredire di petto la riduzione del debito pubblico.
Si è mosso anche Fini, di nuovo in campo da allenatore di una nuova e credibile Destra. Il primo passo, la manifestazione "Partecipa" svoltasi lo scorso 28 giugno a Roma, ha avuto un buon successo ed ha dato l'innesco per lo svolgimento, entro la fine di ottobre - di analoghe manifestazioni regionali. Speranza, interesse ed entusiasmo sono palpabili, ma guai a fare passi falsi.
Vorrebbe muoversi Vendola per trasferirsi in Canada amareggiato dalla scissione in seno a Sel, ma il troppo freddo lo tratterrà in Italia.
Si è mosso il sottosegretario Ferri, o meglio, ha mandato, da capocorrente dei magistrati insediato al governo, un po' di sms elettorali facendo infuriare Renzi.
Si sono mossi i magistrati dando un colpo di grazia al modello emiliano della "ditta", tanto caro a Bersani, determinando le dimissioni di Vasco Errani e, nel contempo, la conversione al garantismo di tutto il Pd, via Twitter.
Si muovono anche i frondisti delle riforme (la dinastia Min), per ora forse una sessantina ma a rischio di neutralizzazione dall'intesa Pd - Grillo.
Improvvidamente si è mosso Alfano proponendo di abbassare le tasse alle famiglie in difficoltà senza tener conto che i senza reddito se ne impipano degli sconti fiscali.
Si è messo in viaggio verso casa, con un foglio di via firmato Merkel, il capo dei servizi segreti Usa in Germania. Si è involata Alitalia seguita dall’Indesit .
Si sono fermate le processioni in Calabria per divieto di sosta sotto le case dei boss e galoppano i cavalieri del’Apocalisse poco lontano dai nostri confini.
Non si sono mossi i decreti attuativi fermi da 2 o 3 governi, tanto che in lista d'attesa ce ne sono ben 812, non si è mossa la capacità di impiego virtuoso dei fondi europei: 7 e più miliardi buttati alle ortiche nel finanziare 500.000 corsi di formazione che non hanno prodotto occupazione, né si e smossa la disoccupazione: mancano all'appello sei milioni di posti di lavoro e senza quelli l'Italia non riparte e l'Europa, per ora, non vuol concedere nulla.
Non si sono mossi i consumi con il bluff dell'elargizione elettorale degli ottanta euro, ma si muove lo spettro di una nuova manovra e i depressi in Italia hanno già superato i due milioni e mezzo.
15/07/14 Lettera aperta a Silvio B.
Caro Silvio,
caro non per particolare affetto o affinità, soltanto quale riconoscimento alla tua simpatia e generosità e per umana solidarietà per i troppo duri colpi che ti infliggono.
Da italiano voglio ringraziarti per alcune buone cose che hai fatto - o tentato di fare - per l'Italia.
Certamente hai cercato di tutelare gli interessi italiani: nell'intesa con la Libia, nei buoni rapporti con gli Usa e con la Russia di Putin, nel cercare di trasformare le ambasciate in centri di promozione del made in Italy, nel rilanciare l'iniziativa all'estero dell'impresa italiana.
Ti ringrazio anche per aver saldato insieme, almeno per un periodo, le varie anime del Centrodestra e per alcune speranze che sei riuscito ad alimentare, ma non a realizzare.
Non posso ringraziarti per il tuo modo di concepire il potere, troppo monarchico per i miei gusti, per lo scarso rispetto delle istituzioni che hai riempito di amici ed amiche senza particolari meriti, per alcune tue frequentazioni poco consone per un uomo di stato, per aver più volte tentato di fare leggi che ti facessero da scudo.
Non che tu non sia stato pervicacemente attaccato, persino perseguitato in maniera asfissiante. Non che non si sia tentato di interpretare la legge in modo tale da procurarti il maggior danno possibile. Ma modellare la legge sul caso singolo, sia pure nel disperato tentativo di difendersi, non va mai bene.
Gli statisti sono tali solo se sono capaci di dare l'esempio, sempre e comunque, anche quando il rischio è la cicuta.
Non posso ringraziati per aver sprecato l’occasione di fare dell’Italia un paese moderno e liberale, né per l’onnipotenza del “ghe pensi mi”, nè posso ringraziarti per non aver promosso una Costituente per riformare davvero, piuttosto che cercare l’inciucio in Bicamerale o lamentarti degli scarsi poteri di un Presidente del Consiglio.
Non posso ringraziarti per non aver riformato la giustizia nel solo modo che ti era consentito: con la univoca chiarezza della legge che pochi margini concede alla sua interpretazione ed alle distorsioni interpretative, delle quali oggi, nella vicenda Ruby - come in altre in passato - forse sei vittima.
Infine non posso proprio ringraziarti per aver rabbiosamente usato, nel tentativo di abbattere Fini - un uomo che in trent’anni di parlamento non è mai stato sfiorato neanche da un sospetto e che a capo di un partito patrimonialmente solido avrebbe potuto approfittarne e non lo ha fatto - proprio quella “macchina del fango” che tante volte hai sperimentato sulla tua pelle.
Nel cercare di abbattere il solo che ti faceva ombra hai soltanto abbattuto le speranze della Destra.
Molte cose non sono andate bene ed, a maggior ragione, non andrebbe bene se il tuo intenderti con Renzi fosse determinato non dal bene degli italiani ma dalla salvaguardia dei tuoi interessi: imprese, famiglia, libertà personale, ruolo politico.
Non andrebbe bene perché rappresenterebbe il tradimento di tutti coloro che ti hanno dato voto, fiducia e solidarietà.
Non vorrei credere che ciò sia nel novero del possibile, tuttavia non riesco a scorgere il bene degli italiani e, segnatamente, degli elettori di centrodestra né nell'Italicum, né nei progetti di riforma, soprattutto valutandone gli effetti a regime, in particolare la cristallizzazione di un regionalismo inefficiente, deleterio e fonte di spese senza fondo e lo squilibrio tra i poteri.
Posso capire che tu e Renzi, sia pur da punti di vista culturali relativamente lontani, avete una naturale predilezione all'accentramento del potere, siete accomunati dal fastidio verso chi vi si oppone e da una grande simpatia verso "l'altra metà del cielo".
Posso anche capire che il Paese ha bisogno di una certa dose di decisionismo e collaborazione per uscire dalle secche verso il mare aperto, tuttavia, non riesco a capire perché tu voglia andare nella palude per affondarvi tutto il centrodestra. Dopo di te, non deve esserci il diluvio.
15/06/14 Il banco negato
Vi ricordate la vecchia barzelletta, un po' razzista, del negro che si iscrive all'università e alla domanda: "Quale ramo sceglie", risponde: "Ma perché il banco non me lo date?".
E' diventata realtà nell'Università di Napoli, Facoltà di Medicina.
Gli studenti del primo anno, dopo i faticosi ed astrusi test cui si sono sottoposti, dopo aver pagato le pesanti tasse di iscrizione, si ritrovano a dover seguire i corsi in piedi o seduti, con il vuoto davanti, per carenza di banchi.
Ci sono le sedie ma i banchi sono stati privati dei piani d'appoggio, chi arriva tardi deve prendere appunti, seduto e col block-notes sulle ginocchia e, nella stessa postura ergonomica, fare i compiti scritti.
Quelli che abitano più vicino hanno gioco facile per accaparrarsi un posto, i più ricchi mandano la colf o pagano qualcuno per presidiare le sedie, quelli che vengono da lontano e che devono fare ogni giorno i conti con un trasposto pubblico cronicamente non puntuale e che funziona a singhiozzo e con strade tanto piene di buche da rompere le balestre anche ad una Jeep militare, sono condannati a lavorare di ginocchia e ad infiammarsi le schiene.
Immaginate la cocente delusione di questi giovani, appena usciti dal liceo, che sognavano di andare all'Università, la terra del sapere, la Thule delle competenze e della ricerca, il crogiuolo dei talenti e che, invece, si ritrovano a dover compiere lo sforzo di apprendere in condizioni da terzo mondo.
Eppure sono stati versati fiumi di inchiostro sul valore dell'imprinting, su come il primo approccio ad una realtà condizionerà i comportamenti e gli atteggiamenti futuri.
Ma ai Baroni cosa importa, loro si son costruiti la più fastosa Aula magna del mondo e tanto basta.
15/06/14 Il genio della specie
Per Artur Schopenhauer il genio della specie era l'impulso riproduttivo, la molla dell'accoppiamento, la vera ragione agente dietro l'illusione dell'amore.
Posto che tale "genio" esista, esso non può agire nella sola direzione del favorire la riproduzione. Nel caso in cui la specie fosse in pericolo per eccesso riproduttivo, allora il genio della specie dovrebbe agire di conseguenza, disincentivando la riproduzione, operando in favore della denatalità, addirittura smascherando l'illusorietà dell'innamoramento.
In tal caso l'umanità non dovrebbe temere la "catastrofe Malthusiana" (risorse insufficienti a garantire la sopravvivenza di tutti) e men che mai l'avverarsi della teoria del "Giorno del giudizio" che fissa, probabilisticamente, la fine dell'umanità tra novemila anni. Il prezzo da pagare sarebbe, tuttavia, lo smascheramento dell'amore finalizzato alla natalità, il depotenziamento delle pulsioni riproduttive.
Che la crescente affermazione dell'orgoglio gay sia un'astuta mossa del genio della specie in tale direzione?
Fatto sta che oggi l'umanità pesa per sette miliardi sul pianeta e, secondo le stime Onu, peserà per nove miliardi nel 2050 (salvo che il genio della specie non provveda a: guerre annientatrici, nuove pandemie, carestie o mancanza stabile di risorse alimentari ed energetiche, gravi sovvertimenti climatici).
Sempre le stime Onu al 2050 (vedi tabella)

ci dicono che il 78% della popolazione mondiale sarà assiepata in Asia ed Africa (attualmente il 75%), che in Europa residuerà il 7,3% (attualmente il 10,5%) se non ci si accoppierà di più, Nord America, America Latina e Oceania resteranno stabili rispettivamente al 5%, 8,7% e 0,5%.
L'analisi delle stime genera molti interrogativi sul futuro, a prescindere da come si comporterà il genio della specie.
La prima evidenza è che il peso complessivo del ceppo europeo si riduce a poco più del 7% e quello di derivazione prevalentemente europea (Nord America, Oceania, parte neolatina del Sud America ed europea dell'Asia) si attesta intorno all'13%. In un rapporto complessivo di 1 a 4 rispetto agli altri ceppi (indocinese, africano, altri). Europei e popoli di derivazione europea occupano circa il 50% delle superfici continentali, molto di più se si escludono dal computo le zone desertiche, producono circa il 50% del Pil globale (223 miliardi di dollari). Va ancora rimarcato che l'un per cento della popolazione detiene il 43% della ricchezza totale e che i 300 uomini più ricchi del pianeta posseggono più di quanto detengono i tre miliardi di più poveri e che le nazioni più ricche nel secolo scorso erano solo tre volte più ricche delle altre, che dopo il colonialismo lo erano 35 volte ed oggi 80 volte. E' un modello che può reggere?
Certamente no sul piano di un principio di giustizia, men che meno sul piano degli urti che verranno, con o senza il genio della specie, se non si cambiano le regole.
Il principio dell'accumulazione capitalistica è giusto, ma sarebbe altrettanto giusto porre un "limite sociale" a tale accumulazione. Che un uomo possa accumulare ricchezze sufficienti a vivere una, due, tre intere vite negli agi e nello sfarzo è, in qualche modo legittimo, oltre diventa discutibile. Questo vale anche per le società e per gli Stati, altrimenti è solo homo homini lupus ed avrebbe ragione Schopenhauer sul fatto che nulla ha senso.
15/06/14 Il lavoro di cittadinanza
E' intollerabile che cittadini italiani debbano annegare nel mare della disperazione senza vie d'uscita e nell'indifferenza dello Stato, ossia della comunità nazionale, che debbano, adulti o giovani che siano, dolorosamente porsi a carico dei genitori, dei nonni o dei parenti più stretti, che siano costretti ad accodarsi, in file che si allungano ogni giorno di più, davanti alle mense della Caritas o a frugare nei cassoni dell'immondizia, senza che lo Stato senta il dovere di farsene carico, che debbano essere costretti a scegliere la strada amara dell'emigrazione, a sognare di essere cittadini di un'altra nazione, di un altro Stato.
Gli 80 euro di Renzi dovevano servire ad alleviare questo stato di cose, a restituire un minimo di dignità di cittadinanza a chi la ha perduta o la sta perdendo e non ad elargire una regalia elettorale che certamente non rilancerà i consumi. Anche il miraggio del reddito di cittadinanza, sbandierato da Grillo, è in sostanza una regalia senza corrispettivo a carico dei contribuenti.
E' tempo di intervenire, cominciando a dare un minimo di sostanza attuativa al primo articolo della Costituzione ed offrendo, nel contempo, a tutti i cittadini la concreta possibilità di non perdere speranza e dignità. Così agisce un Paese civile.
E’ tempo di istituire il "volontariato sociale".
Va prevista una norma che riconosca ad ogni cittadino italiano, abile al lavoro e privo di occupazione e di reddito, il diritto, se lo richiede, di svolgere, in qualità di volontario sociale, lavori di pubblica utilità.
Tali attività, in deroga alle norme sul lavoro, vanno configurate come attività di volontariato sociale con lo scopo di tutelare la dignità di cittadinanza e di prevenire il disagio sociale da inattività forzata.
A nessuna condizione, neanche di continuità temporale o specificità professionale, possono costituire titolo o presupposto per un rapporto di lavoro, stabile o temporaneo, con la pubblica amministrazione, né possono dar luogo a diritti previdenziali ad esclusione della copertura assicurativa contro gli infortuni a carico dello stato a massimali predeterminati.
Il compenso su base giornaliera e per un massimo di 300 giornate annue andrebbe parametrato al valore minimo delle pensioni sociali e dovrebbe è esente da prelievo fiscale, dovrebbe essere determinato per legge ed erogato tramite la corresponsione di speciali buoni di acquisto o accreditato su apposite carte di credito ricaricabili.
La pubblica amministrazione, d'intesa con gli enti locali, avrebbe il compito di elaborare piani annuali per i lavori di pubblica utilità volti alla manutenzione ed alla valorizzazione del patrimonio pubblico ed all'erogazione di servizi ai cittadini avendo cura di capillarizzare gli interventi sul territorio. Nel caso di luoghi di intervento particolarmente decentrati l'amministrazione provvederebbe al trasporto o all'erogazione di appositi titoli di viaggio sui mezzi pubblici.
Dovrebbe provvedere anche a dotare ogni cantiere degli attrezzi e dei materiali necessari ed a nominare uno o più responsabili di cantiere in funzione della loro ampiezza e della complessità delle opere, scelti tra i dipendenti pubblici. Questi risponderebbero del buon uso dei materiali e delle attrezzature, della qualità delle opere, del rispetto dei cronoprogrammi e potrebbero, in caso di necessità, emanare provvedimenti di sospensione temporanea dei volontari dalle attività.
Il Genio civile, il Genio militare, il Corpo Forestale dello Stato, le Soprintendenze, i Servizi sociali o gli Uffici tecnici degli Enti locali, sarebbero tenuti a stilare i progetti di dettaglio rientranti nelle loro sfere di competenza ed a supervisionare le attività e l'operato dei responsabili.
Ogni progetto portato a compimento nei tempi previsti e con la qualità richiesta, come certificato dall'Ente supervisore, determinerebbe il riconoscimento di un punto in capo a ciascun volontario sociale che vi ha partecipato senza incorrere in sospensioni. Analogamente per ogni anno di servizio volontario prestato senza provvedimenti di sospensione.
Tale punteggio dovrebbe avere validità nei concorsi della pubblica amministrazione.
Il finanziamento necessario stimato è di 4,5 miliardi l'anno per milione di volontari (di cui 4 md per compensi). Le coperture potrebbero provenire dalla revisione di spesa a carico dello Stato per la cassa integrazione (attualmente 1,6 miliardi), da apposito vincolo di destinazione sui ricavi da concessioni di beni pubblici (1,8 miliardi), dai risparmi di spesa relativamente alle manutenzioni del patrimonio pubblico, al minor costo di alcuni compiti della protezione civile e di salvaguardia ambientale, dai risparmi di spesa relativi ad alcuni servizi ai cittadini, dal maggior gettito del patrimonio valorizzato messo a reddito e dal suo correlato incremento di valore in caso di dismissione programmata.
15/06/14 La Destra che non c'è
Capisco le ragioni delle tante aperture verso Renzi, ma non le condivido.
L'avvento di Renzi rappresenta il ritorno della politica e, quindi, l'allontanamento del "sogno costituente", particolarmente caro a chi scrive (inoltre il "riformatore" è Lui e nessun altro, gli altri solo comparse).
Un ritorno, quello della politica, che potrebbe non essere un male se si trattasse di buona politica, tuttavia mi è difficile credere che Matteo Renzi - che ha liberamente scelto di militare nelle file del vecchio PD (DS- PDS- PCI) - appartenga autenticamente ad una cultura diversa, quando anche fossero vere le sue parole di sfondamento a destra ed efficaci i cambiamenti annunciati.
Una cultura che ha generato i Vicerè alla Bassolino (Bagnoli, le ecoballe, la truffa della città cablata, il deficit di comune e regione e consulenze professionali da capogiro), i Bassanini e le strumentali e deleterie riforme della P.A. che hanno dato il via al bengodi degli enti locali con le partecipate, i dirigenti a contratto, gli staff, la scelta a piacere dei segretari comunali, i fondi ai Gruppi politici ed alla transumanza nei ranghi della Pubblica amministrazione del personale dei partiti, i Greganti, le Coop rosse, l'"abbiamo una banca" e il disastro del Monte Paschi, la spesa sconsiderata e l'immane debito pubblico, lo strapotere sindacale, i magistrati troppo spesso in politica, l'incivile consuetudine di azzerare puntualmente, sotto elezioni, le casse degli enti locali governati e a "rischio" di alternanza e quella ancora più incivile di disfare metodicamente ciò che hanno fatto i governi di segno opposto, l’insopportabile quanto infondato: “noi siamo diversi e migliori degli altri” (che proprio Renzi incarna e perpetua).
Per non parlare del ruolo e dei disegni degli inquilini del Colle di stessa matrice culturale.
A riprova dell’imprinting culturale di Renzi: il trattamento che ha riservato a Letta, il fatto che come quasi tutti gli altri politici ha approfittato della legge per farsi pagare contributi e stipendio dallo Stato, salvo a rinunciare quando lo hanno "beccato" (legge che non ha detto di voler abrogare o cambiare pur costando tantissimo), la regalia elettorale degli 80 euro ai soliti "protetti", i contenuti della legge elettorale, l'orribile riforma del Senato che cristallizza un regionalismo deleterio, che santifica il doppio incarico (sindaci e consiglieri regionali anche senatori (in distonia con le norme che regolano il Parlamento Europeo), che non garantisce maggior efficienza (sarebbe bastato specializzare le due Camere per materie) e che sottrae al popolo “sovrano” un ulteriore brandello della scarsa sovranità che gli viene riconosciuta (complice Forza Italia che appare incapace di andare oltre il naso dell’ex cavaliere).
Se questo è il "buon giorno" forse non ci sarà il mattino che molti auspicano, nonostante il piglio decisionista, alcune buone intenzioni, le grandi aperture di credito da parte dei poteri forti e dei media e qualche mossa azzeccata.
Per far risorgere la buona politica meglio lavorare alla costruzione della “Destra che non c'è”.
Una Destra nuova, capace, ariosa e moderna, nella quale i valori si praticano e non si predicano, meritocratica, responsabile, rinnovata e innovatrice, orientata alla cultura e alla scienza, capace di distillare soluzioni avanzate per determinare quel futuro migliore che gli italiani meritano, di valorizzare pienamente il genio italiano, la sola reale risorsa del Paese, di realizzare l’Italia che tutti sogniamo: avanzata, competitiva, civile, accogliente, equa, solidale, attenta alla qualità della vita dei suoi cittadini ed in grado di tutelarne la dignità.
Gianfranco Fini ritorna all’impegno.
Non è un uomo nuovo, ma che senso ha “rottamare” il talento e l'esperienza? Questo sport suicida meglio lasciarlo praticare alla sinistra. A noi piace “rottamare” i vizi, mai le virtù.
Fini è un uomo cambiato, rigenerato, ritemprato anche dall'autocritica, più consapevole ed è, forse, il solo che può dar vita alla “Destra che non c'è”, per la lungimiranza, l'attenzione ai contenuti, il senso di responsabilità, il genuino amor di patria, l’onestà adamantina - checché ne dicano i suoi prezzolati detrattori - comprovati da una vita di impegno e in prima linea senza che mai sia stato solo sfiorato da un sospetto o da un avviso di garanzia.
Se fosse stato come tanti altri, se avesse voluto approfittare del suo ruolo si sarebbe arricchito, invece è Il solo leader che ha saputo garantire al suo partito, AN, finché lo ha governato, stabilità finanziaria, consistenza patrimoniale e merito creditizio, tant’è che oggi, i colonnelli che lo hanno tradito - e che hanno dimostrato alle europee quanto valgono in termini di consensi - possono anche munificamente dilapidare quelle risorse senza correre il rischio di essere stigmatizzati dalla” stampa amica”.
Il 28 giugno, a Roma (Palazzo dei Congressi dell'Eur, dalle ore 10 - Iscrizioni a parlare e informazioni: www.partecipa.info) si accenderanno i riflettori, se son rose, fioriranno.
15/05/14 C'era una volta la Libia
Sono passati tre anni dalla "defenestrazione" di Gheddafi ad opera delle democrazie occidentali e sono tre anni che la Libia è nel caos. A riprova che non sempre le "categorie" occidentali hanno validità universale e che l'"esportazione della democrazia" comporta, troppo spesso, un inaccettabile prezzo di disordini e di sangue, soprattutto per le popolazioni inermi.
La sede del Congresso nazionale (il Parlamento libico) è stata attaccata ad opera del colonnello Fernana proclamatosi "mano dell'esercito" libico, sette parlamentari sono stati sequestrati, il bilancio di vittime è stato di due morti e 55 feriti. Nell'est del Paese il generale (a riposo) Khalifa Haftar, benvoluto dagli americani, è in guerra contro gli islamisti e bombarda Bengasi dove sono arroccati.
Vi sono poi gli agguerriti miliziani di Zintan che ancora tengono prigioniero (ostaggio?) Saif al-Islam, figlio di Gheddafi che, tuttavia, è sotto processo a Tripoli senza che il governo sia stato capace di farselo consegnare.
Il debole governo libico non riesce ad arginare la dissoluzione del Paese, le violenze sulla popolazione civile e la miseria crescente a causa del fermo delle attività estrattive.
L'Italia ha pagato e sta pagando un altissimo prezzo per la destabilizzazione libica: un prezzo energetico, a causa del sostanziale blocco della produzione libica di gas e petrolio, ed un prezzo immigratorio in ragione degli accresciuti flussi di disperati che ogni giorno sbarcano sulle nostre coste. Come ha cominciato a pagare un alto prezzo per la crisi ucraina in termini di minori investimenti russi e, molto probabilmente, di minori flussi turistici dalla Federazione russa, sperando che a ciò non si aggiunga un prezzo energetico.
Che siano queste le ragioni vere dell'ulteriore decremento del Pil?
La lezione che se ne trae è che la politica estera, in particolare in tempi globalizzati, non può essere delegata a terzi, soprattutto in assenza di una comune politica europea.
Ma il Governo italiano sembra non esserne consapevole se il ministro degli esteri Federica Mogherini non ha avuto di meglio da dichiarare: "prima che la situazione sfugga a ogni controllo e la Libia imbocchi la strada della conflittualità in modo irreversibile la comunità internazionale, dall'Unione Europea all'Onu, deve mobilitare tutti gli strumenti della diplomazia affinché la transizione verso la democrazia si compia con successo, con il coinvolgimento di tutte le parti".
15/05/14 Il diritto di capire
C'è un diritto scarsamente invocato e praticato eppure essenziale per la vita civile: il diritto di capire.
Un cittadino è membro attivo e importante della comunità nazionale, è "socio" dell'azienda Italia, eppure gli viene negato il diritto di comprendere le ragioni delle scelte politiche, la "ragion di Stato", le motivazioni della burocrazia, finanche le scelte operate a livello locale.
Spesso le leggi sono incomprensibili anche per gli addetti ai lavori, così come molti regolamenti redatti in "burocratichese" stretto, così per moltissimi provvedimenti, compresi quelli dell'autorità giudiziaria e del fisco.
La situazione è degenerata al punto tale che alcune facoltà di giurisprudenza hanno dovuto introdurre cervellotici esami sull'ermeneutica delle leggi.
Eppure la legge, qualunque legge o atto pubblico, visto che i destinatari sono i cittadini, dovrebbe sempre essere comprensibile da chiunque abbia frequentato, con profitto medio, la scuola dell'obbligo.
La stessa oscurità la presentano, spesso, le decisioni degli enti locali, dalle delibere ai regolamenti di gara.
Questa generalizzata prassi delle istituzioni e degli apparati nostrani che tendono ad occultare i loro margini di presunta discrezionalità dietro la cortina fumogena del linguaggio oscuro e che raramente si pongono, in buona fede, il problema della piena comprensibilità dei loro atti è indice certo dell'arretratezza civile del sistema pubblico e quindi della società italiana nel suo complesso. E' la furbizia elevata a sistema.
Tale prassi stigmatizza anche il perdurare nel sistema di una cultura ottocentesca per la quale il cittadino era comunque prima di tutto suddito, non importava se del monarca o dello Stato. Ed il concetto di sudditanza lo si coglie all'opera in molti aspetti del rapporto autorità - cittadino.
La genesi del premio alla furbizia purtroppo è in Costituzione. Si tratta dell'assenza di vincolo di mandato per i parlamentari. Questo odioso privilegio castale fa sì che, dietro il paravento della libertà di coscienza, un parlamentare, una volta eletto, possa legittimamente dimenticarsi di tutti gli impegni solenni presi con i suoi concittadini-elettori, possa cambiare partito a suo piacimento fregandosene del mandato ricevuto e dei programmi sottoscritti senza mai sentire l'obbligo, almeno verso la sua coscienza, di dimettersi preventivamente.
La mancanza di vincolo di mandato si è estesa a macchia d'olio, ha contagiato gli altri poteri e, per capillarità, si è diffusa negli apparati pubblici.
Il risultato è che nessuno risponde dei suoi atti e scelte: non un politico, non un ministro, non un giudice, non un burocrate, non un professore, e che i cittadini meno sanno, meno capiscono, e meglio è.
Per porre un argine, per invertire la rotta, va sancito, per i cittadini, il diritto di capire, va introdotto tra i diritti civili inviolabili.
Soltanto così si otterranno leggi chiare, nette, comprensibili da tutti e con scarsi margini di interpretabilità, solo con l'obbligo di farsi capire e di rendicontare gli apparati usciranno dal cono d'ombra che li avvolge, li protegge e li estrania dalle quotidiane cure dei cittadini.
15/05/14 Per uno Statuto del Cittadino
Il rapporto stato - cittadino in Italia non è mai stato, salvo brevi parentesi, particolarmente buono.
Ciò a causa, via via, delle forzature imposte dall'amministrazione piemontese agli stati annessi, soprattutto al Sud, nella fase post-unitaria, degli abusi perpetrati dalle classi dirigenti fin dai tempi dell'"Italietta" giolittiana, dei sacrifici per guerre non sempre condivise, della cascata di scandali, brogli, ruberie e malversazioni dell'Italia repubblicana.
Il culmine lo si è raggiunto prima con "Tangentopoli" e poi con le vicende della "Casta" e degli abusi di potere che ancora si perpetuano.
Ciò ha fatto sì che il rapporto dei cittadini con lo Stato e le sue istituzioni non sia mai stato limpido, anzi è diventato sempre più guardingo, pregiudiziale, sfuggente. In particolar modo nei rapporti politici, erariali e giurisdizionali.
Il danno che ne subisce il sistema Paese è enorme.
L'evasione fiscale, la scarsa competitività, il complessivo declino, la debole credibilità internazionale, sono, per buona parte, figli di quel rapporto viziato.
Se il cittadino è considerato solo una pecora da tosare senza che la sua lana concorra visibilmente al benessere generale l'evasione deve dilagare, se l'imprenditore ha per nemico lo Stato e le sue bizzarre ed ottuse regole e non i suoi concorrenti non c'è competitività ma solo declino, se le scelte dello Stato non sono supportate dal coeso favore popolare non c'è credibilità per quelle scelte.
Per queste ragioni, oltre che per motivazioni di "adeguamento civile", occorre rifondare il patto sociale e fare un salto di qualità stabilendo, una buona volta, i diritti dei cittadini ed i limiti dello Stato nei loro confronti a cominciare da quelli impositivi.
Per questo occorre uno "Statuto del cittadino".
Questa è la prima riforma necessaria al Paese, la più essenziale.
Senza questa riforma tutte le altre rischiano di essere soltanto "aria fritta".
Con legge costituzionale va introdotto il richiamo ad uno "Statuto del cittadino" e con legge sub-costituzionale esso va realizzato.
Nello Statuto vanno declinate le regole della cittadinanza, le libertà e i diritti inviolabili, i limiti che lo Stato non può travalicare, i reciproci doveri dei cittadini e dello Stato su di un piano di reciprocità fiduciaria.
Vanno elencati i requisiti per la cittadinanza, le libertà assolute (di pensiero, di coscienza, di opinione, di affettività, di generazione, di autodeterminazione, di credo politico e religioso, di lavoro, iniziativa e impresa, di proprietà, di disponibilità del proprio corpo e patrimonio) e quelle regolate (come l’uso dei beni pubblici e dell'ambiente, la mobilità e la circolazione, l’insediamento, la riservatezza, l’aggregazione, la partecipazione, e via dicendo); vanno enumerati i diritti civili inviolabili (dignità, parità e rispetto, educazione e istruzione, sviluppo del talento, sicurezza, salute, giustizia rapida, equa, accessibile, informazione corretta e plurale, solidarietà sociale, diritto alla trasparenza ed alla rendicontazione sull'uso delle risorse pubbliche, al riconoscimento dei meriti civili, alla chiarezza e comprensibilità di leggi, regolamenti e provvedimenti e quello di non dover subire l'obbligo di intermediazione nei rapporti ordinari con la burocrazia, oltre ai limiti massimi del prelievo fiscale e del carico burocratico, i limiti alle restrizioni legali della libertà personale e le particolari caratteristiche della custodia cautelare con esclusione del carcere ordinario.
Vanno precisati i doveri di cittadinanza e tra questi il voto, la contribuzione fiscale, il rispetto e la cura della cosa pubblica, il rispetto delle leggi, contribuzioni solidali in caso di calamità nazionali e piccole quote di impegno solidale volontario che danno luogo al riconoscimento di meriti civili.
Infine vanno posti severi limiti all'ingerenza, al peso ed al costo dello Stato e dei suoi apparati.
Solo così si può rinverdire la coesione nazionale, necessaria per cambiare passo, per ritrovare le ragioni dello stare insieme, per condividere nuovamente un comune orizzonte, per essere comunità nazionale.
15/04/14 Renzite perniciosa
Si è aperta la polemica sulle riforme. I custodi della "Costituzione più bella del mondo" cominciano a far sentire i loro lamenti affinché non si cambi niente. Rodotà e Zagrebelski hanno dato il la. E come sempre accade l'Italia si divide, le fazioni si schierano pronte agli insulti reciproci.
In pochi si chiedono: dov'è il bene della nazione? Noi siamo tra questi ultimi e ci chiediamo se il pacchetto di riforme "espresse" ipotizzato da Renzi sia desiderabile e utile.
La prima considerazione è che le riforme in calendario non hanno nulla di organico.
La legge elettorale è un pasticcio peggiore del "Porcellum" e corre gli stessi rischi, per i medesimi motivi, di non passare il vaglio della Consulta. Per altri versi, se il premio di maggioranza garantisce maggiore governabilità, le liste dei "prescelti", le alte soglie di sbarramento ed il doppio turno costituiscono un pastrocchio intollerabile.
Non sarebbe stato meglio, attesa la voglia di riformare, mitigare l'elezione senza vincolo di mandato con un vincolo al programma sottoscritto insieme alla candidatura o con un vincolo di coalizione? Si darebbe così garanzia di continuità alle scelte degli elettori, si arginerebbero i fenomeni del trasformismo e della corruzione e si potrebbe restituire ai cittadini la sacrosanta facoltà di scegliersi chi eleggere. Inoltre si imbriglierebbe la deriva verso l'onnipotenza di certa politica.
Non sarebbe stato meglio, volendo impedire alle formazioni più piccole l'ingresso al Parlamento in nome di un salvifico quanto inesistente e sempre più improbabile bipolarismo, riconoscere un diritto di tribuna ai migliori perdenti? In tal modo si garantirebbe la presenza istituzionale di forze minoritarie che, spesso, sono autorevoli e lungimiranti, mitigando al tempo stesso le tentazioni plebiscitarie. Ciò, a maggior ragione, in ipotesi monocameralista.
Da ultimo, piuttosto che far riferimento ai modelli di altre nazioni, non sarebbe stato meglio, nel reintrodurre i collegi, ipotizzare un maggioritario plurinominale: la coalizione che prende più voti si garantisce il seggio ma viene eletto il candidato del partito di coalizione che prende più suffragi.
Si eviterebbe in tal modo il voto obbligato, "turandosi il naso", al solo candidato di coalizione catapultato in un collegio garantendo, nel contempo, la competizione tra i partiti a proporre i candidati migliori.
Ne guadagnerebbe la democrazia e la qualità della rappresentanza.
E ancora, volendo bandire l'ipocrisia dietro cui si nasconde la legittima necessità dei partiti di tutelare le proprie classi dirigenti e che dà luogo, tra l'altro, alle odiose candidature multiple ed alla "forzatura" delle liste, non sarebbe meglio esporre le classi dirigenti dei partiti in liste uniche nazionali, dove i nomi (mettiamo venti o trenta per partito) siano singolarmente spuntabili dagli elettori?
I cittadini avrebbero modo di confermare o meno la linea politica del loro partito di riferimento ed anche di punire o premiare i singoli dirigenti politici. Ne guadagnerebbero la trasparenza del sistema e la credibilità della politica.
Anche la riforma del Senato, che verrebbe trasformato in un "dopolavoro per consiglieri regionali", come giustamente ha notato Enrico Cisnetto, non sembra rispondere ad un disegno organico capace di preservare il giusto equilibrio istituzionale.
Il problema che dovrebbe risolvere la sua abolizione quale Alta Camera è quello della speditezza della produzione legislativa. Ma siamo proprio sicuri che, posto che esista un problema di produttività legislativa in un Paese che scricchiola sotto il peso e l'astrusità delle norme, la soluzione sia quella di cancellare una Camera? E se si riformassero i Regolamenti e si specializzassero per materie le due Camere non si raddoppierebbe ugualmente la velocità senza correre il duplice rischio di rafforzare la Casta dei Deputati e di creare un'inutile Camera delle Autonomie in un sistema che ha già troppo concesso alle autonomie ed al loro smodato costo e che già ha creato i luoghi di confronto tra Stato e Autonomie?
D'altronde la stessa presunta riforma delle Province è un mezzo bluff in quanto le istituzioni restano dove sono, il personale costerà un po' di più, costeranno un po' di più le Città metropolitane e l'incremento di consiglieri nei piccoli comuni, la sola cosa davvero cancellata sono i Consiglieri provinciali eletti. Tremila sugli oltre centocinquantamila eletti in Italia, come le auto blu: duecento su sessantamila.
Eppure salta agli occhi ed alle tasche dei contribuenti che ben più ampio dovrebbe essere il respiro riformatore per portare l'Italia fuori dalle secche e dagli sprechi.
Le Province sono poco utili in presenza di ben venti regioni alcune con meno abitanti di una città, oltre ottomila comuni, 10 città metropolitane (per ora), centinaia di comunità montane anche di pianura, migliaia di società partecipate, consorzi, enti intermedi, autorità e quant'altro ha partorito un sistema impazzito.
Però sarebbero necessarie se le regioni fossero solo cinque o sei a "pezzatura" europea ed i comuni fossero accorpati in conglomerati di almeno cinque/diecimila abitanti. Ma sarebbero nuovamente poco utili se si rendessero obbligatorie le Unioni di comuni per la gestione dei servizi di area vasta.
Questo per sottolineare l'assoluta necessità di un complessivo disegno riformatore che, visto l'andazzo, non arriverà mai.
15/04/14 Destra e Sinistra
La mia abitudine alla riflessione mi ha spinto a chiedermi che significato possa avere, in questo tempo storico, la parola Destra, per me, che sono nato di "Destra" ed ho vissuto di conseguenza.
Il concetto ha qualche parentela con la destra giolittiana o liberale, quando il suffragio era legato al censo? Certamente no. Eppure quella era la destra politica italiana.
Il concetto ha qualche parentela con la destra di stampo anglosassone: conservatori inglesi, repubblicani americani? Meno che mai, al massimo qualche blandissima affinità in alcuni specifici ambiti. Qualcosina in più con i Gollisti francesi.
Forse col popolarismo europeo? Anche qui, soltanto qualche affinità…
Il Fascismo è stato il Fascismo, né di destra, né di sinistra. Un tentativo di sintesi e superamento, per molti versi originale e riuscito, tra socialismo e liberalismo.
Poi, archiviata malamente e con la rimozione l'esperienza fascista, è arrivato il Movimento Sociale per mantenere vive e tramandare, sia pure in democrazia, le intuizioni del Fascismo.
I deputati missini, in Parlamento, si collocarono a destra con i monarchici ed i liberali pur avendo poco da spartire con essi. E qui ha inizio l'anomalia di una certa destra italiana, perché il Fascismo era ben oltre le categorie di destra e sinistra allora note.
Poi c'è stato il crollo delle ideologie - non delle visioni del mondo - e questo ha indotto una lenta mutazione genetica che ha portato alla nascita di quella vera e propria fabbrica di mostri che fu Alleanza Nazionale, fatto salvo - nonostante le tante responsabilità - Fini e poi spiegherò il perché. E poi la degenerazione nel berlusconismo.
E allora, cosa è mai Destra? Azzardo una risposta.
Due principi, due forze sono alla base dell'esistenza. Ciò che specifica e ciò che omologa.
Il principio di specificazione rende gli esseri diversi, unici, irripetibili.
Quello di omologazione li sospinge entro i canoni propri della specie cui appartiene.
In ogni essere vivente i due principi coesistono agendo in proporzioni diverse.
Tra i batteri e gli insetti il principio di specificazione è latente, man mano che si sale sulla scala della vita esso si rende via via più manifesto.
Un cane ha un suo carattere, una sua personalità definita, ma restano in lui tutti i comportamenti che lo omologano alla sua specie.
L'uomo, nella sua unicità, libertà, razionalità e spiritualità, tende a specificarsi più di ogni altra creatura, i comportamenti omologanti residuano a livello di necessità biologiche e di auto-conservazione.
Il progresso dell'uomo, a ben guardare, è fatto di specificazioni sempre più spinte.
La storia delle società umane, e quindi della politica, ha molto a che fare con questi due principi. Dagli assetti tribali, dove il capo era il più forte, come nei branchi, fino agli assetti attuali dove, in genere - meno che in Italia-, è il più dotato, si legge il percorso della specificazione.
Analogamente, se si cerca di leggere sotto questa luce l'evoluzione delle società e le loro specifiche gerarchie ed assetti.
Le categorie di Destra e Sinistra, posto che abbia ancora un senso utilizzarle, discendono dai questi due principi.
Ciò che tende a specificare è tendenzialmente "di destra", ciò che tende ad omologare è tendenzialmente "di sinistra".
La vita di ciascuno è, in estrema sintesi, costituita da un mix di "come" e di "cosa".
Il "cosa" ricomprende tutti i comportamenti e le azioni, il "come" esprime la loro modalità qualitativa.
Il "cosa" è più figlio dell'omologazione, il "come" della specificazione.
Da destra, quindi, sono più facilmente concepibili che da sinistra concetti specificanti quali: onore, gloria, eroismo, abnegazione, valore, bellezza, dovere, sacrificio, trascendenza, patria, nazione, civiltà, individuo.
Specularmente, da sinistra sono più immediatamente concepibili concetti omologanti quali: bisogno, diritto, normalità, garanzie, socialità, media, massa, immanenza, internazionalismo, cellula, società.
La dialettica, spesso vivace, che ne nasce è però regressiva.
Le "ragioni della specie" hanno un loro fondamento, costituiscono parte della stessa medaglia, e questo va compreso e tenuto nel debito conto, soprattutto in ordine ai bisogni, alla socialità, alle garanzie ed ai diritti, per il resto la storia è specificazione.
Alla luce di questa interpretazione del termine Destra si fanno più chiari i punti di affinità con le altre Destre. Si tratta dei tratti specificanti: il senso di nazione ed il patriottismo dei Repubblicani americani, l'orgoglio e la difesa delle tradizioni dei Conservatori inglesi, l'ancoraggio ad alcuni valori dei Popolari europei.
Resta apparentemente fuori il concetto di Destra sociale. Ma, a ben guardare, se le ragioni della specificazione e quelle dell'omologazione appartengono alla stessa medaglia della vita, allora la Destra, è in sé anche sociale. Cosa che il Fascismo aveva compreso perfettamente, ma che non entra nelle corde dei Repubblicani d'America.
Ma attenzione. Anche qui la contraddizione è dietro l'angolo ed ha a che fare con il concetto di libertà. Nel recinto del bisogno non c'è libertà. Questa comincia oltre il bisogno, oltre la necessità. Nel bisogno c'è, al massimo, il desiderio di libertà. L'individuo può portarsi fuori dalla sfera del bisogno o comprimendola il più possibile, come il fachiro o l'asceta o competendo, con se stesso e con gli altri, per farsi libero.
Se è la società che provvede a soddisfare i bisogni è solo il recinto che si è fatto più grande, la libertà resta solo un miraggio.
L'uomo che si fa libero scopre la responsabilità che è il metro autoregolatore della sua libertà. L'uomo che si fa libero anela a farsi uguale ai migliori della sua specie, in saggezza, consapevolezza e conoscenza per offrirsi, come modello ed esempio, alla sua specie, affinché possa progredire ancora. La legge sta a salvaguardia della libertà di ciascuno e di tutti.
Libertà e socialità vanno ben conciliate altrimenti l'una esclude l'altra.
Ora una digressione sul concetto di "capitale sociale".
Francis Fukuyama, il famoso economista, ha definito la nozione di "capitale sociale". Esso è dato: "dall'insieme di regole e valori condivisi dai membri di un gruppo che consente loro di aiutarsi". "Regole e valori non scritti, che devono comprendere virtù quali la lealtà, l'osservanza degli impegni presi e la reciprocità". Se le persone giungono a ritenere che gli altri si comporteranno in modo affidabile ed onesto, tra di loro si instaurerà la fiducia che accresce, come un lubrificante, l'efficienza di qualsiasi gruppo o organizzazione".
Essere comunità significa avere un alto capitale sociale, saperlo mantenere ed accrescere. Questo è anche il presupposto della socialità. Comportamenti difformi consumano rapidamente il capitale sociale fino ad azzerarlo. Ricostituirlo è quasi impossibile, come dimostra la storia recente del Pdl.
Molti, a destra, ancora si riferiscono ad una "risposta italiana" ai mali dell'Occidente che presupporrebbe l'individuazione della mitica "Terza via", una sintesi ancora più complessa e ardita di quella fascista. Ve ne sono i presupposti? E posto che vi siano, sono tali da risolvere i problemi di scenario?
Certo all'orizzonte si intravedono alcune contraddizioni che andranno risolte. Ad esempio: quando tutte le produzioni saranno automatizzate di chi sarà la proprietà dei mezzi di produzione? Sarà la partecipazione la soluzione o un nuovo statalismo? Ma senza il recupero della supremazia della politica come sarà possibile una soluzione? E come si risolverà l'antinomia di Stati a giurisdizione geografica ed economia e finanza a giurisdizione globale? Paradossalmente la Cina comunista è uno dei pochi Paesi ancora a guida politica e non economica. La soluzione potrà mai venire da un'Europa che più si allarga più diluisce le sue possibilità di essere nazione?
Di fronte alla complessità dei problemi di scenario ed alla difficoltà di trovare risposte capisco Gianfranco Fini - cui riconosco, una capacità di lungimiranza ed un genuino interesse ai contenuti - e la sua scelta di puntare più sulle affinità, sui minimi comun denominatori, sui punti di contatto possibili tra le tante destre europee ed occidentali, optando per una politica delle soluzioni che presuppone la comprensione profonda dei cambiamenti in atto e la capacità di dare risposte a problemi nuovi. E questo ha a che fare col futuro che è la realtà immaginata che si trasforma in fatti, grazie al germogliare dei semi piantati nel presente.
La scienza, la politica e la stupidità sono i principali artefici del futuro.
Per questo è bene che la politica incontri la scienza e si liberi degli stupidi e Fini sembra averlo ben compreso.
15/04/14 Eu-ropa
Analizzando la realtà dell'Unione Europea ci si accorge che, dal punto di vista dei cittadini, si tratta di un costrutto bizzarro. Essi vengono chiamati ad eleggere un Parlamento Europeo che non ha poteri di iniziativa che invece spettano alla Commissione; se lo desiderassero non potrebbero, a nessuna condizione, essere cittadini europei, meglio di loro solo le cosiddette "società europee" che, in teoria, hanno status continentale; subiscono le scelte dell'Unione in molti settori, pagano con le loro tasse il mantenimento del castello europeo e pure le multe per infrazioni alle direttive, ma non hanno alcuno strumento per orientare quelle scelte, neanche quello di punire nelle urne i propri governanti nazionali, attesa l'avvenuta cessione di quote di sovranità; esiste un trattato costituzionale europeo, ma i suoi effetti possono riguardare il singolo solo per violazione riconosciuta da un tribunale.
L'Unione non è uno stato, non è una federazione, né un confederazione di stati e non è più neanche una tipica organizzazione internazionale perché in parte è sovranazionale ed in parte è intergovernativa. Non ha alcuno dei costituenti tipici di uno stato, non ha popolo ma popolazioni, non ha territorio, non ha sovranità se non quella che le è stata delegata dai suoi membri. Ha una moneta, parzialmente adottata dai Paesi aderenti, e una banca centrale, ma non può emettere propri titoli di debito. Non ha una sua fiscalità pur avendo un autonomo bilancio, non ha una propria politica estera, né forze armate, né presidio alle frontiere.
Esercita una forte attrazione economica nei confronti degli Stati più scalcinati d'Europa, ma non ha appetibilità politica essendo scarso il suo peso d'insieme. Eppure con le sue, a volte occhiute e pignole, regolamentazioni condiziona la vita di ogni cittadino degli Stati che ne fanno parte.
La disparità, dal punto di vista dei cittadini, è palmare ed è forse una delle ragioni non secondarie del dilagare del cosiddetto "euroscetticismo" e la cui reale consistenza si misurerà alle prossime elezioni europee che potrebbero "terremotare" l'impalcatura dell'Unione.
L'Unione rischia lo stallo e questo gli europei non possono permetterselo, i cittadini prima ancora che i governi.
Costruire l'Europa, così com'è: una bizzarra Babele, è stato arduo e complesso, i costi sono stati enormi, i sacrifici altrettanto, le mediazioni perpetue estenuanti quanto bizantine e non si può gettare tutto alle ortiche. Nonostante i suoi limiti, l'Europa ha garantito una stabile pace e l'Unione è la sola speranza per gli europei in un mondo che si riassembla per vasti interessi continentali, che si polarizza verso il Pacifico e l'Oceano Indiano e sui due terzi di umanità "emergente" che vi si affaccia.
Occorre trovare una via d'uscita e questa non passa per gli esercizi di sovranità, per la dialettica intergovernativa, passa per le popolazioni che ambiscono a diventare popolo, per i cittadini che desiderano partecipare e contare, che vogliono essere protagonisti dell'Europa che verrà.
Ciò rende centrale il tema della cittadinanza europea. L'Europa dall'alto non è stato possibile realizzarla se non negli stretti limiti della realpolitik e della mediazione tra interessi nazionali contrapposti, è tempo di passare la mano e di costruirla dal basso, anche partendo dai soli Paesi fondatori o da quei popoli che anelano ad un'Europa politica, ad un'Europa cui appartenere e di cui essere cittadini a pieno titolo. E' già accaduto quando tutti gli europei erano cittadini romani, è, in parte, già accaduto quando tutte le case regnanti europee erano strettamente imparentate tra loro.
Si parta dal Parlamento Europeo, si riconosca ad esso non solo il diritto di iniziativa, gli si dia anche, attraverso il suffragio universale, la prerogativa di essere Assemblea costituente per l'Europa, si conceda ad esso di aprire la strada verso la cittadinanza europea.
Sarebbe un primo concreto e promettente passo verso un'altra Europa, quella nazione o confederazione di nazioni che in tanti sognano da tempo.
In questo percorso, l'ormai vecchia Costituzione italiana potrebbe offrire uno spunto significativo nel passaggio in cui afferma che "la sovranità appartiene al popolo".
Si tratta di un principio bistrattato, spesso giudicato con sufficienza dai governi che sono, di fatto e di diritto (internazionale) i veri detentori della sovranità. Eppure quel vecchio principio bistrattato potrebbe cambiare la realtà dell'Europa.
15/04/14 Viaggio in Europa
Viaggio in auto da Napoli a Barcellona, apprezzo l'assenza di frontiere e non rimpiango le lunghe file per il controllo dei documenti, la mancanza dei chioschi dei cambiavalute e la smodata "cresta" che ti imponevano per darti in cambio di lire. franchi o pesetas, come non rimpiango la mancanza dei chioschi delle compagnie di assicurazione pronti a venderti, a caro prezzo, la carta verde dimenticata a casa.
Il viaggio mi concilia con l'idea di un'Europa senza frontiere e mi fa sentire quasi un cittadino europeo.
Anche se i pesanti pedaggi autostradali - pari al costo di 4 biglietti aerei low-cost - mi lasciano sempre un po' d'amaro in bocca, dal sapore di medioevo e mi chiedo perché mai, l'uso di infrastrutture costruite con soldi pubblici ed ampiamente ammortizzate in lunghi decenni di esercizio, debba costare agli utenti molto più del loro semplice costo di manutenzione ed ammodernamento. E invidio i tedeschi che non pagano pedaggio e persino gli svizzeri che si fanno pagare un modico ed equo diritto di transito annuale e con i ricavi gestiscono e manutengono perfettamente una rete largamente "montana". Che gli italiani siano sempre e solo pecore da tosare?
Anche il costo del carburante, quasi unificato e caro dappertutto, mi fa sentire - con una punta di masochismo - più europeo. Tuttavia rimpiango i tempi in cui un pieno spagnolo costava un terzo meno di quello fatto in Italia e quasi la metà di quanto costava in Francia e per questo sognavo di possedere un carrello cisterna.
Con la moneta unica anche i pagamenti sono diventati più semplici. Niente più complicati calcoli mentali per confrontare prezzi espressi in divise diverse, sparita ogni diffidenza sulla sempre possibile fregatura sul cambio. Anche questo mi fa sentire più europeo. Pur se ho dovuto rinunciare al piacere ed al vantaggio, non da poco per un fumatore impenitente, di pagare in Spagna le mie sigarette preferite la metà che in Italia. E mentre fino a qualche anno or sono, anche con l'Euro, facevo lietamente il pieno di tabacco spagnolo , oggi quel pieno lo faccio in Italia perché ormai, in Spagna, mi costerebbe un po' di più.
Un altro piacevole vantaggio a cui ho dovuto rinunciare è quel trenta per cento di risparmio medio che prima ottenevo, rispetto all'Italia, acquistando beni e servizi iberici. Riempire il carrello della spesa in un supermercato spagnolo, a quei tempi, era un piacere, con poche pesetas compravi l'inverosimile, poi con pochi euro, oggi i prezzi si sono livellati alla media europea.
E' il bello del mercato unico: nel medio periodo tutti i prezzi tendono a livellarsi sulla media. Difatti, se ai tempi della lira un chilo di pane costava a Napoli 800 lire a Milano 1500, a Parigi 2000 e a Berlino 3000 oggi, dopo 12 anni di Euro, il pane costa, mediamente, 1,20 euro. E così è accaduto per gli altri beni, dalle auto al salmone affumicato. Tuttavia salta agli occhi il fatto che per un napoletano il prezzo del pane è triplicato e quasi lo stesso vale per uno spagnolo, un francese ci ha rimesso poco e un tedesco ha avuto un vantaggio.
Pazienza, pensavano gli ottimisti (ed io tra essi), questa disparità verrà sanata dal livellamento del prezzo di un altro bene, ben più importante: il lavoro. Ma questo non è successo. Le frontiere, nel mondo del lavoro, non sono state rimosse. Non è stato istituito nessun contratto di lavoro europeo. I livelli salariali - e quindi il potere d'acquisto del cittadino medio - sono rimasti ancorati alle monete nazionali. Ciò ha determinato e determina l'incremento del potere di acquisto per alcuni ed il decremento, fin oltre il dimezzamento, per altri. Neanche il prezzo dell'energia si è livellato, misteri del mercato.
Questa condizione di disparità, che andrebbe sanata a costo di sbattere le scarpe sui banchi europei come Khrushchev, fa nascere in me qualche perplessità ed incrina la mia, pur solida, fede europeista. Si attenua il mio desiderio di essere finalmente cittadino europeo.
Eppure, osservando la dolcezza del paesaggio francese, l'estrema cura del territorio, la puntuale valorizzazione di ogni dettaglio, il sistematico abbellimento di ogni bene paesaggistico o culturale, la particolare cultura dell'accoglienza, mi calmo. Penso che dallo scambio delle migliori esperienze, dal confronto con le differenze, ci si possa migliorare, anche se mi riesce difficile immaginare la "terra dei fuochi" farsi Provenza.
Attraverso l'Occitania e non posso non pensare alle stragi dei Catari in nome dell'eresia, alla folle crociata contro gli Albigesi, al rogo di Bézier, alla fine dei Templari, la cui ultima roccaforte - Montsegur - è poco distante. Un'altra faccia dell'Europa, una faccia oscura, quella delle stragi, dell'odio etnico, del fanatismo religioso, dell'intolleranza, del razzismo, delle eterne guerre di supremazia. Un difetto genetico?
Il castello europeo è davvero l'antidoto agli ottusi particolarismi, alle ambizioni egemoniche, all'homo homini lupus?
Se fosse pulito e luccicante come Camelot e se ci fosse Artù a garantirne la guida unitaria forse, ma è nato sbilenco quel castello, bizantino, pieno di superfetazioni e di labirinti e, soprattutto, di compromessi e lunghe mediazioni tra rappresentazioni politiche di interessi nazionali contrapposti che non trovano sintesi e che, troppo spesso, non trovano fondamento nell'interesse reale dei popoli, dei cittadini europei.
"Necesse consolamentum" mi dico, come dicevano i perfetti dei Catari.
Valico i Pirenei e mi faccio abbracciare dal calore della Spagna che mi fa sentire a casa. Stessa indole mediterranea, ma medie civili migliori rispetto al Mezzogiorno d'Italia. E mi sento di nuovo cittadino europeo.
Costeggio la nuova linea dell'alta velocità, finita a tempo di record, attraverso paesini e borghi e mi colpiscono i tanti cartelli blu con un cerchio di stelle messi a contrassegnare un'opera visibile e tangibile realizzata con i fondi europei, da noi, spesso, c'è solo qualche sparuto cartello a guardia del nulla.
Mi colpiscono anche le tante bandiere catalane a strisce rosse e gialle a cui è stata aggiunta una stella bianca in campo blu. Ma sono in Spagna o in Catalogna? Certamente in Catalogna, visto che per poter ambire ad un lavoro decente devi conoscere il catalano e un po' di inglese che non guasta, il castigliano, anche se più dolce, è insufficiente. E poi, da qualche anno, è pure - con altre 22 - una delle lingue ufficiali dell'Unione Europea (che Babele!!!).
Per di più c'è aria di referendum indipendentista, come in Veneto, ma molto più serio.
Stessa aria nel Paese Basco dove si parla la misteriosa lingua Basca che non appartiene a nessun ceppo noto, in Galizia dove si comunica in Galiziano e, forse, nella Comunità Valenziana che pure parla in catalano.
La Catalogna francese, dove pure vige il bilinguismo, per ora resta indenne, a differenza della Scozia.
Mi fermo a Figuéres, la città di Dalì e prendo un treno ad alta velocità che in tre ore mi porterà a Parigi per soli 30 Euro e noto che sullo scontrino è ancora riportata l'equivalenza dell'importo in pesetas, per non dimenticare.
Mi risento europeo, pur chiedendomi come mai un Napoli - Roma mi debba costare, in seconda classe, 43 Euro, (ottantaseimila lire, ossia 430 lire al chilometro, più di un taxi) quando una corsa in "Pendolino" me ne costava 24.000 (120 lire a chilometro). L'ora di tempo guadagnato la pago sessantamila lire. Sarebbe bello se il mio lavoro valesse tanto per ogni ora, ma non appartengo ad alcuna casta.
Una breve sosta a Parigi, la città più amabile d'Europa, un passaggio al Louvre, il museo più visitato al mondo grazie anche ai tanti manager italiani che vi lavorano, un'occhiata alla piramide di cristallo che sbuca dal sottosuolo e mi chiedo quando mai avremo il coraggio di fare le stesse ardite contaminazioni col Colosseo o con i nostri musei o di coprire Pompei con una cupola affinché non si liquefi sotto la pioggia.
Poi un altro treno per Bruxelles, la capitale simbolica d'Europa, dove mia figlia ha dovuto (e poi voluto) emigrare, nonostante una laurea, un master e un dottorato di ricerca.
Mia figlia non c'è, è in transumanza a Strasburgo. Per soddisfare la "grandeur" della Francia non era sufficiente che gli organismi europei avessero stabile sede nella capitale francofona, ma in terra fiamminga, del Belgio, occorreva che il Parlamento europeo avesse anche sede e svolgesse i suoi lavori plenari in territorio alsaziano, dove si parla anche il tedesco. Ergo, ogni mese, in occasione delle riunioni plenarie del Parlamento Europeo deputati, funzionari, assistenti e interpreti, si trasferiscono armi e bagagli nella città francese che ne trae indubbio giovamento. Quanto costi questo pazzesco andirivieni non frega a nessuno, l'importante è che l'orgoglio francese sia soddisfatto. Né frega ad alcuno che oltre metà del budget dell'Unione vada via per traduzioni e interpretariato. E più si allarga, più questa voce incide. Eppure non sono poche le volte che cercando un documento europeo in italiano, non lo trovo o che, volendo seguire i lavori di una Commissione parlamentare, mi capita di guardare una fedele videoripresa dei lavori il cui incomprensibile svolgimento è sempre lo stesso per ore: "punto numero tot, favorevoli, contrari, astenuti", mai un solo accenno al contenuto del punto a beneficio dei telespettatori, neanche una didascalia. Ma scegliere una sola lingua per tutti sarebbe un'offesa al legittimo orgoglio di ciascun Paese membro e l'esperanto rimane in soffitta come, man mano che aumentano i membri, più lontano si fa il sogno di un'Europa nazione.
Ma a Bruxelles mi sento incrollabilmente europeo, vi aleggia lo spirito dei Padri fondatori, di coloro che per primi hanno creduto nel sogno europeo e lo hanno realizzato, sia pure negli angusti confini della "realpolitik": Spinelli, Adenauer, Schuman, Monnet, Spaak, De Gasperi, Manscholt, Hallstein, Beyen e persino Churchill. Vincitori e vinti, è questo, forse, il principio incapacitante.
Qui c'è il Parlamento che sono stato chiamato ad eleggere anche se, stranamente, è un Parlamento che non legifera, co-decide. Chi decide, in prima battuta, chi assume le iniziative è il Consiglio (l'assemblea degli Governi) e, per esso, il suo organismo direttivo: la Commissione.
Eppure essere chiamato ad eleggere il Parlamento Europeo mi fa sentire un po' più cittadino europeo. Ma è troppo poco. In realtà non posso scegliere di essere cittadino europeo, né posso optare per la doppia cittadinanza, italiano ed europeo. Se potessi lo farei. Anche questo è solo un sogno.
Cittadino di cosa? Di un'entità senza terra, di una patria di tante patrie, con quali diritti e quali doveri, sulla base di quale contratto sociale?
Eppure nel gioco della Storia i poteri si addensano, si coagulano a scala continentale o globale. Economia, finanza e multinazionali non hanno confini significativi, gli stati invece sono sovrani solo nei loro confini e questo dovrebbe attenuare l'idea di nazione, temperare gli eccessi nazionalistici.
Gli scacchieri si fanno per tutti più vasti e ciò impone di cedere qualcosa. La Cina e i Paesi dell'Asean e la penetrazione in Africa, il Giappone che fa intese con l'India e la Corea, la Russia che cerca di recuperare pezzi del suo ex impero e strizza l'occhio all'Europa, gli Stati Uniti e il Canada che cercano sbocchi in Sudamerica e nei teatri di guerra, gli stati sudamericani che si stringono in un mercato comune continentale, l'Inghilterra - la vera nazione euroscettica - che rinsalda i suoi rapporti con le ex colonie, Australia e Nuova Zelanda in testa, Iran, Turchia e Siria che si contendono la guida del mondo arabo e l'Europa che si allarga ad est.
Su questo scenario di nuove convergenze l'Europa arranca, non è uno stato, non ha territorio, non ha un esercito, non ha un governo, non ha cittadini, ha solo un parziale mercato, una parziale moneta, un parziale Parlamento, una parziale guida ed una tenuta minacciata dai populismi e dai particolarismi dilaganti e rischia la marginalizzazione in un mondo che guarda al Pacifico.
Se ancora tiene lo si deve alle virtù teutoniche, al cipiglio della Merkel, alla determinazione ed alla lungimiranza tedesca.
Ma, come nelle favole di Esopo, l'uva migliore è sempre acerba. E la Merkel diventa "la culona", l'Europa è troppo a guida tedesca, il blocco del nord impone i suoi diktat troppo austeri, l'allargamento ad est è la riproposizione, in salsa democratica, della teoria dello "spazio vitale"…
Eppure la ricetta, in teoria, sarebbe semplice: modellarsi all'eccellenza. Riconoscere alla Germania ed al suo popolo capacità non comuni e prenderla ad esempio importando le buone prassi, dal capitalismo renano alla precisione commerciale, all'eccellenza produttiva. Germanizzare quindi l'Europa? Si, nulla di scandaloso o, per lo meno, nulla più di quanto ci siamo "americanizzati", scimmiottando anche le mode più demenziali ed i comportamenti più deleteri made in Usa.
Se non ci fosse stato il baluardo tedesco l'Europa già si sarebbe dissolta. Se non ci fosse stato il marco, la sua solidità e la sua area di influenza non ci sarebbe stato l'Euro, se non ci fosse stata la capacità produttiva tedesca non ci sarebbe un mercato europeo. Quindi è giusto che la Germania abbia maggior voce in capitolo di altri, almeno finché gli altri non si mettano all'altezza, senza "galliche" supponenze.
Dato a Cesare quel che è di Cesare diamo ai cittadini quel che è dei cittadini: diritti e doveri chiari ed uguali per tutti, regole certe, condizioni medie di vita decorose, ragionevoli speranze di progredire in benessere e qualità della vita, riconoscimento del merito, fiscalità equa, sicurezza, giustizia rapida e giusta, servizi rispondenti a standard di qualità, solidarietà in caso di necessità, accesso facilitato all'istruzione e alla cultura, ingerenza minima dello stato, minimo carico burocratico, qualità normativa, trasparenza, occasioni e strumenti di partecipazione alle scelte strategiche.
E' questo il patto sociale che sottoscriverei volentieri da cittadino europeo, anche a costo di imparare il tedesco. E se facessimo un referendum dal basso per istituire la cittadinanza europea?
Lascio Bruxelles, grigia, piovosa e vitale, come sempre. Un treno veloce mi riporta in un'ora e 20 a Parigi. L'aria è pesante, si sono appena concluse le elezioni amministrative. Il Fronte Nazionale ha avuto un successo travolgente. Marine Le Pen ha predicato la riscoperta dell'interesse nazionale francese, sconfessando l'Europa, ha tuonato contro l'immigrazione e i francesi hanno abboccato, come, mutatis mutandis, gli italiani con Grillo. Il mio europeismo è frustrato, ma non solo il mio, si vocifera di un patto di convergenza tra popolari e socialisti europei nel caso gli "euroscettici" diventassero il primo gruppo del prossimo Parlamento europeo.
Ritorno a Figuéres. La Spagna è in lutto per la morte di Adolfo Suàrez, il franchista che guidò la transizione democratica spagnola e fu primo ministro. Il suo epitaffio: "La concordia fu possibile".
Il mio cuore si riapre alla speranza.
15/03/14 La macchina di Goldberg
https://issuu.com/confini/docs/confini22
15/03/14 Buon compleanno Web
https://issuu.com/confini/docs/confini22
15/03/14 I "derivati" della democrazia
https://issuu.com/confini/docs/confini22
15/02/14 No alla società di mercato
Michael J. Sandel (Minneapolis, 5 marzo 1953) è un filosofo statunitense. Insegna all'Università di Harvard e le sue lezioni sono più affollate di un concerto rock, si stima che dieci milioni di giovani le hanno seguite dal vivo o su Internet. Ed è la prima volta nella lunga storia di Harvard che delle lezioni vengono rese fruibili sulla rete. Sandel è riconosciuto come uno dei principali esponenti del comunitarismo, rivolge la sua ricerca alla filosofia morale e politica. È noto soprattutto per la sua critica alla teoria della giustizia di John Rawls condotta in Il liberalismo e i limiti della giustizia e per il suo corso in rete intitolato "Giustizia".
Sandel, è stato allievo di Charles Taylor a Oxford. Nel 2002 è stato nominato Fellow dall'American Academy of Arts and Sciences.
Il suo metodo è quello socratico della maieutica, pone domande e lascia che ciascuno trovi la sua risposta.
Una parte grandemente apprezzabile ed originale del suo pensiero è la critica che muove al mercatismo, ossia il ricorso a meccanismi, a ragionamenti ed a soluzioni di mercato in aree sempre più vaste della società Invita i suoi interlocutori a riflettere su quale dovrebbe essere il ruolo dei mercati e dei soldi nelle nostre società, a chiedersi se lo smodato potere acquisito dal denaro, che consente di comprare quasi tutto, non costituisca un rischio per le società stesse. Nella società americana, ad esempio, ad un recluso nel carcere di Santa Barbara in California, è consentito comprarsi una sistemazione in cella di categoria superiore purché paghi ottantadue dollari a notte, così come è possibile non fare la fila in un parco a tema comprando il diritto di saltare la fila (fast track si chiama il sistema adottato anche da alcune compagnie aeree) o a Washington pagare qualcuno - un barbone o un senzatetto - che faccia la fila al nostro posto per assistere ad un'udienza del Congresso, cosa che fanno puntualmente aziende e lobbisti.
Da almeno trent'anni, senza che ce ne accorgessimo, stiamo passando da un'economia di mercato - che è uno strumento efficace per organizzare le attività produttive - ad una società di mercato, dove quasi tutto è in vendita. Ciò determina uno stile di vita in cui le logiche di mercato cominciano a dominare ogni aspetto dell'esistenza: relazioni, famiglia, salute, educazione, politica, leggi, vivere civile.
Perché preoccuparsene? Primo perché più cose si possono comprare, più rilevante diventa l'abbondanza o la mancanza di denaro è ciò accresce le disuguaglianze, soprattutto quando i soldi cominciano a governare l'accesso ai beni necessari ad una vita decorosa: educazione, salute, rappresentanza politica.
Secondo perché quando subentrano le logiche di mercato riguardo a beni e ad attività sociali ne snaturano il senso con effetti estranianti.
Ad esempio per indurre i ragazzi alla lettura alcuni economisti hanno suggerito una soluzione di mercato: incentivare i bambini con dei premi in denaro per ottenere miglior rendimento o scolastico o più interesse alla lettura. Il sistema è stato adottato, sperimentalmente, in alcune città: 50 dollari per un dieci, 35 per un 9 o 2 per la lettura di un libro. Col risultato che non è migliorato il profitto e che il maggior numero di libri letti è stato a favore solo di libri più brevi. Ma il vero punto è che per questi ragazzi la lettura sarà confusa con un qualunque lavoretto.
Purtroppo gli economisti spesso ritengono che i mercati siano neutri e non corrodano i beni scambiati, assumendo che lo scambio di mercato non cambi significato e valore al bene scambiato.
Ciò può esser vero per i beni materiali, ma potrebbe non valere per i beni immateriali o sociali come l'apprendimento o l'impegno civile. Utilizzare le logiche di mercato in questi ambiti può minare o corrodere valori e comportamenti apprezzabili ed estranei al mercato perché possono cambiare il significato stesso delle attività sociali e del vivere civile.
Uno degli effetti più corrosivi del dare un prezzo a tutto riguarda la crescente mancanza di comunanza accompagnata ad una crescente diseguaglianza.
Coloro che sono ricchi e coloro che hanno mezzi più modesti vivono vite sempre più separate. Viviamo, lavoriamo, acquistiamo e giochiamo in luoghi separati. I nostri bambini frequentano scuole diverse e ciò non è un bene per la democrazia, e non è un modo di vivere soddisfacente, anche per quelli che possono permettersi di comprare la testa della fila.
La democrazia non richiede una perfetta uguaglianza, ma ciò che richiede è che i cittadini condividano una vita comune.
Ciò che conta è che le persone di provenienza sociale differente e con percorsi di vita differenti si incontrino l'una con l'altra, si scontrino l'una con l'altra, nel corso ordinario della vita, perché è questo che ci insegna a superare e a rispettare le nostre differenze. Ed è così che si arriva a preoccuparsi del bene comune.
Per queste ragioni il discorso sui mercati non è questione puramente economica ma riguarda il come si voglia vivere insieme. Vogliamo una società dove tutto è in vendita o dove vi sono certi beni morali e civili che il mercato non onora e che i soldi non possono comprare?
15/02/14 Lavoro: time out
Le cosiddette riforme del lavoro fin qui attuate in nome della "flessibilità" (ma, in realtà, per non toccare i totem e i tabù sindacali) hanno creato solo confusione e precarietà oltre a penalizzare proprio i giovani che si volevano "aiutare". L'Italia è povera e disoccupata, quasi come dopo la seconda Guerra mondiale.
Idem sul fronte previdenziale. L'Inps ha assorbito 51 istituti ma ne tiene ancora in vita 21, la cartolarizzazione tremontiana ha volatilizzato i patrimoni immobiliari, i conti sono in profondo rosso, i trattamenti fortemente sperequati e la previdenza integrativa non è mai decollata, l'indebita confusione tra previdenza e assistenza ha fatto il resto.
Il futuro ci porta la senescenza crescente della società e la contrazione di posti di lavoro, nell'industria, quanto meno per effetto di automazione crescente e delocalizzazioni e nel terziario, per effetto della contrazione dei consumi e del drenaggio di risorse per sostenere il debito. Persino nel primario la crescente automazione, gli inquinamenti, l'iper-regolazione, i diktat della grande distribuzione, l'immigrazione illegale e sfruttata contraggono le occasioni di occupazione. Cosa ci resta?
Non risultano pienamente spendibili i bacini ambientali e culturali che pur possediamo, bisognerà prima bonificare gli scempi, maturare una piena e diffusa cultura dell'accoglienza, maturare la capacità di scelte innovative (la piramide del Louvre), imparare davvero il marketing territoriale per competere, con altri territori, sui mercati globali.
Senza tali presupposti il nostro principale punto di forza non è compiutamente né immediatamente spendibile. Residuano:
- l'alto artigianato che, purtroppo, presuppone abilità e creatività e il talento non si insegna a scuola, lo si può solo valorizzare;
- le produzioni tipiche, minacciate dalla tendenza standardizzatrice propria del mercato globale;
- un po' di industria che produce per la produzione, che è la sola a generare domanda di ricerca applicata ed a creare cultura diffusa dell'innovazione;
- molta industria che produce per il consumo, quasi tutta a rischio di estinzione per effetto della concorrenza dei cosiddetti Paesi emergenti cui, nei decenni scorsi, le industrie vocate alla produzione, hanno fornito attrezzature per produrre per il consumo col risultato di far crollare i prezzi. Oggi quei paesi hanno imparato a dotarsi di industrie per la produzione e stanno saturando anche quel mercato (notazione sudista: nel Mezzogiorno non c'è una sola industria per la produzione);
- alcuni centri di ricerca pura, pochi centri di ricerca applicata: la sola che crea cultura tecnologica diffusa;
- la brevettazione, che non è sostenuta né incentivata, anzi è una corsa ad ostacoli burocratica, onerosa e pericolosa per il basso livello di tutela reale offerto;
- un sistema di istruzione zoppicante che poco cura le abilità operative e la formazione scientifica.
Questo è il quadro che rende evidente la necessità, urgente ed assoluta, di interrogarsi responsabilmente sulle possibili "strategie paese" per sopravvivere e competere.
A partire dal "rivoluzionare" - e molto - lavoro e previdenza.
Il sistema, difatti, non ha speranza di ripartire se non si abbassano i costi (anche burocratici) del lavoro.
Che cosa li rende proibitivi per le imprese? Gli oneri contributivi e fiscali, non certo la componente salariale. Per abbassarli, da subito, non c'è altra via che ridurre tali oneri e questi non si riducono se non si rivede, alla radice, il sistema di previdenza e di sostegno alla disoccupazione.

Un'ipotesi operativa.
Lavoro
I contratti di lavoro andrebbero unificati ad una sola tipologia: il tempo indeterminato, fatta salva una libertà di licenziamento del datore di lavoro decrescente in funzione dell'anzianità di servizio e dei riconoscimenti annuali di merito maturati dal lavoratore. Dopo dieci o quindici anni ed in costanza di riconoscimenti di merito, occorre la giusta causa per il licenziamento.
Basta con la finta flessibilità che genera solo sfruttamento precarietà e non consente ai giovani di immaginare e pianificare un futuro.
Un trattamento speciale andrebbe riservato per i lavori occasionali, stagionali o per coloro che svolgono attività particolarmente usuranti. Per i primi potrebbe essere applicato ed esteso l'attuale sistema dei buoni Inps, per i secondi lo Stato provvede a contributi figurativi attingendo alle plusvalenze del fondo pensioni (vedi sotto).
Previdenza
Lo Stato garantisce, per tutti i nuovi assunti, qualunque sia il settore o la funzione, a fronte di un ragionevole contributo fisso mensile, una pensione di sussistenza unificata dopo 35 anni di contribuzione che viene erogata dal sessantacinquesimo anno di età.
Tutto il resto è affidato alla contribuzione integrativa volontaria ed aziendale, anche sotto forma di bonus al merito fiscalmente detraibili.
Di seguito una simulazione applicando i seguenti parametri: contributo fisso e unificato sulla retribuzione pari a 300 euro mensili, durata della contribuzione 35 anni, saggio di interesse attivo e composto sulle somme raccolte 3%, durata media dell'erogazione della pensione 20 anni, sulla base di un'aspettativa media di vita di 85 anni, inizio dell'erogazione dal compimento dei 65 anni, ammontare annuo dell'erogazione 10.000 euro (a puro titolo di esempio).
Eventuali contribuzioni più basse, mai inferiori a 100 euro, danno luogo ad una contrazione proporzionale della pensione o, mantenendo il trattamento unificato, ad un'uscita più lunga dal mercato del lavoro incrementando la contribuzione o ad una copertura più breve del trattamento pensionistico (X anni invece che fino al fine vita) o alla possibilità di riscattare il contributo maturato per investirlo autonomamente (tale caso solo se si dispone di una pensione integrativa).
La simulazione dimostra che Il sistema, con una contribuzione di 300 euro mensili, regge fino a 21 anni di erogazioni (vedi tabella). I parametri utilizzati sono ovviamente modificabili. Vent'anni, in media, di erogazione pensionistica, rispetto all'attuale aspettativa di vita, rappresentano una stima corretta.

L'Inps continuerebbe a gestire l'esistente, con le regole vigenti, fino al completamento del turn over.
Poi, potrebbe anche essere posto in liquidazione o, dimagrendo molto, continuare a gestire i sostegni alla disoccupazione ed a vigilare sui fondi integrativi, specializzati per lavoratori autonomi e dipendenti e gestibili, in sana competizione, sia da banche che da altri organismi ed a parità di sistema di garanzie e di alta vigilanza da affidare alla Corte dei Conti.
La raccolta e l'impiego relativi ai nuovi assunti potrebbero essere gestiti da un consorzio di banche o da Poste italiane, ferma restando la garanzia ultima dello Stato, così come avviene già per i buoni fruttiferi postali.
Le eventuali sopravvenienze attive andrebbero a costituire un fondo di garanzia e di credito al consumo per gli stessi pensionati da erogare ad un tasso mai superiore al 5%.
Tale sistema è riservato solo ai lavoratori, autonomi o dipendenti cui è garantito l'accesso alle informazioni di gestione ed una partecipazione alle decisioni.
Ogni altra forma di vitalizio o di sostegno al reddito per cittadini e lavoratori viene finanziata, con analoghi criteri a carico della fiscalità generale o locale.
Sostegno alla disoccupazione
Non possiamo più permetterci un sostegno alla disoccupazione a fondo perduto, soprattutto in una fase di crescente penuria di posti di lavoro. Attraverso apposito fondo, si garantisce un adeguato sostegno al reddito dei disoccupati (non inferiore all'ultimo reddito percepito) per un massimo di 24 mesi sotto forma di anticipazioni (totali o parziali se reiterate) da restituire in piccole rate su un arco di tempo lungo (5, 10 anni) e dal momento in cui il disoccupato abbia trovato una nuova occupazione. Gli importi sarebbero trattenuti dallo stipendio a cura del sostituto di imposta con i criteri adottati per le cessioni del quinto. Il quinto non sarebbe cedibile a terzi fino all'estinzione del debito.
La proposta di nuova occupazione può essere rifiutata non più di due volte e vi provvede una rinnovata ed efficiente rete di centri per l'impiego.
Sostegno di cittadinanza
Una minima quota della fiscalità generale, ancorata alla contribuzione fiscale di ciascuno ed integrata da eventuali contribuzioni volontarie (familiari e personali fiscalmente deducibili), va a costituire un apposito conto di previdenza in capo ad ogni cittadino dalla sua nascita.
Il fondo, con gli stessi criteri di impiego della previdenza unificata, provvede all'amministrazione dei conti individuali ed all'erogazione di vitalizi al raggiungimento del sessantacinquesimo anno di età o in caso di inabilità al lavoro o in caso di infortuni gravi. Tale vitalizio non è cumulabile con la pensione. Eventuali eccedenze attive coprono eventuali situazioni di particolare bisogno.
L'Inail continuerebbe a gestire le proprie funzioni con gli stessi nuovi criteri e con una struttura più snella, una quota del sostegno di cittadinanza (volontariamente integrabile rispetto ai massimali), estenderebbe la copertura infortuni a tutti i cittadini.
Nel tempo, dopo positiva sperimentazione, tale copertura potrebbe estendersi alla salute dei cittadini, temperando l’assurdo logico di una sanità affidata alle regioni.
Benefici
In tale quadro rinnovato le imprese sarebbero incentivate a nuove assunzioni ed il costo del lavoro diminuirebbe sensibilmente e da subito (per i nuovi assunti) per la parte oneri sociali a favore dei salari e, quindi, dei consumi, i lavoratori, soprattutto i giovani, avrebbero migliori tutele e possibilità di guardare più sereni al futuro, vedendosi anche riconosciuto e certificato il merito.
La previdenza unificata sarebbe facilmente sostenibile e decollerebbe la previdenza integrativa, i lavoratori ed i cittadini in generale sarebbero più tutelati, l'intero sistema sarebbe più snello e meno oneroso.
Inoltre, il sostegno alla cittadinanza attenuerebbe i rischi derivanti dall'invecchiamento della popolazione e dalla disoccupazione di sostituzione derivante dall'automazione spinta delle produzioni.
15/12/13 Luna gialla
La storia cinese è lunga almeno 5000 anni. Le prime tracce scritte della lingua risalgono al 1400 a.C..
Il dizionario Zhongua Zihai elenca 85.568 caratteri, ma, nonostante l'enorme mole, ne ignora 1.500. Tuttavia quelli utilizzati di fatto sono molti di meno: per leggere un quotidiano ne bastano 3.000, mentre le persone con una buona cultura superano spesso i 5.000. Questo implica che per farsi comprendere, nella lingua cinese semplificata (vagamente simile al nostro latino classico rispetto alle lingue da esso derivate), un cinese medio deve mandare a memoria non meno di 4000 caratteri e deve ricordarne le varie inflessioni tonali. Va anche sottolineato che le sei arti antiche cinesi (l'equivalente delle nostre arti liberali) erano: la matematica, la calligrafia, la musica, il tiro con l'arco, la guida del carro e le cerimonie.
Questo retaggio culturale può essere utile a spiegarsi come gli studenti cinesi risultino di gran lunga i primi nell'uso della matematica, nella comprensione di un testo, nelle scienze. A questo bisogna aggiungere la indubbia eccellenza del sistema scolastico che aiuta a farsi una ragione di quel 55,4% di studenti "top performer" contro il magro 12,6% degli occidentali. (Indagine Pisa/Ocse 2012).
Queste premesse aiutano a capire come la Cina abbia potuto, in pochi decenni, colmare interamente il gap tecnologico che la divideva dalle superpotenze occidentali ed inviare, poche settimane or sono, un robot sulla luna, mettendosi alla pari con i precedenti "conquistatori dello spazio": russi e americani.
Questo successo, scientifico e tecnologico, comunica al mondo e, soprattutto agli addetti ai lavori, che sul "bottino spaziale" c'è una nuova ipoteca. Che i mari di idrocarburi, pari a 40 volte le riserve terrestri, scoperti di recente su Titano, una delle lune di Saturno o l'acqua su una luna di Giove o i fosfati e le terre rare della luna sono anche cinesi, come il turismo spaziale, per quel che ci è dato si sapere sui tesori spaziali.
L'impresa ci comunica anche che la Cina è stata in grado di sviluppare autonome tecnologie spaziali, ossia sistemi di lancio, vettori, propulsori, alimentatori, scudi, telecomunicazioni, controlli a distanza e robot e di integrarle in modo tale che una navicella spaziale fosse in grado di effettuare un atterraggio morbido sul suolo lunare, rilasciare un veicolo attrezzato per analizzarne il suolo ed inviare i risultati a terra.
Per fare tutto questo ci vogliono fior di scienziati e di tecnici, un alto livello di organizzazione e controllo e una sofisticata padronanza delle competenze tecnologiche più avanzate.
Da notare anche che il nome dato alla navicella spaziale è "Chang'e" (alla lontana la nostra Selene) e quello del robot "Yuétù" (coniglio di giada). Tutti e due i nomi provengono dalla tradizione più remota e dal mito e già in tale scelta si può cogliere un messaggio di riconciliazione dell'élite cinese con la sua storia.
La leggenda di Chang'e narra che i dieci figli del leggendario imperatore di Giada, Yao (2000 a C.) si erano trasformati in altrettanti soli che arrostivano la terra e facevano ribollire i mari. La ballerina Chang'e e l'arciere Hou Yi, suo sposo, vivevano tra gli immortali. Hou Yi, mosso a pietà per sorti del mondo, con le sue frecce magiche uccide nove soli lasciandone solo uno a riscaldare la terra. L'imperatore, furioso per la morte dei figli, castiga i due rendendoli mortali. Per l'infelicità Chang'e smette di ballare e Hou You cerca e trova l'elisir dell'immortalità, dei ladri tentano di rubarlo mentre l'arciere è a caccia e Chang'e, non sapendo dove nasconderlo, lo beve tutto, la doppia dose le restituisce l'immortalità ma, le chiude le porte del cielo. Da allora Chang'e vive sulla luna in compagnia del suo coniglio di giada.
Che il messaggio sia che alla fine resterà un solo sole?
Un'ulteriore considerazione ci dice che la Cina è arrivata a tanto solo con le sue forze e senza attingere, come fecero i vincitori della Seconda guerra mondiale, al know-how dei vinti, in particolare dei tedeschi.
Il messaggio è chiarissimo: tra qualche anno la Cina, se manterrà il ritmo, sarà in grado di superare gli Stati Uniti in un settore che spalanca le porte del futuro e gli occhi della luna saranno sempre più a mandorla.
15/10/13 Libertà di coscienza e di pensiero
Re Giorgio questa volta ha toppato nell'invocare una legge che punisca il negazionismo a proposito dell'Olocausto. E' una richiesta che sa di oscurantismo, di fondamentalismo e che rievoca i tempi della Santa Inquisizione e dei libri all'indice.
E’ una misura della stessa essenza del “bruciamo l’eretico dopoaverlo torturato, basta che non sanguini”, e nulla ha a che fare con la memoria che è tradizione, radici, ricordo spesso amorevole e lieto, lutto e dolore, a volte orrore, a volte nostalgia, quasi sempre strumento di consapevolezza e conoscenza. In tale significato la memoria è un fatto intimo e personale.
Poi c'è la memoria storica che si sedimenta, spesso con distorsioni, nella storia ufficiale o, meglio, nelle storie dei popoli. E non esiste popolo che sia indenne dagli orrori della propria storia, a prescindere da chi siano state le vittime e chi I carnefici.
Buona parte della storia umana è fatta di predazione, soprusi, violenze, schiavitù, supplizi, tortura e morte, per non parlare delle guerre, dei genocidi, delle sistematiche spoliazioni, delle deportazioni, delle “rivoluzioni culturali” portate avanti con i “lumi” delle ghigliottine, con i roghi degli eretici, con le guerre sante, con gli internamenti in cliniche psichiatriche o in gulag, con il ricondizionamento cerebrale.
Al giorno d'oggi, almeno in Occidente, si può negare il Vero Dio, si può credere in Thor o in Odino, si può pensare che la rupe Tarpea non era poi così male, ma se tocchi l'Olocausto, anzi se solo ti azzardi a pensare che potrebbe non essere stato tutto conforme a come viene rappresentato, deve scattare la fatwa, la pubblica maledizione e per l'eretico si devono aprire le porte della galera e la sua fedina penale deve essere nera.
Nel merito non sono negazionista, pur essendo consapevole che la storia la scrivono sempre i vincitori, ma amo sopra ogni cosa la libertà di coscienza e di pensiero, la mia e quella altrui.
Pertanto mi fa accapponare la pelle il progetto di introdurre nel nostro ordinamento un ulteriore reato d'opinione, a maggior ragione dopo che, faticosamente e dopo decenni di battaglie, è stata archiviata la carcerazione per i giornalisti.
La ferocia dell'uomo è problema che non si risolve introducendo il reato di ferocia, come la violenza sulle donne non si argina con una legge. Ferocia e violenza si arginano e si incanalano solo con i bastioni della civiltà. Nè per legge possono inculcarsi I ” giusti convincimenti”.
E poi c'è la questione di principio: la punibilità di un pensiero e della sua libera manifestazione. Possibile che nel sistema della libertà di pensiero, tanto faticosamente conquistata, vi sia un solo tabù, un unico pensiero che è proibito formulare: il dubbio sull'olocausto o sulla sua portata?
E perche lasciar fuori, tra i tanti, l'olocausto ucraino con i suoi 7 milioni di morti o quello nucleare di Hiroshima e Nagasaki, o quello armeno? E una volta introdotta l'eccezione chi garantisce i cittadini che, dopo l'apologia del Fascismo e dopo l'offesa all'Olocausto, non vengano giù a cascata altri reati di pensiero, in ossequio al politicamente corretto del momento?
Il passo dal reato: “non la pensa come tutti gli altri” è davvero breve.
Stimo il popolo israeliano per il coraggio, la coesione, l'intelligenza diffusa, per il sovraccarico di persecuzioni che la storia ha riservato lungamente e costantemente agli ebrei solo perché “diversi” e li stimo per il fatto di rappresentare davvero il baluardo dell'Occidente in contesti che proprio non ne apprezzano l'essenza, tuttavia non apprezzo la loro scarsa propensione all'amore ed al perdono che li porta quasi alla ricerca di vendetta e commiserazione perpetue. Il che autorizza a pensare (posto che sia ancora consentito) che se non vogliono, forse non potendolo, superare gli abominevoli torti subiti dal nazismo (ma anche dal comunismo), probabilmente non hanno superato nessun'altra delle tante ingiurie che sono stati costretti a subire nel corso dei secoli: apartheid, confisca dei beni, esodi, persecuzioni, negazione di diritti, esclusione sociale e marginalizzazione, abusi di ogni sorta, stermini sistematici.
E se oggi chiedono a gran voce una severa legge sul negazionismo e il Parlamento è pronto a concedergliela, e se premono affinché Priebke non trovi pace neanche dopo morto e la Chiesa glielo concede, significa che il conto mai sarà saldato?
Non voglio, tuttavia, addentrarmi nella millenaria “questione ebraica”, né sembrare propenso al negazionismo o tenero con il nazismo.Tutte questioni da affidare alla storia.
Il problema sono gli abominevoli reati d’opinione e quanti ne sostengono la proliferazione senza rendersi conto dell’eresia che propugnano. Ma che siano liberi anche loro.
15/09/13 La Nasa stampa in 3d missili e cibo
Il più grande oggetto stampato con tecnologia 3-D è stato realizzato dalla NASA, si tratta di un alimentatore per i motori dei razzi. Il componente è stato testato con successo il 22 agosto di quest'anno nel corso di un lancio di prova in cui il motore del missile ha generato la spinta record di 20.000 libbre.
Questo test è una pietra miliare per uno dei molti importanti progressi che l'agenzia spaziale sta facendo per ridurre il costo dell'hardware spaziale. Innovazioni come la produzione di additivi o la stampa 3-D di componenti, promuove innovazione ed implementa le funzionalità più convenienti per il settore aerospaziale.
Il componente testato durante l'accensione del motore, è un iniettore che eroga i propellenti per alimentare un motore a reazione ed é necessario per inviare razzi nello spazio.
Durante la prova dell'iniettore, ossigeno liquido e idrogeno gassoso sono passati attraverso il componente in una camera di combustione ed hanno prodotto 10 volte più spinta di ogni iniettore precedentemente fabbricato usando la stessa tecnologia.
“Il successo del test porta significativamente la Nasa più vicino a provare che questa innovativa tecnologia può essere utilizzata per ridurre il costo dell'hardware di volo", ha detto Chris Singer, direttore della Direzione Ingegneria della NASA Marshall Space Flight Center di Huntsville.
Il componente è stato fabbricato usando la fusione laser selettiva. Questo metodo costente di costruire le parti aggiungendo strati fusi di polvere di lega di nichel-cromo. Così sono state realizzate le 28 parti dell'iniettore e che servono per miscelare e canalizzare I propellenti.
In scala é stato tutto esattamente come nel design di iniettori per motori di grandi dimensioni: come l'RS-25 del motore che lancerà Space System (SLS) il razzo che esplorerà lo spazio profondo per preparare le missioni umane su un asteroide e su Marte.
"Questo sforzo ci ha aiutato a imparare ciò che serve per costruire parti in 3-D più grandi, dalla progettazione, alla produzione, al test." ha dichiarato Greg Barnett, ingegnere capo del progetto. "Questa tecnologia può essere applicata a qualsiasi parte dei motori di spaziali o ai componenti per razzi in fase di costruzione da parte del settore privato.”
Una delle chiavi per ridurre il costo delle parti di razzi è ridurre al minimo il numero di componenti. Questo iniettore aveva solo due parti, mentre in precedenza le parti erano 115.
Un minore assemblaggio di parti richiede meno sforzo e, di conseguenza, meno costi, questo significa che parti complesse realizzate con la stampa 3-D possono determinare notevoli risparmi.
“Abbiamo preso il disegno di un iniettore esistente, già testato, e ne abbiamo modificato il design in modo che l'iniettore potesse essere realizzato con una stampante 3-D", ha spiegato Brad Bullard, l'ingegnere di propulsione responsabile della progettazione dell'iniettore. "Saremo in grado di confrontare direttamente i dati dei test su iniettori tradizionali e realizzati con stampa 3-D per vedere se c'è qualche differenza di prestazioni.”
I primi dati del test, condotto a pressioni fino a 1.400 libbre per pollice quadrato nel vuoto ed a quasi 6.000 gradi Fahrenheit, indicano che l'iniettore funzionava benissimo.
Nei giorni a venire, gli ingegneri analizzeranno le scansioni del computer e le altre ispezioni per controllare più approfonditamente il componente.
L'iniettore è stato realizzato dalla Directed Manufacturing Inc., di Austin, Texas su licenza della NASA che ne possiede la privativa.
La NASA si prefigge di promuovere le nuove tecnologie, come la stampa 3-D, per rendere più conveniente ogni aspetto delle esplorazioni spaziali.
L'Agenzia spaziale è anche impegnata a sviluppare e testare una stampante 3-D in grado di stampare gli strumenti per l'equipaggio della Stazione Spaziale Internazionale e sta anche esplorando la possibilità di stampare cibo a lunga conservazione per le missioni spaziali.
Pierre Kadosh
15/09/13 Campania infelix
Molte emergenze ambientali affliggono la vita dei napoletani. Tra queste quattro, come i cavalieri dell'Apocalisse, appaiono le più gravi e preoccupanti: lo smaltimento abusivo di rifiuti, spesso tossici, ad opera del malaffare, il difettoso funzionamento del depuratore di Cuma, i Regi Lagni, il fiume Sarno.
La camorra per anni ha disseminato il territorio dell'hinterland partenopeo di rifiuti tossici e nocivi, spesso seppelliti in terreni agricoli, altre volte abbandonati all'aria aperta lungo strade poco battute, altre volte sversati in alvei e corsi d'acqua o in mare.
Si è trattato di un sistematico avvelenamento dell'ambiente reso possibile dalla complicità estorta con minacce ai proprietari dei suoli. Gli inquinanti hanno aggredito le falde, avvelenato il terreno, reso pericolosi, quando non tossici, molti prodotti di quella terra che una volta era la Campania felix.
Da decenni si propaga la piaga, da decenni se ne parla, ma ancora qualche giorno fa i cittadini della cosiddetta “terra dei fuochi” sono stati costretti alla mobilitazione di piazza per gridare il loro sconforto ed il loro no alla costruzione di un nuovo inceneritore nel giuglianese, pur consapevoli che non è la specifica tecnologia ad essere sotto accusa, ma le scarse garanzie sulla trasparenza della gestione in un territorio dove il business dei rifiuti è radicatamente in mani discutibili ed i controlli pubblici sono spesso addomesticati.
Da altrettanti decenni - inizio lavori a fine degli anni '70, entrata in funzione nel 1982 - va avanti la storia dei malfunzionamenti del depuratore di Cuma che scarica a mare, proprio sul litorale e non a distanza, tramite condotta sottomarina, tonnellate di liquami quasi sempre mal depurati ed a volte neanche trattati. Quasi duemila miliardi stanziati ed in parte spesi per opere di adeguamento da parte della Regione Campania che ne è proprietaria e della Provincia di Napoli che ha finanziato negli anni '90, con scarso esito, interventi per abbattere i cattivi odori che continuano imperterriti a fuoruscire dall'impianto, per non parlare delle colonie di vermi che prolificano nelle vasche e che vengono sversate in mare e della mancanza totale di autorizzazioni a smaltire.
I Regi Lagni costituiscono un reticolo di convogliamento delle acque lungo 58 chilometri, che serve 99 comuni di 4 province e sfocia in mare tra la foce del Volturno ed il lago Patria. Si tratta della più grande fogna a cielo aperto d'Europa che, insieme al depuratore di Cuma, concorre, sempre da moltissimi anni, a rendere altamente inquinato e non più balneabile tutto il litorale domizio. Lo stato di qualità ambientale attribuito dall'Enea ai Lagni è: pessimo. Forse nel 2016, a risorse stanziate, si potrà ottenere qualche miglioramento, ma certamente non lo stato di qualità ambientale buona (fonte Enea).
Il Sarno è stato classificato come il fiume più inquinato d'Europa, eppure è un piccolissimo corso d'acqua lungo solo 24 chilometri: da Solofra a Castellammare di Stabia. A causa della colorazione rossa che assume nei periodi di lavorazione del pomodoro è stato soprannominato “Rio pomodoro”.
Un tempo era una via d'acqua navigabile che garantiva prosperità alle popolazioni alimentando numerosi mulini e consentendo la macerazione della canapa, oggi nelle sue acque non vi è più traccia di vita a causa di decenni di scarichi industriali incontrollati.
Tant'è che da almeno 40 anni è impossibile la balneazione sul litorale intorno alla foce.
Il disinquinamento, iniziato nel lontano 1973 e costato, fino al 2006, 800 milioni di Euro secondo la Commissione parlamentare di inchiesta che si è occupata dello scandalo, non ha prodotto frutti significativi.
Ciò anche perché, a detta degli esperti, i comuni attraversati dal Sarno sono privi di una efficiente rete fognaria sicché, ad ogni pioggia, si riversano nel fiume acque nere in quantità.
A questo vanno aggiunti, oltre agli scarichi industriali (200 industrie conciarie e 90 conserviere), quelli agricoli ricchi di fetilizzanti e dei più svariati prodotti chimici.
Poi, su tutto, si stende l'ombra lunga del malaffare che contribuisce a rendere inefficienti e più costosi gli interventi programmati.
Eppure Luigi Tansillo, il poeta e commediografo cinquecentesco scriveva così del Sarno:
« Lodan vostra inclit'opra il Tebro, e l'Arno,
L'Apennin, l'Alpe, il mar d'Adria, e 'l Tirreno;
Ma più che l'acque illustri, e 'l bel terreno,
Il mio Vesevo, il buon Sebeto, e 'l Sarno. »
E Strabone ne certifica la navigabilità, prima dell'eruzione del Vesuvio del 79 d. C. con queste parole: “Nola, Nocera e Acerra si servivano di Pompei come porto e il fiume Sarno era utilizzato per il traffico fluviale.”
La Regione Campania ha riaffrontato il problema affidando alla sua Agenzia Arcadis ed all’Autorità di bacino un nuovo progetto denomianto: “Grande Progetto - Completamento della riqualificazione e recupero del fiume Sarno” finanziato con 217 milioni di euro.
Tuttavia a ben guardare il progetto si limita alle sistemazioni idrauliche, pur necessarie,per contenere le esondazioni, tralasciando le bonifiche, la riqualificazione ambientale e la qualità delle acque.
Peraltro per realizzare un certo numero di vasche di laminazione, volte a contenere I troppo pieni, é stato previsto l’esproprio di ben 60 ettari di terreni al modico prezzo di 4 Euro al metro quadro, una vera miseria per gli espropriati.
Quindi, nonostante gli ulteriori ennesimi investimenti, la vicenda Sarno non avrà fine per mancanza di un approccio integrato e sistematico capace di restituire il fiume alla sua tradizionale funzione.
Eppure gli inglesi, in pochi anni e con poca spesa, sono riusciti a bonificare il maleodorante Tamigi e persino le fogne di Londra. La stessa cosa hanno fatto i francesi con la Senna, utilizzando particolari batteri capaci di digerire I peggiori inquinanti.
In questo quadro allarmante e avvilente che opprime e scarnifica il territorio ed abbassa la qualità della vita degli abitanti a livelli da quarto mondo, troneggiano l'insufficienza, l'irresponsabilità e l'ipocrisia della politica, qualunque sia il suo segno, e l'inefficienza ottusa, quando non complice, delle istituzioni.
I cittadini si ammalano, le patologie tumorali e respiratorie vanno fuori scala, i rischi sanitari ed epidemiologici sono alle stelle, eppure c'è ancora qualcuno che finge di non comprendere le ragioni di coloro che, indignati, ancora trovano la forza di protestare, sognando di poter vivere in un ambiente non più reso ostile da perfide irresponsabilità.
15/09/13 Democrazia, verso l'epilogo?
Difesa, sicurezza e giustizia, istruzione obbligatoria e stimolo alla ricerca, previdenza e assistenza, politica estera, politica idustriale strategica, incentivazione del merito e del talento, della proprietà intellettuale e della brevettazione, tutela e promozione del “made in Italy”, dei saperi tradizionali, della memoria basata sulla verità, della cultura scientifica e tecnologica, tutela e valorizzazione dei bacini ambientali e culturali, rispetto dei diritti civili e di cittadinanza, sanità pubblica e protezione civile, fiscalità generale, efficienza istituzionale e normativa, semplificazione burocratica, politiche di coesione interna ed europea.
Di questo - e non d'altro - dovrebbe occuparsi lo Stato.
In altre parole, lo Stato dovrebbe realizzare il benessere dei cittadini garantendo loro le condizioni migliori per progredire ed essere il più possibile soddisfatti del contratto sociale e delle regole di convivenza in esso sancite.
Invece i cittadini sono sempre più visti solo come pecore da tosare non a fini redistributivi o migliorativi, ma solo per coprire gli sperperi, le spese faraoniche, i costi insopportabili di istituzioni pletoriche e inefficienti, i privilegi castali, i sempre crescenti interessi su un debito spaventoso creato da politiche dissennate e da un “sistema democratico” ipertrofico e ben al di sopra delle reali possibilità del popolo italiano, le strutture e le reti clientelari, le paludi del consenso.
I “concittadini”, invece di essere “fratelli” sconosciuti, sono visti dai gestori del potere solo come soggetti da blandire falsamente in tempi di elezioni. I margini di libertà inviduali vengono compressi ogni giorno di più da regole asfissianti e, spesso, bizzarre.
Lo Stato si fa sempre più pervasivo, occhiuto, controllante e la società italiana somiglia sempre di più a quella dei cosiddetti “secoli bui”, con potenti e gabellieri ad occupare la scena, con l'aggravante che i potenti di allora si sentivano in dovere, oltre che di angariare i sudditi anche di difenderli in caso di minacce, mentre quelli di oggi si limitano a promesse cui mai seguono fatti concreti.
Emblematica, a questo proposito, la vicenda di Scampia, l'orribile quartiere dormitorio alla periferia di Napoli. Si è parlato di riscatto, di bonifica, di rinascita. Si sono avvicendati politici di tutte le confessioni per annunciare la buona novella, si sono forzati insediamenti pubblici e privati, sono state bruciate risorse ingenti, ma niente è cambiato. I pochi operatori che hanno “abboccato” sono sempre più soli e vittime di quotidiane vessazioni, nel disinteresse generale. Come soli sono rimasti i commercianti che hanno detto no al racket, i preti antiusura, i volontari veri, non tributari della politica, gli studenti vittime del bullismo, le famiglie. L'alibi della crisi ha cancellato ogni traccia di solidarietà sociale, ognuno si chiude sempre più nel suo privato a difesa del suo misero orticello contro uno Stato che si è fatto nemico e contro un “fuori” sempre meno appetibile e frequentabile.
E' la democrazia italiana che sta facendo tristemente e ineluttabilmente “game over”. E non basteranno un Renzi, blandito da Bassolino, un Grillo – Savonarola, la dinastia berlusconiana o un'insulsa schiera di governanti a cambiarne le sorti.
E proprio le recenti vicissitudini del Cavaliere rappresentano la prova provata dello sfascio democratico e della totale inanità della politica nei confronti del solo potere forte che ancora sopravvive: la magistratura.
Per questo i mercati danno maggior credito alla Spagna che all'Italia. Gli spagnoli, pur con i loro problemi e le loro lacerazioni autonomiste, hanno il senso della prospettiva e della dignità civile, pur essendo sudditi oltre che cittadini, avendo un re costituzionale, a differenza di noi con re Giorgio.
Forse, a voler essere ottimisti, solo la riscrittura del patto sociale attraverso un nuova Assemblea Costituente potrebbe restituire all'Italia una tenue speranza, con la consapevolezza che questa non uscì dal vaso di Pandora, forse per alimentare in perpetuo le illusioni degli uomini.
15/07/13 Robotland
https://issuu.com/confini/docs/confini14
15/07/13 Racconto di due sistemi politici
https://issuu.com/confini/docs/confini14
15/06/13 Nasce Costituente per l'Italia
In genere, quando nasce qualcosa di nuovo, c'è sempre qualcuno che vuole rivendicarne il merito, che cerca di precostituirsi un posizione di vantaggio nelle pieghe degli statuti, nelle particolari prerogative dei fondatori, negli atti costitutivi che predeterminano cariche e gruppi dirigenti per interi mandati.
Costituente per l'Italia nasce libera da ipoteche. E questo è il suo primo segno distintivo.
Nasce con un "Appello agli italiani che amano la Patria" affinché liberamente aderiscano ad un Comitato promotore. Sarà poi lo stesso Comitato, dopo essersi rodato, a decidere democraticamente sul da farsi.
Ossia se costituirsi formalmente in un Movimento retto da regole che non hanno eguali e che ciascuno può emendare e migliorare o scegliere di essere un informale "pensatoio" in rete o non far nulla, restando a guardare l'Italia che va in malora.
Un abbozzo di sito (www.costituenteperlitalia.it) lo ha messo a disposizone questo giornale, qualche volenteroso redattore ha messo a punto le proposte per una Tavola dei Valori da condividere e praticare, per uno Statuto in grado di garantire davvero: Partecipazione nella libertà di coscienza, Responsabilità accoppiata al Merito, democrazia e trasparenza e per un Codice etico che tenga la "spazzatura" fuori di casa.
Il compito del giornale si è esaurito in ciò che è stato fatto, con sincero e disinteressato amor di patria. Il resto, tutto il resto, tocca agli "italiani che amano la Patria", a quanti verranno e a quanti hanno cominciato ad avvicinarsi, a tutti coloro che crederanno che l'Italia possa diventare un Paese di qualità per i suoi cittadini, per coloro che vi risiedono, per le future generazioni.
Si riporta, di seguito, il testo dell'"Appello agli italiani che amano la Patria":

"E quella notte capii una grande verità: quando il mondo fosse stato privato di uomini come Artù, allora creature come Sansum, il cui unico principio era l'ambizione, avrebbero preso il potere dappertutto... e sarebbe giunta una tribù di Re Sorci a governare su di noi". (B. Cornwell - Excalibur)

L'Italia é, da anni, in costante declino, é regredita a 25 anni fa e rischia di andare in malora o in pezzi.
Un declino determinato da un sistema di regole asfissianti e scellerate che penalizzano la voglia di fare, lo spirito di iniziativa, il lavoro, i giovani e che criminalizzano il possesso senza badare ad una efficace redistribuzione della ricchezza e che, anzi, ne favoriscono la concentrazione senza alcuna attenzione alla pur necessaria funzione anche sociale del capitale.
Un declino determinato dalla mancanza di visione e di missione per l'Italia in Europa e nel mondo, dalla parziale comprensione dei meccanismi della globalizzazione e dalla conseguente assenza di credibili politiche economiche e industriali.
Un declino determinato anche da un'avvilente desertificazione valoriale, dalla quasi scomparsa di comportamenti esemplari tanto nella vita pubblica che nella sfera privata e dal proliferare di privilegi corporativi e castali.
Crisi economica, disoccupazione, insicurezza, mancanza di orizzonti e di prospettiva, scarsa credibilità della rappresentanza politica seminano sfiducia nei cittadini, nel presente e nel futuro.
Uno Stato ingordo, rapace, spendaccione, inefficiente, istituzionalmente ipertrofico e oltremodo costoso si é fatto nemico dei suoi cittadini e ne strozza l'esistenza avvilendo la gioia di vivere e pesando, come socio occulto e maggioritario, sul groppone del sistema economico succhiando oltre il cinquanta per cento del reddito prodotto, drenando linfa vitale per alimentare sé stesso e restituendo ai cittadini servizi di infimo valore.
La giustizia é fra le peggiori d'Europa, come la scuola, l'università, la sanità, la difesa, una protezione sociale parziale e da elemosina, una previdenza confusa e piena di buchi, un sistema carcerario da far rabbrividire, per non parlare della selva normativa, della burocrazia asfissiante e ottusa, del credito, dei trasporti pubblici, delle reti, dei servizi comunali e provinciali scadenti come la qualità della cittadinanza, dei doveri e dei diritti civici e della libertà...
E' proprio l'assenza di qualità che ormai contraddistingue il panorama italiano.
La si riscontra nelle leggi, nelle istituzioni, nella politica, nei comportamenti, nelle scelte, nei rapporti, nella gestione della cosa pubblica e, di riflesso, spesso, nella gestione della cosa privata, nei rapporti parentali, negli assetti familiari, nell'educazione dei figli, nell'essenza degli individui, nel volto delle città, nell'incuria per l'ambiente, per il paesaggio, per i beni culturali, per la memoria, per la verità.
Consapevolezza, lealtà, coraggio, onore, dirittura morale, responsabilità, rigore, onestà, senso del dovere, riconoscimento del merito, rispetto, altruismo, generosità, amorevolezza, reciprocità, gusto, eleganza, amor di patria, sono virtù o modalità comportamentali, individuali e civiche, che sembrano scomparse, eppure sono ingredienti necessari per la qualità della vita individuale e della nazione. Vanno riscoperte, coltivate, promosse.
E' questo il punto di partenza: riappropriarsi della qualità, nei sogni, nei desideri, nei bisogni, nelle aspirazioni, nella vita di tutti i giorni e pretenderla, o indicare la strada per conseguirla, quando questa é assente, esercitando il controllo sociale.
Questo é il punto di partenza e allo stesso tempo un obiettivo.
Qualità della vita pubblica e privata, della politica e dei partiti, dello Stato e delle istituzioni, della democrazia e della partecipazione, della legislazione e degli apparati, dei metodi, delle scelte e del vivere, qualità dell'Italia.
Se si fossero fatte scelte di qualità non ci sarebbero l'enormità del debito pubblico, l'iniquità di Equitalia, la giustizia lenta e politicizzata, le prigioni lager, le false privatizzazioni, le cattedrali nel deserto, i crolli di Pompei, la lottizzazione della Rai, i partiti ladroni, le holding sindacali, quattordici autorità indipendenti quanto inutili, decine di false comunità montane, centinaia di comuni con meno di 500 abitanti e pochissime Unioni di comuni, 110 superflue province, 20 regioni che creano debiti e clientele, migliaia (???) di società improduttivamente partecipate, zavorrate di personale e consulenti e dai bilanci in rosso, per non parlare delle "nuove" città metropolitane, l'Italia sarebbe diversa.
E se l'Italia fosse stata diversa, probabilmente, lo sarebbero anche l'Europa e l'Euro, perché tutto si intreccia.
E' tempo di reagire, di ri-conoscersi, di raccordarsi, di unirsi, per opporre alla mediocrità che affligge il Paese il desiderio e la volontà di farlo migliore, per far volare alto il pensiero ardito, per onorare le virtù che fanno grande una nazione, per preparare un futuro che non sia la tegola che si abbatte su un popolo, ma un passo avanti verso l'Orizzonte che quel popolo si é liberamente dato.
Costituente per l'Italia nasce per promuovere qualità civile, per mettere in rete gli italiani che non vogliono rassegnarsi al declino, che guardano al futuro e che vogliono e sanno sognare e pensare una patria migliore.
Non vi é nulla di preordinato, non vi sono nomenklature occulte, trombati eccellenti alla ricerca di un'altra occasione, ambizioni nascoste, c'é solo voglia di aria pulita e nuova, insofferenza e dolore per l'Italia offesa, per il talento sprecato.
Per ora c'é solo la speranza che non vuol morire, il desiderio di riscatto e le tappe di un percorso possibile:
Prima tappa: assortire un Comitato promotore con un minimo di ramificazione territoriale.
Seconda tappa: conoscersi, confrontarsi e raccordarsi, darsi delle regole comuni di qualità ed autenticamente partecipative.
Terza tappa: riflettere ed elaborare proposte per migliorare l'Italia, allargare e capillarizzare la rete, essere presenti ed esercitare il controllo sociale.
Quarta tappa: decidere su come sia meglio servire la comunità nazionale.
Stringiamoci a coorte, ridestiamo l'Italia. Il futuro comincia adesso.
Per aderire al Comitato promotore (persone, gruppi o associazioni) basta scaricare dal sito il modulo di adesione, compilarlo e inviarlo via mail a: info@costituenteperlitalia.it
15/05/13 Luce e neuroni
Ed Boyden, ora professore al Massachusetts Institute of Technology, ha ottenuto dalla Lundbeck European Brain Research Foundation Grete, insieme ad altri cinque ricercatori, il "Premio del cervello 2013", un prestigioso premio 1 milione di euro creato nel 2010 per stimolare e premiare la ricerca sul cervello. Boyden ha scoperto una nuova tecnica (optogenetics) che permette di controllare l’attività neuronale del cervello attraverso stimolazioni luminose.
Fresco di laurea, era il 4 agosto 2004, Ed Boyden ha cliccato il pulsante che ha inviato luce blu pulsata attraverso un piatto di cellule cerebrali in coltura, sapeva che avrebbe comunque imparato qualcosa. Se le cellule cerebrali in coltura avessoro continuato a svolgere la propria attività, indisturbate dalla luce, avrebbe saputo che qualcosa non era andato come previsto e che avrebbe fatto le valigie per tornare a casa. In alternativa, se le cellule cerebrali coltivate avessero risposto con una raffica di attività elettrica, come egli avrebbe voluto, avrebbe trascorso un'altra notte in laboratorio. E gli è andata bene.
"Sono un grande fan del metodo per tentativi. Se si progetta un esperimento che determina un fallimento è comunque costruttivo se lo si è progettato in modo che esso possa fornirti indicazioni utili anche se non funziona, è un modo per cominciare a capire cosa sta succedendo. Siamo stati fortunati, ha funzionato al primo tentativo", ha detto Boyden.
Il successo dell’esperimento di quella notte del 2004, ha portato allo sviluppo di una nuova tecnica di ricerca rivoluzionaria nota come optogenetics. Optogenetics consente agli scienziati di utilizzare la luce per controllare con precisione l'attività dei neuroni nel cervello.
Si tratta di una scoperta che apre nuove strade alla ricerca per la comprensione del funzionamento cerebrale e che assume significati particolarmenti intriganti perché sancisce anche la relazione luce - pensiero che, da sempre, filosofia, poesia, religioni e senso comune, hanno intuito e sostenuto. Inoltre, pone un nuovo interrogativo: se la luce, stimolando i neuroni, produce, in ultima analisi, pensiero è possibile il procedimento inverso?
Da quando ha iniziato la sua carriera di laurea alla Stanford University nell'autunno del 1999, Boyden sapeva che voleva applicare la sua formazione in ingegneria elettrica alla comprensione del cervello. Oggi, ricorda le molte sessioni notturne di brainstorming che ha condiviso con il collega Karl Deisseroth - anche lui destinatario del Premio Cervello di quest'anno - circa i potenziali modi per determinare come le cellule cerebrali lavorano insieme.
Boyden e Deisseroth sapevano che le tecnologie esistenti, come la stimolazione elettrica, non avrebbero funzionato quando si trattava di capire il quadro generale di come funziona il cervello.
Per prima cosa, gli scienziati non hanno capito se lo zapping sul cervello con l'elettricità aumenta o diminuisce l'attività dei neuroni cerebrali.
Inoltre, la stimolazione elettrica non può essere utilizzata per indirizzare specifiche popolazioni di neuroni e anche quando i ricercatori hanno sollecitato solo una piccola area del cervello con la stimolazione elettrica, non hanno potuto identificare quali dei molti tipi di neuroni presenti in queste aree hanno causato i relativi cambiamenti.
"Stavamo cercando di lavorare a ritroso con l'obiettivo di comprendere il cervello nel suo complesso", dice Boyden. "Abbiamo voluto progettare gli strumenti che ci sarebbero arrivati, sfruttando la luce."
Francis Crick, lo scopritore del Dna insieme a Watson, ha proposto per primo, nel 1999, l'idea di utilizzare la luce per controllare l'attività del cervello.
Crick congetturò che se specifiche popolazioni di neuroni avessero risposto a stimoli luminosi a differenza di altre, i ricercatori avrebbero potuto effettivamente cliccare i neuroni mirati su "on" o "off" con la luce e, quindi, identificare le rispettive funzioni di questi neuroni.
Ma c'era un ostacolo importante che andava prima superato: ancora non si sapeva come costringere i neuroni di rispondere alla luce.
Nel 2002, lo scienziato Gero Miesenböck ha dimostrato che se su un piccolo frammento di DNA, estratto da un moscerino della frutta, si inseriscono i neuroni di un mammifero, questi rispondono alla luce con una raffica di attività elettrica.
Per il suo innovativo esperimento con la luce, Boyden nel 2004, ha utilizzato la tecnica di Miesenböck - ma con una variante: inserire una proteina nota come channelrhodopsin-2 (ChR2).
Questo perché la proteina ChR2 é più veloce e più precisa nel controllo dei neuroni. ChR2 è stata isolata dalle comuni alghe di stagno dagli scienziati tedeschi: Ernst Bamberg, Peter Hegemann e Georg Nagel.
Questa nuova tecnica per lo studio del cervello, soprannominata "optogenetics," migliora le tecnologie esistenti in diversi modi critici. Per esempio, i ricercatori sanno che i neuroni che esprimono ChR2 vengono attivati dalla luce. Questo permette loro di dire con certezza che gli eventuali effetti che osservano sono correlati ad un aumento dell'attività dei neuroni mirati.
Inoltre, a differenza della stimolazione elettrica, che può danneggiare le stesse cellule bersaglio, la luce ha, apparentemente, pochi effetti negativi sui neuroni bersaglio e sui tessuti circostanti. Inoltre, i ricercatori possono collegare la proteina a determinati neuroni, senza influenzarne altri, rendendo più facile l’indagine sul ruolo di sottoinsiemi specifici di cellule cerebrali.
Dal 2004, Boyden e Deisseroth hanno identificato le proteine che possono essere utilizzate per attivare o disattivare le popolazioni neuronali mirate. Ciò permette ai ricercatori di scegliere in anticipo quale approccio - di attivazione o silenziamento - è più utile per i loro particolari obiettivi.
Con i finanziamenti della National Science Foundation (NSF), Boyden e Deisseroth hanno anche migliorato la tecnologia optogenetics che oggi consente una manipolazione più precisa dell'attività neuronale di quanto fosse mai stato possibile prima.
Secondo Boyden, optogenetics non solo può far luce su come funziona il cervello sano, ma potrà fornire anche indicazioni su ciò che accade quando le cose vanno male.
"Optogenetics è un potente strumento che possiamo usare per dare la caccia alle aree del cervello che sono coinvolte nei disturbi cerebrali", dice Boyden. "Si può aiutarci a identificare nuovi potenziali bersagli per la terapia farmacologica o la stimolazione cerebrale profonda."
Ciò potrebbe essere particolarmente critico per le malattie cerebrali come l'autismo,l’epilessia, i disturbi da stress post-traumatico che sono difficili da studiare perché le loro disfunzioni sottostanti sono spesso associate a problemi funzionali, piuttosto che strutturali, in circuiti del cervello.
Ma ciò che Boyden vede come uno dei contributi più importanti di tecnologie come optogenetics è il fatto che potrebbe svelare alcuni dei misteri sul funzionamento del cervello, come la paura.
"Una cosa che tecnologie come optogenetics possono fare è aiutare a dimostrare che i disturbi cerebrali sono comprensibili e spesso curabili", dice Boyden. "E si tratta di una lunga strada quando pensiamo di poter rimuovere lo stigma della malattia mentale e dei disturbi psichiatrici."
15/05/13 Unione bancaria alla prova
L'unione bancaria rappresenta un banco di prova per il futuro dell’eurozona. Sarà un buon segnale se andrà avanti. In ogni caso si tratta di una questione molto complessa in quanto le posizioni dei vari paesi sono fortemente divergenti.
La questione nodale è decidere in che modo l'unione bancaria potrebbe affrontare l’eventualità di un debito bancario elevato e difficilmente prevedibile in anticipo.
La posizione della Germania è interrogativa: chi si farebbe carico del bilancio di una banca se questa dovesse fallire (come la spagnola Bankia) e chi ne garantirebbe i depositi se questa andasse in sofferenza? La soluzione tedesca è che tali problemi andrebbero affrontati e risolti a livello nazionale. La Bce afferma, invece, che l'unione bancaria deve andare avanti.
La polemica è positiva e sta alimentando il dibattito nonstante il crescente scetticismo nei confronti dell’Unione..
Nella stessa Germania il dibattito è molto animato fra il ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble e il consigliere tedesco Jörg Asmussen, responsabile delle relazioni internazionali presso la Bce.
Secondo Schäuble le banche europee hanno ancora molti crediti tossici nascosti. Se l'unione bancaria dovesse essere istituita in modo affrettato, i fondi destinati a garantire l'equilibrio generale finirebbero per rimborsare gli alti debiti delle banche. Per questo Schäuble chiede un processo in due fasi: prima condurre un'operazione di risanamento su scala nazionale, con tutte le riforme e gli aggiustamenti necessari, e poi aprire la strada ai futuri rischi della zona euro.
In altri termini il debito non scomparirebbe spostandolo ad altri - cioè ai contribuenti dei paesi della zona euro - perché ognuno si dovrà assumere il proprio debito. Questo è il principio di responsabilità.
Secondo Asmussen, la Bce ha la capacità di contemperare la supervisione bancaria che le sarà attribuita e la rilevazione dei rischi nell'ambito del sistema che sorveglia, così da neutralizzarli. Per quanto riguarda invece le responsabilità legate alle richieste dei clienti di banche messe in liquidazione, la questione rimane aperta, così come la gestione di un fondo di aiuto per le banche che ne hanno bisogno.
Nonostante la confusione, l'Eurogruppo ha riconosciuto la fondatezza delle obiezioni tedesche, pur continuando a impegnarsi nel processo di integrazione bancaria. Probabilmente si comincia a comprendere che occorre riflettere sulle esigenze e sulle conseguenze della globalizzazione.
15/05/13 L'Unione malata
L'Unione europea è il nuovo malato d'Europa. Lo sforzo fatto nel corso dell'ultimo mezzo secolo, per creare un'Europa più unita è oggi la principale vittima della crisi dell'euro. Il progetto europeo si trova ora in discredito in gran parte dell'Europa.
Questo è quanto emerge da uno studio condotto in otto paesi dell’Unione europea, basato su 7646 interviste effettuate dal 2 al 27 marzo 2013 dall'americano "Pew Research Center" e pubblicato il 13 maggio.


La fiducia verso l'integrazione economica europea - dal 1957 anno della creazione della Comunità economica europea, predecessore dell'Unione europea - è più bassa rispetto allo scorso anno in cinque degli otto paesi dell'Unione sondati da Pew Research Center nel 2013.
Le percezioni positive sul futuro dell'Unione europea sono al minimo nella maggior parte delle nazioni europee, anche tra i giovani. La vantaggiosità della UE è scesa da una media del 60% nel 2012 al 45% nel 2013. Solo in Germania la metà dei cittadini darebbe più poteri a Bruxelles per affrontare l'attuale crisi economica.
L’etichetta di malato - attribuita originariamente allo zar russo Nicola I nella sua descrizione dell'Impero Ottomano verso la metà del 19 ° secolo - è stata più recentemente applicata, in tempi diversi, nel corso degli ultimi dieci anni e mezzo a Germania, Italia, Portogallo, Grecia e Francia. Ma l’attenzione ai singoli paesi in crisi momentanea ha mascherato un fenomeno più ampio: l'erosione della fiducia degli europei nei principi che hanno portato alla costruzione europea.
La prolungata crisi economica ha creato forze centrifughe che stanno orientando l'opinione pubblica europea allo scetticismo e all’egoismo nazionalista e separatista.
Le nazioni del sud Europa quali Spagna, Italia e Grecia sono sempre più estraniate, come provano la crescente frustrazione nei confronti di Bruxelles e Berlino e la percezione della profonda ingiustizia del sistema economico.

Questi sentimenti negativi sono alimentati anche dal pessimismo diffuso alimentato dalla crisi economica. Tuttavia se l’economia dovesse riprendersi il crollo di fiducia potrebbe invertire il suo andamento. Ma le prospettive economiche europee sono peggiorate nel corso dell'anno passato, e una rapida inversione di tendenza è, per ora, alquanto improbabile.
Il Fondo Monetario Internazionale prevede che l'economia dell'Unione europea non crescerà nel 2013 e che tornerà agli standard pre-crisi solo nel 2018.
Tuttavia, nonostante il dibattito politico critichi l’austerità, nella maggioranza dei paesi sondati (cinque su otto) si pensa ancora che il modo migliore per risolvere i problemi economici è quello di tagliare la spesa pubblica e non di incrementarla.
Ad aggravare i dubbi contribuisce la perdita di fiducia degli europei nella capacità dei loro leader nazionali di far fronte ai mali dell'economia.
Nella maggior parte dei paesi esaminati, meno persone oggi di un anno fa, pensano che il loro esecutivo nazionale sta facendo un buon lavoro per fronteggiare la crisi dell'euro.

Persino i tedeschi, supportano il loro cancelliere Angela Merkel, sono un pò più critici sulla sua gestione delle sfide economiche dell'Europa di quanto non lo fossero l'anno scorso. E la Merkel affronterà gli elettori nel prossimo settembre.
Tuttavia, Angela Merkel resta il leader più popolare in Europa, con un ampio margine. La sua gestione della crisi economica europea è approvata dalla maggioranza in cinque degli otto paesi esaminati. Ma in Grecia (88%) e in Spagna (57%), la maggioranza ora è convinta che ha fatto un cattivo lavoro, così come la metà (50%) degli intervistati in Italia.
15/05/13 Destra e Sinistra
Due principi, due forze sono alla base dell’esistenza: ciò che specifica e ciò che omologa.
Il principio di specificazione rende gli esseri diversi, unici, irripetibili. Quello di omologazione li sospinge entro i canoni propri della specie cui appartiene.
In ogni essere vivente i due principi coesistono agendo in proporzioni diverse.
Tra i batteri e gli insetti il principio di specificazione è latente, man mano che si sale sulla scala della vita esso si rende, via via, più manifesto.
Un cane ha un suo carattere, una sua personalità definita, ma restano in lui tutti i comportamenti che lo omologano alla sua specie.
L’uomo, nella sua unicità, libertà, razionalità e spiritualità, tende a specificarsi più di ogni altra creatura, i comportamenti omologanti residuano a livello di necessità biologiche e di autoconservazione.
Il progresso dell’uomo, a ben guardare, è fatto di specificazioni sempre più spinte.
La storia delle società umane, e quindi della politica, ha molto a che fare con questi due principi.
Dagli assetti tribali, dove il capo era il più forte, come nei branchi, fino agli assetti attuali dove, in genere, è il più dotato, si legge il percorso della specificazione.
Analogamente se si cerca di leggere sotto questa luce l’evoluzione delle società e le loro specifiche gerarchie ed assetti.
Le categorie di Destra e Sinistra, posto che abbia ancora un senso utilizzarle, discendono dai questi due principi.
Ciò che tende a specificare è tendenzialmente “di destra”, ciò che tende ad omologare è tendenzialmente “di sinistra”.
La vita di ciascuno è, in estrema sintesi, costituita da un mix di “come” e di “cosa”.
Il “cosa” ricomprende tutti comportamenti e le azioni, il “come” esprime la loro modalità qualitativa.
Il “cosa” è figlio dell’omologazione, il “come” della specificazione.
Da destra, quindi, sono più facilmente concepibili, che da sinistra, concetti specificanti quali: onore, gloria, eroismo, abnegazione, valore, bellezza, dovere, sacrificio, trascendenza, patria, nazione, civiltà, individuo.
Specularmente, da sinistra sono più immediatamente concepibili concetti omologanti quali: bisogno, diritto, normalità, garanzie, socialità, media, massa, immanenza, internazionalismo, cellula, società.
La dialettica, spesso vivace, che ne nasce è regressiva.
Le “ragioni della specie” hanno un loro fondamento, costituiscono parte della stessa medaglia, e questo va compreso e tenuto nel debito conto, soprattutto in ordine ai bisogni, alla socialità, alle garanzie ed ai diritti, per il resto la storia è specificazione.
Per questo, oggi, da destra, si può essere inclusivi. Si può pensare di andare oltre gli steccati ideologici della "Destra" e della "Sinistra", si può spostare il confronto sulle soluzioni da dare ai problemi.
Purché ognuno chiuda i conti il proprio passato, recida il cordone ombelicale che ne impedisce il libero movimento, abbia il desiderio e la voglia di determinare il futuro.
Una certa Destra questo lo ha già fatto.
15/05/13 Destra & Destre
Nel mondo post-ideologico ha ancora senso parlare di destra e sinistra? E quale significato residuale hanno oggi questi termini che ancora determinano fratture civili, in particolare in Italia? In Italia perché, a differenza degli Stati Uniti, ad esempio, per ragioni di specifica storia politica e culturale, le differenze non sono altrettanto nette e riconoscibili come quelle che contrappongono Repubblicani e Democratici.
I primi contrari alla tassazione oltre un certo limite ed allo stato sociale pesante, favorevoli alla supremazia nazionale anche militare ed all’accumulazione senza limite della richezza quale estrinsecazione tangibile delle capacità dell’individuo, i secondi più inclini al welfare, all’adozione di meccanismi redistributiv,i ad uno stato più robusto e quasi altrettanto favorevoli alla supremazia nazionale.
La storia italiana ha determinato l’esistenza di almeno due destre: una di derivazione liberale che tende ad omologarsi con i conservatori inglesi ed europei in genere, l’altra, nata a cavallo tra le due guerre, che si è posta nell’ottica della sintesi tra modello socialista e modello liberale.
Negli ultimi decenni da parte di quest’ultima destra si è tentato lo strappo con le radici e l’avvicinamento, per omologazione, alle destre europee.
Tuttavia il tentativo è stato fatto in un momento storico che ha messo in luce le intime contraddizioni dei tradizionali modelli socialdemocratico e liberale: da un lato l’eccessiva e crescente onerosità dello stato sociale e, quindi, della tassazione necessaria per finanziarlo, dall’altro l’abnorme e crescente accumulazione della ricchezza complessiva nelle mani di pochi.
A questo vanno aggiunti i segnali di crisi dell’idea di sviluppo infinito (crescita indefinita del Pil), l’enorme incremento demografico globale, l’impoverimento delle risorse planetarie, le minacce all’ambiente ed alla biodiversità, la crescente difficoltà a creare nuova occupazione non solo per eccesso di offerta, ma anche in ragione della crescente automazione delle produzioni industriali, dell’accorciamento delle filiere, dei processi di ottimizzazione e razionalizzazione, degli effetti dannosi di una globalizzazione senza regole e persino dell’espandersi del commercio elettronico.
E ancora l’enorme contraddizione rappresentata dal fattore tempo e attenzione che sono risorse limitate aggredite da un sistema mediale e di intrattenimento in espansione smodata.
Ciò ha determinato e sta determinando la necessità di ripensare i modelli, di trovare nuove sintesi e nuove soluzioni a situazioni assolutamente non prevedibili qualche decennio or sono.
Questo rimette in campo la specificità di quella “destra di sintesi e di valori” che si era tentato di archiviare e che oggi può tornare in campo, a patto che sappia guardare avanti,che sia capace di sondare il futuro, di trovare soluzioni adeguate ai nuovi problemi di scenario, di rilanciare, praticandoli, i suoi valori. E certamente la “cultura della sintesi” rappresenta un indubbio vantaggio competitivo e potrebbe fare la differenza nelle tante sfide da affrontare.
Da queste premesse nasce l’iniziativa della “Costituente per l’Italia”, un tentativo onesto e sincero di aggregare menti, uomini di buona volontà giovani e antichi, italiani col senso della patria e dell’orgoglio nazionale, persone di Valori, per distillare modelli e soluzioni nuove, sintesi coraggiose e ardite, per consentire all’Italia di recuperare assetti e prospettive, un ruolo esemplare, un futuro meno precario ed incerto, per riannodare, con la partecipazione, i fili consunti del tessuto sociale, per costruire nuova solidarietà sociale e civile, per ripensare le ragioni e le modalità di appartenere all’Europa ed al più vasto consesso delle nazioni.
Questa è la sfida. Lanciare da destra il superamento dei modelli noti, delle vecchie e logore categorie ottocentesche e, forse, della destra stessa, almeno come finora conosciuta.
Spingersi oltre le “Colonne d’Ercole” del pensiero conosciuto, là dove si va formando il futuro, per determinarlo.
Questa è l’idea. Chiunque può aderire e partecipare, nella certezza che non vi sono nomenktature celate nell’ombra, burattinai occulti, retropensieri, strategie nascoste, ipotesi preconfezionate. Chiunque può cimentarsi nella sfida portando il suo mattone per costruire l’edificio comune: un’Italia migliore in un’Europa migliore.
Poi se son rose, fioriranno in una nuova primavera.
15/05/13 Lettera aperta a Gianfranco Fini
Caro Gianfranco,
nel tuo intervento all'Assemblea Nazionale di Fli dell'8 maggio, nell'annunciare il tuo allontanamento dalla vita di partito, anche se non dalla politica, hai voluto ringraziare tutti i presenti.
Con questa mia voglio invece ringraziare te, per i servigi resi al Paese, per le emozioni che hai saputo darci portando la destra al governo dopo anni di pregiudiziale esclusione, per i sogni che hai alimentato, pur consapevole del deficit di classe di dirigente e dei suoi scarsi successi alla prova del governo nazionale e locale, per le speranze che hai acceso quando hai lanciato il progetto di "Futuro e Libertà" e, soprattutto, per la lungimiranza che ti ha sempre caratterizzato, per la voglia di guardare avanti e per aver saputo riannodare quel rapporto col futuro, con la prospettiva, con le grandi visioni che, nel Msi prima ed in An poi, si erano fortemente appannati.
Per questi meriti e per quelli istituzionali, se fossi Napolitano, ti nominerei senatore a vita.
Oggi, forse sotto il peso della responsabilità e di una solidarietà di vertice verso una classe dirigente allo sbando, non ti opponi al tentativo di rifondare An, come auspicato dal Presidente dell’Assemblea, SalvatoreTatarella. Per questo non posso ringraziarti.
Non perché non vi sia necessità, oltre che spazio, per una destra (per quanto ancora vale questo termine reso ambiguo dal ventennio berlusconiano) nuova e diversa, ma perché l'insuccesso di Fli, che quella destra nuova e diversa voleva incarnare, è figlio non tanto dei tuoi errori o delle incomprensioni degli elettori, quanto della "cultura", degli abiti mentali, dei comportamenti, delle prassi maturati in An e perpetuati in Fli dagli uomini che da An provenivano e che tu hai tollerato, infastidito, forse, dalle cure quotidane di un partito.
La non corrispondenza tra contenitore e contenuto, tra valori predicati e praticati, la totale assenza di partecipazione reale e di meritocrazia, l'acquiescenza alle logiche di "palazzo", le odiose satrapie territoriali, le decisioni prese nel chiuso delle riunioni di vertice, l'utilizzo strumentale dell'entusiasmo e della disponibilità (vedi "I Mille per l'Italia"), lo scarso rispetto dello Statuto e delle regole, l'arbitraria protezione degli "amici" e la loro collocazione in posti di responsabilità immeritati, la finzione prevalente sulla verità, il non rispetto delle persone e della loro generosa disponibilità, queste sono le vere ragioni del flop elettorale, unitamente ad una ambigua collocazione centro-montiana.
Io stesso, come tanti altri amici, alla Camera non ho potuto votare Fli per l'indigeribilità assoluta delle scelte imposte, pur battendomi per un uomo di Fli al Senato, nonostante Monti. E non sono sospettabile di essere uno di quelli che "tiravano a sinistra" visto che la prima tessera del Msi l'ho presa nel 1963.
Certo è stata attivata la macchina del fango, ma se Fli fosse stato adamantino e coerente, non avrebbe potuto intaccarne la credibilità. Come anche la tua personale autorevolezza ne sarebbe uscita illesa se solo, sulla ridicola "vicenda Montecarlo", ti fossi dichiarato disposto a risarcire l'eventuale indebito vantaggio, qualora fosse stato provato, piuttosto che negare e promettere dimissioni mai arrivate.
Voler rifare An non solo non è coerente con il guardare avanti che ti ha sempre contraddistinto, ma non è desiderabile.
Rimettere insieme vecchie nomencklature, sottoscrivere patti con chi alla prova dei fatti non ha prodotto nulla di memorabile o che possa essere definito "di destra", significherebbe davvero tradire non solo il progetto che ha animato Fli, ma tutti coloro che in esso hanno creduto, che per esso si sono sobbarcati al sacrificio di riempire teatri e piazze in giro per l'Italia, che hanno condiviso il sogno di una destra nuova, diversa e finalmente coerente con i suoi Valori.
Tra l'altro proprio quei patti rappresenterebbero il trionfo della deleteria "cultura" aennina - che andrebbe invece tombalmente rottamata - dell'inclinazione al compromesso, dell'ambizione a mantenere galloni, troppo spesso immeritati, del decisionismo solitario e non incline all’ascolto ed al confronto.
Inoltre, quei patti smentirebbero clamorosamente le ultime nobili parole che hai pronunciato: "far prevalere sempre l'interesse generale su quello di parte, incarnare l'interesse nazionale".
Parole alte e condivisibili salvo per un aspetto: chi individua e definisce l'interesse nazionale, con quali mezzi e per quali strade? Certamente non i soliti noti che, ridimensionati da Berlusconi, oggi cercano un modo per tornare a galla tentando l'ennesima presa per i fondelli di quei tanti cittadini di destra che, con immarcescibile coerenza, hanno sempre sperato che prevalesse davvero l'interesse generale su ogni altro.
Hai motivato il tuo farti "di lato" con il fatto che non esistono uomini per tutte le stagioni, eppure sei disposto ad avallare un supplemento di stagione per i vecchi "ufficiali e colonnelli di An".
Sembra un bel gesto, ma è una contraddizione anche questa.
E poi, se alcuni uomini sono capaci di alimentare la primavera delle idee è bene per i popoli che restino al loro posto il più a lungo possibile, al di là del loro dato anagrafico o delle momentanee delusioni. Se vorrai ripensarci troverai ancora molti al tuo fianco.
Comunque "Confini" continuerà ad esistere per scandagliare il futuro, per favorire l'avvento di una politica nuova e diversa, per alimentare la speranza, per promuovere una "Costituente per l'Italia" che chiami a raccolta uomini giovani e antichi che non intendono rassegnarsi a vedere la loro patria che va in malora, che aspirano a incarnare una cultura politica nuova, ariosa, plurale e realmente partecipata, che vogliono realizzare insieme idee e progetti condivisi per un futuro di libertà, di legalità, di benessere e di gioia.
"Chi è nella notte aspetti l'alba che non può mancare".
15/04/13 Robotica comportamentale
Skylar Tibbits è un architetto professionista, progettista e Computer Scientist la cui ricerca attualmente si concentra sullo sviluppo di tecnologie di auto-assemblaggio di strutture su larga scala nel nostro ambiente fisico.
Skylar si è laureato in Architettura presso l'Università di Philadelphia. Continuando i suoi studi al MIT, ha ricevuto un Master of Science in Design + Computation e un Master of Science in Computer Science.
Attualmente è docente presso il Dipartimento di Architettura del MIT e cura un seminario al Media Lab del MIT.
A Skylar è stato recentemente assegnato un TED 2012 senior Fellowship, un TED 2011 Fellowship ed è stato nominato “una mente rivoluzionaria” nel 2008 da SEED Magazine.
Le sue precedenti esperienze di lavoro comprendono: Zaha Hadid Architects, Asymptote Architecture, SKIII Spazio Variazioni e il punto B Design.
Skylar ha presentato il suo lavoro in un certo numero di sedi in tutto il mondo, tra cui: il Museo Guggenheim di New York e la Biennale di Pechino, ha tenuto conferenze al MoMA e al MIND08, allo Storefront for Art and Architecture, alla Island School of Design Rhode, all'Istituto per il Design computazionale di Stoccarda e presso il Center for Architecture NY.
Ha al suo attivo numerose pubblicazioni e installazioni di grandi dimensioni costruite in tutto il mondo: da Parigi a Calgary, da NY a Francoforte ed al MIT.
Skylar Tibbits è il fondatore e principale animatore di SJET LLC. Iniziata nel 2007 come piattaforma per il calcolo e la progettazione sperimentale, SJET è cresciuta grazie ad una pratica basata sulla ricerca multidisciplinare che attraversa l’architettura, il design, la fabbricazione assistita, l'informatica e la robotica.
L’idea è semplice e rivoluzionaria: come programmare la materia affinché costruisca se stessa, i risultati sinora ottenuti sono stupefacenti.
Tibbits è partito dalla rivoluzione in atto nella scala nanometrica che offre la possibilità di programmare i materiali fisici e biologici cambiandone la forma e le proprietà, grazie anche ad un software chiamato “Cadnano” che consente di progettare forme tridimensionali come i nano robot o l’auto assemblaggio del Dna. Si è poi posto il problema di trasferire potenzialità e risultati a scala umana per affrontare gli enormi problemi che a scala nanometrica non sono affrontabili.
Se si guarda alla costruzione e produzione a scala umana, si riscontrano grandi inefficienze, quali l’eccessivo consumo di energia e la quantità di lavoro applicato. Nel campo delle infrastrutture, ad esempio. Si considerino le tubazioni. Nei tubi di acqua, si hanno capacità e portate fisse, fatta eccezione per costosi sistemi dotati di pompe e speciali valvole. I tubi vengono stabilmente interrati. Se qualcosa cambia, come l'ambiente, le condizioni geologiche o la domanda, occorre ripartire da zero, recuperare i tubi e sostituirli.
Tuttavia combinando il mondo della scala nanometrica dei materiali adattativi programmabili e l'ambiente costruito - e non ci si riferisce a macchine automatiche - e realizzando dei materiali self-assembly, che attraverso un processo mediante il quale le parti disordinate vanno a costruire una struttura ordinata, solo attraverso l'interazione locale, si potrebbero ottenere tubi che cambiano da soli la loro portata o che addirittura sono in grado di pompare liquidi grazie alla loro struttura sistolica.
Di cosa c’é bisogno, quindi, se si vuole farlo farlo a scala umana? Solo di pochi semplici ingredienti: materiali e geometria, strettamente accoppiati con una fonte di energia, anche passiva o casuale, come il calore, la gravità, il magnetismo. E’ solo necessario progettare elegantemente le interazioni. E tali interazioni permettono la correzione degli errori e alle forme di passare da uno stato ad un altro stato.
Tibbits ha realizzato e presentato alcuni progetti che dimostrano la fattibilità delle sue idee. Ha realizzato sistemi autoassemblanti unidimensionali come le proterine autopieghevoli, bidimensionali come le lastre piane che si autotrasformano in strutture tridimensionali, tridimensionali come le struttre molecolari autoaggreganti e, addirittura, quadridimensionali.
Tutto ciò ha dimostrato come, erogando energia casuale è possibile costruire forme ordinate.
E’ stato anche dimostrato che ciò è fattibile anche su scala più grande costruendo una grande camera rotante in grado di consentire, attraverso le rotazioni, l’autoassemblaggio di un apposito campione.
Ma l’ultimo progetto, realizzato in collaborazione con la Stratasys, riguarda la quarta dimensione ed è stato chiamato stampa 4D. L’idea di base della stampa quadridimensionale è partire da un multimateriale stampato in 3D che ha la caratteristica di poter cambiare forma in ogni sua parte e per proprio conto, e questo senza motori, fili o applicazioni robotiche. Si stampa una cosa capace di trasformarsi in un altra cosa.
Grazie alla collaborazione con Autodesk, Tibbits ha lavorato alla messa a punto di un software, chiamato Cyborg, che consente di simulare il comportamento di auto-assemblaggio e di ottimizzarlo sia a scala nanometrica che a scala umana. Ciò ha consentito, per la prima volta, di integrare la trasformazione direttamente nei materiali e potrebbe rappresentare la tecnica che permetterà, in futuro, di produrre infrastrutture adattive.
15/04/13 La generazione che si è calata le brache
Quando si riflette sul Fascismo, al di là di qualunque giudizio politico o morale, non si può non riconoscere che in soli sedici anni - dal 1922 al 1939 - esso fu in grado di cambiare, in meglio e profondamente, l'Italia attraverso vaste riforme ed una miriade di opere pubbliche.
Nata la Repubblica, nel 1946, risorsero vecchi partiti e ne nacquero di nuovi e tra questi il Movimento Sociale Italiano. Fu fondato da reduci delle Repubblica Sociale Italiana ed esponenti del Regime tra i quali: Almirante, Romualdi, Michelini, Pace, Trevisonno. Il suo scopo era quello di partecipare democraticamente alla vita politica italiana mantenendo vivi, per trasmetterli alle successive generazioni, parte degli ideali, degli esempi e dello spirito animatore del Fascismo.
Intorno al Msi si coagularono e si formarono politicamente tantissimi giovani sicuramente coraggiosi, anticonformisti, disinteressati e pieni di idealità.
Il partito ebbe inaspettati successi e repentini tracolli e fu sempre rispettoso delle regole democratiche anche quando il cosiddetto "arco costituzionale", "democraticamente", lo ghettizzò nel 1960 per punirlo del sostegno dato al governo Tambroni e privarlo degli spazi che si era conquistato.
L'isolamento si accentuò con i governi di centrosinistra e col compromesso storico e per oltre un decennio il Msi fu la sola forza di vera opposizione e di coagulo del voto di protesta, in particolare di quello giovanile. Ma qualcosa cambiò in peggio negli "anni di piombo": molti mazzieri assursero a dignità politica. Poi negli anni '80, mutati anche i tempi, cominciarono i primi tentativi di rompere l'isolamento attraverso alleanze, allargamenti di fronte e raccordi internazionali, sforzi culminati nell'archiviazione della logica dell'arco costituzionale da parte di Craxi nel 1985.
Fino ad allora il partito era stato guidato da uomini appartenenti alla cosiddetta "generazione che non si è arresa": De Marsanich, Michelini, Almirante. Nel 1987, per ragioni di salute, Almirante lasciò la guida del partito e, in quello stesso anno, nel congresso di Sorrento, Gianfranco Fini fu eletto Segretario.
Nel 1988 scompaiono, a distanza di un giorno, Romualdi e Almirante e si chiude un'epoca ed un'epopea.
Di lì a non molto: Tangentopoli ed i notevoli risultati elettorali del Msi, lo sdoganamento definitvo ad opera di Cossiga e di Berlusconi e, nel 1994, lo scioglimento del Msi, la nascita di Alleanza Nazionale e di lì a poco l'accesso al governo, grazie all'alleanza al Sud con Forza Italia.
Nel frattempo, intorno a Fini, si era andata formando un nuova classe dirigente, i cosiddetti colonnelli: Tatarella - Gasparri - La Russa, Alemanno - Storace, Matteoli, tutti leader di correnti interne legati da un patto di gestione del partito e di condizionamento del Segretario, tutti faccialmente "finiani", tutti alquanto spregiudicati e tutti diventati ministri.
Ora è legittimo domandarsi: se il Fascismo ha lasciato tangibili tracce del suo breve passaggio, i "post-fascisti" che hanno lasciato ai posteri e all'Italia?
Quali riforme, quali opere, quali innovazioni, quali benefici provvedimenti, quale lustro alla nazione, quali vantaggi? Nulla. Il vuoto assoluto.
Chi mai ricorderà con orgoglio e ammirazione la Legge Gasparri, la Cirielli, la Bossi Fini, o la Fini Giovanardi?
Chi mai rimpiangerà l'operato degli uomini di governo, dei consiglieri regionali, dei Presidenti di regione e di provincia, dei sindaci, salvo rare eccezioni, chi ne avrà nostalgia se non qualche fedelissimo beneficato, qualche oscuro portaborse o qualche amante fortemente (o fottemente?) voluta assessore?
Quale libro di scuola ricorderà il loro operato esemplare o anche solo un fulgido gesto.
Di davvero fulgido c'è stato solo il generoso e coraggioso tuffo di Fini per salvare un bagnante che annegava, ma era su "Scherzi a parte" e il bagnante fingeva di annegare, tuttavia il bel gesto resta.
Eppure gli Almirante, i Romualdi, i De Marsanich, i Rauti verranno ricordati, nonostante non siano mai stati al governo di nulla.
E' questa la differenza tra una generazione che non si è arresa e una che si è calata le brache.
15/04/13 Destra kaputt
La Destra italiana, peculiare e diversa dalle altre destre europee, è morta con Fini e col non riuscito - e per certi versi ambiguo - tentativo di costruire, attraverso "Futuro e Libertà", una forza capace di declinare al futuro, attraverso nuove sintesi, valori, spinte innovatrici e riformiste, socialità e solidarietà, orgoglio nazionale ed europeo che da sempre hanno connotato la particolare, in quanto post-fascista, Destra italiana.
Una Destra non liberale, se non in parte, per il forte senso dello Stato e la grande attenzione alla socialità; non conservatrice, se non in parte, per l'afflato "futurista" che sempre la ha caratterizzata; non nazionalista, se non in parte, per il desiderio di voler fondere la nazione italiana in una patria più grande da chiamare Europa; non classista ma interclassista perché convinta dell'esistenza di un unico corpo sociale; non xenofoba, se non marginalmente, perché assimilazionista come, quasi sempre, sono stati i "creatori" di civiltà; non confessionale o bigotta, se non in parte, perché essenzialmente laica pur rispettosissima delle istanze dello spirito; non mondialista, se non in parte, aborrendo le standardizzazioni; occidentale ma rispettosa delle differenze e dei diritti di ogni popolo; sinceramente democratica e repubblicana, pur cogliendo alcune contraddizioni, ma non egualitarista; ambientalista perché fautrice dell'ecologia della mente e memore della tradizione; spiccatamente valoriale avendo a cuore il patriottismo, il merito, l'onestà, la giustizia, l'equità, la fedeltà alla parola data, la solidarietà, il coraggio, l'abnegazione, l'onore.
Questa Destra, non assimilabile né sovrapponibile ad altre, come i conservatori inglesi o i repubblicani statunitensi, è stata classificata come un'anomalia italiana, una delle tante, come la mancanza speculare, a sinistra, di un forza autenticamente socialdemocratica.
Ma ognuno è figlio della sua storia e non esistono storie "anomale", solo diverse.
La particolarità della Destra italiana, posto che i termini destra e sinistra abbiano ancora un senso post-idelogico, sta nel fatto di aver tentato di rappresentare una originale sintesi, un superamento delle tradizionali categorie destra - sinistra e delle correlate contraddizioni, quasi un'ultra-destra.
Questo coraggioso e, per molti versi, intrigante tentativo, ad un certo punto, non ha trovato più spinte propulsive e gambe di uomini che lo portassero avanti.
Si è prima imbastardito, affievolito, annacquato, poi si è spento con coloro che lo avevano concepito e che venivano da lontano.
Si è spento perché l'eredità era troppo pesante, richiedeva troppo impegno per essere costantemente attualizzata e tenuta al passo coi tempi, tempi sempre più distratti, liquidi, centrifughi, omologanti, ignavi.
Più comodo spersonalizzarsi e omologarsi, sposare la logica bipolare e confluire nella grande famiglia dei Popolari europei.
E' stata una scelta di sinistra e come tale mortale.
Di sinistra perché volendo trovare un senso attuale ai concetti di destra e sinistra si può dire, senza tema di grandi smentite, che ciò che specifica è tendenzialmente di destra, ciò che omologa è tendenzialmente di sinistra.
L'Italia perde così un pezzo della sua storia, della sua identità, della sua creatività immaginifica e, forse, anche un pezzo di speranza in un futuro migliore.
Eppure, a riprova di ciò che si è perso, se si chiedesse ad un qualunque cittadino europeo come vorrebbe che fosse la sua nuova patria europea, probabilmente, direbbe che dovrebbe essere fondata su forti valori condivisi, che dovrebbe essere liberale e sociale allo stesso tempo, conservatrice e riformista, equa, solidale e interclassista, accogliente nel rispetto di regole chiare, non confessionale, laica e tollerante, globalizzata nella salvaguardia delle specificità, democratica ma non egualitarista, in sintonia con la natura e con gli altri popoli.
Potrà questo sogno rinascere, come la Fenice, dalle sue ceneri?
Difficile fare pronostici, non ci sono sulla scena, per ora, sufficienti uomini capaci di grandi visioni e di sovrumano impegno, non c’é sufficiente profondità culturale.
Per altri versi, nella maggior parte di quanti hanno rappresentato la Destra, sono duri a morire incapacitanti stereotipi adottati come verità e prassi negli anni di Alleanza Nazionale e trasportati a pié pari in Fli come: l’eccessiva attenzione alle logiche di “palazzo”, l’accettazione furba di un modello partito di proprietà esclusiva degli “eletti” e non degli iscritti, la premialità riservata esclusivamente alla fedeltà piuttosto che al merito, l’eccessivo apprezzamento dell’oratoria piuttosto che della profondità del pensiero, l’individualismo esasperato ed il conseguente tradimento di ogni cameratismo, l’autoreferenzialità e, spesso, troppo spesso, la furbizia manipolatrice senza parola e senza onore.
Per ora si può solo portare avanti la riflessione, anche ferocemente autocritica, si possono solo alimentare memoria, sogni e visioni del futuro, sperando che preparino e catalizzino l'avvento di una nuova primavera.
15/04/13 Rinascimento
Se la storia non è maestra di vita per i posteri non serve a molto, così come i posteri servono a poco se non sanno trarre dalla storia ogni lezione utile a non perpetuare catastrofici errori ed a trarne utili spunti per orientare il presente.
La storia italiana è oltemodo ricca di ammonimenti e di spunti, tanto numerosi quanto le vestigia del suo plurimillenario passato. Dal Rinascimento, ad esempio, si può attingere a piene mani.
Rappresentò il felice incontro tra politica e cultura, tra principi e artisti, tra governanti e scienziati, tra signori e architetti, tra il potere e il bello.
Un incontro tanto fecondo da costellare la penisola di opere superbe e di sublimi capolavori. Un incontro che ha reso l'Italia ancora più unica, bella, preziosa e appetibile per visitatori che provengono, ormai da secoli, da ogni angolo del mondo per nutrirsi di bellezza, di arte, di cultura.
Questo incontro fu reso possibile dalla lungimiranza dei governanti, dal loro amore per il bello, dalla curiosità per il nuovo, dalla sensibilità per il talento, dall'orgoglio di migliorare i regni, dal desiderio di essere ricordati, dallo spirito di competizione e di emulazione tra le corti. In altre parole da un humus culturale che ha dato frutti durevoli e fecondi, soprattutto per le successive generazioni che hanno ereditato un patrimonio che fa invidia al modo.
E' su questa lezione della storia che dovrebbero riflettere i politici, i governanti, le élites italiane.
Abbiamo una politica grigia che non si nutre di bellezza, né di arte o di cultura, salvo rarissime eccezioni, che non si arricchisce di scienza e conoscenza, che non valorizza i talenti e poco li considera.
Anche per questo i cervelli scappano, non si sentono accolti, apprezzati, coltivati, non c'è nulla a impedire che emigrino in paesi più accoglienti. E così vanno, raminghi ed esuli, a cercare miglior fortuna lontano da una patria avida, meschina, maligna.
Ma non solo non si valorizzano i talenti, la stessa sorte tocca ai beni culturali, lambiti spesso solo da una colpevole incuria.
Eppure la vera ricchezza nazionale, la inimitabile materia prima è costituita dagli immensi giacimenti ambientali, paesaggistici e culturali, ma pochi se ne curano davvero e le risorse sono sempre scarse e spesso mal impiegate.
Basterebbe guardarsi intorno, prendere a modello altri paesi come la Francia, ad esempio, dove la prima cosa che noti è la diffusa cultura del territorio per cui ogni borgo, ogni appezzamento, ogni traccia del passato, ogni bellezza naturale è reso accogliente, lindo, gradevole, fruibile. La seconda è il coraggio delle scelte, la capacità di innovare, di valorizzare anche contaminando e di promuovere le cose realizzate. La terza è il livello corale di partecipazione, delle popolazioni, delle istituzioni, delle maestranze, né è prova lo sciopero proclamato in questi giorni dai dipendenti del Louvre per arginare l'eccesso di borseggi.
Che sia questa l'essenza più profonda dell'amor di patria?
Quando mai vedremo i custodi di Pompei scioperare contro i crolli e l'incuria?
Questo fa la differenza. E non si tratta di differenze razziali, etniche o di indole di popolo, ma civili. E queste sono determinate dall'azione di lungo periodo della buona politica.
Una politica che attraverso l'esempio, i comportamenti esemplari, le scelte oculate, la visione prospettica, la capacità di progetto, l'amor di patria e la continuità del buon governo distilla, lentamente, nelle coscienze dei cittadini, di generazione in generazione, il senso della responsabilità civile, di modo che nel tempo le medie civili crescano e siano più consapevoli i comportamenti collettivi. E col crescere delle medie civili crescono anche la coscienza critica ed il controllo sociale che consentono la scelta di classi dirigenti più adeguate e maggiore attenzione sulle scelte che si compiono.
Questo è il circolo virtuoso della democrazia, il solo possibile. Per rigenerarsi, per favorire l'avvento di un nuovo "Rinascimento", in ogni settore della vita civile, l'Italia deve voler entrare in questo circolo dal quale, da lungo, troppo tempo, è estranea.
15/04/13 Il fattore "O"
Dal dopoguerra ad oggi l'Italia è stata pervasa, mortificata, incapacitata da un costante rumore di fondo: l'odio civile. Una sorta di “fattore O” che, da allora, accompagna e condiziona il Paese.
Nel primo dopoguerra e fino agli anni novanta del '900 il “fattore O” si è nutrito di antifascismo, di mitizzazione della guerra civile alimentando la ghettizzazione di alcune forze parlamentari, l'ostracizzazione ad ogni livello di chi non osannava alla Resistenza ed ai suoi valori, nutrendo il principio di esclusione per pregiudizio ideologico fondandolo sulla presunta – e mai dimostrata - supremazia morale di una parte, quella dei vincitori, su tutte le altre. Senza mai un momento di conciliazione nazionale, di “pietas”, di riconoscimento dell'onore delle armi per il nemico.
Sempre il “fattore O”, scatenato da giudici strabici, ha determinato la fine della Prima Repubblica scaricando su pochi le indubbie colpe di tutti, ostracizzando i reprobi con i lanci di monetine, le manette facili, le vessazioni in carcere e gli esili forzosi.
Con l'avvento della mai nata Seconda Repubblica, il “fattore O” ha trovato il modo di sostanziarsi nell'antiberlusconismo, nella lotta ai presunti populismi, nella delegittimazione del voto di milioni di cittadini, bollati come acefali e teledipendenti, per il solo fatto di avere osato dare consenso all'odiato nemico.
Quello che si è scatenato, in un ventennio, contro il Cavaliere (che pur ha deluso) non ha precedenti nella storia di un paese democratico. Usata dagli avversari politici o dalla magistratura, l'arma è stata sempre la stessa: il “fattore O”. Persino la fase di paralisi seguita alle ultime elezioni è figlia dello stesso “fattore”.
Bersani e i suoi turchi, che di freschezza giovanile hanno ben poco, sono restati intrappolati nello stesso odio che hanno seminato a piene mani, fino a restare paralizzati, come statue di sale, alla sola ipotesi di venire a patti con l'odiato nemico, sia pure transitoriamente e nel supremo interesse dell'Italia. Si sono spinti addirittura, sconfortati e incarogniti dal voto degli italiani che non li hanno premiati, a teorizzare la terminazione dell'avversario attraverso una dichiarazione di inelegibilità, una condanna che ne prevedesse l'interdizione dai pubblici uffici, uno stritolamento ope legis del suo impero.
Ma così non si va da nessuna parte se non nel baratro della regressione sociale, civile ed economica.
L'odio deve nutrirsi di nemici da abbattere e, a ben guardare, è figlio di una concezione sbagliata della politica che è quella di considerarla come la guerra in tempo di pace.
Ricordate la “gioiosa macchina da guerra”?
Questa concezione legittima, in caso di vittoria, l'occupazione militare, il bottino, lo stupro, la persecuzione e l'ostracizzazione del nemico, l'epurazione, la pulizia etnica, la voglia di punire e perseguire, il sogno del genocidio, come legittima il terrorismo, anche solo psicologico, in caso di sconfitta. E ben lo sanno i tanti italiani vittime incolpevoli di epurazione ideologica.
Le tante malversazioni, corruzioni, ruberie, gli illeciti zavorramenti degli apparati pubblici, le interpretazioni parziali delle leggi, l'uso politico della giustizia, la protezione ad oltranza dei tanti Don Rodrigo e dei loro bravi, posti a presidio militare dei territori, non sono altro che la conseguenza della pratica attuazione di quella concezione sbagliata e manichea della politica che altro non è che perversione del potere, delirio di onnipotenza alimentato dall'idea messianica e fasulla che il bene e la verità stanno tutti da una sola parte.
Ma la politica è altro dalla guerra in tempo di pace. E' collaborazione, nel limite delle differenze, per il bene comune, è servizio alla nazione, è capacità di dare un orizzonte condiviso alla comunità rappresentata, è lungimiranza per far sì che il futuro non sia una tegola che si abbatte sul popolo, ma un passo avanti verso l'orizzonte che quel popolo si è liberamente dato. E non c'è differenza, per quanto profonda, che non possa trovare un contemperamento nella salvaguardia dell'interesse generale.
C'è un enorme problema di cultura politica in Italia che riguarda ormai tutte le forze politiche, a prescindere da chi abbia per primo gettato il sasso per scatenare la guerra. Siamo nella barbarie più profonda e per uscirne occorre rinascere.
Rinascere nello spirito civile, nella cultura, nelle istituzioni e nelle leggi.
Occorre rifondare un patto sociale ormai logoro e tanto sbrindellato da non avere più né trama né ordito.
Occorre rifondare un Stato ormai diventato un Moloch onnivoro e senza controllo, nemico anch'esso.
Occorre rifondare istituzioni ormai logore e senza credibilità alcuna.
Esiste una sola strada per farlo davvero: la Costituente.
15/03/13 Ritratto di un politico conosciuto
Il brano che segue è tratto da un romanzo di Jack White dedicato al ciclo arturiano ed alle gesta di Lancillotto. Riporta una conversazione tra Re Ban, padre adottivo del giovane Lancillotto ed il figlio, nella quale il Re spiega al figlio l’essenza di alcuni “mostri” che si nascondono tra le persone comuni. Chi scrive ha conosciuto una siffatta specie di mostro e lascia al lettore il piacere di scoprire chi è,comunicandolo alla redazione (confiniorg@gmail.com). A tutti coloro che avranno indovinato sarà inviata copia del volume da cui è tratto il brano.
... “E poi ci sono uomini che diventano mostri. Imparano a esserlo. Imparerai a identificare questo tipo di mostri a prima vista, e persino a servirtene talvolta, perché molti di loro saranno fra i tuoi stessi uomini. La loro deformazione... la loro malattia è un deliberato disprezzo per la vita umana, frutto di troppo odio e spargimento di sangue. L'odio li paralizza, li rende incapaci di gentilezza o di compassione. Considerano tutti dei nemici meritevoli di morte, salvo i propri uomini - e a volte anche quelli - e sono maestri nell'uccidere e seminare il caos. Sono freddi e implacabili, privi di amore, o di pietà, o persino di speranza, ed è questa la piaga che li deforma.
Non attribuiscono alcun valore alla vita, compresa la propria, e credono che non ci sia nulla per cui valga la pena di vivere." .....
"Ma c'è un altro tipo di mostro che si aggira fra noi e fa parte della nostra vita quotidiana, senza dar segno - se non quando è troppo tardi - di essere profondamente diverso da noi."
"Perché sono molto diversi dalla gente comune, onesta. Si appropriano della fiducia su cui è basata la nostra vita e la trasformano in veleno. La fiducia non è qualcosa su cui riflettiamo molto spesso, ma tutto ciò che abbiamo di prezioso dipende da essa. Abbiamo tutti a che fare con la fiducia, la vita della gente è fondata sulla fiducia. Noi ci formiamo un'opinione su quelli che ci circondano, amici e vicini e compagni e soldati con cui dividiamo la nostra vita, ci fidiamo che si comportino in un certo modo - loro fanno lo stesso con noi - con onestà e dignità e rispetto per se stessi e per il prossimo. E in base a questa reciproca fiducia e comunanza di interessi fissiamo leggi e regole per la nostra convivenza. Ma questi mostri di cui sto parlando non rispettano né legge né regole. Sono predatori, bestie feroci che fanno dei comuni uomini onesti le loro prede, considerandoli e trattandoli come smidollati, poveri sciocchi creati unicamente per soddisfare i loro bisogni. Non hanno - non conoscono - l'onestà, queste creature. Peggio, non hanno alcuna idea di cosa sia l'onestà, e ciò basta a renderli pericolosi per tutti quelli che li ostacolano. Non danno alcun valore alla fiducia perché sono i primi a non crederci. È estranea alla loro natura, per questo sfruttano quella degli altri come un errore fatale”.
«Ma l'aspetto di gran lunga peggiore di questi esseri è che imparano rapidamente a celare la loro vera natura agli occhi e alla mente degli altri. Imparano a scimmiottare le maniere e il comportamento di quelli diversi da loro, adottando esteriormente l'atteggiamento che gli altri considerano corretto e celando la loro mostruosità.
Tutta la loro esistenza è una menzogna. Agiscono con una falsità che la gente comune non riesce a concepire, e questa falsità garantisce loro un potere che nessuno può essere preparato a combattere. Il potere di ingannare. E di tradire.»
«Ma chiunque può ingannare un'altra persona.»
«Vero» ammise il Re senza esitazione. «Ma tu puoi ingannare qualcuno senza tradirlo», figlio.
«Di solito l'inganno ha uno scopo egoistico, ma non necessariamente fa del male agli altri.
Il tradimento, invece, fa sempre del male.
E quando chi si è guadagnato una posizione di fiducia tradisce quella fiducia, è come un colpo d'ascia che abbatte tutto ciò che incontra, perché non ci sono barriere, armature o difese che possano fermarlo. si era messo in una posizione dalla quale nessuno si attendeva un tradimento, e prima che lui colpisse nessuno aveva mai sospettato che potesse farlo.
Il suo fu un tradimento mostruoso, un crimine che nessuna persona normale era in grado di immaginare» ...
15/03/13 Amore di verità
Il quadro politico uscito dalle elezioni è indubbiamente incerto e ingarbugliato. Va, tuttavia, preso atto con realismo dei margini di azione, sia pure stretti, per garantire all'Italia di non pagarne le possibili pesanti conseguenze. Per arrivarci occorre fare un'attenta analisi di verità, libera da pregiudizi.
Lo scenario internazionale vede gli Stati Uniti in difficoltà economiche e un'Europa ripiegata su sé stessa, senza una seria strategia di coesione politica e quindi di competizione dinamica sui mercati globali. Inoltre la crisi europea è aggravata dal crescente scetticismo sugli assetti istituzionali e sulle prospettive dell'Unione dei "vecchi"popoli che la compongono, con la conseguenza di forti rigurgiti di egoismi nazionalisti ed economici.
In questo quadro e clima l'Italia è vista come malato cronico e possibile fonte di contagio e il risultato delle elezioni ha aumentato i timori con l'aggravante che non si vedono segnali di disponibilità, da parte delle forze politiche, a voler anteporre l'interesse nazionale su quelli di parte. L'unico che sembra sentire tale responsabilità è il Capo dello Stato, ma è alla fine del suo mandato e non sembra disponibile a replicare l'esperienza.
Gli altri attori sulla scena sembrano vivere su altri mondi.
Bersani ed il "suo" PD continuano a subire i condizionamenti di sempre: odio cieco verso un nemico, oggi Berlusconi, ieri la destra missina e dintorni, supponenza nei confronti di chi la pensa diversamente, ad esempio il PDL ed il suo elettorato, condizionamenti da parte di Cgil e magistratura, conservazione delle nomenkature e dell'apparato, nonostante Renzi.
Questo li porta a ritenere che l'interesse nazionale si può salvaguardare solo inseguendo Grillo e non dialogando con tutte le forze politiche per trovare una via di sopravvivenza per il Paese e, soprattutto, per i ceti iniquamente tartassati o avviliti, anche nella dignità, da crisi, delle cui ragioni profonde sono almeno corresponsabili.
Mai un vero momento di autocritica, mai una riflessione su chi abbia incarnato, da sempre ed in particolare negli ultimi decenni, il partito della spesa pubblica, delle tasse e del debito, su chi abbia moltiplicato a dismisura i costi delle democrazia, su chi abbia aperto le falle sulla spesa degli enti locali con le leggi Bassanini, su chi abbia alimentato l'odio civile e irriso all'amor di patria, su chi abbia messo in atto fin dai lontani anni '60 un strategia gramsciana di infiltrazione delle istituzioni a partire dalla magistratura e dalle università passando per le forze armate ed il mondo della cultura, sulle indebite commistioni con il sistema economico, dalle Coop a Unipol, da Mps al modello emiliano, dal sistema Penati alle amichevoli privatizzazioni di Prodi.
Non vi sarà mai un vero Partito Democratico senza queste necessarie riflessioni autocritiche, vi sarà sempre e solo un PCI riformato. Per questo Bersani non ha vinto, come non vinse Occhetto.
Berlusconi e il PDL, nonostante le indubbie capacità del Cavaliere, soffrono di un vizio d'origine: la mentalità e la cultura padronale. Questo ha determinato la teorizzazione del partito "carismatico" che contiene il paradosso della dissoluzione senza il carisma. Per questo è improbabile che il PDL sopravviva al suo leader. Ma la cultura padronale ha anche determinato, come corollario, lo scarso rispetto per le istituzioni che ha contraddistinto l'era berlusconiana, culminato con la nomina a deputato di chiunque gli fosse simpatico o utile in qualche modo. Nonostante questo ha ragioni da vendere quando parla di accanimento giudiziario.
La cultura padronale ha anche determinato qualche difetto di democrazia interna, come stigmatizzato a caro prezzo da Fini, e l'abitudine a piegare ai propri interessi, con le buone o con le cattive, persino le leggi. E anche gli accordi, come quello del 70 a 30 fatto con An e con Fini quando fu fondato il Pdl. Siglata l'intesa dopo meno di un anno a Fini non restava neanche il 5 per cento, il Cavaliere aveva convinto tutti i colonnelli di AN a passare dalla sua parte.
Monti e la sua lista civica "non di centro ma riformista", tanto non di centro da aver distrutto l'Udc di Casini e azzerato Fli. Il nuovo partito è una novità assoluta, è il primo partito di classe nato dopo il PCI. Di classe "alta". Se il 10 per cento delle famiglie italiane detiene il 50 per cento della ricchezza c'era bisogno di una rappresentanza politica per tutelare il privilegio. Questo è il partito di Monti e Fini e Casini non lo hanno capito. Casini ha, tuttavia, la scusante della vicinanza a Caltagirone che è in quel 10 per cento, ma Fini? Fatto sta che Monti ha raccolto meno consensi di quel che sperava, giusto giusto quel 10 per cento che difficlmente potrà mai allargare, visto anche l'insuccesso conclamato delle misure volute dal suo governo.
Grillo e il 5 stelle, costituiscono la vera novità sullo scenario politico. Hanno raccolto la protesta contro un sistema politico e istituzionale che non regge più, hanno catalizzato l'antipolitica e lo sdegno dilagati nel Paese a cusa delle insufficienze delle classi dirigenti, ma sarebbe superficiale ritenerli una bolla passeggera. L'accresciuta voglia di maggiore partecipazione, di controllo sociale attivo, di nuove forme di democrazia diretta, la nessità di ripensare il modello di sviluppo per smorzare le acute contraddizioni sistemiche, l'urgenza di ripensare le strategie energetiche ed ambientali, il tema della "decrescita felice" come quello di un'Europa più dei popoli e meno delle tecnocrazie non sono istanze passeggere, non appartengono alla protesta umorale e viscerale e non si sgonfieranno come una bolla di sapone. Matureranno, col tempo, nella coscienza civile e ne diverranno patrimonio. Questo Grillo e i grillini lo hanno ben chiaro, devono solo rodarsi meglio, maturare esperienza, rimanere uniti.
Il quadro delineato fa comprendere quanto sia difficile trovare un punto di intesa, un minimo comun denominatore anche solo sulle regole. La sola istanza che potrebbe mettere tutti d'accordo è il cambio delle regole. E l'unico modo per cambiarle è convocare un'Assemblea costituente o, trasformare l'attuale Parlamento in Costituente, prorogando per il tempo necessario Governo e Presidenza della Repubblica. Basterebbe una sola legge votata da tutti.
15/03/13 Il sogno infranto
Sembra passato un secolo, eppure era solo la fine del 2010, da quando a Bastia Umbra nacque il progetto di Futuro e Libertà e da quando a Milano, dall'11 al 13 febbraio del 2011, si celebrò la costituente del movimento. L'entusiasmo era alle stelle, la partecipazione, sia qualitativa che quantitativa, oltre ogni più rosea aspettativa.
Fini fu riconosciuto, per acclamazione, leader del nuovo movimento.
Il suo impegno istituzionale di Presidente della Camera fu alibi sufficiente per non esercitare il ruolo, anche se il prezzo da pagare sarebbe poi stato quello di essere identificato come l’amministratore del “ Palazzo”.
Per scelta, forse improvvida, la gestione del nuovo soggetto politico fu affidata al rampante Italo Bocchino, piuttosto che ad un "Comitato di reggenza".
Quella scelta gelò non pochi animi e produsse uno strappo significativo: la fuoriuscita di Adolfo Urso e di Andrea Ronchi, che pur avevano, con generosità, rinunciato alle loro cariche nel governo.
Tuttavia si andò avanti, sull'onda dell'entusiasmo e dei sondaggi che accreditavano il nuovo soggetto politico di non meno dell'otto per cento.
E cominciò la gestione Bocchino.
Si inventarono eserciti di carta, si nominarono generali senza truppe, si celebrarono congressi a tappeto, pur'essi di carta, per testimoniare ai media il nuovo corso democratico e pluralista, tanto diverso dall'assolutismo vigente nel Pdl.
Ma gli assetti, in realtà, ricalcavano una vecchia cultura politica: partito degli eletti organizzato per satrapie territoriali. Satrapi di rango solo gli "amici" del "gestore".
Così, in Campania, fu estromesso Rivellini che pur aveva ben lavorato e nonostante le amministrative incombenti, per far spazio a Muro e Diodato e ai loro grigi cortigiani, la stessa coppia del peggior risultato elettorale di AN. Così in Calabria dove fu sgambettata la brava Angela Napoli. Così in tante altre regioni. Sugli scudi si era innalzato il valore del merito, nella realtà il solo merito riconosciuto era la fedeltà al “gestore”.
Al primo test significativo, le ultime amministrative, il bluff venne fuori, il partito di carta rivelò la sua forza reale dello zero virgola.
A nulla servirono i ripetuti inviti di Fini, a Pietrasanta come in Assemblea Nazionale, ad essere più movimento aperto e meno partito chiuso, a nulla servì l'avvio dell'iniziativa dei "Mille per l'Italia" che, nelle intenzioni di Fini, doveva rappresentare il riconoscimento della funzione politica della società attiva o cosiddetta "civile" e che, invece, fu interpretata dal "gestore" come la improbabile possibilità di cooptazione di alcuni nei ranghi della politica.
Da allora, in soli due anni, di quell'ipotetico otto per cento non resta che un misero zero.
Nonostante che la fiducia degli italiani in Fini si sia sempre mantenuta abbastanza alta. Nonostante l'abilità di Fini di cucire rapporti, persino con lo spigoloso Monti.
Un Monti che in campagna elettorale ha fatto solo danni col suo costante ammiccare a Bersani, senza capire che il naturale bacino elettorale di riferimento, tanto dei suoi alleati come del suo nuovo movimento, era di centro destra, sia pure alternativo al Cavaliere. E questo spiega in parte anche il tracollo dell’ Udc.
C'è qualcosa che non ha funzionato in Fli: gli assetti interni, un programma senza sogni appiattito sull’agenda Monti e su probabili ulteriori sacrifici, un messaggio di campagna elettorale incentrato sul “costo” di amare l’Italia e sul nome del leader nel momento in cui i partiti personali declinavano inesorabilmente, persino la formazione delle liste alle politiche è stata l’ennesima occasione perduta.
Gli elettori capiscono fin troppo bene quando un prodotto non corrisponde a quanto dichiarato in etichetta. E proprio questa è stata la contraddizione di Fli: l'etichetta Fini era, tutto sommato, ancora appetibile, il contenuto, spesso, indigeribile.
In tempi meno "liquidi" di quello che viviamo la classe dirigente di un qualunque partito sarebbe corsa ai ripari, avrebbe fatto autocritica, avrebbe costretto i responsabili dello sfascio a passare la mano, a farsi da parte per il bene di tutti. Ma, evidentemente non si era voluta una classe dirigente.
Fini, dopo le elezioni, si è preso tutte le responsabilità di quanto accaduto, ha azzerato tutte le cariche, ha dichiarato di voler continuare l’impegnoculturale e politico favorendo il ricambio.
Staremo a vedere. Sicuramente c’è spazio per il progetto di un centrodestra nuovo e diverso da quello si qui conosciuto, un centrodestra autenticamente democratico, meritocratico, partecipato e partecipante, europeo e riformista, attento al futuro, giusto e corretto perché giusti e corretti sono gli uomini che ne incarnano i Valori. E sono gli uomini, e non le formule, che fanno sempre la differenza e gli uomini bisogna saperli scegliere ri-conoscendoli.
15/02/13 Chi controlla il mondo?
James B. Glattfelder è un fisico che si occupa di economia presso il Department of Management, Technology and Economics (D-MTEC) dell’Istituto di Tecnologia di Zurigo.
E’ l’autore, insieme ad altri due ricercatori, del primo studio che ha applicato la scienza dei sistemi complessi all’economia. Tale scienza studia i comportamenti di sistemi che sfuggono, per la loro spiegazione, all’applicazione di un modello matematico di descrizione della realtà basato sulle tradizionali equazioni. Tali sistemi sono, ad esempio, il cervello, un branco di pesci, uno stormo di uccelli, un formicaio, un sistema economico. Essi sono definiti da un altissimo numero di elementi interconnessi ed interagenti tra di loro.
Tali interazioni di base determinano il comportamento del sistema, tuttavia tali sistemi hanno una caratteristica definita “emergenza straordinaria”. Ciò significa che il sistema, improvvisamente, mostra un comportamento che non può essere previsto osservando i componenti del sistema. La conseguenza è che il tutto è davvero maggiore della somma delle sue parti. Occorre quindi concentrarsi, più che sulle singole parti del sistema, sulle regole di interazione. Le reti sono rappresentazioni ideali di un sistema complesso, dove i nodi rappresentano i componenti del sistema e le connessioni costituiscono le interazioni. Tale modello è stato applicato con successo in fisica, biologia, informatica, scienze sociali, ma per quanto concerne l’economia vi era una sorprendente lacuna, colmata in parte dallo studio: “Global Corporate Networc Control” di Glatterfelder.
In tale studio i nodi sono gli attori economici ed i legami sono le relazioni tra gli azionisti, il suo scopo era dare risposta alle seguenti domande: “Chi sono i protagonisti?”, “Come sono organizzati?”, “Quali relazioni hanno?”, “Qual’è la distribuzione globale del potere?”, “Qual’è la vulnerabilità del sistema in presenza di alti gradi di connessione ed i rischi per la sua stabilità, atteso che lo stress può diffondersi come un’epidemia?”. E i dati che ne sono scaturiti sono impressionanti.
Sono stati analizzati 13 milioni di rapporti di proprietà per poi concentrare l’attenzione sulle multinazionali che sono risultate 43.000 e sulla loro rete di relazioni fatta di 600.000 nodi ed un milione di link. Ne è emerso che centro e periferia, per fare un esempio urbanistico, contengono il 75% degli attori, nel centro vi è un piccolo nucleo dominante che rappresenta il 36% del totale e che macina il 95% dei ricavi complessivi. Si è poi passati ad analizzare i meccanismi di controllo che passa attraverso la griglia delle proprietà e si accumula nei nodi. Ne è emerso che 737 azionisti hanno il controllo dell’80% del giro d’affari delle multinazionali. In termini percentuali lo 0,1% dei 600.000 nodi ha il controllo del totale. Si tratta per lo più di istituzioni finanziarie Statunitensi ed Inglesi. Di questi 737 il cuore è rappresentato da 146 soggetti che controllano da soli il 40% del giro d’affari.
Se ne conclude che il grado di controllo è elevatissimo come anche quello di interconnessione e ciò può rappresentare un serio rischio per l’economia globale. Tale risultato è probabilmente frutto di auto - organizzazione e non di una cospirazione globale come alcuni affermano.
Glattfelder ha aperto una strada nuova per la miglior comprensione dell’economia, della politica e della società basata sulle evidenze scientifiche piuttosto che sulle personali interpretazioni. Una strada che è appena all’inizio, ma che potrebbe portare alla rimozione dei blocchi pregiudiziali che oggi impediscono una migliore collaborazione globale.
15/02/13 Horror vacui
Non si tratta dell'horror vacui aristotelico, bensì del senso di angoscia, di scoramento, di avvilimento che ti prende nel constatare il totale vuoto politico che affligge l'Italia e la condanna alla devastante supplenza dei giudici, ad un declino che sembra inarrestabile.
Sette punti e mezzo di Pil perduti in cinque anni, potere d'acquisto delle famiglie arretrato di un trentennio, oltre centomila imprese perdute nell'ultimo anno, disoccupazione galoppante, intere generazioni tagliate fuori e condannate alla povertà ed un inquietante ritorno del "tintinnio di manette" e dei "lanci di monetine".
Persino il Papa, nonostante sia un sovrano assoluto, ha alzato le mani, forse stanco della irriformabilità della Curia romana, dei pasticci dello Ior, dei maggiordomi spioni.
L'Italia sembra arrivata al punto di fusione, tutto comincia a liquefarsi, a perdere forma e nerbo.
L'identità nazionale vacilla, gli interessi italiani non trovano tutela, si sfasciano le eccellenze del sistema produttivo: dalla più antica banca europea a Saipem, a Finmeccanica, a Eni, ad Alitalia, a Ilva, a Fiat che mette Pomigliano in cassa integrazione per un intero anno aggravando il conto già salatissimo di un miliardo di ore.
Quelli che possono scappano, chi all'Est, chi in Carinzia, chi in Irlanda, chi addirittura in Svizzera o in Cina. Ed hanno mille ragioni per scappare da uno Stato inefficiente, spendaccione, ipertrofico, iniquo e oltremodo pesante e costoso.
Uno Stato "liberale" che criminalizza il possesso: dal televisore al motorino, dall'auto alla casa, dalla barca ai titoli, non contento di lucrare oltre un quarto del valore di ogni transazione.
Uno Stato fondato sul lavoro che spreme lavoratori e imprese fin oltre il cinquanta per cento mettendo in ginocchio gli uni e gli altri. Crono che divorava i figli non era niente a confronto, come niente erano le decime medievali.
In questo caos cresce l'antipolitica quando ci sarebbe un disperato bisogno di politica. Si vaneggia di dimezzare i parlamentari, senza pensare che così invece della Casta avremmo una Supercasta. Eppure basterebbe solo contenere i costi piuttosto che la rappresentanza. Abbattere i privilegi, a partire dai rimborsi ai datori di lavoro di cui quasi nessuno parla (Zingaretti docet), piuttosto che creare dei super privilegiati.
Ad ogni problema si propone una soluzione "schizzata" come quella di bloccare i prodotti dell'Ilva o di perdere commesse estere faticosamente acquisite, anche pagando profumate mediazioni che altrove sono la regola o di salvare banche e compagnie aeree con i soldi dei contribuenti.
E più imperversa la campagna elettorale più "schizzate" si fanno le soluzioni: restituzione dell'Imu, condoni tombali, nuove patrimoniali, nuove tasse su gioco e tabacchi, reddito di cittadinanza, sostegno agli esodati, assorbimento dei precari, riduzione dell'Irpef e dell'Irap, ponti sullo stretto, condoni e chi più ne ha più ne mette.
Tutte cose forse auspicabili, tutte promesse più o meno allettanti. Ma con quali risorse?
Sembra che il senso di realtà sia svanito, sembra che nessuno guardi cosa accade in Grecia per trarne lezioni, sembra che nessuno voglia vedere che un Paese in ginocchio è sempre meno in grado di tutelare i suoi interessi nazionali, tant'è che imprese tedesche hanno già iniziato a comprare il meglio dell'industria ellenica, a cominciare dalle fabbriche di yogurt. Lo stesso sta accadendo in Portogallo dove, su richesta dei creditori, lo stato sta privatizzando le aziende chiave del paese per ridurre il debito con gravi rischi per l’occupazione e la stessa indipendenza.
Ma in fila non c'è solo la Germania.
A quanti astuti avvoltoi d'oltreconfine o globalizzati farebbe gola di poter comprare a prezzi stracciati le residue grandi compagnie italiane, i prodotti tipici, il "made in Italy"?
E' questa la vera posta in gioco.
L'unica difesa é far dimagrire lo Stato in tutti i suoi apparati, a partire dal Quirinale che costa più della Casa Bianca, passando per le troppe inutili "authority", per le ancora più inutili partecipate degli Enti locali, fino ai comuni microscopici, alle comunità montane, alle province, alle sprecone regioni.
Solo così potremmo liberare risorse per articolare una strategia di difesa dell'interesse nazionale efficace e che non costringa a strozzare ulteriormente i cittadini asfissiando l'economia. Paradossalmente è un jolly che altri non possono giocare perché nessun altro Paese europeo ha un sistema e degli apparati tanto pletorici e costosi.
Per far questo occorre fidarsi di chi ha davvero a cuore l'interesse dell'Italia e degli italiani e di chi ha mostrato di avere il coraggio e la tempra necessari per riformare un Paese irriformabile.
15/01/13 Dieci minuti di consapevolezza
Andy Puddicombe a soli 22 anni ha cercato la via della meditazione diventando monaco tibetano. Dopo dieci anni trascorsi in un monastero tibetano è tornato nella natia Inghilterra con l’intento di rendere la meditazione accessibile a tutti. Ha così fondato lo “Spazio di testa” per insegnare come, con soli 10 minuti al giorno, è possibile cambiare significativamente la propria vita attraverso una tecnica semplice e scientificamente efficace. Egli afferma che la meditazione non è la posizione del loto bensì la differenza tra il fare e il non fare nulla.
“Viviamo ad un ritmo frenetico, le nostre menti sono sempre occupate e stiamo sempre facendo qualcosa. Occorre recuperare, almeno per 10 minuti al giorno, la capacità di non fare assolutamente nulla. Niente computer, e-mai, chat, tv, niente cibo, lettura, ricordi. E’ banale eppure è speciale. La mente è la nostra risorsa più preziosa, da essa dipende la nostra felicità, la stabilità emotiva, la creatività, la spontaneità eppure non ce ne prendiamo cura. Passiamo tanto tempo a curare il corpo, gli abiti, l’auto, i passatempi, ma non siamo attenti alla mente. Il risultato è che ci appesantiamo. La mente è come una lavatrice dentro cui sfrecciano in tondo emozioni, pensieri, problemi da cui siamo distratti al punto da dare per scontato che così è la vita. Tutti abbiamo a che fare con stress in modi sia pure differenti. Alcuni si chiudono nel lavoro, altri negli amici o nella famiglia, altri nel bere o nei farmaci. Il mio modo di reagire è stato farmi monaco, ho lasciato tutto per andare in Himalaya a studiare meditazione. A chi mi chiede cosa ho realmente imparato rispondo che ho appreso a stare nel presente, qui ed ora. Suona ordinario eppure spendiamo così poco tempo nel momento presente. Una ricerca condotta ad Harvard ha dimostrato che il 47% del nostro tempo è occupato dai pensieri, metà della nostra vita e questo costante vagare della mente è la causa prima della nostra infelicità. A ben pensarci è triste soprattutto se possiamo fare qualcosa per modificare le cose, se esistono semplici tecniche, comprovate scientificamente, che permettono alla mente di essere più presente, meno distratta, più consapevole, con soli 10 minuti di meditazione al giorno. Per la maggior parte delle persone la meditazione consiste nel fermare i pensieri e le emozioni, nel liberarsi di controllare la mente. In realtà è una cosa molto diversa. E’ vedere un pensiero in modo chiaro, è vedere l’ondeggare di emozioni e pensieri con una mente concentrata e rilassata. In questo modo possiamo fare più cose nel medesimo tempo senza perdere concentrazione o distrarci. Per arrivare a questo non c’è bisogno di bruciare incenso o di assumere posizioni strane, basta solo impegnarsi per 10 minuti al giorno”. (per saperne di più: Libera la mente, De Agostini, 2012).
15/01/13 Una questione di dignità
I radicali italiani hanno, tra gli altri, il merito di aver posto il problema della condizione delle carceri italiane.
Una condizione di piena illegalità a causa del sovraffollamento, della mancanza di funzione rieducativa, di avvilimento della dignità personale.
Per i radicali la questione carceraria è anche conseguenza di una giustizia ingiusta a causa della lentezza dei processi, delle prescrizioni, dell'eccesso di reati penalmente rilevanti.
Come rimedio immediato propongono l'amnistia con l'intento di far cessare da subito il sovfraffollamento che, tra l'altro, genera un alto numero di suicidi sia tra i detenuti che tra il personale carcerario.
Sulla bontà del rimedio ho qualche perplessità pur non essendo aprioristicamente contrario.
Tuttavia la riflessione sulle carceri si porta con sé un'ulteriore questione: l'illegittimità della carcerazione preventiva scontata in carcere, ossia nel luogo di espiazione delle pene.
I cittadini colpiti da provvedimenti di custodia cautelare sono, secondo il diritto vigente, innocenti.
Per ragioni eccezionali, spesso insussistenti, vengono cautelarmente privati della libertà prima che si sia celebrato un processo nei loro confronti.
Ma se sono innocenti non si dovrebbe riservare loro un trattamento conseguente?
Mai, da innocenti, dovrebbero conoscere il carcere, andrebbero custoditi in apposite strutture cautelari solo quando siano da esludere, per ragioni oggettive, gli arresti domiciliari. Questo sarebbe degno di un Paese civile che abbia a cuore la dignità dell'uomo in generale e dei cittadini in particolare.
All'uopo si potrebbero destinare le caserme dismesse, gli ospedali psichiatrici in via di chiusura definitiva, persino parte dei beni sequestrati al malaffare o le camere di sicurezza dei commissariati, ma non il carcere.
A maggior ragione se lo stato delle carceri italiane è quello che è e se sono alti i rischi oggettivi di violenza fisica e psicologica visto il cronico sottodimensionamento degli organici penitenziari.
15/01/13 L'Europa nel Mezzogiorno
Portare l’Europa nel Mezzogiorno. Questa è la sfida che bisogna raccogliere. Per farlo occorre invertire i termini del problema.
Non si tratta - come affermano gli alfieri di un meridionalismo piagnone e, per questo, piaga del Sud - di portare il Mezzogiorno in Europa.
Questi sono da sempre in Europa e ne incarnano la storia e i paesaggi più belli, la profondità della cultura, la rapidità dell'intelligenza, la capacità di resistere e di reagire agli scherzi della sorte, lo spirito ospitale e tollerante, la sensualità mediterranea.
Occorre invece lavorare, impegnarsi, per far sì che l'Europa entri nel Sud d'Italia. Dobbiamo lavorare come un vero popolo - coeso e solidale - per ricreare un contesto appetibile, ordinato ed accogliente per ogni altro europeo, che sia turista, studente, pensionato o imprenditore, affinché se ne innamori, affinché si convinca che non c'è altro posto in Europa dove si vive meglio, dove è possibile esaltare la propria diversità mettendola a confronto con le mille anime e culture delle civiltà mediterranee, dove è possibile lavorare e competere, apprendere e divertirsi senza necessariamente logorarsi.
Per far questo occorre sfidare noi stessi e la sfida si chiama: qualità della vita.
Per cominciare è necessario rifondare le istituzioni locali, a partire dalle Regioni e raccordarne il lavoro. Vanno rimeditati e riorganizzati, in tale prospettiva, funzioni e ruoli della macchina amministrativa che va intesa, ad un tempo, come "motore di sviluppo" e centro del buon governo, come luogo di armonizzazione e pacificazione delle parti sociali, come risorsa di tutti finalizzata al perseguimento di maggiori quote di benessere materiale e sociale, come agente di promozione civile e culturale.
Sul piano operativo occorre adeguarla al modello dell'azienda produttiva in grado di offrire - scoprendo finalmente il marketing istituzionale -servizi efficienti, moderni e, soprattutto, veloci.
Occorre una nuova "fase costituente" che consenta alle Regioni di riqualificare la propria missione, di ridisegnare completamente la propria fisionomia e di riscrivere le proprie regole. Ciò andrebbe fatto con il più alto grado di partecipazione dei cittadini e nelle logica dei processi di qualità, tanto in ordine alla produzione normativa che agli assetti organizzativi.
La nuova regione sarà, quindi, non solo luogo di buona ed efficiente amministrazione e motore di sviluppo, ma anche luogo di partecipazione, agente di solidarietà, trasparente casa dei cittadini e delle formazioni sociali, incubatore di identità.
Se il pilastro della rivoluzione informatica è stato il microprocessore, quello della rivoluzione telematica in atto è, certamente, la rete cooperativa. E' solo grazie alla cooperazione ed alla interoperabilità di ogni suo nodo che è possibile concepire e far funzionare una rete anche complessa come Internet. I concetti di rete cooperativa e di interoperabilità sono pienamente ed utilmente applicabili alla politica.
Un popolo inteso come comunità solidale è, esattamente, una rete cooperativa il cui livello di interoperabilità è dato dal contributo che ciascuno dà alla causa comune espressa in benessere, in qualità della vita, in attività di volontariato, in intelligenza, in lavoro.
Tale concetto va posto a base di una vera e propria filosofia di intervento politico che porti a concepire le istituzioni, le formazioni sociali ed ogni altro insieme come reti cooperative ad alto grado di interoperabilità.
E' quindi possibile immaginare l'architettura sociale come un sistema integrato di reti cooperative, da quella delle istituzioni a quella delle categorie produttive, da quella delle associazioni e del terzo settore a quella della cultura.
In tale quadro un ordinato ed efficiente sistema infrastrutturale, immateriale e materiale, rappresenta l'essenziale sistema nervoso di un'organizzazione sociale che rende possibili le connessioni, vantaggiosa la cooperazione e solo garantisce il più alto grado di interoperabilità. Il sistema infrastrutturale insiste, si innerva armonicamente, concorrendo a valorizzarlo, su di un corpo fisico costituito dal territorio.
Oggi come non mai le classi dirigenti del Sud sono chiamate a confrontarsi con una ineludibile responsabilità: superare la "Questione meridionale".
O si affronta e si vince la storica sfida o si veleggerà ineluttabilmente quanto rapidamente verso il Sud del mondo.
Per aggredire il male e dare un futuro migliore, soprattutto ai giovani, occorre innanzitutto porsi su di una scala di grandezze idonea a risolvere grandi problemi.
Questa scala, anche in relazione all'Europa ed al Mediterraneo, è costituita dall'intera area meridionale. Ciò significa mettere in sintonia le politiche regionali, concertare le dinamiche di sviluppo e definire i ruoli e le vocazioni territoriali, concertare politiche - a partire da quelle energetiche - e piani, imparare a programmare non solo sulla base di una matrice geografica ma anche sulle matrici vocazionali per fare rete o chiudere filiere di sviluppo, definire una linea diplomatica comune verso lo Stato, l'Unione Europea, i Paesi rivieraschi del Mediterraneo.
Si tratta in sostanza di raccordare le fasi costituenti verso un solo obiettivo comune: la rinascita del Sud, e questo è anche il miglior modo di stare in Europa, di essere Europa.
Nel contempo occorrerà lavorare, su scala interregionale, all'avvio di tre grandi linee di intervento:
il riassetto ambientale ed infrastrutturale, attraverso la riprogrammazione del sistema infrastrutturale e dei servizi, la bonifica e la valorizzazione dei bacini ambientali e culturali, la tutela del territorio e delle risorse primarie, nuove strategie e strumenti economici e finanziari in grado anche di riorientare risparmio, investimenti e consumi verso le realtà locali;
il riassetto produttivo, attraverso una politica attenta alla piena valorizzazione dei punti di forza esistenti ed al livellamento degli squilibri, anche con lo strumento di una nuova politica industriale che tenda a favorire la trasformazione dell'attuale sistema produttivo, oggi vocato alla sola produzione per il consumo, in sistema in grado di produrre anche per la produzione, che crei opportunità per la nascita di un mercato della "proprietà intellettuale" (brevetti, produzioni su licenza, produzione di software e know-how, ricerca applicata, diritti d'autore) che è il solo in grado di valorizzare la risorsa prima dei campani e dei meridionali: l'intelligenza;
il riassetto socio-culturale, attraverso nuovi servizi ai cittadini ed alle istituzioni, azioni coordinate di promozione socio-culturale e di istruzione permanente, di comunicazione istituzionale e sociale ed un maggior controllo del territorio in grado di garantire più alti livelli di sicurezza.
Su tali orizzonti, ed in coerenza con essi, emergono chiari il profilo ed il ruolo del Mezzogiorno che vogliamo: terra di turismo e cultura grazie alla rete delle sue città d'arte, dei porti e degli approdi, delle strutture d'accoglienza e dei servizi, dei trasporti e di un commercio fiorente, terra di piccole e medie industrie raccordate in poli e filiere capaci di competere per il know-how e la qualità dei prodotti e supportate da un'efficiente rete di infrastrutture e da istituzioni, burocrazie e banche finalmente agili, snelle e amiche perché hanno tutte sponsorizzato il lavoro, terra di agroindustria, di produzioni tipiche da difendere con le unghie e con i denti, di alto artigianato che si tramanda da secoli e deve continuare a vivere e prosperare, terra dell'intelletto e delle professioni che produce servizi, arte, cultura, spettacolo, intrattenimento, informazione di qualità, che distilla opere dell'ingegno, che ricerca, che tutela e valorizza chi, insegnando, tramanda il sapere e forma le nuove generazioni, terra che accoglie e che cura, amorevole con i più deboli, inflessibile col malaffare, che esalta le differenze, che protegge la famiglia, che rispetta l'uomo e i suoi diritti e gli trasmette valori, terra civile.
15/01/13 La bidonville dei popoli
Le considerazioni che seguono sono del febbraio 2006, figlie, a loro volta, di riflessioni del 1994. Sono passati vent'anni e restano tristemente attuali, a riprova che nonostante l'avvicendarsi dei governi nazionali e locali, dei soldi spesi, del parziale ricambio delle rappresentanze politiche quasi nulla è cambiato in meglio. Le riproponiamo oggi, in vista delle prossime elezioni, nella ormai avvilita speranza che possano stimolare i cittadini elettori ad un voto più consapevole e le forze politiche a prendere coscienza della assoluta necessità di incisive riforme strutturali, a partire da quelle costituzionali, e della altrettanto prorompente urgenza di affrontare, una volta per tutte e auspicabilmente di comune accordo, l'ultracentenaria "Questione meridionale".
"E' devoluzione. Si profilano giorni ancor più neri per il Sud. Neri non tanto per il principio di sussidiarietà che informerebbe la devolution, quanto perché le inefficienti e, spesso corrotte, "classi dirigenti" meridionali, avranno mano ancor più libera nell'amministrazione della "marmellata". Si tufferanno a pesce nei capitoli di spesa, perderanno ogni residuo ritegno, scateneranno la fantasia per inventarsi le ambascerie più inusitate e costose, le missioni all'estero più improbabili, le consulenze più astruse, le leggi più idonee a garantire gli amici e i clientes. Impazzerà il "marketing territoriale", che nessuno comprende appieno, ma che è molto utile per spendere e spandere. Impallidiranno di fronte ai nuovi sprechi quelli del commissariato ai rifiuti della Campania, quelli della ricostruzione post-terremoto, quelli di Italia 90. Il viaggio lampo di Nicki Vendola, governatore di Rifondazione della Puglia, a New York, costato 375 mila euro, le faraoniche sedi della Campania e della Sicilia negli Usa, diventeranno inezie in confronto a quello che accadrà.
Già la recente sentenza della Consulta, che ha sancito, in nome della inviolabilità dell'autonomia locale, che il Governo non ha più alcun potere per evitare gli sprechi delle istituzioni locali, offre un parametro per comprendere meglio quel che deve ancora accadere. Nessun amministratore locale si è posto il problema di coscienza, si è chiesto se le ragioni del Governo avevano un fondamento, se la compressione delle spese per consulenze, convegni, pubblicità, relazioni pubbliche e auto blu - soprattutto in un momento di grave congiuntura nazionale - potevano rappresentare un piccolo sacrificio dovuto alle ragioni degli equilibri economici della nazione.
Hanno tutti esultato per la sentenza. I campani in testa, che avevano proposto il ricorso. Tutti hanno fatto quadrato nel difendere gelosamente un principio di autonomia che, a ben guardare, era solo la rivendicazione di un "diritto allo spreco". Salvo poi a dichiararsi, per ora a chiacchiere, favorevoli al referendum per cancellare la devoluzione.
Senza conti in ordine niente devoluzione. Questa sarebbe stata una regola di saggezza da introdurre nella riforma costituzionale. Una sorta di "patto di Maastricht" interno. Il diritto all'autonomia, di spesa e di incasso, è sacrosanto, ma sussiste solo se i conti sono a posto, se si è davvero in grado di esercitare una piena autonomia, che significa anche rinunciare a pensare che c'è sempre lo stato Pantalone che paga o dei cittadini da "tosare", per coprire i buchi della cattiva amministrazione. Una tale condizione avrebbe anche stimolato le popolazioni a migliori esercizi di sovranità nello scegliersi le classi dirigenti e ad alimentare la nascita del controllo sociale, che è il solo guardiano della democrazia.
La prova provata della cattiva volontà e coscienza delle classi dirigenti meridionali è costituita dal fatto, assai singolare, che tutte, a prescindere dal segno politico, sono concordi nel non voler uscire dall'Obiettivo 1 della U.E., quando ragione e buon senso vorrebbero che se ne volesse uscire a "passo di bersagliere".
Questo paradosso mina alla radice, da anni, la credibilità di ogni politica di sviluppo per il Mezzogiorno e ha determinato la perdita, irrimediabile quanto colpevole, delle ultime possibili occasioni di ripresa a partire: dalla "sfida della qualità", che il sistema delle imprese ha lanciato a se stesso negli anni ottanta, per finire col mancato utilizzo delle privatizzazioni e delle dismissioni pubbliche quale possibile riequibratore del divario nord-sud.
Per la devoluzione conquistata, Bossi e la Lega, giustamente, esultano. Le regioni del Nord hanno i conti a posto. La sanità lombarda è addirittura in attivo. Sanno dove vogliono andare. Il popolo "padano" ha dimostrato di sapere dove vuole andare, di saper filtrare delle classi politiche più oculate e responsabili, più attente alla cura dell'interesse generale.
Il Sud può dire altrettanto? La recente indagine sull'analfabetismo dilagante la dice lunga sulle due Italie. Non a caso è una regione meridionale: la Basilicata, la prima in classifica.
Quale preparazione e futuro potrà garantire la scuola "devoluta" ai giovani meridionali? Continueranno inesorabilmente a fare i barbieri, i parrucchieri, i sarti, i pizzaioli, gli operai, i muratori, al più i velini o le veline, per l'altra Italia, atteso che i migliori cervelli vanno all'estero.
Peraltro, non è un caso che le scuole dell'autonomia si siano convenzionate al Nord con l'Ucimu (le industrie che fanno robotica) ed al Sud con la Federazione delle industrie tipografiche.
Né migliori risultati si potranno attendere dalla sanità "federalizzata", da sempre utilizzata al Sud quale macchina di consenso clientelare, piuttosto che come sistema per garantire la salute. E ai cittadini malati saranno anche preclusi i "viaggi della speranza" verso altre regioni, perché troppo onerosi per le disastrate casse regionali. E sempre più le barelle si faranno ospedale.
C'è un difetto di democrazia che affligge il Mezzogiorno, e che rappresenta una delle principali cause delle sue contraddizioni, dei suoi problemi mai risolti o leniti, della condizione di complessiva arretratezza che tiene, ancor oggi, le regioni del Sud al di sotto delle medie europee.
Nonostante il fiume ininterrotto di denaro e di interventi degli ultimi decenni: intervento straordinario, Cassa per il Mezzogiorno, fondi Europei, Commissariati e misure straordinarie per calamità o eventi. Questo "difetto di democrazia" appare evidente, in tutta la sua drammaticità, osservando l'involuzione civile della città di Napoli negli ultimi decenni.
La città ha visto diminuire i suoi abitanti: da quasi un milione e mezzo a 990.000 (secondo gli ultimi calcoli Istat); è agli ultimi posti nelle graduatorie per vivibilità e sicurezza, si ammazza, si stupra e si rapina alla luce del giorno. Invece di fungere da "attrattore civile e culturale", come altre grandi città, ha dissuaso i suoi abitanti migliori, li ha spinti ad emigrare, a praticare il "fujtavenne" di Eduardo, per assenza di prospettive, di speranze, di qualità del vivere.
Questo fenomeno ha aumentato la concentrazione media di "lazzari" e "fetienti", che hanno imparato le regole della democrazia e della gestione del consenso ed hanno cominciato ad auto-rappresentarsi nelle istituzioni, prendendone possesso in ragione della forza del numero. E di certo, nessun politico onesto potrebbe mai contare su un appoggio popolare tanto forte, da scatenare 500 "popolane" contro le forze di polizia, per evitare l'arresto a dei pregiudicati.
I ceti borghesi, anche per loro congenita incapacità a raccordarsi per fare argine civile, sono stati, via via, marginalizzati, hanno perduto rappresentatività, sono stati soccombenti di fronte ai nuovi ricchi, alla camorra dai colletti bianchi che, grazie al denaro facile, ha comprato tutto il comprabile, quando non ha contaminato, soprattutto le professioni, con le sue "offerte di lavoro"; complice un ceto politico attento prevalentemente al suo privato interesse.
Paradossalmente, la famosa fotografia del baciamano a Gava, nella sua perversità, rappresenta ancora un momento di "delega". Da allora in poi è stata solo auto-rappresentazione della peggior feccia. Questo spiega l'altissimo numero di comuni del napoletano sciolti per infiltrazioni camorristiche e spiega anche, perché nessuno assiste più ai dibattiti del consiglio comunale o provinciale. Le sole partecipazioni di pubblico si riscontrano, per ragioni di "pressione indebita", da parte dei "disoccupati organizzati", delle cooperative di ex detenuti, degli Lsu non ancora "stabilizzati" o di clàques interessate. La stessa carica elettiva è ormai vista come: "'o posto".
Ha ragione Giorgio Bocca: ormai il cancro sociale ha fatto metastasi irreversibile e ci si può solo guardare dal "contagio", e guardarsi da una "napoletanità" miope ed autolesionista.
Né è praticabile la sola soluzione possibile: sospendere la democrazia per qualche anno, per metter mano ad una poderosa opera di bonifica sociale e ristabilire le regole del vivere civile e democratico. Senza bisturi non c'è futuro. C'è solo un inesorabile "effetto zavorra" che schiaccia a terra qualunque speranza, qualunque progetto di decollo sociale, culturale e civile.
Un'altra soluzione, da idealisti con molte illusioni, sarebbe quella dell'"auto-emendamento", ma ci vorrebbe una politica capace di orizzonte, di traguardare e concepire il futuro, di imporre a se stessa dei filtri qualitativi a maglie strettissime. Una politica capace di approfittare del solo aspetto passabile della recente riforma elettorale: la responsabilità assoluta delle scelte in capo ai partiti, che implicherebbe di poter fare a meno di coloro che "crescono" sulla compravendita dei voti o sulla gestione clientelare del consenso. Ma, ad oggi, non vi sono segnali di resipiscenza ed é improbabile che arrivino. E' una delle contraddizioni della democrazia italiana.
C'è un certo parallelismo con le elezioni palestinesi. Per via democratica, ad onta di ogni pronostico e di ogni speranza di pace, ha vinto l'ala più oltranzista, quella che - come il presidente dell'Iran - vorrebbe "sbaraccare" Israele. Per la stessa via democratica, i portatori degli interessi del malaffare e i lazzaroni, largamente maggioritari, vincono le elezioni a Napoli.
Le poche persone per bene che ancora riescono ad essere elette, non hanno né strumenti né numeri per contare, per incidere significativamente. Spesso, non possono neanche denunciare perché, per tutti, il nemico è anche in casa. De Luca docet.
E neanche si può sperare, per mancanza di petrolio, in un salvifico intervento degli Stati Uniti, in un'occupazione manu militari in nome dell'esportazione della democrazia.
La democrazia, come la libertà, non si esporta, né con la pace, né con la guerra. Essa è il distillato della autocoscienza di un popolo che la consegue solo quando, per maturazione collettiva, decide di ribellarsi per farsi libero. E la libertà, vera e non "condizionata", sempre ha un prezzo di sacrificio o di sangue, per cui mai può essere un munifico dono.
Agli schiavi docili e fedeli si offriva la libertà. Ma il loro status sociale rimaneva quello di "liberti".
I negri d'America sono diventati "liberi" dopo la guerra di indipendenza. Ma ancora negli anni cinquanta, da "liberti", dovevano cedere il posto in autobus ai bianchi.
Anche le popolazioni del Sud d'Italia, al di là della retorica risorgimentale, hanno avuto lo status di "liberti", per munificenza dei vincitori, pur non essendo stati mai schiavi nel loro Regno.
Sono passati da sovrano a sovrano, da Casa regnante a Casa regnante, da cugino a cugino per l'esattezza, vista la parentela tra Savoia e Borbone.
Da sudditi liberi sono diventati sudditi "liberti", senza pagare dazio di sangue. Anzi, per paradosso della storia, il sangue versato fu più copioso per difendere il Regno che non per abbatterlo. La repubblica verrà solo molto dopo, e quella Partenopea fu il nobile presagio di un futuro ancora lontano e, ancora oggi, tutto da scrivere.
I "liberti" del Sud hanno pagato caro e amaro il "dono" della libertà. Con un tributo di braccia migranti, di opportunità negate, di floride industrie espiantate, di casse svuotate, di diritti lesi o negati, di memoria cancellata, di dignità mortificata, di identità perduta.
Ancora oggi il tributo è pesante: infrastrutture mancanti; produzione per la produzione inesistente; la gracile produzione per il consumo, sotto il maglio della concorrenza dei paesi emergenti; servizi scadenti e un benessere sempre più divaricato e sfuggente.
Il resto lo hanno fatto e lo fanno i vizi endogeni: la superficialità, la cialtroneria, la remissività di un popolo assuefatto a tutto, che sopporta tutto senza mai ribellarsi. Forse, perché non ha mai saputo pagare il prezzo vero della libertà. E così accade che dai rubinetti esce l'acqua nera e nessuno protesta e tutti comprano la minerale, e così accade che le strade si coprono di immondizia e tutti si fanno più in là, senza fiatare e che la camorra è ormai padrona del campo. Mentre a Bergamo, per gli spazzaneve che tardano ad intervenire, viene fatto dimettere un assessore.
E' il controllo sociale che fa la differenza. E questo é figlio del rispetto di sé, della dignità della persona, della piena coscienza della titolarità di diritti e doveri, e che solo fa sì che il mandato alla politica non sia sempre una delega in bianco, senza mai l'onere del rendiconto.
Si rende necessario, per il Sud, più che altrove, all'indomani della devoluzione ed sull'orizzonte del federalismo fiscale, un recupero di libertà, di dignità, di identità, di coscienza civile e civica, di cultura, di tradizioni e di memoria, accompagnato da una profonda voglia di bonifica sociale che converta tutta quella bizzarra fauna subumana, che solo il ventre malato di Napoli - tanto abilmente descritto da Malaparte - e solo la sottocultura che affligge tante lande del Sud, è in grado di partorire.
Solo così si potrà sperare di non veleggiare più, a "irresponsabilità spiegate", nell'acquitrinio di un'ottusa onnipotenza, verso un quarto mondo, che già si intravede sull'orizzonte della storia, proprio di quei pezzi di Occidente che non ce l'hanno fatta.
Una sorta di limbo della civiltà, una specie di "ghetto" globale che, come una "bidonville" dei popoli, campicchia grazie solo agli avanzi, ai margini di un "villaggio" che compete ed evolve."
15/01/13 Il Sud dimenticato
Il Sud non è in nessuna "Agenda", se non di “stramacchio”. Sarà perché i leader politici sono quasi tutti del nord, sarà perché i poteri più o meno forti, eccettuate mafia e camorra, non stanno nel Mezzogiorno o perché nessuno ha un progetto, una visione, un'idea vincente.
E mentre il Nord progetta, si autotutela, batte i pugni sui tavoli, anche grazie alla Lega, il Sud tace, chiuso in una colpevole rassegnazione, resta nel limbo dell'estraneazione o abbocca, come sempre ha fatto, a promesse che non verranno mai mantenute o vende il suo voto al miglior offerente per un tozzo di pane, per una raccomandazione, per un favore, per il miraggio di un "posto", neanche al sole.
O, peggio, si infatua acriticamente del Masaniello di turno.
Intanto la disoccupazione dilaga, la debole economia va a rotoli, i servizi sono inesistenti, la solidarietà è espatriata come i migliori cervelli, la desolazione istituzionale regna sovrana.
Al Sud tutto scricchiola sotto il peso delle tasse, dei più alti balzelli locali, di tariffe spropositate per servizi scadenti, di tangenti, di "pizzi", di multe, ammende e contravvenzioni, di una giustizia lenta, cieca e sorda, di uno pseudo - federalismo a trazione e vantaggio nordisti.
Mentre il calo vertiginoso dei valori immobiliari avvilisce ancor più una terra che sempre ha puntato, colpevolmente, sul mattone piuttosto che sull'impresa.
Robuste ganasce politiche, fiscali, economiche, culturali e sociali bloccano il Sud al suo destino subalterno, lo condannano a veleggiare verso quella "bidonville dei popoli" che non ce l'hanno fatta e che già si intravede all'orizzonte della globalizzazione.
Al Nord a fronte delle stesse tasse i cittadini ottengono in cambio servizi mediamente efficienti, accettabile qualità della vita, infrastrutture decenti.
Al Sud non c'è contraccambio: l'alta velocità si ferma a Napoli, la Salerno - Reggio Calabria langue da decenni, la Tangenziale di Napoli è a pagamento pur essendo stata realizzata con fondi pubblici ed ampiamente ammortizzata come la Napoli - Salerno, i traporti pubblici sono un disastro, aria, suolo e acqua sono malati e fanno ammalare, le periferie sono deserti urbani, la sanità è compromessa e inefficiente, scuole e università sono, nella media, molto meno che eccellenti, i servizi pubblici scadenti come la complessiva efficienza delle istituzioni.
La politica non può ancora una volta eludere il problema, glissarlo, fingere che non esista o rimuoverlo, meno che mai quella politica che fa del patriottismo repubblicano la sua bandiera, perché per i patrioti l’Italia non può che essere una, equa e indivisibile.
15/12/12 Il bagno senza l'acqua
Ludwick Marishane, nato a Limpopo (Sudafrica) il 23 maggio 1990, è uno studente del 4 ° anno di Corso di Business , Contabilità e Finanza presso l'Università di Città del Capo (UCT). Attualmente è valutato come il miglior studente imprenditore nel mondo (Global Champion degli studenti imprenditori globali, Awards 2011).
È il fondatore e capo di Headboy Industries Inc. ed è il più giovane titolare di brevetto del Sud Africa dopo aver inventato DryBath.
Google lo ha classificato come una delle 12 giovani menti più brillanti del mondo.
DryBath è un bagno a secco. Si tratta di una miscela esclusiva di un biocida, bioflavonoidi e sostanze idratanti. Questo prodotto è facile da usare e ha bisogno di una minima quantità d’acqua per essere usato. Si differenzia dagli anti-batteri lavaggi a mano, eliminando l'odore pesante di alcol. E’ una sostanza inodore che crea una pellicola biodegradabile e idratante che garantisce pulizia.
A Ludwick venne l'idea da adolescente durante un’inverno, nella sua povera casa rurale, quando un suo amico gli disse che il bagno era troppo fastidioso in particolare senza l’acqua calda. E allora si disse: “perché non inventare qualcosa che si spalmare sulla pelle senza bisogno di fare il bagno?”. Usando il suo telefono cellulare abilitato all’accesso ad Internet si mise subito alla ricerca delle varie formule dei detergenti a secco. Sei mesi più tardi, se ne uscì con DryBath e ottenne il brevetto.
Il prodotto è ora in commercio e tra i clienti figurano le principali compagnie aeree mondiali per l'uso sui voli a lungo raggio e molti governi per le truppe sul campo.
Marishane vede se stesso come un visionario e vorrebbe che l’Africa fosse tra i primi a beneficiare della sua abilità. E’ un grande fan del mondo del commercio e ha una buona capacità di leadership e la comprensione innata delle persone e dei processi di business.
"La mia passione è la mia dipendenza dall’imparare e aiutare gli altri a liberare il loro vero potenziale. Amo il lavoro ed ho deciso di studiare economia perché penso che mi fornirà la più ampia comprensione del business", dice sul suo profilo LinkedIn.
Marishane parla 6 lingue. Attualmente ha raggiunto ben 16 riconoscimenti e premi. Nel solo 2011: Google Zeitgeist (meaning 'spirit of our time') Young Mind, SMU 6th LKY Global Business Plan Comp, Finance 2 - Class Representative, Financial Reporting 2- Class Representative.
15/12/12 Il conto salato del Comunismo
La maledizione degli uomini è che essi dimenticano.
Abbiamo dimenticato troppo presto la barbarie del comunismo fatto regime, la privazione di ogni diritto civile, le libertà conculcate, il pensiero unico imposto con la forza, il partito stato, l'occhiuto controllo sulla vita privata privata di ciascuno, la costrizione a condividere le abitazioni, la mobilità proibita, la negazione di ogni forma di privacy, i gulag, i manicomi, le "rivoluzioni culturali", i muri e i Vopos che sparavano a vista, la follia dell'economia dirigista e pianificata, i fallimentari piani quinquennali, i desolanti panorami urbani, la miseria diffusa, l’equilbrio del terrore.
Il comunismo fatto regime ha lasciato all'Europa la pesante eredità delle economie arretrate e disastrate dei Paesi dell'est, delle società civili da rifondare, delle culture collettive da ritrovare, delle identità da riscoprire.
L'Europa ha voluto accettare questa eredità ed i pesanti costi connessi.
Ha iniziato la Germania con la riunificazione, sono poi seguite le scelte di rapido allargamento ad est dell'Unione Europea, molte delle quali ancora in gestazione: Croazia, Macedonia, Montenegro, Serbia, Albania, Bosnia, Kosovo e, forse più in là, Ucraina e Moldavia.
Scelte giustificate dalla logica politica, dall'interesse dell'Occidente a portare nella propria orbita gli ex satelliti dell'Urss, dall'interesse, in primis tedesco, a nuovi mercati di sbocco, soprattutto di apparati per la produzione oltre che di beni di consumo.
Per cercare di valutare l'ordine di grandezza dei costi di cui si è sobbarcata l'Unione Europea basta far riferimento a quelli della riunificazione tedesca, stimati in 1500 miliardi di Euro.
Nel 1990 la Germania Ovest aveva 63 milioni di abitanti, quella dell'Est 17. Sul totale della popolazione i tedeschi dell'ex DDR rappresentavano il 21%.
I tedeschi dell'ovest hanno quindi speso 71 miliardi per ogni punto percentuale di popolazione dell'est ex comunista da far crescere fin quasi al livelli dell'ovest.
Fin quasi perché si calcola che la piena omogeneizzazione si raggiungerà, a ritmi tedeschi, solo nel 2019.
Con gli allargamenti dell'Unione Europea del 2004 e del 2007 sono entrati a far parte dell'Unione 9 stati ex satelliti dell'Unione Sovietica: Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria, Slovacchia, Lituania, Lettonia, Slovenia, Estonia con 94 milioni di abitanti complessivi, pari al 20,2% dell'intera popolazione UE (percentuale che salirebbe al 27% se entrassero nell'Unione tutti i Paesi dell’ex blocco sovietico che vi ambiscono, vedi tabella).


Ne deriva che il costo di livellamento agli standard medi europei ammonta ad oltre 1400 miliardi di Euro che stanno pagando e pagheranno le nazioni più ricche, per la semplice ragione che il mercato unico tende inesorabilmente a medie comuni sul lungo periodo, ma sul breve i più deboli vanno sostenuti.
Non a caso i Paesi del gruppo di Visegràd (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia) hanno quadruplicato il loro Pil rispetto alla metà degli anni ‘90 e non a caso i finanziamenti Ue sono presenti nel 99% dei progetti pubblici ungheresi e nel 50% di quelli polacchi.
Questa analisi contribuisce a spiegare perché la crisi che attanaglia l'Europa è diversa, più pesante, lunga e perniciosa di quella che ha toccato il resto dell'Occidente.
Paghiamo il conto salato delle devastazioni, economiche e non solo, prodotte dal comunismo che altri, ad esempio gli Usa, non hanno mai conosciuto.
Si comprende anche meglio l'intransigenza della Germania sul rigore ad ogni costo, dovuta alla consapevolezza dei costi della riunificazione da sostenere ancora per molto tempo al ritmo di 100 miliardi l'anno ed alla consapevolezza che parte dei costi dell'allargamento gravano e graveranno direttamente su di essa, con particolare riferimento ai Paesi che gravitavano nell'area del marco e che, guarda caso, sono stati i primi ad essere ammessi nell'Unione.
Ciò contribuisce ad acuire, in prospettiva, i problemi delle nazioni mediterranee ad economia essenzialmente manifatturiera. Difatti l'apparente opportunità offerta dal basso costo del lavoro nei Paesi ex comunisti determina non solo la delocalizzazione proprio delle imprese manifatturiere delle nazioni sud-europee, nelle quali il costo della manodopera è componente significativa, ma determina anche l'evolvere di quei Paesi verso la manifattura e la produzione per il consumo in generale, come se non bastassero già la Cina e le altre "tigri asiatiche".
In questo processo ci guadagnano le nazioni in grado di esportare tecnologie ed attrezzature per la produzione o di assorbire immigrazione qualificata, come la Germania, la Francia e solo in minima parte l'Italia.
Nessuno vuole ledere gli interessi franco-tedeschi, purché vi sia un'Europa capace di essere strumento di riequilibrio e di equa armonizzazione generale e non eterodiretta da uno, due Paesi egemoni e, per di più, fortemente nazionalisti nonostante le professioni di europeismo.
Ma quest'Europa per ora non c'é. Anzi, la crisi incrementa gli egoismi e, per questo, quel po' di Europa che esiste e resiste rischia di implodere insieme alla moneta unica.
Per la prima volta nella sua storia l'Unione Europea ha rischiato l'esercizio provvisorio per mancata approvazione del bilancio (è stato approvato il 13 dicembre, ndr).
E' un segnale preoccupante da non sottovalutare.
Se salta tutto la Germania, da sempre previdente, farà blocco con l'Austria ed i Paesi dell'est che le sono riconoscenti, rimetterà in corso il marco ed avrà comunque di che vivere rispolverando il sogno della grande Prussia.
Il Regno Unito già segue il suo corso da tempo, e questo corso non incrocia l'Europa bensì il Commonwealth, New York, Hong Kong, Singapore, Shangai e le altre grandi piazze finanziarie.
Chi andrà a gambe all'aria sono i Paesi dell'Europa mediterranea, che si sono svenati per aderire all'Euro accettando iniqui tassi di cambio ed il pesante rincaro di quasi tutti i prodotti i cui prezzi si sono livellati, in pochi anni, alla media europea, che hanno tartassato i loro cittadini indebolendo le economie nazionali, che hanno delocalizzato le loro imprese, che hanno fatto emigrare i cervelli migliori, che hanno praticato politiche miopi e senza respiro strategico, che hanno pagato un tributo più alto di altri per adeguarsi alle normative comuni ed agli standard imposti da chi dettava le regole e che, per giunta, sono stati largamente incapaci, ad eccezione degli spagnoli, di utilizzare quel po' di opportunità offerte dai fondi europei ormai in larga misura dirottati verso i Paesi dell'est.
Per evitare questo bisogna attivare concordi politiche "euromediterranee", battere i pugni su ogni tavolo europeo affinché si traducano in atti, pretendere che il costo dell'innalzamento delle medie dei Paesi dell'est sia reso chiaro e trasparente a tutti i cittadini nella forma di contributo di solidarietà ai popoli vittime del comunismo.
15/12/12 Alzare lo sguardo
Alzare lo sguardo, portarsi sopra i recinti, scardinare i confini del pregiudizio, innalzarsi per cogliere l'essenza delle cose, sorvolare il quotidiano per riscoprire la prospettiva del domani, librarsi sulle miserie, sulle ingiustizie, su ciò che non funziona per scorgere soluzioni.
Allenare l'occhio a traguardare la parte per cogliere il tutto, l'olfatto a percepire il marcio nascosto sotto coltri di profumi ed incensi, il tatto a toccare con mano per non fidarsi del sentito dire, l'udito ad ascoltare senza ascoltarsi, il gusto a cogliere il bello che si annida nelle pieghe dell'insignificante ed il cuore a sentire la verità delle cose.
Soltanto affinando i sensi, imparando a sorvolare i panorami quotidiani, le paludi risucchianti, i meccanismi inceppati, la selva delle inefficienze, l'insufficienza e gli egoismi di molti, le barriere del narcisismo, dell'autocommiserazione e del qualunquismo, il ciglio del burrone su cui si trovano l'Italia e l'Europa, potremo farci un'idea chiara delle scelte da compiere, delle sintesi necessarie, della direzione da dare al Paese col prossimo voto.
Un voto che singolarmente non pesa molto, che è limitato dall'obbligo di scegliere una sigla piuttosto che una persona, che avvilisce la democrazia riducendola ad un'apertura di credito su promesse che vengono fatte confezionandole al meglio per suscitare un favore momentaneo quanto impulsivo, un voto che spesso non gratifica, ma pur sempre l'unico strumento a disposizione.
Uno strumento debole perché figlio di democrazia incompiuta che, tuttavia, se ben convogliato, se frutto di scelte consapevoli e non di emozioni mediaticamente suscitate o, peggio, di interessi clientelari o di scelte pregiudiziali, può ancora essere un'arma formidabile di cambiamento.
Purché si vinca la voglia di astenersi, ancorché giustificata dalle insufficienze di una politica spesso meschina ma che si alimenta proprio e principalmente dell'indifferenza dei cittadini.
Più gli elettori restano a casa, con l'alibi del disgusto, più si consente a minoranze poco rappresentative di prendere le leve del comando per regolare la vita di tutti (anche di quelli che si sono astenuti) e per piegarle ai propri interessi. La mancanza di partecipazione corrompe la democrazia.
Votare, persino turandosi il naso, ma con le idee chiare sull'Italia che si vuole, che si desidera, che si pretende con l'esercizio consapevole della sovranità popolare. Che si pretende esercitando, dopo il voto, il controllo sociale, facendo sentire il fiato sul collo agli eletti, ai nominati, ai cooptati, ai chiamati a rappresentare gli interessi di tutti. Un fiato che deve saper trasformarsi in vento travolgente per chi sbaglia. Siamo davvero sul ciglio di un orrido burrone, ciò decreta la fine della delega in bianco, dell'elezione senza vincolo di mandato per gli impegni assunti. Il controllo sociale organizzato deve obbligare al rendiconto e mai come adesso è necessario un controllo sociale duraturo, massiccio, costante e diffuso, è il solo antidoto alla cattiva politica.
Che i cittadini, già prima del voto, si preparino al dopo, alla vigilanza ed al controllo.
Si articolino nuove formazioni sociali partecipative sotto forma di "Gruppi di controllo sociale", dotati di "Ispettorati del popolo" con il compito di approfondire e controllare gli atti, dalle delibere comunali ai progetti di legge, di denunciare alla pubblica opinione le deroghe dagli impegni programmatici, gli aggiustamenti, i compromessi, i falli, di stilare pubbliche pagelle sui rappresentanti, sul loro impegno, sulla qualità e quantità del loro lavoro.
Che si finanziano tali organismi, che si riconosca loro il diritto di rapido accesso agli atti ed alla pubblicità dei loro deliberati e si voti chi assume il solenne impegno di renderli effettivi ed efficaci.
In società più trasparenti parte del controllo sociale viene svolto dai media indipendenti finanziati da editori che fanno solo gli editori, senza conflitti di interessi. In Italia non esistono, se non sulla rete, media davvero indipendenti. Ognuno è schierato e pronto a filtrare e ad addomesticare, sia pure con diversa dose di equilibrio, l'informazione, se tocca gli "amici", ad usarla come un bazooka se riguarda i "nemici".
In società più trasparenti i confini tra i poteri sono chiari e netti, in Italia, anche per limiti oggettivi della Costituzione, non è così. Tutto si confonde, si interseca, si sovrappone, creando zone d'ombra e troppo ampi margini all'interpretazione, allo sconfinamento. E non a caso siamo asfissiati da un brulichio di leggi, norme, regolamenti, divieti, fattispecie di reati, quasi sempre descritti e scritti male, quindi ampiamente interpretabili. Questo guazzabuglio consentiva ad Andreotti di fare l'apologia del doppiopesismo nel dire che la legge si applica ai nemici e si interpreta per gli amici. Ed in questo guazzabuglio la stessa magistratura perde parte della propria indipendenza e credibilità.
Per queste ragioni i "Gruppi di controllo sociale", almeno in Italia, sono assolutamente necessari.
Alzare lo sguardo per cogliere i semi del buono in ciò che ci circonda, per alimentarli e farli germogliare, per cercare di unire e dar forza a ciò che è positivo. Alzare lo sguardo per cogliere senza paraocchi nella politica ciò che va salvato e rafforzato, ciò che va unito da ciò che va separato, affinché possa trasformarsi da tenue speranza in destino.
Capire che destra e sinistra, venute meno le ideologie, non hanno quasi più senso se le differenze si riducono a più tasse, meno tasse, più stato, meno stato, più tutele ai produttori di ricchezza e meno ai lavoratori e viceversa.
Il discorso si fa più complesso solo se ci si riferisce alla dialettica tra le categorie culturali di specificazione (destra) e omologazione (sinistra), ma trattandosi agli effetti pratici di una questione di dosaggi, le barriere si possono superare. Così come non ha molto senso la suddivisione degli italiani tra moderati e non. Tutti i cittadini sono "moderati", in primis dalle leggi e quasi tutti sono "centristi" in ordine alla triade valoriale: Dio, patria, famiglia (andrebbe aggiunta "comunità").
Se proprio si deve ricorrere alla categorizzazione sarebbe preferibile suddividere i cittadini in "modernati" e non. Occorre anche archiviare la falsa antitesi riformisti, conservatori, atteso che in Italia c'è ben poco da conservare e molto, moltissimo, da riformare.
Meglio quindi guardare a quel che c'è di buono nell'attuale offerta politica per tentare di portarlo a sintesi.
Nella base e nei quadri del Pd c'è tanto di buono, anche se la sua inossidabile nomenklatura (che già ha fallito alla prova del governo), imponendo regole applicabili ai nemici, ma interpretabili per gli amici, non ha consentito a Renzi di emergere come meritava e di liberare quel partito dai cascami a dai miti di una cultura che viene dal passato e da alcuni odiosi vizi contratti in tempi più recenti come la supponenza, il doppiopesismo, l'eccessiva inclinazione alla tassazione, alla spesa pubblica, alla moltiplicazione dei costi della "democrazia", all'uso strumentale delle regole.
I radicali sono persone politicamente a posto, attivi, caparbi, documentati, competenti, onesti. A volte con idee troppo avanzate, a volte ripetitivi nei metodi di "lotta", a volte eccessivamente intransigenti e con un ingombrante Anchise sulle spalle, il cui peso li schiaccia, nonostante i suoi indiscutibili meriti.
In SeL c'è Vendola, che merita particolare considerazione rispetto, quanto meno perché è un politico capace di lacrime, segno questo di profonda umanità, e tanti puri idealisti di una Sinistra che non c'è più.
Il Movimento di Grillo (che è un politico più dotato di tanti e non un ex comico) è un'incognita, ma certamente raccoglie persone di buona volontà, desiderose di cambiare in meglio le cose e largamente insoddisfatte dalla "politica politicante" che non fa onore a sé stessa.
La Lega di Maroni, si è liberata di molta zavorra, è piena di giovani puliti, con le idee chiare e di spessore, peccato che non sia un partito nazionale e che declini un federalismo a senso e vantaggio unico.
Il PdL andrebbe formattato in blocco perché non ha mantenuto nessuna delle promesse fatte agli elettori. Ma le speranze che i giovani formattatori abbiano la meglio sono davvero esigue. Si spacchetterà forse in due o tre spezzoni, ma cambiando l'ordine dei fattori il prodotto non cambia. Anche l’IdV dovrebbe seguire la stessa sorte.
L'UdC ha un buon leader, coerente, coraggioso e capace e un manipolo di dirigenti di qualità. Ma, nella media, tra leader e partito c'è ancora troppa distanza e la vocazione proporzionalista poco aiuta a colmare il divario.
Vi è, tuttavia, una certa pilatesca coerenza nell'interpretare la meritocrazia in chiave proporzionale: prendi voti? Meriti. Comunque tu abbia ottenuto il consenso e non importa se i danni che farai li scaricherai sugli elettori che hai abbindolato, io partito ti ho solo messo in lista (fidando sulla tua scaltrezza).
Fli ha un grande leader ed una rappresentanza parlamentare di prim'ordine, composta da uomini che hanno avuto il coraggio di scegliere pagando un alto prezzo. E' la sola formazione che è stata attentissima ai contenuti, all'elaborazione di un programma fatto di misure concrete e possibili e che si è realmente aperta alla partecipazione della società attiva con i “Mille per l’Italia”. Ha anche dimostrato che si può far politica senza finanziamento pubblico grazie all'entusiasmo generoso della base.
Ora che Fini, libero finalmente dai gravosi compiti istituzionali, riprenderà in mano le redini del movimento, questo non potrà che crescere, al di là persino del risultato elettorale.
Vi sono poi i nuovi aggregati: Italia Futura di Montezemolo, il movimento di Giannino ed altri. Ciascuno, al di là delle differenze, animato da un vero spirito riformatore e da un'autentica voglia di riportare l'Italia sui giusti binari. Ciascuno attento alle soluzioni.
E c'è l'incognita Monti. Che sia lui l’aggregatore di ciò che si salva, colui che produce nuove sintesi, l’iniziatore della Terza Repubblica?
Nel panorama politico, sommariamente delineato, nonostante tutto, c'è ancora del buono. Bisogna solo provare a metterlo insieme senza pregiudizi, senza paraocchi, senza esclusioni aprioristiche.
Per il bene dell'Italia.
15/11/12 Mai dire mais
Si tratta di una bomba che ha lanciato la rivista Food and Chemical Toxicology rivelando i risultati degli esperimenti condotti da un team di ricercatori dell'Università di Caen in Francia.
Lo studio, condotto per due anni, è consistito nell’alimentare ratti con mais transgenico, additivato e non con un erbicida prodotto dal gigante americano Monsanto. (90,92-0,15%) L'esperienza ha dimostrato, tra l'altro, che i topi nutriti con mais geneticamente modificato NK 603, con o senza aggiunta di erbicida determina almeno il doppio di incidenza tumorale ed una mortalità più veloce che nei ratti alimentati con mais convenzionale.
Abbastanza per spaventare il mondo sui rischi degli OGM.
Ma cos'è un OGM? Si tratta di un organismo geneticamente modificato. Il suo patrimonio genetico ha subito un cambiamento determinato dall'uomo, al fine di dare all’organismo nuove proprietà. Ciò si ottiene cambiando le caratteristiche genetiche con l'aggiunta o l'eliminazione di almeno un gene. Un OGM è un organismo che non esiste come tale in natura.
Vengono utilizzati principalmente nei settori dell'industria, della medicina, in agricoltura e nell’agro-alimentare.
In particolare il mais NK 603 è stato geneticamente modificato per consentire agli agricoltori di spruzzare i loro campi con il Roundup, l'erbicida più usato nel mondo e sviluppato dalla Monsanto. Il grano diventa resistente a questa sostanza chimica e la sua cultura non viene alterata.
L’NK 603 ha ricevuto approvazioni per la coltivazione nel 2010 e nel 2011 in 12 paesi: Stati Uniti, Argentina, Brasile, Canada, Giappone, Sud Africa, Filippine, Colombia, Paraguay, Uruguay, El Salvador e Honduras, secondo il conteggio effettuato dal quotidiano francese “Le Monde”.
È consentito per l'alimentazione animale e per la produzione di cibo per gli esseri umani, come farina o farina di mais.
Questo mais non è ancora coltivato in Europa, ma si trova in numerosi prodotti importati e così l’NK 603 finisce nei piatti degli europei.
Il problema è che non è possibile essere sicuri della sua presenza a tavola in quanto le disposizioni europee non obbligano l'industria alimentare a segnalare la presenza di OGM per i prodotti che ne contengono meno dello 0, 9%. Ma potenzialmente, il mais può essere trovato in cereali, cracker, salatini, pan grattato, sformati, zuppe, salse, budini e dolci.
Secondo Le Monde, esso può, inoltre, essere utilizzato anche negli additivi alimentari, quali l’amido ossidato (E1404), i fosfati d’amido (E1410, E1412 E1414 a) o il sorbitolo (E420).
Due altri prodotti OGM hanno ricevuto approvazioni: il mais MON 810 sempre della Monsanto e la patata Amflora della BASF. Ma per ora, solo il mais viene coltivato soprattutto in Spagna (80% della produzione). L'Unione europea ha inoltre accettato l’importazione di altri 44 OGM: 25 varietà di mais, 8 tipi di cotone, 7 di soia e 3 di colza e barbabietole.
L’Europa, tuttavia, è ancora un’isola felice visto che nel mondo le principali colture OGM hanno coperto, nel 2011, 160 milioni di ettari, come indica una statistica del governo canadese, con un incremento dell'8% rispetto al 2010. Gli OGM per la coltivazione della soia sono i più utilizzati nel mondo (47%), seguono il mais (32%) ed il cotone (15%). Il primatoi OGM è detenuto dagli Stati Uniti (43,1% della superficie globale), seguiti da Brasile, Argentina, India e Canada.
L’uso degli OGM determina comunque grandi polemiche tra fautori e contrari.
Nonostante i risultati della ricerca francese, numerosi altri studi sugli effetti a lungo termine dei prodotti geneticamente modificati sulla salute degli animali - ratti, maiali, pollame - avrebbero dimostrato che questi alimenti sono sicuri quanto gli alimenti non OGM.
La Monsanto, dal canto suo, afferma di aver condotto più di 300 studi sull’alimentazione animale che hanno confermato che il cibo OGM sarebbe altrettanto sicuro di quello non-OGM.
15/11/12 Chiude la "fabbrica degli Europei"
Il capo della commissione bilancio del Parlamento europeo Alain Lamassoure ha avvertito che l'European Social Fund è in bancarotta e non è in grado di rimborsare gli stati. La prossima settimana toccherà al programma studentesco Erasmus, e alla fine del mese sarà il turno del Research and Innovation Fund.
Secondo Lamassoure il deficit ammonta a 10 miliardi, e dunque nelle prossime settimane è probabile che il commissario al bilancio Janusz Lewandowski chiederà agli stati Ue di versare "diversi miliardi di euro" per appianare il buco.
Miliardi che difficilmente arriveranno. Rischia così di chiudere il progetto Erasmus, “la fabbrica degli europei”, che dal suo avvio, nel 1987, ha consentito ad oltre un milione e settecentomila studenti europei di avvalersi dei programmi di scambio universitario.
Un’opportunità che non solo ha consentito a tanti giovani di formarsi in un Paese diverso da quello di origine, assorbendone lingua, cultura, metodologie didattiche, ma ha anche rafforzato il senso di appartenenza all’Europa.
La “generazione Erasmus” che ha sperimentato la libertà di movimento e di conoscenza, che ha sviluppato legami solidali, che ha imparato a fare rete e partenariato internazionali, che ha vissuto la difficile prova dello sradicamento, che ha avuto il coraggio di lasciare la sicurezza del focolare per darsi alla voglia di esplorare terre incognite, costituisce l’avanguardia dell’Europa nazione. Un’Europa nazione multiculturale, plurale, solidale, pacifica, consapevole della ricchezza rappresentata dalla diversità.
Erasmus ha favorito il nascere di comunità multiculturali di giovani europei, quasi dei vivai di amicizie, di progetti comuni, di legami affettivi da cui nascono anche “eurocoppie” ed “eurofigli.”
Ciò concorre a sviluppare uno spirito europeo nella maggior parte dei giovani, tanto che si è pensato di allargare i programmi di mobilità europea ad altre fasce di età.
Oggi tutto questo rischia di andare in soffitta, di essere cancellato per una manciata di Euro e per i qualche “capriccio di stato”.
L’Europa segna il passo, bloccata come sempre, dagli interessi contrapposti delle singole nazioni che la compongono e, more solito, i giovani ne pagano il prezzo.
15/11/12 UE: triplo flop all'orizzonte
Il 24 e 24 novembre il Consiglio europeo dovrà finanziare l'Unione dal 2014 al 2020, ma l'accordo sembra davvero lontano, tanto da indurre il Parlamento europeo a sospendere la sua partecipazione ai lavori per protestare contro le riduzioni di contribuzione richieste da alcuni stati.
Ogni singolo stato si è chiuso a riccio nella tutela dei propri interessi.
Da un altro lato il progetto di unione bancaria arranca, come quello sulla tassazione delle transazioni finanziarie che, insieme al bilancio, costituiscono le principali sfide per l'Unione.
Lo scontro tra i Paesi membri si è fatto talmente aspro che è probabile il fallimento del vertice, con ricadute negative sulla crisi economica.
In particolare Svezia, Danimarca e Regno Unito si sono messi di traverso. I danesi minacciano addirittura il veto sul bilancio UE se non otterranno una riduzione della loro quota di almeno 134 milioni di Euro e gli inglesi ci stanno pensando.
Nonostante il tempo speso in negoziati nulla si è mosso e l'Unione si mostra incapace di realizzare una maggiore integrazione economica e questo aggrava lo scetticismo dei mercati sul futuro della moneta unica.
Ad ingarbugliare ancor di più la matassa vi sarebbe una promessa di riduzione del contributo della Merkel alla Polonia, in quanto i fondi al vicino stimolano l'economia tedesca molto più di quelli alla Francia o al Regno Unito.
In questo quadro confuso l'Italia punta ad ottenere lo sblocco dei 670 milioni di Euro per il fondo di solidarietà per il terremoto dell'Emilia, ma salterebbe il finanziamento per l'Erasmus, incluso in un pacchetto da 9 miliardi fatto saltare da un gruppo di dissidenti capeggiati dal Regno Unito.
Altro che "generazione Erasmus" come speranza di futuro e di accresciuta coesione.
David Cameron avrebbe anche cercato di convincere Monti a passare tra i dissidenti con una carota da 2 miliardi di risparmio sui contributi. Ma Monti ha nicchiato avendo chiare le ripercussioni che lo strappo avrebbe avuto sul fondo di coesione.
15/11/12 L'Italia metropolitana
La riduzione del numero delle Province, prevista dal Governo, è solo un primo timido passo sulla strada di un complessivo riassetto istituzionale necessario per avviare l'Italia verso una più efficiente Terza Repubblica, tuttavia la previsione governativa sta sollevando un levata di scudi da parte degli enti cancellati e delle rispettive comunità.
Un passo timido perché bisognava osare di più e con maggior estro riformatore.
La soluzione che proponiamo, e che avremmo adottato, è quella di estendere a tutto il territorio il modello della città metropolitana, per aggregati non inferiori al milione di abitanti.
Si tratta di un livello istituzionale nuovo, a dimensione e taglio europei e che si presta ad attuare e promuovere una filosofia di collaborazione "reticolare" tra i comuni e i territori che ne fanno parte, per questo è anche idoneo a promuovere un nuovo federalismo municipale incentrato sul principio di collaborazione per la crescita e lo sviluppo civile e la messa a fattor comune delle risorse. Inoltre, costituirebbe l'occasione per riequilibrare, in base al principio di sussidiarietà, le forti disparità che esistono tra territori, popolazione residente e numero di comuni.
Una disparità che pesa sia in termini di dispersione di risorse che in termini di iniqua distribuzione dei servizi ai cittadini.
Inoltre, per effetto della conseguente abolizione tombale delle Province, nessuno potrebbe più lamentarsi per "leso campanile".
Quello che proponiamo di seguito è un primo tentativo di articolazione di tale proposta che abbiamo battezzato "Italia metropolitana".
Ci rendiamo ben conto che in alcuni aspetti, come l'accorpamento della provincia di Aosta alla Città metropolitana di Novara, la fusione delle province di Trento e Bolzano nella omonima Città metropolitana, la creazione dei nuovi enti nelle regioni a statuto speciale, i passaggi sarebbero, a Costituzione vigente, delicati e complessi, ma speriamo ardentemente nella riscrittura della Carta costituzionale, auspicabilmente da parte di un'Assemblea Costituente appositamente eletta.
Partire dal basso
L'Italia ha 60.626.442 di abitanti distribuiti in 8092 comuni e raggruppati in 20 regioni e 110 province.
La densità media di abitanti per chilometro quadrato è di 201. La media nazionale di abitanti per comune è di 7.492. Campania, Lazio, Veneto, Puglia, Emilia, Sicilia, Toscana e Umbria, in relazione al loro numero di comuni hanno popolazioni medie superiori alla media nazionale, Lombardia, Liguria, Piemonte, Marche, Friuli, Calabria, Abruzzo, Trentino, Molise, Sardegna, Basilicata e Valle d'Aosta hanno medie sensibilmente inferiori. Il primo gruppo di regioni ha un totale di 2885 comuni (35,5%) ed una popolazione di 34.731.649 (57%). Il secondo gruppo di regioni ha 5207 comuni (64,5%) ed una popolazione di 25.894.793 (43%).

Tale evidente sperequazione pone un primo problema: quello di raggiungere standard uguali per tutti i cittadini riguardo alla distribuzione dei servizi comunali, in un'ottica di sussidiarietà.
Tale obiettivo si può raggiungere in due modi: moltiplicando il numero dei comuni nel primo gruppo di regioni in base alla popolazione media o riducendo tale numero nel secondo gruppo, sempre in base al dato medio. Si tratterebbe quindi o di tagliare 1729 comuni dalle regioni del secondo gruppo o di crearne 1803 nelle regioni del primo gruppo.
La tabella che segue chiarisce i calcoli:

La colonna Comok indica il numero di comuni ottimale tarato sulla media.
* Tale media scende a 5.379 se si considera soltanto la popolazione residente al di fuori dei capoluoghi di provincia, ciò cambierebbe di poco le variazioni: -1606 in luogo di - 1729.


Non essendo stagione per l'ampliamento delle istituzioni, la soluzione più ragionevole sarebbe quella di optare per la riduzione del numero dei comuni obbligando i comuni sotto media all'accorpamento, ossia alla fusione con altri comuni limitrofi (anche attraverso le Unioni di comuni rivisitate e rese obbligatorie), fino al raggiungimento di almeno 7.500 abitanti.
Per capire quanto siano piccoli questi numeri e quanto complicato il sistema degli enti locali nazionale basti considerare che la sommatoria degli abitanti di sole 4 grandi città: Shanghai 23 030 048, Mosca 11 551 930, Istanbul 13 120 596 e Londra 7 753 600 supera i 55 milioni, un numero pari all'intera popolazione italiana. Popolazione amministrata da soli 4 enti comunali, contro gli ottomila italiani.
Raccordarsi su area vasta
Il secondo problema che qui si analizza è legato alla messa in efficienza del sistema istituzionale locale anche alla luce della prevista e parziale soppressione delle province.
L'ipotesi è quella di estendere la facoltà (obbligo?) di costituire Città metropolitane a tutti gli aggregati di comuni che raggiungano almeno una popolazione complessiva di un milione di abitanti. Tale ipotesi consentirebbe di gestire al meglio i servizi e le politiche di area vasta e di programmare lo sviluppo comprensoriale con un approccio di "larghe vedute". La soluzione ipotizzata favorirebbe anche le politche di filiera e la sinergizzazione degli investimenti in un'ottica di federalismo municipale. La tabella e la cartina che seguono mostrano un possibile ridisegno istituzionale con la previsione di 43 enti metropolitani e 6228 comuni:




La "metropolizzazione" del sistema Italia consentirebbe al Paese di mettersi all'avanguardia in Europa dove da diversi anni è alta l'attenzione sulle aree metropolitane e più in generale sulle formule aggregative anche transnazionali.
Darebbe, inoltre, una formidabile spinta alla competitività dei nuovi aggregati offrendo un contributo concreto al riavvio della crescita.
E' da rilevare che fin dal 1990 sono state introdotte nell'ordinamento le Città metropolitane.
Il legislatore, una volta tanto, aveva visto lontano sia pur in un’ottica non reticolare, ma dai più l'innovazione è stata vista come l'ennesima superfetazione istituzionale e le città metropolitane sono rimaste, a tutt'oggi, lettera morta, si è perduta l'ennesima occasione per innovare in sistema istituzionale logoro.
Soltanto le misure per Roma capitale hanno ravvivato l'attenzione sul tema ed i recenti provvedimenti del Governo Monti che hanno istituito alcune Città metropolitane e soppresso, per accorpamento, 35 province.
E' di tutta evidenza che, in tale ipotesi, a fini di semplificazione e messa in efficienza del sistema istituzionale, andrebbe anche ridisegnato il sistema regionale riducendo a 5 il numero delle regioni italiane, in tale ipotesi la particolare autonomia attribuita a regioni e province a statuto speciale potrebbe essere riversata sulla "specialità" di alcune Città metropolitane.
In tale quadro il nuovo sistema istituzionale locale italiano sarebbe costituito da 5 regioni (o macroregioni), 43 città metropolitane, 6228 comuni.
Un buon inizio per far ripartire l'Italia e solide basi per costruire la Terza Repubblica.
15/11/12 Patriottismo depresso e federalismo municipale
Come si può non amare l'Italia? La bellezza e la varietà del paesaggio, la diversità delle culture locali, delle tradizioni, del folklore, le sue cento città tutte da scoprire, i diecimila campanili, l'indole, per lo più, amabile della gente, la storia bimillenaria, lo sterminato patrimonio culturale, le produzioni tipiche, l'enogastonomia, la creatività che si fa prodotto col "made in Italy", la rendono un'area magica e privilegiata del pianeta. Come e forse più di Francia e Spagna, dentro l'Europa. Allo stesso tempo come si può amare l'Italia della spesa insensata, degli sprechi e delle opere incompiute, del debito pubblico scriteriato, delle caste e delle corporazioni, dell'ipertrofia istituzionale e legislativa, dell'inefficienza congenita, della burocrazia asfissiante, della sanità malata, delle barelle che si fanno ospedali? Come si può amare l'Italia dei "palazzi", dei parlamentari malamente nominati, della magistratura strabica, della giustizia ingiusta e lenta, del fisco iniquo, dei servizi scadenti ma oltremodo costosi, delle amministrazioni furbette che manomettono i semafori e nascondono gli Autovelox pur di fottere i cittadini, della scuola che non forma, delle promesse mai mantenute, delle primarie farsesche, dei diritti civili non rispettati, delle libertà mortificate?
E' questa gigantesca contraddizione tra Italia "fisica" e Italia "politica" che avvilisce il senso di patriottismo degli italiani, toglie loro speranza e fiducia, li induce a disertare dalle elezioni o li spinge nelle braccia del populista di turno. La città di Napoli è paradigmatica di questa contraddizione. Bella come una sirena stesa al sole, ultima per vivibilità, "infernale" per chi ci vive, spinta dal cieco desiderio di riscatto nelle braccia dei Bassolino, delle Iervolino, dei De Magistris, sempre senza esiti visibili, sempre sull'orlo dissesto.
Occorre ripartire, rifondare alla radice un sistema che non funziona più, occorre riallineare l'Italia "fisica" con quella "politica" facendo ricorso agli ultimi brandelli di patriottismo che sopravvivono nel cuore, più che nella mente, degli italiani. E' necessario riunire sotto una stessa bandiera un popolo smarrito e avvilito, sotto un nuovo tricolore le cui bande significhino: nuova Costituzione e snellimento delle istituzioni e delle regole, abbattimento del debito e rilancio competitivo, Terza Repubblica e nuovo contratto sociale.
Per far questo non si può non partire dall'Italia "fisica", dal territorio, dalle città, con lo strumento di un nuovo federalismo municipale, il solo in grado di riannodare le maglie sfilacciate del tessuto sociale, di alimentare sistemi territoriali collaborativi, solidali, efficienti e competitivi, di promuovere le eccellenze della nazione "fisica", immettendole in una grande rete cooperativa che si chiami Italia, solida maglia di una rete più grande che si chiami Europa.
15/10/12 Il futuro di Monti
Mario Monti, il professore, negli ultimi tempi ha fatto come il gambero: disponibilità si ad un Monti bis, disponibilità no. Alcuni esegeti hanno interpretato l'apparente tentennamento come un modo per smarcarsi da coloro che già avevano impresso il suo nome sui loro scudi elettorali.
Forse si tratta di un'interpretazione sbagliata, anche perché sugli scudi Fini e Casini, tanto per fare i nomi, hanno messo "l'agenda Monti", ossia la prosecuzione nel percorso di rigore e di riforme e, quindi, di recupero di credibilità internazionale, tracciato dall'attuale governo e solo in subordine un Monti bis.
A riprova di ciò la grande attenzione che, in particolare, Fini ha riservato, sia in Fli, sia con l'iniziativa del Mille per l'Italia, agli aspetti programmatici, visti come un insieme di misure concrete, condivisibili e partecipate da sottoporre al vaglio degli elettori.
E se Monti, stanco delle beghe e dei veti italici e pago dei risultati raggiunti, vedesse il suo futuro in Europa? Caso mai a capo della Commissione?
Lo scoglio, nelle alchimie dell'Unione, sarebbe costituito dalla difficoltà di assommare in mani italiane Commissione e Bce. Tuttavia, il prestigio di Monti in Europa è talmente in netta ascesa da rendere possibile la sua successione a Barroso nel 2015, fiaccando le resistenze degli altri partner europei.
Se così fosse si potrebbero interpretare, sotto altra luce, le sue parole del primo ottobre al Forum della Cooperazione: ''Lasceremo il governo ad altri nei prossimi mesi…. con qualche banale principio di gestione interna lasceremo il Paese un pò meno rassegnato e un poco più rasserenato''.
Da Presidente della Commissione Mario Monti avrebbe gli strumenti necessari, in tandem con Draghi, per spingere l'Europa verso una maggiore integrazione e per tenere, nello stesso tempo, sotto osservazione l'Italia. Da privato cittadino tornerebbe a godersi la sua bella casa di Bruxelles.
Questa possibilità, ancorché giudicata remota da alcuni osservatori, dovrebbe indurre la politica italiana ad attrezzarsi in proprio per affrontare le sfide della crisi ancora in atto e a non sperare troppo nel “professore della provvidenza”.
15/10/12 Il crollo del "Celeste" impero
E’ un paradosso tutto italiano che il governo della regione con il migliore stato di salute e con i conti della sanità in pareggio sia costretto a passare la mano per un sistema di accuse giudiziarie non ancora provate e dal clima di sospetto generalizzato che ne è scaturito.
Come è paradossale il comportamento delle forze politiche, da quelle di opposizione che soffiano sul linciaggio di piazza (Pd, Idv, Sel, esclusi i radicali) come se non avessero i loro accusati eccellenti ed immemori del “chi è senza peccato scagli la prima pietra”, a quelle di maggioranza che si sfilano tremebonde ad una ad una lasciando il “Celeste” da solo, senza solidarietà, né levate di scudi, dopo averlo osannato, assecondato ed additato quale campione di buon governo per 17 anni.
Al di là dell’accertamento delle accuse - che riguardano anche Vendola, Errani, Penati ed altri che nessuno tenta di linciare in piazza - a membri della Giunta lombarda, a Formigoni, a consiglieri regionali, al di là del doppiopesismo di molti media, c’è anche in questa vicenda, come sempre, una responsabilità primaria della politica italiana col suo malvezzo di tentare sempre di aggirare le regole che essa stessa si è data o non è riuscita a dare ad altri, per poi pagarne le conseguenze.
E’ di palmare evidenza che un ventennio ininterrotto di governo determina delle “incrostazioni”, non a caso la legge limita a due mandati consecutivi le carriere di sindaci, presidenti di provincia e governatori. Ma per il Celeste questa legge non andava applicata, troppo ingombrante la sua presenza altrove. Sempre la legge prevede la raccolta di firme autenticate di elettori per presentare le liste, anche con l’intento non dichiarato di scoraggiare nuovi ingressi nel “giro” della politica. Ma per il Celeste anche questa legge non andava applicata, bastava qualche firma fasulla, come denunciato e provato dai radicali. La legge prevede un listino bloccato per garantire le prime file locali dei partiti, ma per il Celeste il listino poteva anche essere pieno di collaboratori privati del Cavaliere. Un Cavaliere che ha guidato l’Italia per lungo tempo e che non è riuscito a portare a casa nessuna delle riforme promesse, in primis quella della giustizia la cui mancata realizzazione determina l’Italia dell’accusa priva di sentenze e senza risarcimenti per chi è accusato ingiustamente come ha scritto Davide Giacalone.
Il Celeste impero si sgretola, come si è sgretolato il “carisma” del Cavaliere e il suo PDL, come vanno sgretolandosi le inossidabili nomenklature della sinistra, mentre lentamente, con la fatica caparbia della radice di una vite, si fa strada nel cuore degli italiani il valore della Legalità.
15/10/12 Terza Repubblica. Adesso!
Con la seconda guerra mondiale l'Europa decise di suicidarsi. I vincitori, come di recente è stato replicato in Afghanistan, esportarono ed imposero la democrazia ai vinti.
La democrazia italiana è figlia di quella scelta, non della maturazione consapevole di un popolo.
Difatti in quegli anni, metà del popolo italiano anelava a farsi satellite dell'impero sovietico, l'altra metà ambiva a restare "suddita" di una monarchia senza gloria.
Nacque così, con un referendum pilotato, la Repubblica.
I Padri costituenti dovettero faticare non poco per trovare un punto di compromesso "democratico" tra i vari interessi in gioco: quelli dei vincitori che volevano preservare la giusta influenza conquistata con le armi ed evitare qualunque pericolo di ritorno alla dittatura e quelli dei vinti e di coloro che, per essersi schierati per tempo dalla parte dei vincitori, ambivano a diventare - e divennero - élite dominante.
Il risultato fu la Costituzione che, da allora, scandisce ritmi e rituali della "democrazia" italiana.
Visti il punto di partenza e la genesi, non ci si può stupire, oggi, se la democrazia si è avvitata su se stessa ed è a rischio di implosione.
Il Parlamento funziona, con lentezza esasperante, poco e male, oltre ad essere pieno di indiziati ed inquisiti.
E' stato incapace, insieme ai Governi, di dare al Paese le riforme di cui aveva bisogno e, spesso, è diventato strumento di autotutela castale o di tutela di interessi diversi da quello dei cittadini.
Le poche riforme varate si sono rivelate dannosissime, come quella del Titolo V che, nel nome di uno sconsiderato federalismo, ha trasformato le Regioni in autonomi staterelli spendaccioni.
Perdura, da oltre un ventennio, un conflitto tra politica e giustizia, esacerbato dall'incapacità di riformare della politica e da indebiti sconfinamenti della magistratura.
Intanto 35.000 fattispecie di reato, non meno di 150.000 leggi vigenti, unitamente a costi e lentezza insopportabili della giustizia, avviliscono le libertà civili.
Le altre istituzioni centrali, tutte comunque elefantiache, si barcamenano come possono.
La politica, nel momento di maggiore difficoltà per il Paese, ha dato forfait, non ha trovato di meglio che passare la patata bollente ad un governo "tecnico", per insipienza e per paura di maggiore impopolarità.
La sola cosa di cui è stata davvero capace è la copertura della corruzione e la moltiplicazione delle istituzioni e dei costi della "democrazia": Regioni, Province, Città metropolitane, Comuni, Comunità montane e isolane, Enti d'ambito, società partecipate dagli enti pubblici, Autorità, Agenzie, Enti, Associazioni di rappresentanza degli enti, Commissioni, Garanti e un'infinità di paraistituzioni minori che vanno dai Caf ai patronati, dagli Enti bilaterali alle centrali sindacali e cooperative.
La spesa pubblica ha rotto ogni ragionevole argine e rischia di soffocare persino la speranza di futuro.
"Regionopoli" è solo la punta dell'iceberg costituito dalla orribile metastasi di una democrazia malata che ha già prodotto gli innumerevoli scandali che costellano la storia repubblicana.
In questo vespaio impazzito rischia di non salvarsi nessuno, nemmeno gli uomini onesti e capaci.
Il vento dell'antipolitica non discerne, spazza via. E al peggio non c'è mai fine.
E' tempo di reagire, di volere con forza la Terza Repubblica. Adesso!
I cittadini sono ormai maturi per pretendere dalla politica un atto estremo di resipiscenza, chiedano a gran voce che si convochi l'Assemblea costituente della Terza repubblica, che si riscriva la Costituzione, che è il sistema di regole da cui scaturiscono tutte le altre, che si introduca finalmente in Italia una democrazia partecipata, rispondente ai tempi e reale.
Altre strade non ce ne sono.
15/10/12 Legge elettorale: di male in peggio
L'undici ottobre la Commissione Affari costituzionali del Senato ha approvato a maggioranza, contrari PD, IdV, e PSI perché non d'accordo sulle preferenze, la bozza della nuova legge elettorale alla "greca".
In sostanza vengono reintrodotte le preferenze, i partiti si tengono ben stretto un terzo delle nomine, tramite listini bloccati con priorità sugli eletti, alla coalizione vincente viene riconosciuto un premio, su base nazionale e non più regionale, del 12,5%, lo sbarramento viene elevato al 5%, ma ridotto al 4% se un partito fa parte di una coalizione, vengono reintrodotte le vecchie circoscrizioni, ante "mattarellum": 31 per la Camera e 20 per il Senato su base regionale.
Persino Fli ha votato a favore, pur essendosi Fini sempre dichiarato favorevole al maggioritario. La portavoce, on. Giulia Bongiorno ha motivato la scelta affermando che "qualunque cosa è meglio del "Porcellum"". Sarà, ma sembra un "omaggio" a Casini.
Il nuovo testo dimostra, in maniera palmare, l'assoluto sganciamento della classe politica dalla realtà, dai sentimenti e dai desideri degli italiani.
Le preferenze furono cancellate da un referendum con una maggioranza del 95% degli italiani. Basterebbe ricordare questo per non reintrodurle, per non parlare dei guasti conclamati che producono, della corruzione che alimentano, dei traffici di promesse e di impegni che determinano, in particolare al Sud, anche se, come dimostrano gli scandali più recenti, il rischio riguarda tutto il Paese.
Mantenere in capo ai partiti il potere di nominare un terzo dei parlamentari, per tutelare le rispettive nomenklature, è indecente, soprattutto dopo che la capacità di scelta dei partiti - ossia delle Segreterie - messa alla prova del "Porcellum", ha determinato la composizione dell'attuale Parlamento che vede tra i suoi membri, tutti rigorosamente scelti e nominati, circa la metà tra condannati, indagati e inquisiti.
Il premio di governabilità, istituito per rendere stabili i governi, ne esce stravolto perché il suo presupposto era il bipolarismo che è, di fatto, archiviato dalla nuova bozza.
Anche l'istituzione della soglia di sbarramento fu introdotta, in coerenza col modello bipolare, per evitare la polverizzazione della rappresentanza politica. Oggi, anche in presenza della vera e propria proliferazione dei Gruppi parlamentari, ha ancora un senso? Per di più si è ignorata la necessità di introdurre il diritto di tribuna, garanzia di libertà, di autonomia e di continuità, per forze politiche minori che, spesso, rappresentano parti sane della tradizione politica italiana come, ad esempio, i radicali, i missini, parte dei repubblicani e dei socialisti.
Con lo sbarramento si costringono tutti all'ammucchiata e ciò concorre a rendere più opaco il sistema.
Ancora una volta i partiti hanno perduto l'occasione di riformare, di iniettare dosi di democrazia in un sistema che rischia di crollare su se stesso.
Eppure delle soluzioni virtuose ci sarebbero. Il sistema maggioritario, ad esempio, è stato frettolosamente archiviato perché pilastro del bipolarismo. Ma questo non è vero.
Per renderlo più elastico e non costringere i cittadini a votare chiunque venga catapultato in un collegio, basterebbe correggerlo in senso plurinominale: la coalizione che prende più voti si assicura il seggio, ma ogni partito di coalizione può presentare il suo candidato di collegio, viene eletto il candidato del partito della coalizione vincente che ottiene più voti. Con questo sistema si eviterebbero le nefaste preferenze, si garantirebbe ai cittadini la libertà di non dover votare turandosi il naso, si assicurerebbe un'elezione meritocratica e rispettosa della volontà e della capacità di scelta degli elettori, si rispetterebbero le vocazioni dei territori.
Anche per la giusta esigenza dei partiti di salvaguardare le loro prime file vi sarebbero soluzioni più democratiche di quella di arrogarsi il diritto di nominare un terzo dei parlamentari.
Il venti per cento dei seggi, non di più, può anche essere riservato alla dirigenza politica, purché questa abbia il coraggio di esporsi al giudizio degli elettori attraverso un modo diverso di intendere la preferenza, attraverso una sorta di primarie collettive. Che ogni partito presenti una lista con i nomi dei suoi dirigenti meritevoli di tutela secondo valutazioni interne, affianco ad ogni nome una casella spuntabile dall'elettore (in Belgio, dove esiste il voto elettronico si possono esprimere fino a 35 preferenze). Vengono eletti quelli che hanno più preferenze. Questo sistema darebbe ai cittadini la possibilità di scegliere il miglior personale politico ed anche di esprimersi sulla linea politica e lo "stile direzionale" di un partito.
Ma di soluzioni virtuose e democratiche non ne vedremo.
15/09/12 L'energia dalle alghe
Jonathan Trent, professore di Biologia molecolare alla Baskin School of Engineering, California, ha cercato di capire se ci fosse un modo per sviluppare biocarburanti in concorrenza con i combustibili fossili.
La soluzione proposta è straordinaria: fare un contenitore di plastica, riempirlo di alghe, depositarlo in un tratto di mare non lontano dalle grandi città costiere e lasciare che le alghe crescano al sole. Il calore generato viene dissipato nell'acqua circostante e le alghe potrebbero essere utilizzate in molti progetti con benefici enormi.
Questa è l'idea alla base di OMEGA, Involucri a membrana Offshore per le alghe in crescita, un progetto audace iniziato da Trent e dai suoi colleghi.
Come funziona?
In primo luogo, perché usare micro-alghe (esseri unicellulari visibili solo al microscopio)? Perché grandi produttrici di olio, tanto che potrebbero rendere tra i 2.000 e 5.000 litri di carburante (biodiesel) per ettaro per anno (molto più della soia che rende 50 galloni per ettaro e di ogni altra specie vegetale terrestre).
Perché costruire in mare a largo delle coste? Non c'è altra scelta. Le nostre città costiere coprono vaste aree e il loro mare e "ricco" di di rifiuti ed i rifiuti sono l'alimento per le alghe.
Le acque reflue vanno in un bioreattore galleggiante munito di un gorgogliatore che fornisce, dall'atmosfera, il Co2 necessario alla respirazione delle alghe che, tra l'altro, restituiscono ossigeno. La luce solare fornisce l'energia per crescere, le onde forniscono l'energia per la miscelazione, l'acqua è il regolatore della temperatura. Un effetto positivi del gorgogliatore eé che le alghe si depositano sul fondo del bioreattore diventando facilmente prelevabili con reti.
Le alghe producono biocarburanti, fertilizzanti e cibo.
Il sistema è in grado di recuperare l'acqua dalle acque reflue iniziali, acqua che diventa essa stessa un'attrazione per la vita marina e può essere convogliata in barriere galleggianti per realizzarvi impianti di acquacoltura o per coltivare cibo.
Per saperne di più: http://www.soe.ucsc.edu/people/trent
15/09/12 Ripensare l'idea di intelligenza
C'è un male oscuro che affligge la scuola italiana, è costituito da un mix velenoso di virus nostrani: burocrazia, scarsa qualità media del corpo docente, demotivazione diffusa, interessi corporativi che frenano l'innovazione (l'adozione diffusa di testi digitali ad esempio), assenza di meritocrazia.
Per non parlare delle strutture, spesso fatiscenti e manutenute poco e male dalle Province delegate, non si capisce perché, a questa funzione, delle dotazioni tecnologiche, dei servizi scadenti, dell'indolenza dei bidelli, pardon del personale Ata, dei guasti causati dalla cosiddetta autonomia, dell'indebita ingerenza della politica nelle nomine dei componenti dei Distretti e nella creazione di consistenti sacche di precariato, dei costi scaricati sempre più sulle famiglie, pur non essendo la spesa italiana per l'istruzione non lontana dalla media europea, delle inefficienze che ha determinato l'abolizione delle classi differenziali, delle battaglie di retroguardia dei sindacati, della totale assenza di qualunque forma di misurazione dei risultati di classe.
Sarebbe opportuno che tutti coloro che si occupano di scuola, dai politici ai sindacalisti, dai dirigenti scolastici ai professori, dai genitori ai bidelli, seguissero le conferenze di Sir Kenneth Robinson (disponibili in rete sul sito: TED.com), uno dei più stimati ricercatori nell'ambito dello sviluppo della creatività e dell'innovazione in ambito educativo.
La sua analisi parte dal valore della diversità fra le persone partendo dai bambini, per approcciare ai deficit strutturali dei sistemi scolastici.
La prima evidenza è la straordinarietà della creatività umana in tutte le sue manifestazioni presentazioni, nella sua diversità, nella sua varietà.
La seconda è che ci troviamo in una situazione nella quale non abbiamo idea di quello che succederà in futuro. Non abbiamo idea di come si svilupperà. Ho un grande interesse per l'educazione e credo che lo abbiamo tutti. perché è l'educazione che dovrebbe prepararci per questo futuro incerto. Per questo è un tema che ci tocca profondamente. Se ci pensate, i bambini che cominciano ad andare a scuola quest'anno andranno in pensione nel 2065.
Nessuno ha la più pallida idea - nonostante tutte le considerazioni esperte - come sarà il mondo tra cinque anni. Eppure abbiamo il compito di preparare i nostri figli per esso. Per cui l'imprevedibilità, io credo, è straordinaria.
E la terza evidenza è data dalla davvero straordinaria capacità di innovazione che hanno i bambini. E sono convinto che tutti i bambini hanno enormi talenti. E noi li sprechiamo, senza pietà. Per questo voglio ragionare di educazione e di creatività. Il mio argomento è che la creatività è tanto importante quanto l'alfabetizzazione e le dovremmo trattare alla pari.
Recentemente ho sentito una bella storia - amo raccontarla - di una ragazzina durante una lezione di disegno. Aveva 6 anni, era seduta in fondo e disegnava.
L'insegnante diceva che questa ragazzina di solito non stava attenta, ma in questa lezione invece sì. L'insegnante era affascinata, andò da lei e le chiese: "Che cosa stai disegnando?". E la ragazzina rispose: "Sto disegnando Dio". E l'insegnante disse: "Ma nessuno sa che aspetto abbia". E la ragazzina: "Lo sapranno tra poco".
Ciò che queste cose hanno in comune è che i bambini si buttano. Se non sanno qualcosa, ci provano. Giusto? Non hanno paura di sbagliare.
Ora, non voglio dire che sbagliare è uguale a essere creativi. Ciò che sappiamo è che se non sei preparato a sbagliare, non ti verrà mai in mente qualcosa di originale. Se non sei preparato a sbagliare. E quando diventano adulti la maggior parte di loro ha perso quella capacità.
Sono diventati terrorizzati di sbagliare. E noi gestiamo le nostre aziende in quel modo, stigmatizziamo errori. E abbiamo sistemi nazionali d'istruzione dove gli errori sono la cosa più grave che puoi fare. E il risultato è che stiamo educando le persone escludendole dalla loro capacità creativa.
Picasso una volta disse che tutti i bambini nascono artisti. Il problema è rimanerlo anche da adulti. Io sono convinto che non diventiamo creativi, ma che disimpariamo ad esserlo. O piuttosto, ci insegnano a non esserlo. Dunque perché è così?
Una cosa ti colpisce se viaggi per il mondo: ogni sistema di istruzione ha la stessa gerarchia di materie. Ognuno. Non importa dove vai. Credi che sia diverso, ma non lo è.
In cima ci sono le scienze matematiche e le lingue, poi le discipline umanistiche e in fondo l'arte. Ovunque nel mondo. E, più o meno, anche all'interno di ogni sistema.
Esiste una gerarchia nelle arti. L'arte e la musica occupano una posizione più alta nelle scuole rispetto a recitazione e danza. Non esiste sistema educativo sul pianeta che insegni danza ai bambini ogni giorno, così come insegniamo la matematica. Perché? Perché no?
Credo che sia importante. Credo che la matematica sia molto importante, ma altrettanto la danza. I bambini ballano tutto il tempo se possono, noi tutti lo facciamo. Abbiamo tutti un corpo. In verità, ciò che succede è che, quando i bambini crescono, noi iniziamo a educarli progressivamente dalla pancia in su. E poi ci focalizziamo sulle loro teste.
Se uno visitasse il sistema educativo da alieno e si chiedesse: "A che serve la pubblica istruzione?" credo che dovrebbe concludere - vedendo il risultato, chi ha successo in questo sistema, chi fa tutto quel che deve, chi viene onorato, chi sono i vincitori - credo che dovrebbe concludere che lo scopo dell'istruzione pubblica in tutto il mondo sia quello di produrre professori universitari.
Loro sono le persone che stanno in cima. E io ero uno di loro. A me piacciono i professori universitari, ma non li dovremmo considerare come il risultato più alto raggiungibile. Sono solo una forma di vita, un'altra forma di vita. Ma sono piuttosto curiosi e lo dico con affetto per loro. C'è qualcosa di curioso nei professori, per quel che è la mia esperienza - non tutti, ma di solito - vivono nella loro testa. Vivono lassù e leggermente da una parte. Sono scorporati, avete presente, quasi in senso letterale. Vedono i loro corpi come un mezzo di trasporto per le loro teste. È un modo per portare le loro teste ai meeting. Se volete una prova concreta di esperienze extracorporee andate ad una conferenza di accademici attempati.
Il nostro sistema educativo è basato sull'idea di abilità accademiche. e c'è una ragione.
Tutto il sistema è stato inventato, in tutto il mondo non c'erano scuole pubbliche prima del XIX secolo. Furono create per venire incontro ai fabbisogni industriali.
Quindi la gerarchia è fondata su due idee. Numero uno: che le discipline più utili per il lavoro sono in cima. Voi probabilmente siete stati benignamente allontanati da cose che vi piacevano da bambini a scuola, sulla base che non avreste mai trovato un lavoro facendo quello, no? Non fare musica, non diventerai un musicista; non fare arte, non sarai un artista.
Avvisi benevoli - ma ora profondamente sbagliati. Il mondo intero è in subbuglio.
E, punto secondo, è l'abilità accademica che oggi domina la nostra idea d'intelligenza, perché le università hanno creato il sistema a loro immagine. Se ci pensate, tutto il sistema della pubblica istruzione, in tutto il mondo, si concentra sull'ammissione all'università. E la conseguenza è che tante persone di talento, persone brillanti, creative, credono di non esserlo. Perché la cosa per la quale erano bravi a scuola non le si dava valore, o era perfino stigmatizzata.
E credo che non ci possiamo permettere di andare avanti così.
Nei prossimi 30 anni, secondo l'UNESCO, si laureeranno più persone al mondo di tutte quelle che si sono laureate dall'inizio della storia. Più persone, ed è la combinazione di tutte le cose delle quali abbiamo ragionato, la tecnologia e il suo effetto di cambiamento sul lavoro e la demografia e il grande incremento della popolazione.
Ad un tratto i titoli di studio non valgono nulla. Quando ero studente, se avevi una laurea avevi un lavoro. Se non avevi un lavoro era perché non ne volevi uno. Ma oggi, giovani con una laurea in tasca spesso sono a casa a giocare con i videogame, perché ti serve la laurea specialistica dove prima ti serviva quella normale e adesso ti serve la specializzazione o il master per l'altra.
È un processo di inflazione accademica. E ci indica che tutta la struttura educativa si sta spostando sotto i nostri piedi. Dobbiamo ripensare radicalmente la nostra idea di intelligenza.
Sappiamo tre cose sull'intelligenza. Anzitutto, che è varia. Pensiamo il mondo in tutti i modi nei quali lo percepiamo. Riflettiamo visualmente, uditivamente, cinesteticamente. Pensiamo in modo astratto, in movimenti.
Secondo, l'intelligenza è dinamica. Se guardiamo le interazioni di un cervello umano, l'intelligenza è meravigliosamente interattiva. Il cervello non è suddiviso in compartimenti. Infatti, la creatività - che io definisco come il processo che porta ad idee originali di valore - si manifesta spesso tramite l'interazione di modi differenti di vedere le cose.
Il cervello stesso lo fa intenzionalmente - c'è un fascio di nervi che connette le due parti del cervello chiamato corpus callosum. È più ampio nelle donne. Credo che sia per questo che le donne sono migliori nel multitasking.
E la terza cosa sull'intelligenza è che è distinta. Sto scrivendo un nuovo libro chiamato "Epiphany", che si basa su una serie di interviste di persone su come hanno scoperto il loro talento. Mi affascina come le persone ci sono arrivate. Nasce da una conversazione che ho avuto con una donna meravigliosa, che tante persone non conoscono, si chiama Gillian Lynne, ne avete sentito parlare? Alcuni sì. È una coreografa e tutti conoscono i suoi lavori. Ha fatto "Cats" e "Phantom of the Opera". Lei è meravigliosa. Comunque, abbiamo pranzato insieme un giorno e ho detto: "Gillian, come sei diventata ballerina?". E lei disse, era interessante, quando lei era a scuola era davvero senza speranza. E la sua scuola, negli anni 30, scrisse ai genitori e disse, "Crediamo che Gillian abbia problemi di apprendimento".
Non era capace di concentrarsi, diventava nervosa. Oggi direbbero che ha l'ADHD [Sindrome da Deficit di Attenzione e Iperattività]. Ma siamo attorno al 1930 e l'ADHD non l'avevano ancora inventata. Non era una condizione disponibile allora. La gente non sapeva che poteva averla. Comunque, andò a farsi vedere da questo specialista. Stanza in legno di rovere ... Ed era là con sua madre, era stata accompagnata e fatta accomodare su una sedia e alla fine stette seduta sulle sue mani per 20 minuti, mentre quell'uomo parlò con la madre di tutti i problemi che Gillian aveva a scuola. E alla fine - perché disturbava la gente, portava il compito in ritardo e così via, era una bambina di appena 8 anni - alla fine, il medico si sedette vicino a Gillian e disse: "Gillian, ho ascoltato tutte quelle cose che tua madre mi ha detto e le devo parlare a quattr'occhi". Le disse: "Aspettaci qua, non ci metteremo molto". E se ne andarono. Ma quando lasciarono la stanza egli accese la radio appoggiata sulla scrivania. E quando erano fuori dalla stanza disse alla madre, "Ora la guardi". E appena se n'erano andati, lei disse, lei era in piedi e si muoveva con la musica. E la guardarono per qualche minuto ed egli disse a sua madre: "Signora Lynne,Gilian non è malata, è una danzatrice. La porti a una scuola di danza". Io chiesi: "E poi?" e lei mi disse: "Lo fece. Non ti puoi immaginare quanto era bello. Entravamo in quella stanza ed era piena di gente come me. Gente incapace di stare ferma. Gente che si doveva muovere per pensare". Ballavano balletto, tap, jazz danza moderna e contemporanea.
Alla fine fece un'audizione per il Royal Ballet School, diventò una solista ed ebbe una splendida carriera al Royal Ballet. E infine si diplomò alla Royal Ballet School, fondò una sua company, la Gillian Lynne Dance Company, e conobbe Andrew Llozd Weber. Lei è stata responsabile di alcune tra le più famose produzioni del teatro musicale della storia, ha portato diletto a milioni di persone ed è multi-milionaria. Un altro le avrebbe somministrato qualche farmaco e detto di calmarsi. Credo che il punto sia questo: la nostra unica speranza per il futuro é di adottare una nuova concezione di ecologia umana, nella quale cominciare a ricostruire la nostra concezione della ricchezza delle capacità umane.
Il nostro sistema educativo ha sfruttato le nostre teste come noi abbiamo sfruttato la terra: per strapparle una particolare risorsa. E per il futuro non ci servirà.
Dobbiamo ripensare i principi fondamentali sui quali educhiamo i nostri figli.
C'è una magnifica citazione di Jonas Salk, disse: "Se tutti gli insetti scomparissero dalla Terra, entro 50 anni tutta la vita sulla Terra finirebbe. Se tutti gli esseri umani scomparissero dalla Terra, entro 50 anni tutte le forme di vita fiorirebbero". E ha ragione.
Il dono dell'immaginazione umana è prezioso. Dobbiamo fare attenzione ad usare questo dono saggiamente ed evitare alcuni degli scenari dei quali abbiamo parlato.
E lo faremo solo se sapremo vedere le nostre capacità creative per la ricchezza che sono e se sapremo vedere i nostri figli per la speranza che sono.
Il nostro compito è di educarli nella loro interezza affinché possano affrontare il loro futuro.
Forse noi non vedremo questo futuro, ma loro sì.
E il nostro compito è di aiutarli a farne qualcosa.
15/09/12 La favola del risanare i conti con il recupero dell'evasione
Da anni si sente dire che attraverso la lotta all'evasione fiscale si rimetteranno in sesto le sgangherate finanze statali e che, addirittura, sarà possibile ridurre le tasse.
Sulla base di questa falsa equazione i cittadini si sono rassegnati a sopportare pesanti limitazioni alla loro libertà finanziaria ed alla loro privacy.
L'economia sommersa esiste e viene stimata, dall'Agenzia delle Entrate e dalla Corte dei Conti, in circa 284 miliardi (18% del Pil), il che determinerebbe un minor gettito per l'Erario stimato tra i 120 ed i 150 miliardi.
A questo punto è facile vedersi in tasca un centinaio di miliardi in più e sognare sui possibili impieghi di tale cifra. La realtà è ben diversa e lascia poco spazio ai sogni.
Per essere realisti occorre chiedersi cosa c'è dentro l'economia sommersa e da quali voci è composta.
Una quota è costituita dai comportamenti omissivi dei furbi che non fanno gli scontrini, non rilasciano fatture se non sotto tortura e, quando possono, portano i capitali all'estero.
Un'altra fetta, ben consistente, è costituita dal "fatturato" del malaffare: droga, prostituzione, pizzo, usura, scommesse clandestine, contrabbando, traffico di esseri umani, reati su commissione e quanto altro.
Ovviamente, a fronte del "fatturato" vi è il correlato sistema di costi costituito, per larga parte, da personale che non può dichiarare i suoi redditi (si stima che almeno un milione di persone vivano di malaffare).
Il Sole 24 Ore, nel gennaio di quest'anno, ha stimato in 138 miliardi il valore di tale "giro d'affari", con utili per circa 65 miliardi e patrimonio di almeno 1000 miliardi.
E' di tutta evidenza che mai si potrà imporre all'usuraio di emettere regolare fattura, né al contabbandiere o allo spacciatore di rilasciare lo scontrino.
Una quota ulteriore è costituita da tutte quelle attività che non possono emergere in ragione della loro intrinseca illiceità: i produttori di copie pirata di musica, di film, di software, le aziende che producono falsi "d'autore" quali borse o capi griffati, orologi e complementi d'abbigliamento, prodotti alimentari, farmaci e persino profilattici.
Si stima che il mercato dei falsi valga non meno di 7 miliardi, ma tale stima si basa soltanto sul valore dei beni sequestrati (2,2 miliardi nel 2011). Probabilmente vale molto di più.
L'ultima parte è costituita dalla cosiddetta economia di sopravvivenza. Si tratta di tutte quelle piccole e piccolissime aziende che stanno strutturalmente sul loro break-even (soglia di pareggio tra costi e ricavi) e che non sono in grado di reggere un qualunque carico di costi fissi aggiuntivi (contributi previdenziali, anticipazioni Iva, imposte, tasse, multe e sopravvenienze passive).