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Pensieri in libertà Il pensiero della settimana

Multa paucis

Sventola la bandiera Borbonica non per conversione alla monarchia, ma in ricordo ed in omaggio ad un Regno glorioso cancellato dalla congiura di Stati avidi e dall'infame tradimento di pochi notabili che vendettero la loro Patria per pochi denari e molti favori.
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07/04/12 Sudicio complotto
Vedrete che la Lega, per tentare di uscire dall’angolo, se la prenderà con i “sudici” (gente del Sud) membri del “cerchio magico”: il tesoriere, la “badante” e l’”imperatrice”, inquietanti “arcani maggiori” dei nostri avvilenti tempi.
Questi, come la famigerata “banda dei quattro” ai tempi di Mao, ne usciranno come gli artefici di un complotto, questa volta razziale, ai danni del “Senatùr” e dei Padani tutti.
Per punizione li manderanno in esilio a Pantelleria, a sorvegliare le coste contro le incursioni saracene.
Così i “barbari sognanti” salveranno la loro voglia di sognare.
E’ una tesi come un’altra, liquida, come sono liquidi i contenuti della politica e dei media, “sfuggenti come l’acqua che scorre” direbbe Lao-Tse.
Il risultato sarà un arroccamento su posizioni sempre più intransigenti, separatiste, etnocentriche.
Sarà proibita l’iscrizione alla Lega ai non padani da almeno sette generazioni, come proibiti saranno i matrimoni di sangue misto e i “sudici” saranno considerati peggio degli immigrati, marchiati per aver attentato alla purezza del Capo, come lo furono gli ebrei per aver assassinato il Cristo.
Eppure, al di là del folklore e dell’ironia, l’isolazionismo spinto è la sola possibilità che resta oggi alla Lega per sopravvivere. E questo, paradossalmente, le darà forza perché il suo corpo, fatto di militanti per la stragrande maggioranza puliti, é essenzialmente sano e reagirà con virulenza, con rinnovato impegno per affermare le sue ragioni, per lavare l’onta con nordico orgoglio, per portare avanti i suoi sogni.
Questo processo sarà facilitato dalla crisi mordente, dalle dubbie politiche montiane, dall’assenza, quasi totale, di una politica autorevole e credibile. E sarà un poderoso colpo di maglio alla traballante tenuta del Paese.
Peccato, perché alcune delle istanze ideali leghiste sono vere e condivisibili: la riforma radicale di uno stato inefficiente e corrotto, una politica militante tra la gente e per la gente, l’ancoraggio a valori, l’intransigenza verso certe storture, l’insofferenza nei confronti di una burocrazia ottusa ed asfissiante, il valore delle radici.
Tanto vere e condivisibili che avrebbero potuto essere un punto di incontro e condivisione con altre forze, un punto per trovare un respiro non solo locale.
Ma questo, ormai, appartiene solo al libro dei sogni.
21/03/12 Patrioti della verità
Solo la verità rende liberi. La verità non tradisce mai nessuno, ma fa progredire tutti. Nella storia le trappole per la ragione sono disseminate ovunque.
Una di queste è il patriottismo acritico. Spesso gli italiani si definiscono patrioti, si ispirano ai valori della nazione, senza se e senza ma, senza dubbi, forse non volendo vedere che l’Italia è quella che è perché mai si è fatta verità sulla sua genesi, mai si è fatta sufficiente luce sui tradimenti che ha alimentato, legittimato e premiato, sull’ipocrisia risorgimentale che ha scelto di avere a suo fondamento.
E’ come un difetto genetico invalidante, incapacitante, che si perpetua di generazione in generazione, che alligna nella logica distorta delle istituzioni, che mina e ottunde le capacità della politica.
Se l’Italia ha subito Badoglio, se ha subito l’ipocrisia di tanti governanti, se ha subito il tradimento delle sue classi dirigenti, soprattutto meridionali, se ha subito fin dagli albori, e subisce, il trasformismo parlamentare, se la corruzione resta invitta, nonostante lo scandalo della Banca Romana e nonostante Tangentopoli, se è stato possibile un accordo Stato – mafie, le cui tracce si ritrovano nel fiume di miliardi per gli ex detenuti di Napoli e Palermo, flussi confermati da tutti i governi con l’alibi dell’ordine pubblico, non è un caso, ma l’amaro frutto della verità negata, occultata, contraffatta.
Quello del Piemonte fu disegno egemonico e non solo anelito unificatore, all’unità si pervenne per annessioni forzate, sia pur, a posteriori, ipocritamente legittimate da referendum ammaestrati, all’unità si pervenne con eccidi e stragi, con la repressione violenta di ogni forma di resistenza, falsificando e cancellando la verità su ciò che pur vi era di buono negli Stati preesistenti, alimentando cospirazioni nei legittimi stati preunitari, foraggiando congiure e sette, sobillando il malcontento, manovrando i media, promettendo premi e prebende al tradimento, persino ad alti prelati, finanziando moti, congiure e spedizioni militari senza dichiarare guerra.
E’ questa l’altra faccia della verità.
Chi vada a fare un’analisi ragionata sul Senato Sabaudo e su quello del Regno d’Italia, scoprirà che dei 1231 senatori nominati per “meriti patriottici”, su un totale di poco più di 1500, solo 297 erano sardo piemontesi e ben 934 erano degli stati annessi e per il 100% erano cospiratori o traditori della peggior risma come: il Ministro della Guerra delle Due Sicilie, Giuseppe Pianelli o Alessandro Nunziante, aiutante generale di Ferdinando II o Nicolao di San Cataldo, gentiluomo di Camera del Re Borbone e suo ministro in Francia fino al 1860 e fatto senatore un anno dopo, o Tommaso Lanzilli, Ministro di Grazia e Giustizia delle Due Sicilie, o Giuseppe Valmarina, cancelliere del Viceré austriaco nel Lombardo Veneto, o Giuseppe Pasolini, Ministro del commercio dello Stato Pontificio, solo per citarne alcuni, per non parlare delle decine di magistrati Senatori che tante sentenze di morte emisero verso i loro stessi fratelli, per restar graditi al re d’Italia o dei tanti militari ex borbonici, nominati Senatori, che corsero a reprimere ferocemente ogni tentativo di resistenza al Sud, trucidando e devastando la loro stessa terra.
Tutti ecumenicamente qualificati “nobili patrioti”.
E scoprirà ancora che dei 374 senatori appartenenti alle regioni del Sud, ben 41 erano senatori del Regno di Sardegna, prima che nascesse quello d’Italia, ed in tantissimi si ornavano il petto di onorificenze sabaude ben prima dell’Unità.
Per tacere dell’opera sistematica di insabbiamento e di alterazione della verità che fecero le tante società di storia patria, presiedute in gran numero proprio da quei Senatori.
Vi è un’altra faccia della medaglia del processo unitario, una faccia nascosta sotto un mare di retorica.
Fare verità sulla genesi dell’Italia, per poi affidarla alla Storia, significa renderla libera e matura, rendere possibile una rinascita vera, di cui vi è disperato bisogno.
Questo non significa negare l’indivisibilità dell’Italia, sminuire il valore della nazione, non riconoscere il merito e l’eroismo dei tanti patrioti in buona fede o non amare la patria, significa solo offrire, volere, pretendere, una base di verità su cui edificare una nuova Italia, quella che tutti sogniamo: libera, forte, equa, solidale, autorevole, onesta, ma sulla quale pesa l’ipoteca della menzogna, che la rende inabile al progresso, che la espone a spinte disgregatrici.
Per farlo occorre essere davvero liberi nel cuore, nella coscienza, nella mente, per farlo occorre essere consapevoli, essere e voler essere innanzitutto: patrioti della verità.
Anche per questo una nuova Assemblea Costituente, libera dallo spettro della guerra e dalle paure di un ritorno della dittatura e soprattutto in discontinuità rispetto al passato, é il solo modo per cambiare nel profondo gli assetti nazionali e per depurare il Paese dai vizi congeniti in cui annaspa, nonostante le buone intenzioni di Monti.
07/03/12 Il "Tassista"
Ancora nuove tasse di "scopo", questa volta sugli alcolici per stabilizzare 10.000 precari della scuola, secondo i voleri del Centrosinistra ed immettere in ruolo un po' di dirigenti su richiesta del Centrodestra.
Ancora un'idea balzana che avrà come solo effetto quello di contrarre i consumi e deprimere l'economia.
Caro Monti, poco caro Parlamento, così non va. Se lo Stato assorbe più del 50% del prodotto interno lordo questo deve dimagrire, molto ed in fretta.
Pesa una democrazia ipertrofica, pesano istituzioni che non ci possiamo permettere e che poco beneficio arrecano ai cittadini come le regioni, e lo sfascio della sanità parla chiaro, pesano le Autorità che proliferano, duplicando le competenze dei ministeri, gli enti, le partecipate in rosso strutturale, le comunità montane di pianura, le migliaia di comuni microscopici, le circoscrizioni, la politica nel suo complesso che, come un parassita, succhia linfa vitale al corpo sociale invece di energizzarlo, pesa il numero esorbitante di dipendenti pubblici e parapubblici, pesa l'invadenza del sindacato nell'economia, con i suoi centri di formazione, i suoi Caf, le sue agenzie per l'impiego, gli enti bilaterali e le tante privative, pesa l'eccesso di regole che limita la libertà e genera solo ghiotte occasioni per multare e infliggere ammende, senza migliorare i comportamenti, pesa la cosiddetta autonomia di scuole ed università che ha ridotto a zero il valore dei titoli di studio, pesa una "giustizia" esosa, inefficiente e tanto lenta da togliere significato alla parola legge, pesano le insufficienze agli occhi dell'Europa che si traducono in reprimende e sanzioni economiche. E pesa, in maniera insopportabile, un "palazzo" sordo e cieco, falso e subdolo, che finge di credere che fuori tutto va bene, nonostante gli imprenditori che si suicidano, le imprese che falliscono, i disoccupati che aumentano, i cittadini infelici, sfiduciati e senza speranza. 
06/03/12 Patria, Onore e Pirateria
L'Italia, come al solito, sta facendo una pessima figura agli occhi del mondo.
Nel 2011, dopo aver ratificato la risoluzione Onu contro la pirateria,  ha sottoscritto un'intesa (Ministero Difesa - Confitarma) per la protezione armata dei convogli mercantili.
Detta convenzione prevede che, a cura e spese (500 Euro al giorno per addetto) degli armatori che ne facciano richiesta, si possano imbarcare militari italiani del San Marco, appositamente addestrati e definiti NMP (Nuclei militari di protezione).
Attualmente sono disponibili 10 squadre da 6 militari, il centro operativo NMP é a Gibuti.
Le regole di ingaggio prevedono che questi non fanno parte degli equipaggi delle navi restando subordinati all'autorità militare e che l'uso eventuale della forza é graduale.
La Fratelli D'Amato ha chiesto ed ottenuto una scorta armata per la petroliera  Enrica Lexie. Il 15 febbraio alle 15 e 45, a largo delle coste indiane, in acque internazionali, la petroliera é stata avvicinata da presunti pirati, alle 17, dopo un respingimento, é tutto finito e la nave é messa in sicurezza. Alle 19 il controllo marittimo di Mumbai telefona alla Enrica Lexie chiedendo conferma del tentato abbordaggio e di far ritorno a Kochi per il riconoscimento di alcuni pirati catturati.
Il comandante della Enrica Lexie cade nella trappola ed inverte la rotta, sentiti gli armatori. Alle 22 la nave é in vista di Kochi, l'armatore richiama il comandante per avvertirlo che i media indiani parlano di due pescatori morti.
E due pescatori di tonni sono effettivamente morti: Valentine Jalastine e Ajeesh Pinku del peschereccio St. Anthony, uno colpito alla tempia destra, l'altro al petto con proiettili calibro 54 secondo alcuni o calibro 55,6 secondo altri.
Il comandante del peschereccio dice che sono stati gli italiani, la capitaneria indiana afferma che il fatto é avvenuto in acque indiane (e non a 33 miglia al largo come affermano le Autorità italiane) e che é abitudine dei pescherecci avvicinarsi alle navi per proteggere le reti (ma il peschereccio era sulla via del ritorno ed a bordo quasi tutti dormivano, quindi non c'erano reti), le Autorità indiane affermano che la sparatoria sarebbe avvenuta due ore dopo rispetto alla ricostruzione italiana e questo dettaglio avvalora la congettura che si possa trattare di sparatorie differenti (in quel giorno ed in quelle acque altre navi erano in transito, in particolare la Olympic Flair e la Ocean Breeze battenti bandiera greca e simili alla Enrica Lexie). E poi é assurdo pensare a colpi di precisione sparati da 70 metri d'altezza (la nave aveva le stive vuote) e in movimento all'interno di una cabina con traiettorie impossibili.
L'International Maritime Bureau (Camera di Commercio Internazionale di Londra) ha confermato alla Marina Italiana un attacco ad un mercantile da parte di 20 predoni a circa 3 miglia dalla costa.
Intanto il maresciallo Massimiliano Latorre (44 anni) ed il sergente Salvatore Girone (34 anni), sono stati arrestati con l'accusa di omicidio, per la quale rischiano la pena capitale, e sono detenuti nel carcere indiano di Trivandrum, distretto di Kollam, stato del Kerala.
Va rilevato che lo stato del Kerala é stato governato dai comunisti fino alle scorse elezioni, oggi é retto da una fragile coalizione che ha una maggioranza di soli tre voti e che il 17 marzo si vota nel distretto del Piravon (2 milioni di elettori a maggioranza di pescatori).
Tra i partiti della coalizione quello di Sonia Gandhi, la cui italianità é stata sempre malvista e contestata, tanto da costringerla a rinunciare alla carica di primo ministro. E forse non é un caso che montano, in questi giorni, le proteste anti-italiane.
La diplomazia italiana, nonostante l'inganno degli indiani e le palesi violazioni delle regole internazionali, é solo riuscita, per ora, ad ottenere una carcerazione separata per i militari italiani e la partecipazione alle indagini di esperti italiani.
Eppure l'arresto di militari italiani in servizio ufficiale su di una nave con bandiera tricolore é in qualche modo l'arresto dell'Italia.
Anche se fossero colpevoli, anche se avessero violato le regole di ingaggio, i nostri militari dovrebbero essere giudicati in Italia e non marcire in un carcere indiano, sia pure con rancio italiano.
Se la cosa fosse capitata a due marines, gli Stati Uniti avrebbero mandato la flotta.
10/02/12 Tradimento di Stato
Se, per esempio, lo "Stato", dopo aver liberalizzato le droghe, si sostituisse agli spacciatori nel lucrare sui tossicodipendenti, casomai con la giustificazione ipocrita di pagarci i costi dei trattamenti di recupero, ma nei fatti costringendo i drogati a rubare, a vessare i familiari, a tradire gli amici, a prostituirsi, pur di pagarsi la "dose", non importa a chi, che "Stato" sarebbe?
E se, per esempio, lo stesso "Stato" lucrasse sul lavoro "forzato" dei carcerati, con la giustificazione di far loro pagare, come pena accessoria per i reati commessi, i costi dell'apparato detentivo, casomai privatizzato, sarebbe ancora uno "Stato"?
E se lo "Stato" lucrasse, come lucra, sulla dipendenza di ampi strati di popolazione dal tabacco, dall'alcol, dal gioco, senza fornire giustificazione alcuna e senza rinunciare al lucro neanche su di un solo prodotto di "fascia sociale", come dovrebbe essere qualificato?
Approfittare dello stato di necessità di un cittadino per stangarlo, lucrare sulla sua debolezza, ancorché in parte volontariamente procurata e quasi mai dallo "Stato" seriamente prevenuta, quanto é condivisibile, liberale, civile, solidale?
Per non dire morale o costituzionale.
Il discorso si amplia a dismisura se lo si estende ad altri diritti, connessi alla moderna cittadinanza: quello alla mobilità, in particolare per ragioni di lavoro, alla libertà economica, al lavoro ed al risparmio, alla famiglia, all'infanzia, alla non discriminazione, alla sicurezza, alla privacy, alla felicità.
Nelle Costituzioni, nelle solenni dichiarazioni dei Diritti dell'uomo, nella giurisprudenza illuminata, lo stato di necessità é tutelato, sono riconosciuti e garantiti i diritti inviolabili dell'uomo, é affidato allo Stato il compito  rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando la libertà e l'uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana, si riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e a che siano promosse le condizioni che rendano effettivo questo diritto, viene riconosciuto il diritto di liberamente circolare ed insediarsi, é incoraggiato e tutelato il risparmio in tutte le sue forme, é garantita la privacy con tanto di Garanti... Quanto residua di questi diritti nella vita di ogni giorno?
Con "Equitalia" che somiglia, nello "stile" brutale, sempre di più ai gabellieri medievali, con gli asfissianti e perpetui pedaggi di transito su infrastrutture viarie costruite con i soldi di tutti ed ampiamente ammortizzate, con l'autorizzazione data all'"Agenzia delle Entrate" di violare la privacy di chiunque, con i prelievi forzosi sui conti correnti e la limitazione nell'uso del contante, con la tassazione della prima casa che costringe a pagare un fitto eterno allo Stato a chi ha sudato per comprarla onde dare un tetto alla famiglia, con le iperboliche accise sui carburanti che condannano all'immobilità, a patire il freddo, a pagare l'energia più di chiunque altro, con i privilegi di casta, con il mettere la testa sotto la sabbia di fronte agli eccidi dei tiranni mediorientali o ai pirateschi sequestri delle nostre navi, pagando a nero ed in segreto riscatti milionari.
L'elenco delle violazioni dei diritti, dei soprusi, delle violenze, delle angherie, delle malversazioni, degli sperperi, delle inefficienze, delle ingiustizie, delle limitazioni delle libertà, potrebbe continuare all'infinito.
Occorre riscrivere il patto sociale, rifondare uno "Stato" nato dal tradimento, cresciuto nel tradimento. C'é una sola strada: Assemblea costituente.
08/02/12 "Inciucione" cercasi
"Pensatoi" e diplomazie dei principali partiti sono al lavoro. Cercano la quadra per dare un segno di esistenza in vita della politica, dopo che si é andata a nascondere per allergia congenita alla responsabilità.
L'intento "Ufficiale" é quello di approfittare dello scorcio di legislatura per cambiare la legge elettorale ed avviare, forse, una qualche riforma istituzionale.
PDL e PD furono d'accordo nel licenziare il "porcellum" e tutto fa presagire che troveranno l'accordo per una nuova legge elettorale, ovviamente funzionale a loro stessi ed ai loro interessi.
Difatti, già si vocifera di elevamento consistente dello sbarramento, per far fuori i cosiddetti "piccoli" e ridurre il frazionismo. Siamo alle solite. Proviamo ad avviare un riflessione serena sul tema.
Primo punto: la democrazia rappresentativa. Nata in tempi in cui la rappresentanza era necessitata dalle distanze, dalle scarse medie civili, dall'inesistenza delle grandi reti di comunicazione, oggi come oggi é relativamente anacronistica.
Essa é il terreno di coltura della "casta", dei privilegi, del potere di mediazioni non sempre legittime. Vizi amplificati dall'assenza di qualunque vincolo di mandato, neanche quello della tutela dell'interesse collettivo.
Sono, peraltro, divenute praticabili forme di democrazia diretta, grazie alle tecnologie e potrebbero essere introdotte e sperimentate nuove forme di partecipazione popolare in vari ambiti, allargando il cerchio della responsabilità sulle priorità e sulle scelte.
Così come sarebbe tempo di ampliare il quadro referendario introducendo quello propositivo, semplificando le procedure, limitando l'interferenza della suprema Corte oltre certi numeri di firme raccolte.
Secondo punto: ampiezza e qualità della rappresentanza. Si parla da tempo di riduzione del numero dei parlamentari, ma siamo sicuri che é questa la scelta giusta? Cinquecento deputati invece di mille, senza vincolo di mandato e scelti, con le modalità note, dai partiti, non rischierebbero di diventare una "super casta", ancora più potente dell'attuale? Con l'aggravante che, per il combinato disposto del premio di maggioranza (ancorché riformato) e dell'aumento della soglia di sbarramento, si aumenterebbe a dismisura il potere dei partiti, in particolare di quelli maggiori. Per altri versi, a qualunque soglia di sbarramento andrebbe accoppiato un "diritto di tribuna" per le principali forze che non hanno raggiunto la soglia. Che un radicale, un repubblicano, un socialista, un liberale, un "missino", un ecologista, possa sempre aver voce in Parlamento, purché rappresenti una minimo di consenso, sarebbe rassicurante per tutti i cittadini. Riservare, quindi, cinque o dieci seggi a tal fine sarebbe civilissimo e non costringerebbe all'"ammucchiata" di coalizione chi voglia tenersene fuori. La storia della riduzione dei costi a sostegno della riduzione del numero dei parlamentari é una baggianata. Basterebbe ridurre i rimborsi elettorali o gli stipendi per salvare l'ampiezza della rappresentanza. Basterebbe anche riformare le cosiddette leggi  Bassanini che consentirono il travaso degli apparati dei partiti sulle spalle delle amministrazioni pubbliche, o sfoltire i deputati regionali, che a poco servono, o cancellare gli assessori circoscrizionali che a nulla servono.
Terzo punto: architettura istituzionale. Il bicameralismo, detto perfetto, é inefficiente e lento, ma cos'a sarebbe la Camera delle regioni visto che queste hanno già le proprie "camere" e nulla impedisce loro di trovare luoghi ed occasioni di raccordo delle loro politiche? Meglio una sola Camera legislativa o, se proprio devono essere due, perché non specializzarle per materie o per funzioni, ad esempio al Senato il recepimento delle direttive europee ed alla Camera tutto il resto?
Sicuramente almeno l'efficienza del sistema migliorerebbe. Anche il quadro dei poteri andrebbe rimeditato. Un premierato più forte, una collegialità meno asfissiante sarebbero desiderabili, come uno scudo che metta al riparo, da indebite interferenze giudiziarie nella sfera della politica, sia il governo che il parlamento. Una robusta revisione andrebbe fatta ai regolamenti parlamentari affinché non favoriscano frazionismo e privilegi.
Quarto punto: funzione e ruolo dei partiti. Che siano, per ora, insostituibili é indubbio. Come é indubbio che hanno tralignato affliggendo, più che sviluppando, il Paese. Ci vogliono regole atte a garantire trasparenza gestionale, democrazia effettiva, ricambio meritocratico delle classi dirigenti. Ci vuole una legge di attuazione dell'articolo 49 della Costituzione che dia essenza, forma e regole alla parola partito.
Solo dalla riflessione sui punti enunciati può nascere una buona legge elettorale che garantisca governabilità, pluralismo, qualità ed ampiezza della rappresentanza, partecipazione.
Ma noi non la vedremo.
07/01/12 Modesta proposta, in tre mosse, per prevenire...
La politica italiana si é andata a nascondere, per viltà ed incapacità, lasciando il fiammifero acceso in mano ad un governo tecnico composto da "professori" e guidato da Mario Monti, fortemente voluto dal Colle.
Il governo dei professori ha subito messo in campo una ricetta tanto innovativa quanto depressiva: aumento delle tasse e delle accise, tracciabilità dei pagamenti in contanti, botte ai pensionati.
Inutili ulteriori sacrifici che neanche copriranno l'aumento del famigerato spread e le riduzioni di gettito dovute ai minori consumi.
Nulla, per ora, sul fronte del dimagrimento dello Stato, della riduzione dei costi della democrazia, che rappresentano in parte quelli della politica, sul taglio del debito pubblico.
La prima e più salutare cosa da fare era quella di abbattere il debito, partendo dalla cosiddetta "proposta Guarino". Organizzare un fondo, metterci dentro le partecipazioni azionarie dello Stato e buona parte del patrimonio immobiliare, affidarlo a manager capaci di renderlo altamente produttivo, appetibile e trasparente, offrire in concambio quote del fondo ai possessori di titoli di Stato e al mercato. Una siffatta operazione avrebbe potuto (e potrebbe) più che dimezzare il debito, evitando inutili ulteriori sacrifici ai cittadini.
La seconda: aggredire i costi della democrazia. L'Italia non può più permettersi venti regioni spendaccione e inefficienti (ne basterebbero cinque a scala europea), migliaia di comuni, molti con poche centinaia di abitanti, tutti incapaci di raccordarsi tra loro, attraverso le Unioni di comuni, per ottimizzare spese e servizi (e in questo ruolo le Province potrebbero nascere a nuova ed utile vita), centinaia di Consigli circoscrizionali, autorità cosiddette indipendenti che costano più del Parlamento, decine di enti inutili, migliaia di partecipate assolutamente improduttive, un finanziamento eccessivo dei partiti  e i troppi privilegi della "Casta". La diminuzione del numero dei parlamentari é un falso problema, uno specchietto per le allodole il cui risultato sarebbe solo una lesione della rappresentatività e la creazione di una "Supercasta" ancora più proterva. La terza: dimagrire lo Stato. Nella piccola ma efficientissima, Svizzera lo Stato assorbe soltanto il 10% del Pil, nonostante venti Cantoni e uno Stato confederato, da noi almeno il quadruplo.
Fatto questo ridurre le tasse e le odiose accise e liberalizzare, liberalizzare, liberalizzare. Poi eleggere una Costituente per riscrivere la Costituzione e riformare davvero. Solo così non muore l'Italia.
05/01/12 Emergenza carceri: utilizzare le caserme dismesse
Da mesi i Radicali cercano di portare all'attenzione dell'opinione pubblica il problema del sovraffollamento carcerario. Non sono bastati, tuttavia, i digiuni di Pannella e dei parlamentari radicali, le centinaia di interrogazioni parlamentari ed i costanti appelli di Radio radicale, per rompere il muro di indifferenza innalzato intorno alla questione da media e partiti. Si é levata soltanto la voce del Presidente Napolitano che, l'estate scorsa, ha definito la questione di ineludibile urgenza. Tale autorevole attenzione, per ora, ha prodotto alcuni frutti: l'iniziativa "svuota carceri" del Ministro Severino che prevede che gli ultimi 18 mesi di detenzione siano scontati ai domiciliari e i primi giorni nelle camere di sicurezza delle Questure e la censura del Garante per le comunicazioni alla Rai per aver trascurato l'argomento. Sia la soluzione radicale dell'amnistia quanto quella della Severino presentano inconvenienti. La prima perché in un momento di crisi economica acuta, che determina una recrudescenza della delinquenza (vedi Roma), lo svuotamento delle carceri potrebbe rivelarsi catastrofico, la seconda perché scarica ancora una volta sulle famiglie un carico improprio e non sempre gradito, si pensi alle madri sottoposte a violenze estorsive da parte di figli tossicodipendenti.
Una soluzione a portata di mano e di tasche sarebbe quella di attrezzare alcune delle tante caserme dismesse per accogliervi i detenuti in attesa di giudizio, che costituiscono il 40% della popolazione carceraria. Le caserme sono strutture abbastanza protette, concepite per la vita comunitaria e già sufficientemente attrezzate, peraltro la sorveglianza dei detenuti in attesa di giudizio non presuppone le stesse cautele in uso per i condannati e quindi basterebbero piccoli nuclei di polizia penitenziaria per assicurare la sorveglianza. Infine, si eviterebbe ai detenuti in attesa di giudizio, presupposti innocenti, il trauma del carcere in senso stretto. Il riutilizzo delle caserme abbandonate, ma lo stesso discorso vale per gli ospedali militari, consentirebbe di reperire, con relativa facilità, i 20.000 posti che determinano l'attuale sovraffollamento e la conseguente lesione dei diritti della persona. 
23/12/11 Vietato negare
L'Assemblea Nazionale francese ha approvato una legge che introduce il reato di negazione storica. In particolare, per i francesi é da ieri reato negare il genocidio dei Curdi perpetrato dai Turchi agli inizi del '900.
Si tratta di una fattispecie di reato alquanto delicata perché va ad incidere sulla sfera della libertà di pensiero e di opinione, che andrebbe sempre tutelata in maniera assoluta, anche quando l'opinione sia manifestamente infondata o falsa.
Le credenze dell'uomo, giuste o sbagliate che siano, sono coessenziali alla sua libertà ed hanno contribuito a determinare la storia dell'umanità e le differenze di culture e di civiltà, con i loro pregi ed i loro orrori.
E proprio dagli orrori degli assolutismi, dei fondamentalismi, delle ottusità governanti é nata la tutela della libertà di pensiero ed il suo riconoscimento come diritto fondamentale ed inalienabile.
Certo alcuni prodotti delle differenze culturali ci fanno rabbrividire, come il terrorismo e le stragi, il fondamentalismo, le ideologie liberticide, la riduzione in schiavitù, le mutilazioni genitali, la soggezione della donna, gli odi tribali, la tortura, le repressioni degli aneliti alla libertà, le violenze sui minori, i genocidi, le armi di sterminio di massa ed ogni altro orrore concepito dalla mente umana.
E' giusto opporvisi con ogni mezzo legittimo, ma quanto é giusto voler cancellare ogni differenza servendosi del paravento dell'esportazione della democrazia o, peggio, del proprio modello di civiltà? L'orrore legittima la censura al pensiero?
In tempi non tanto lontani si rischiava il rogo per eresia, fino a qualche anno addietro, sotto i regimi comunisti, si rischiava il gulag per dissidenza, il lavaggio del cervello, il ricondizionamento mentale stile "Rivoluzione culturale".
Rischiare la galera e l'ostracizzazione sociale  per non credere ad una verità storica, per quanto sufficientemente accertata, non é ragionevole.
Ed é davvero breve Il passo per arrivare alla condanna di qualunque forma di revisionismo, storico o ideologico che sia, alla censura della libertà di pensiero.
Che ognuno resti libero di "rivelare" le sue verità, le persone come le comunità e gli Stati, purché non le imponga con la violenza. La consapevolezza dell'uomo, la sua capacità critica, saprà sempre, ad un certo punto, discernere il vero dal falso.
Se qualcuno vuol credere nell'esistenza di un dio alieno, come gli adepti di Scientology, che lo faccia, in piena libertà.
07/11/11 Una Costituente per l'Europa
Il "Financial Times", una delle tante "voci" dei mercati e dei "mercanti", si arroga il diritto di stabilire chi debba essere il Primo ministro italiano, come chi il successore di Papandreu in Grecia.
Le scelte. ovviamente, cadono su tecnocrati di sicuro orientamento "mercatista", come Monti per l'Italia e l'ex vice della Bce per la Grecia.
I governi di Libia ed Iraq sono stati spazzati via con la forza perché non più funzionali agli interessi petroliferi, in Afganistan si é imposta con la guerra una forzata quanto ipocrita "esportazione della democrazia" per ragioni di oleodotti
e oggi l'attenzione comincia a spostarsi sull'Iran, con la scusa della "bomba".
Il Fondo Monetario Internazionale ormai manda "ispettori" nei Paesi in debito di credibilità finanziaria.
Sono tutti episodi che fanno riflettere sul senso effimero della sovranità nel mondo globalizzato e che fanno comprendere quanto questa sia sempre più limitata.
Prima della caduta del muro la limitazione della sovranità era dettata da ragioni politiche, ideologiche e militari, oggi dalle ragioni del mercato.
Ogni Stato, nominalmente  sovrano, deve piegarsi alle necessità di una standardizzazione globale che sempre più somigliano a quelle della "normalizzazione" sovietica.
In questo quadro c'é una sola cosa sensata che possono fare i popoli europei: cedere volontariamente sempre più ampie quote di sovranità nazionale all'Europa Unita. Che va fatta in fretta, prima che sia troppo tardi.
Solo questa opzione é in grado di restituire "credibilità", autorevolezza e tenuta prospettica al vecchio continente, prima che sia maciullato da interessi che guardano altrove, perché le occasioni di profitto sono altrove.
Il primo passo é quello di aggregare i Paesi dell'area Euro poi, se vorranno starci, tutti gli altri.
Sarebbe anche un modo per riformare tutto il riformabile, per ridimensionare i cosi della politica su scala europea, per rottamare classi dirigenti insufficienti ed apparati parassitari, per demolire corporazioni anacronistiche,
per ridimensionare il potere crescente dell'euroburocrazia, per temperare le sterili competizioni tra "Stati fondatori".
Una "Costituente per l''Europa", questa é la mossa vincente, visto anche il fallimento dei reiterati tentativi di varare, ad assetti esistenti, una "Costituzione europea".
Chiamare i popoli a scegliere i costituenti dell'Europa politica, dar loro un mandato ampio per scrivere le nuove regole, per disegnare i nuovi assetti, per trovare le formule giuste per essere finalmente uniti,
per fare delle differenze la vera ricchezza ed il robusto cemento di una nuova Europa.
03/11/11 La credibilità incredibile
Ieri sera a Porta a Porta, Colaninno "il giovane", ospite di Vespa, forse in funzione anti - Renzi, ha fatto, reiteratamente, due affermazioni che proprio "non se ne scendono":
che il Cavaliere non é credibile agli occhi dell'Europa e, per questo, deve andare a casa, che non é credibile agli occhi dei mercati e, per questo, se ne deve andare.
Ai miei occhi il Cavaliere non é credibile (e farebbe bene a ritirarsi dalla scena) per ragioni ben diverse da quelle addotte da Colaninno a nome del PD, sintetizzabili tutte in una concezione del potere molto lontana da qualunque ideale repubblicano
e nella conseguente sua insofferenza verso le istituzioni e le regole democratiche. Non altro. Non i tanti processi, che un certo "fumus persecutionis" pur lo fanno vedere, non le sue intemperanze nel privato, almeno fino al punto in cui non ne scarica i costi
zavorrando le istituzioni con l'immissione di compiacenti amichette, ma anche questo malvezzo sta tutto nel suo modo di concepire il potere.
Addurre la non credibilità di Berlusconi di fronte all'Europa ed ai mercati quale motivazione per chiederne l'uscita di scena, da parte di chi questa credibilità la ha minata costantemente e quotidianamente é, quanto meno, ipocrita.
Quanto hanno leso l'interesse nazionale tutti coloro che hanno spiato, ridicolizzato, vilipeso, infangato ogni giorno il Presidente del Consiglio, minandone la credibilità internazionale? E mi riferisco alla carica, alla funzione istituzionale, non alla persona.
Zapatero, nel suo discorso di insediamento alle Cortes, ringraziò sinceramente il predecessore Aznar, per tutto quello che aveva fatto per la Spagna. Potrebbe mai accadere da noi?
Gli eurodeputati spagnoli, in Europa, non si sono fatti scappare un solo Euro dei fondi ottenibili, perché hanno sempre anteposto l'interesse nazionale a quello di parte, a differenza degli italiani, che neanche si consultano.
Questo rende credibile un Paese: la sua capacità di coesione, di far quadrato quando c'é in gioco l'interesse di tutti, di accantonare le divergenze per reagire compatti contro un pericolo esterno.
Per questo la Spagna, pur con un'economia meno robusta della nostra, paga un prezzo più basso alla crisi. Questo punto dovrebbe essere oggetto di una robusta autocritica nazionale.
Veniamo ora al "giudizio dei mercati", divenuto una sorta di giudizio di Dio, di Cassazione planetaria e globale, persino agli occhi del PD.
Ma chi sono questi "mercati", chi e quanti ne sono gli attori, a chi rispondono, perché devono essere giudici sovrani e inappellabili delle vite dei popoli? Perché se un Paese si indebita deve correre il rischio di pagare interessi fatti di lacrime e sangue?
Perché c'é la crisi e chi la manovra? Perché i governi hanno consentito alla finanza di speculare, per ora, fino a sette volte il valore del Pil planetario? Perché hanno consentito alle banche di fare della scommessa la loro missione?
Come é possibile che un Soros triplichi, in un colpo, le sue già incommensurabili fortune scommettendo sulla crisi e investendo sull'oro? E la funzione anche sociale del capitale che fine ha fatto?
Papandreu, col proporre un referendum al suo popolo, cerca di porre sul tappeto tutte queste domande. Fa la sola mossa sensata che resta: sparigliare, per poi andare a vedere.
E se ormai tutto é scommessa, forse, ha ragione lui. 
17/10/11 Indignazione
Quello degli indignati é ormai un movimento planetario. Nasce dalle contraddizioni estreme di un capitalismo che per eccesso di avidità e di febbre da scommesse, ha generato il mostro della speculazione finanziaria fine a se stessa.
Questo mostro é cresciuto, si é alimentato fornendo l'illusione dei guadagni facili, del credito smisurato, delle leve finanziarie capaci di fare di qualunque piccolo speculatore di borsa un magnate, grazie a pochi colpi messi a segno.
Soros é diventato il mito, l'idolo, l'esempio da seguire, essendo riuscito a triplicare in una sola mossa sull'oro le sue già smodate ricchezze.
Questo mostro si é auto-replicato nei ventri pingui delle banche, nei "salotti buoni" della finanza, negli ovattati uffici dei consulenti senza scrupoli dediti a fare delle aziende polpette, incuranti delle persone, dei legami di solidarietà,
della dignità del lavoro, dell'umanità. Poi i ventri pingui hanno preso a scoppiare, per eccesso di gas tossici, per troppo pieno di avidità.
I governi sono acccorsi  al capezzale delle banche moribonde, ne hanno lenito la sofferenza con robuste iniezioni di danaro fresco e i popoli si sono indignati, non capendo perché i responsabili del disastro, anziché puniti, debbano essere sostenuti dai loro sacrifici,
e da nuove tasse. Persino i produttori, i capitani d'impresa, i padroncini sono perplessi, tanto da scendere in piazza a Rovigo a braccetto dei lavoratori e dei loro odiati sindacati, finalmente dando un calcio alla "lotta di classe" e riscoprendo la solidarietà tra i ceti.
A Roma si é radunata una folla immensa, per protestare pacificamente, per sbandierare tutta l'indignazione accumulata dai giovani già gravati di debiti alla nascita e senza futuro, dai precari condannati a vivere a due dimensioni per assenza di prospettiva,
dai nuovi poveri costretti a chiedere la solidarietà altrui, dai pensionati che dopo aver sudato una vita si ritrovano con una pensione che non garantisce loro la sussistenza e dai professionisti della protesta.
Anche Marco Pannella ha tentato di partecipare al raduno, ma é stato espulso con insulti, sputi e lancio di uova, perché presunto reo di esser sceso a patti col Cavaliere e di aver quindi convinto i deputati radicali ad esser presenti in aula sull'ultimo, ennesimo voto di fiducia. Il vecchio leader ha cercato di dialogare, di spiegare le sue ragioni, ma il sommario processo popolare lo ha condannato in base a pregiudizio, senza voler ascoltare, dimentico persino dei tanti meriti "democratici" acquisiti dai radicali.
Una volta additato come "stronzo" dalla Bindi, anche Ghandi avrebbe fatto la stessa fine. Che differenza con la civile e ordinata protesta di Rovigo! Ed anche questo genera, deve generare, indignazione.
Un'indignazione ancora più profonda e intransigente contro l'ottusità di certe folle, contro la giustizia sommaria, contro l'odio civile ed i loro seminatori, contro la "bestia trionfante", per dirla con Giordano Bruno.
16/10/11 Incapaci anche di scegliere 
La cosiddetta “Seconda Repubblica” che, per fortuna degli italiani, è in irreversibile agonia, è stata connotata da un aspetto finora poco esplorato e messo a fuoco: l’incapacità di scegliere.
Mai, nella storia repubblicana, un oligarchia al potere si era accordata il privilegio di poter poter scegliere tutta la classe dirigente:
dai “commis” di Stato, ai manager della Sanità, dai Consigli di amministrazione della miriade di “partecipate” ai Direttori degli Enti culturali, dai Sindaci, ai Presidenti Regione e di Provincia, dai Senatori ai Deputati.
Se i pochi “decisori” avessero avuto almeno la capacità di scegliere, nonostante le tante professioni di fede nella meritocrazia, non saremmo nelle tristi condizioni in cui ci troviamo,
Governo e Parlamento non sarebbero ostaggio degli Scilipoti, dei Milo, dei Pisacane e dei tanti transumanti da un partito all’altro, dei tanti fondatori di Gruppi parlamentari che alcun nesso hanno con il corpo elettorale.
Se almeno avessero saputo scegliere, avrebbero dovuto avere dei servitori fedeli come gli scendiletto e non sarebbe potuto accadere che leader storici e carismatici fossero abbandonati, da un giorno all’altro, da colonnelli e truppe,
che Capipopolo giustizialisti si ritrovassero “giustiziati” da insospettabili “saltatori della quaglia”, che gli epigoni del centralismo democratico si trovassero ad insultare e bacchettare un manipolo di riottosi radicali,
che dal “cerchio magico” si scagliassero fulmini contro il dissenso, che un Cavaliere dimezzato dovesse far mercimonio di incarichi di governo.
Eppure la prima e più elementare virtù che si richiede alla politica è proprio la capacità di scegliere, possibilmente per il bene di tutti.  
Ma spunti di sagacia, di volontà di autocorrezione, non se ne vedono, neanche nello scegliere di che morte morire.
Il “Palazzo” rischia di bruciare in un’immane autodafè, di essere travolto dalla crescente e “santa” rabbia degli “indignati”, chiamati a pagare per le colpe degli intoccabili banchieri,
dai duri colpi dei “rottamatori”, dalle prediche dei Savonarola anticasta, ed il sogno di una Terza Repubblica, riformata, civile e illuminata si fa più lontano.
Ognuno resta abbarbicato alla sua poltrona, al suo posto nel Palazzo, dall’Amministratore al portiere, incapace persino di scegliere un pompiere.
19/07/11 Che banche!
All'indomani degli stress test sulle banche europee vi é stato un coro unanime sulla bontà delle banche italiane per aver superato le prove. Quello che non é stato detto é che i 5 gruppi italiani sottoposti a test hanno appena superato la sufficienza e che nessuno si é piazzato nella fascia alta della classifica. Si é anche detto che quattro banche spagnole non hanno raggiunto, la sufficienza omettendo di dire che, su venti banche esaminate, ben sette si sono piazzate in vetta e undici hanno superato la sufficienza. Di queste sette, due hanno ottenuto il massimo punteggio (BBVA e Santander). Per capire meglio: la grande Germania ne ha piazzate tre, come pure la Danimarca. Persino Ungheria e Polonia con una sola banca sotto test hanno raggiunto il top. La vituperata Grecia, su sei istituti sotto esame, fa lo stesso risultato dell'Italia su cinque di questi ed uno soltanto risulta insufficiente (vedi tabella).

Come si spiegano risultati tanto poco lusinghieri? Il nostro sistema bancario non era a prova di bomba? I fondamentali italiani non erano tra i migliori d'Europa?
Eppure le nostre banche non hanno grandi esposizioni verso l'estero, amministrano una massa di risparmio enorme, non sono finite nella bolla immobiliare se non marginalmente e sono tradizionalmente poco propense al rischio. In teoria dovevano stare tutte in vetta anche per effetto delle grandi manovre di concentrazione degli ultimi anni. Dove sta la falla?
14/07/11 Abbattere il debito
Lacrime e sangue per placare i mercati e la speculazione. Ma nessuna misura per stangare la famigerata speculazione, il dio mercato é sacro. E nel suo nome deve anche accadere che i comuni dovranno privatizzare le municipalizzate.
Tutte meno quelle che gestiscono l'acqua, potenza del referendum.
Ora é vero che l'Italia ha bisogno di più concorrenza e di liberalizzazioni. Ma rendere di fatto obbligatoria la dismissione delle municipalizzate costituisce un vero esproprio di autonomia. E questo sarebbe il federalismo?
Che molte partecipate delle autonomie locali siano solo dei carrozzoni é certamente vero. Come é vero che i loro bilanci sono spesso traballanti. Tuttavia sarebbe stato più giusto, in un sistema che non é in grado di riformare neanche gli Ordini professionali,
stabilire dei rigidi parametri di virtuosità per le municipalizzate. Quelle che hanno i numeri in ordine sopravvivono, le altre si dismettono.
Purtroppo la logica di Tremonti é solo lineare, mai discreta. Anzi diventa discreta solo sui costi della politica.
Alla fine anche questa manovra sarà servita solo ad allungare l'agonia, se non si mette mano alla riduzione del debito pubblico.
Questa é la vera priorità del Paese. Un Paese che non può reggere in alcun modo che ogni "moto di nervosismo" del mercato gli costi una ventina di miliardi di maggiori interessi sul debito.
E per aggredire il problema non ci sono altre strade se non quella di ridurre i costi del sistema - a partire da un regionalismo pletorico e spendaccione che non ci possiamo permettere - e di elaborare una conveniente formula di concambio
per convertire i titoli di debito, in titoli di partecipazione all'azienda Italia.
11/07/11 La stangata
La botta, che da tempo era nell'aria, é arrivata. Oltre 560 milioni di Euro dovranno passare da Fininvest a Cir per decisione dei giudici, quale quantificazione di un presunto danno subito da De Benedetti, che pur aveva sottoscritto liberamente un accordo che gli aveva consentito di ottenere Repubblica e L'Espresso per scorporo dalla Mondadori.
Si tratta di oltre 1200 miliardi delle vecchie lire. Un'indecenza, quasi il doppio della cifra con la quale i Benetton, grazie a Prodi, si assicurarono il controllo di Autostrade, cifra che, per inciso, poi si ritrovarono quasi per intero nelle riserve della stessa società.
Al di là del merito e dei chiari risvolti politici, la questione pone un problema oggettivo: possibile che un giudice monocratico possa assumere decisioni di così vasta portata, in grado di incidere sugli assetti finanziari di un intero sistema?
Possibile che, in appello, moltiplicando per tre il numero dei giudici, la sostanza  non cambi? Se Fininvest non avesse le spalle forti che ha, sarebbe crollata per effetto di una sentenza immediatamente esecutiva già in secondo grado.
Si sarebbe volatilizzata una delle imprese più grandi del Paese, sarebbero stati licenziate le migliaia di dipendenti che ha, si sarebbe disperso al vento un patrimonio di competenze che pur ha contribuito a cambiare il mondo dei media in Italia.
Con l'aggravante della crisi internazionale che attanaglia l'intera Europa e con l'ulteriore aggravante di non aver previsto in sentenza alcuna diluizione del pagamento.
Quando l'applicazione della legge, in una zona d'ombra quale é quella della quantificazione del presunto danno, fa a cazzotti col buon senso c'é qualcosa che non va.
Fa bene Marina a strillare come un aquila.
06/07/11 Legittima tentazione
Il Cavaliere ci aveva provato ad infilare la norma salva Fininvest nella manovra. Poi, dopo l'avviso del Colle, ha dovuto fare una rovinosa marcia indietro che ha lasciato qualche "ammaccatura" sul neo segretario del Pdl e Ministro della Giustizia, Alfano e sul Ministro del Tesoro e suscitato l'ira della Lega per non essere stata preavvertita dell'inserimento del provvedimento.
Una vicenda da "Basso impero" che ancora una volta sottolinea la perdita di lucidità di Berlusconi, che commette l'ennesimo errore di forma e si riduce all'ultimo minuto nel cercare una soluzione "ad personam", per poi fare un'ingloriosa marcia indietro che lo fa sembrare un bambino colto con le mani nella marmellata.
Non che quelle del Cavaliere non siano delle "legittime tentazioni" di fronte alla estrema attenzione e severità della magistratura nei suoi confronti, ma "est modus in rebus" anzi in "Repubblica".
Un fondo di ragione, a ben guardare, Berlusconi ce l'ha sempre. Anche nell'annosa "Guerra di Segrate", contro De Benedetti e sempre a causa dello zampino della magistratura che ha il paradossale effetto di amplificare le sue ragioni.
A metà degli anni ottanta Il Cavaliere decise di allargare i suoi orizzonti editoriali entrando in Mondadori (che dalla morte di Arnoldo nel 1971 aveva subito qualche scossone negli assetti per l'ingresso dei Formenton, per via matrimoniale di Mario con Cristina Mondadori) con una quota di minoranza. Nel 1988 allargò la sua partecipazione comprando le quote detenute da Leonardo Mondadori. E' così ebbe inizio la guerra per il controllo dell'azienda tra tra il Cavaliere e Carlo De Benedetti che possedeva anche lui un pacchetto di minoranza. Tutti e due puntarono ad acquisire la quota di controllo detenuta dalla famiglia Formenton che non aveva più intenzione di impegnarsi nel business. De Benedetti ci riuscì per primo sottoscrivendo, con l'amico Mario Formenton, un patto di acquisto delle azioni entro un termine di tre anni. Tuttavia nel 1989 I Formenton ci ripensano e si schierano con Berlusconi che diventa presidente del Gruppo nel gennaio del 1990. De Benedetti protesta forte dell'accordo sottoscritto, ma non si trova una soluzione e di comune accordo, tutti i soci, decidono il ricorso ad un lodo arbitrale. Il Collegio arbitrale da ragione a De Benedetti e Berlusconi é costretto a lasciare la presidenza. Ma lui e i Formenton non si arrendono e fanno causa. Il tribunale ribalta il verdetto degli arbitri e le azioni tornano nelle mani del Cavaliere. Ma le cose non vanno lisce, perché monta la protesta dei dipendenti di alcuni giornali (Repubblica, Espresso) che non vogliono il Cavaliere. Interviene l'allora Presidente del Consiglio, Giulio Andreotti che convoca le parti ed incarica l'editore Ciarrapico di trovare una mediazione, che arriva consenzienti le parti: Espresso, Repubblica ed alcune testate locali passano a De Benedetti contro un indennizzo in favore della Mondadori di 365 miliardi di lire.
Tutti contenti? Neanche per sogno. Nel 1995 la magistratura comincia ad entrare nella vicenda grazie alle soffiate su Previti di Stefania Ariosto e mette in dubbio la bontà della sentenza e l'imparzialità dei giudici, nasce il processo All-Iberian. Proscioglimento piane in prima battuta, rinvio a giudizio per ribaltamento in appello, prescizione per Berlusconi che ricorre per ottenere la piena innocenza. rigetto della Cassazione. 2002: riunificazione dei processi Imi-Sir e Lodo. Dure condanne in primo grado e prescrizione per Berlusconi, Tutti assolti in appello per la vicenda Mondadori, ma condannati per Imi-Sir, la Cassazione cancella il verdetto di appello, conferma le condanne Imi-Sir e ordina un nuovo processo. Nuovo e Appello e Cassazione confemate le condanne, ma ridotte a poco più di un anno contro gli 11 del primo processo. Intanto nel 2009 il Tribunale civile di Milano, in conseguenza del vizio del Lodo riconosciuto dalla Cassazione, quantifica il danno subito da De Benedetti in 750 milioni di Euro, senza avvalersi di una perizia tecnica, per cui in Appello é disposta la perizia che, depositata, abbatte di un terzo il valore del risarcimento.
Questa sommaria ricostruzione delle vicende giudiziarie serve a capire qualcosa in più delle stranezze e delle incertezze della giustizia italiana e ci porta al nocciolo della questione: i 750 milioni di Euro.
Per comprendere l'enormità della somma basta spulciare i conti della Mondadori. Ha un capitale di  67 milioni di Euro ed una capitalizzazione in borsa di 633 milioni. Fa utili annuali per circa 100 milioni. Possibile che De Benedetti, che pur aveva liberamente accettato la mediazione Ciarrapico, abbia subito in pochi anni un danno tanto grande per un vizio di Lodo?
Questo spiega la tentazione del Cavaliere, il tentativo maldestro di salvare la sanità finanziaria delle sue imprese "ope legis". Questo spiega anche l'angoscia di uomo che da vent'anni non riesce a trovare pace giudiziaria.
Ciò lo assolve? Umanamente forse sì, politicamente certamente no.
04/07/11 Berlus Khan
Strauss Khan é stato incastrato. E' quasi certo. La cameriera, sedicente vittima di stupro, era una prostituta col "fidanzato" in galera.
La giustizia americana ha preso un bel granchio, come l'inflessibile giudice che aveva messo in galera l'allora direttore del Fmi con l'intenzione di buttare le chiavi e che poi aveva concesso allo "stupratore" la libertà su cauzione, contro un milione di dollari e la mortificazione del braccialetto elettronico allo stupratore.
Forse un bel granchio lo ha preso anche l'albergo di lusso per cui "prestava servizio" la cameriera. Solo un caso che la cameriera fosse anche puttana o una prassi consolidata?
Un granchio lo hanno preso anche le cameriere di colore, subito costituitesi in movimento, che hanno manifestato contro il "barbablu" d'oltreoceano col sogno recondito di un "amore a cinque stelle", come nel film.
Per non parlare dei media, fiondatisi come avvoltoi sul ghiotto caso.
Resta da svelare se l'incastro era frutto di una iniziativa artigianale quanto maldestra della cameriera e del suo fidanzato o se era frutto di una strategia più complessa, ordita dai poteri occulti, da una fantomatica P4 francese, dai servizi deviati al soldo di Sarko o dai "compagni" di partito di Strauss Khan che volevano farlo fuori dalla corsa alle presidenziali. Come resta da capire il perché del mancato pagamento della prestazione sessuale che pur c'é stata.
Forse non lo sapremo mai. Tuttavia appaiono chiari ed emblematici alcuni parallelismi con la vicenda berlusconiana del "bunga-bunga".
Una giustizia manichea vogliosa di mettere in galera il "reo", pur senza denuncia di parte, vera o falsa che sia, e di buttare le chiavi, l'inclinazione senile al sesso sfrenato, i procacciatori di escort in cambio di vantaggi sperati, l'ottusità ed il cinismo dei media, una certa solidarietà serpeggiata tra le escort che sognavano amori a cinque zeri, il probabile complotto. Questo ci dice che il villaggio globale ha ormai paradigmi, modelli e schemi sempre più globalizzati e questo non é un bene, soprattutto per la libertà.
Ci dice anche di una differenza profonda tra i due casi: la presenza, accanto al francese, di una moglie che sostiene il suo uomo, che ne contiene l'esuberanza, che incarna la complicità fino in fondo dell'amore e l'assenza, al fianco del Cavaliere, di una donna con le stesse caratteristiche. Quella che aveva si é chiamata fuori alle prime difficoltà, affidandolo pubblicamente alle cure degli amici.
Dalla vicenda Strauss Khan ne esce ammaccato, ma forse correrà lo stesso per le presidenziali francesi. Anche Berlusconi é un po' ammaccato ma, a detta di Alfano, sarà di nuovo Premier nel 2013.
23/06/11 Belen da premiare
Quante volte ci capita di imbatterci in gente scortese, incapace di fare il proprio lavoro con amore e con il sorriso sulle labbra. E' ormai quasi una regola quotidiana.
Dal postino che, pur di minimizzare lo sforzo, ti lascia un pacco di libri per terra fuori dal portone o, per non perdere tempo, piuttosto che consegnarti una raccomandata ti lascia un avviso di giacenza, al cassiere di banca che ti fa una concessione nell'accettare un ordine di bonifico. Dal corriere che se ne frega se sul collo da consegnare c'é scritto fragile a caratteri cubitali, al salumiere che ti guarda in tralice se guardi l'ago della bilancia mentre pesa il "cartone" con cui avvolgerà il tuo etto di prosciutto, dalla cassiera del supermercato che si stizzisce se paghi un piccolo importo con una importuna banconota da 50, al fruttivendolo che ti taglierebbe le mani perché osi scegliere la frutta da comprare.
Ognuno di noi é costretto ad incassare la sua dose giornaliera di scortesia, di arroganza, di sopraffazione.
Per questo meritano di essere segnalati quei rari episodi di "professionalità gentile", anche se non ti riguardano direttamente.
Un paio di giorni or sono ero sul volo Easy Jet Napoli - Madrid. Di pessimo umore per aver "incassato" a raffica: la scortesia del tassista che mi aveva portato in aeroporto, di un barista aeroportuale che, pur di non spostarsi di un paio di metri con la tazza del caffè, mi ha invitato a dislocarmi all'estremità del bancone, più vicina alla macchina del caffè, dell'addetto ai controlli che mi ha ispezionato reiteratamente perché lo scanner suonava come un ossesso, pur in assenza di qualunque traccia di metallo su di me. Alla fine si é scoperto che era "colpa" dei miei occhiali. Accanto a me era seduto un ragazzo sudamericano apparentemente normale. Subito dopo il decollo il ragazzo ha cominciato a parlare a voce alta e stridula e non ha più smesso fino all'atterraggio.
Oggetto principale della sua "conversazione" erano richieste al personale di bordo sui prezzi degli articoli offerti in vendita, pur essendo questi tutti chiaramente indicati sul catalogo che non ha mai smesso di consultare.
Dopo qualche minuto lo avrei volentieri strozzato. Ho persino pregato che gli si infilasse in trachea qualcuna delle lentine di cioccolata che trangugiava tra una domanda e l'altra. Mio figlio, che era con me, per zittirlo gli ha passato il suo I-pod con annessi auricolari, il gadget tecnologico gli é piaciuto,tanto da ricoprirlo di un velo di appiccicosa cioccolata, ma il gesto amorevole non ha sortito effetti sullo scilinguagnolo. 
Fortuna che a bordo c'era un angelo travestito da assistente di volo.  Piccola, minuta, delicata come un bisquit. Dall'aspetto esteriore non avresti mai immaginato che potesse contenere tanta energia positiva.
Si é presa carico del logorroico "disturbatore", sempre con un sorriso ha dato risposta ad ogni sua inutile domanda, gli ha mostrato ogni articolo di cui richiedeva il prezzo, il colore, il formato. Ogni cosa era puntualmente troppo cara, troppo piccola, troppo scadente.
Lei, Belen, per tutto il viaggio non ha mai perso la pazienza, mai avuto un moto di stizza, mai dismesso il sorriso ed i modi gentili, pur disturbata costantemente nello svolgimento del suo lavoro.
Come sarebbe più bello, più piacevole, più ridente un mondo popolato di Belen.
20/06/11 I "Masai" a Pontida
A Pontida si é consumato per l'ennesima volta il "rito". Si sono radunate le tribù delle Gallie, orbate da troppo tempo dell'opera civilizzatrice di Roma, i meticci discendenti di Unni, Visigoti, Ostrogoti, Vandali, che tutto stupravano nelle loro scorrerie padane.
Sono convenuti polentoni tracagnotti e incolti, valligiani egoisti e spernacchiatori, "masai" fuorusciti dai loro masi pedemontani, tutti secessionisti del portafoglio.
Hanno brandito spadoni, inalberato striscioni inneggianti a "Bobo" presidente, gridato come un sol uomo: "Secessione".
"Eran diecimila, eran volgari e sporchi...". Chi sa se vi sarà un altro Mercantini per comporre "La spigolatrice di Pontida", per questa gente senza memoria e senza patria, per questa gente che non ricorda o non sa che Carlo Pisacane, meridionale e generoso, volle combattere nel "Corpo volontari lombardi", al fianco di veneti e lombardi, contro il giogo dell'Austria, per fare l'Italia libera e una.
"La maledizione degli uomini é che essi dimenticano" fa dire John Boorman a Merlino, nel suo splendido "Excalibur. E i più maledetti tra gli uomini sono quelli che non hanno memoria della patria, del lungo processo storico, delle sofferenze e dei sacrifici, degli ideali e del valore che ci sono voluti per metterla in piedi, per farla libera e sovrana.
Ve lo immaginate Bobo presidente? Sarebbe la peggior sciagura per un Sud già sciagurato di suo. Speriamo che il Cavaliere, pur di sopravvivere, non sia arrivato a negoziare anche il passaggio di consegne a Bobo.
18/06/11 Viva la democrazia
Nel Pdl sale la febbre da primarie. Come colti da contagio anche i più immarcescibili sostenitori del "Principe" si stanno convertendo all'idea, forse pensando al dopo.
C'é chi, come al solito più realista del re, pensa di renderle obbligatorie per legge.
Fino a ieri costoro erano fervidi sostenitori del partito carismatico, in cui tutto promana dal vertice, un vertice dotato di qualità straordinarie, quasi infallibile.
Fino a ieri erano pronti a decapitare senza processo chiunque levasse una voce in dissenso, osasse muovere un critica al Capo, e così hanno fatto con Fini, sordi alle sue ragioni ed incapaci di valutare le conseguenze.
Poi si sono accorti che il "Principe", illuminato e carismatico, poteva anche sbagliare, poteva esser tentato di "illuminare" solo qualche procace ragazza e si sono repentinamente convertiti alla democrazia dal basso.
Inconsistenti! Ma che ci si poteva mai aspettare da un esercito di "nominati" per capriccio del "Principe"?
Gli italiani aspettavano le riforme: un fisco meno asfissiante, una semplificazione normativa che non ti costringesse a doverti rivolgere ad un esperto per pagare una tassa o comprendere una legge, una giustizia efficiente, una riduzione dei costi e della pervasività della politica, idee e misure per svilupparsi e competere, cambiamenti significativi del welfare, politiche in grado di dare una speranza di stabile prospettiva ai giovani, il superamento della "Questione meridionale".
Avranno le primarie obbligatorie per legge, così che persino la spontanea protesta di popolo sia regolamentata, trovi argine nell'ennesima legge.
Forse consiste in questo il tradimento peggiore che il "Principe" ha fatto proprio al Centro-destra: aver fatto tramontare per sempre l'idea, l'illusione forse, che un "Principe" illuminato possa compiere scelte sagge ed oculate, possa anteporre l'interesse generale al suo, possa riconoscere e premiare l'intelligenza, le capacità, i talenti, i meriti, possa normare, piuttosto che legiferare all'occorrenza, possa sempre agire con lungimiranza e responsabilità.
Il Ventennio fascista, pur con errori ed orrori, ci ha lasciato un Paese profondamente modernizzato, costellato di opere tangibili, il Ventennio del Cavaliere non ci lascia neanche la Salerno - Reggio Calabria, né il ponte di Messina e neanche la Torino - Lione, solo campi di concentramento per immigrati, carceri da suicidio, giovani senza speranza.
Viva le primarie, viva la democrazia!
08/06/11 Stanchezza di vivere
Caro Marco,
io non ti conoscevo, pur abitando a pochi metri di distanza.
Ho saputo di te, ti ho "conosciuto", solo quando ti ho visto immobile e senza più vita al centro di una strada, coperto da un lenzuolo bianco, macchiato del tuo sangue vermiglio.
Sei stato lì per oltre sei ore, esposto al sole cocente, alla curiosità dei passanti, alla pigrizia dei burocrati, per i quali tutto diventa routine.
Come routine, e non inconsapevole avvertimento, é sembrata a chi ti ha visto saltellare di muretto in muretto il pomeriggio prima dell'alba fatale.
Eri giovane e brillante, colto e studioso e per questo la vita ti aveva offerto delle prospettive.
Ma poi, ad un tratto, subdola e silente, é arrivata la stanchezza di vivere.
Ti ha reso estraneo al mondo, incurante degli affetti, sordo alla voglia ed alla gioia di vivere. La sola porta, la sola via d'uscita la hai vista in quel balcone dal quale, come un Icaro senza ali, ti sei gettato.
Nessuno  potrà mai sapere che ti é passato per la testa, quanto grande sia stata la tua angoscia, ma il tuo gesto ci lascia inebetiti, sconvolti. Ci chiede, ci implora di capire perché tanti giovani sono presi, senza ragioni apparenti, dalla stanchezza di vivere, dalla voglia di rifugiarsi nello sballo o di spegnere per sempre la lampadina, sfrecciando a duecento all'ora o buttandosi di sotto.
E' la desertificazione valoriale? L'iperprotettività familiare? Sono i modelli sbagliati, le cattive compagnie, un sistema che somiglia sempre più ad uno schiacciasassi? E' la fragilità della mente, l'eccesso di vita sul pianeta, l'incapacità crescente a comprendersi, il venir meno delle ragioni dello stare insieme, l'indebolimento della specie, le patologie familiari e sociali?
Non c'é risposta. La stanchezza di vivere é tutto questo, ma non é solo questo. Origina forse nei primi mesi di vita, a causa di una gestazione sgradita o per mancanza del latte materno? Forse é anche questo.
Vale la pena di indagare, di porsi domande, di vigilare, di curarsi - nel senso di prendersi cura di sé - per conoscersi meglio, per volersi più bene o, almeno, meno male.
Addio Marco.
08/06/11 La civiltà sfuggente
Marco Pannella é in sciopero della fame da circa due mesi. Si sono uniti a lui i membri dell'Unione delle Camere Penali e tantissimi detenuti. Scopo principale della protesta é quello di sensibilizzare istituzioni ed opinione pubblica sul disastroso stato delle carceri italiane dove, a causa dei disagi, i suicidi sono in preoccupante incremento.
Che la giustizia in Italia sia malata, inefficace e inefficiente é cosa nota.
La lentezza della giustizia civile atterrisce gli investitori creando un danno allo sviluppo del Paese oltre che alle parti lese, la farraginosità di quella penale, l'eccessivo uso della custodia cautelare, la rilevanza penale di tanti reati minori, riempie a dismisura le carceri rendendole dei veri e propri gironi infernali tento per i detenuti che per il personale.
Tuttavia, quando si manifesta la volontà di riformare i servizi giudiziari, scattano le resistenze corporative, le complicità politiche e nulla mai cambia. E a nulla valgono le rampogne dell'Unione Europea, le multe, i danni che si sommano ai danni.
Ogni magistrato continua a difendere la sua "autonomia" che non prevede pena in caso di errore (ma tutti i cittadini non dovrebbero essere uguali di fronte alla Legge?) e può liberamente decidere di baloccarsi investendo risorse per scoprire se il bandito Giuliano sia davvero morto cinquant'anni fa o se non sia invece fuggito in America sotto l'ombrello della Cia, o può permettersi di istruire processi e richiedere rogatorie su presunti crimini nazisti a quasi settant'anni dalla fine della guerra, incuranti di quel che avviene al cittadino una volta deciso di sbatterlo in galera, tanto la coscienza é salva: ci si limita ad applicare la legge. E non importa se sempre la legge, chimericamente, prevede la rieducazione ed il reinserimento del detenuto.
Eppure in altri Paesi si sono trovate delle soluzioni per non allargare a dismisura il numero delle prigioni.
Il braccialetto elettronico, quello messo all'ex direttore del Fmi per intenderci, é un modo efficace per tenere sotto controllo una persona senza spedirla in galera, anche il ricorso alle pene alternative alla detenzione o al soggiorno obbligato, possono essere efficaci, soprattutto per evitare la custodia cautelare in carcere, che segna indelebilmente le persone e, soprattutto, i tantissimi innocenti che incappano nelle maglie della giustizia.
La civiltà di una società si misura nei suoi comportamenti più minuti, meno evidenti, più nascosti. Nelle opere di solidarietà, nel sostegno ai deboli ed ai reietti, nella qualità dei manicomi, dei dormitori pubblici, delle mense per i poveri, delle prigioni.
Purtroppo, abituati come siamo a nascondere l'immondizia sotto il tappeto incuranti delle infezioni, per noi la civiltà é diventata un'idea sfuggente.
07/06/11 La trasmissione é mia e la gestisco io.
Santoro ha divorziato dalla Rai. Divorzio forse consensuale, ma comunque costoso, come é prassi. Approderà a La7, rete in procinto di passare nelle mani di Carlo De Benedetti, in barba a tutte le teorizzazioni contro la simultanea detenzione di tv e carta stampata.
Si vocifera di possibili trasmigrazioni anche da parte di Floris e Fazio. In tale evenienza resterebbero, per ora, solo la simpatica Dandini e la bravissima Gabanelli a presidiare il fortino di Rai 3.
Che una rete privata possa essere, per scelta, faziosa e schierata, piuttosto che neutrale ed equilibrata, va bene, é nella libertà dell'editore e di chi ci lavora. E questo vale per il Gruppo l'Espresso come per Mediaset. Senza possibilità di "soloniche" censure.
Che negli obiettivi di La7 possa esserci quello di vedere riuniti sotto le stesse telecamere: Mentana e Santoro, Fazio e Floris, Dandini e Gabanelli, Berlinguer e Travaglio, Lerner e Crozza, Gruber e lAnnunziata, Telese e Costamagna, D'Amico, Bignardi e pure Vauro, é assolutamente legittimo. Ma che a nessuno venga più in mente di prendersela con Fede.
Può fare lo stesso il servizio pubblico? In teoria no, ma secondo il criterio nostrano della "lottizzazione" delle reti forse si.
La contraddizione é tutta qui e come al solito é figlia della politica. Ciò che é "lottizzato" finisce nella giurisdizione del lottizzatore, altro che servizio pubblico. E così nascono gli eterni contrasti, le censure telefoniche, le petizioni all'Agcom, le scelte autocastranti in barba allo "share" che una televisione privata mai si permetterebbe di fare.
Anche qui occorrerebbe una bella riforma. Se il servizio pubblico deve continuare a disporre di tre reti principali sarebbe opportuno che fossero tematiche: intrattenimento, cultura, informazione ed approfondimenti.
Che senso ha avere tre testate giornalistiche quando ne basterebbe una sola capace di separare i fatti dalle opinioni? E per queste ultime basterebbe adottare dei marcatori, come si fa per i film: bollino rosso = visto da centro-sinistra, bollino blu = visto da centro-destra, bollino viola = visto dall'estrema sinistra, bollino nero = visto dall'estrema destra, bollino tricolore = visto dai terzopolisti, bollino arancione per "visto dai radicali" e bollino giallo per indipendente. Stessa cosa per le trasmissioni di approfondimento.
Se ci fosse stato un bollino rosso su Anno Zero, forse Santoro non sarebbe diventato Santoro.
04/06/11 Sorella acqua, fratello atomo
Il contenuto dei referendum rischia di essere posto in secondo piano dall'ondata anti berlusconiana. E' questo non sarebbe giusto, né sarebbe un comportamento da popolo maturo e consapevole.
Col referendum una minoranza attiva di cittadini, con la raccolta delle firme e l'avvio della complessa procedura referendaria, chiede l'attenzione di tutti gli altri cittadini su temi ritenuti rilevanti e degni di esser posti all'attenzione di tutti.
Si tratta di un atto di democrazia, dell'unica occasione, in un sistema rappresentativo, in cui il popolo é chiamato ad esprimersi nel merito di una questione, e la mancanza di risposta costituisce un segnale di scarsa attenzione civile.
Ai referendum bisognerebbe sempre partecipare in massa, piuttosto che andare al mare.
I referendum sul tappeto pongono tre questioni in quattro quesiti abrogativi di norme: l'acqua, il nucleare, il legittimo impedimento.
Va sottolineato che la questione del nucleare sopravvive, improvvidamente, per volontà della Cassazione che ha voluto mantenere in piedi il problema, anche se il governo aveva cancellato i relativi provvedimenti invocando una pausa di riflessione.
La questione dell'acqua sta in questi termini: visto lo stato disastroso delle reti idriche, gestite prevalentemente e da sempre da aziende municipali, la legge ha previsto la privatizzazione delle gestione delle reti (e non dell'acqua) al fine di migliorarne l'efficienza ed ha garantito al gestore privato un tasso di remunerazione predeterminato per la sua opera, omettendo di correlarlo a concreti risultati.
Va anche detto che chi gestisce le reti, di fatto, gestisce il bene pubblico, essendo precluso ai cittadini l'accesso diretto alle sorgenti o alle falde.
Prima di entrare nel merito va fatta una più generale riflessione sulla logica di gestione delle grandi reti: acqua, energia elettrica, gas.
Siano esse pubbliche o private nella gestione, i beni che veicolano hanno forte rilevanza pubblica e sociale e la loro disponibilità é co-essenziale al vivere civile.
Si configurano, pertanto, un diritto all'acqua ed uno all'energia. Questo dovrebbe implicare l'impossibilità per il gestore, pubblico o privato che sia,di sospendere integralmente l'erogazione in caso di morosità.
Un filo d'acqua o di gas, qualche watt di corrente elettrica, quanto basta per bere, per scaldare un alimento, per accendere una lampadina, non dovrebbe essere negato a nessuno in una società autenticamente civile e quindi solidale.
Ciò a maggior ragione se durante la notte si vedono tanti uffici pubblici illuminati a giorno, anche se deserti. D'altro canto le attuali tecnologie distributive consentono l'erogazione puntuale.
Una seconda riflessione di carattere generale va fatta sull'atomo. E' vero che la fissione nucleare é una tecnologia pericolosa, costosa e che lascia il problema delle scorie alle future generazioni, anche se, in cinquant'anni di centrali nucleari, i morti sono stati meno di un milionesimo di quelli provocati dalle automobili. Ma non é la stessa cosa per la fusione nucleare, una tecnologia già prototipata, che sarà disponile, stando ai ricercatori del Cnr, entro i prossimi quindici o venti anni.
Dire no al nucleare, punto e basta, é una scelta irrazionale, dettata dallo spettro della paura.
Si può anche dire no alle centrali a fissione, ma andrebbe, nel contempo, incentivata la ricerca sulla fusione, che non lascia scorie. E questo non dovrebbe comunque impedire la ricerca ed il ricorso a fonti alternative e rinnovabili.
Tornando ai referendum, in particolare se solo abrogativi, come nel nostro ordinamento, sarebbe buona prassi democratica che i governi si consultassero con i promotori, prima della presentazione delle firme, per trovare un punto di mediazione che eviti possibili danni futuri al Paese.
Nel caso dell'acqua, bastava fissare degli standard di gestione, incentivare le connessioni tra reti, determinare degli obiettivi di efficienza e prevedere l'impossibilità della completa sospensione dell'erogazione in caso di morosità.
Che poi la gestione fosse pubblica o privata diventava meno importante: chi non raggiunge gli standard entro tre anni é fuori, passa la mano. Purtroppo non vi é stato dialogo ed oggi si é costretti a scegliere tra due posizioni estremizzate.
Lo stesso vale per il nucleare.
Resta il quesito sul legittimo impedimento, reso quasi pleonastico dalla sua automatica decadenza il prossimo ottobre. Va ricordato che il "lodo Alfano", bocciato dalla Suprema Corte, era una soluzione ragionevole per offrire uno scudo al Cavaliere - che qualche persecuzione giudiziaria pur la ha avuta - oltre che alle alte cariche dello Stato. Ragionevole perché col sospendere il processo, non sottraeva comunque nessuno al giudizio.
Se il governo assumesse, nelle prossime ore, un impegno solenne - garante il Capo dello Stato - a rivedere le sue posizioni su acqua e nucleare, sentiti i promotori dei referendum, si potrebbe forse evitare di partecipare ad una consultazione che, qualunque sia l'esito, non farà il bene di tutti. In caso contrario ognuno voti secondo coscienza, guardando all'interesse generale, e non per trasporto ideologico o per vendetta politica.
03/06/11 La probabile verità sul batterio killer
Questa mattina ho consultato un giovane e brillante infettivologo - il dr. Michele Imparato - sul tema del "batterio killer". Mi ha spiegato che la causa più probabile é da ricercarsi nell'uso degli antibiotici in agricoltura, uso massivo per il loro effetto anabolizzante sui vegetali. Il batterio in questione, l'E-coli, é normalmente presente nell'ambiente, é molto probabile che una colonia, entrata in contatto con gli antibiotici, abbia reagito generando un ceppo resistente, particolarmente virulento oltre che altamente odioso, visto che può provocare morte per disssenteria. Anche questo é un segno dei tempi, caratterizzati come sono dal costante tentativo di "forzare" gli equilibri ed i ritmi della natura.
Se non sarà individuato presto il focolaio, esiste la quasi certezza della diffusione del contagio. Un contagio di fronte al quale siamo, per ora, totalmente indifesi. Brutta e inelegante prospettiva quella di lasciare questo mondo in un accesso dissenterico.
Questo deve farci riflettere. Deve indurci a mitigare le nostre pretese estetiche sui prodotti della terra, ad essere consumatori e produttori più responsabili.
Occorre mettere al bando la "cultura del doping" che imperversa. Si dopano gli sportivi, i cavalli da corsa, i polli come i bovini, le piante, i giovani nelle discoteche e quelli che si §"fanno" di cocaina.
Occorre ritrovare l'armonia con la natura.
31/05/11 Terza Repubblica
Sandro Bondi, con eleganza, si é già dimesso. Sotto a chi tocca. La batosta elettorale del Pdl non può lasciare nessuno impunito, dal centro alla periferia.
Il Cavaliere ha le sue colpe, prima fra tutte la rottura con Fini che lo conteneva, che ne incanalava l'esuberanza nell'alveo della politica, ma ancora più colpevoli sono gli ottusi consiglieri, gli acritici lacché, gli yes-man con la sindrome del no, i tanti, quelli si, "senza cervello", cresciuti all'ombra e nella venerazione del capo, nutriti acriticamente dal suo "carisma" e mai da una buona lettura, irrobustiti dal pensiero unico, incapaci di critica e mai desiderosi di confronto, i teorizzatori del partito carismatico, i costruttori delle "macchine del fango", i mezzani compiacenti, i procacciatori di puttane, gli organizzatori di cricche, i cacciatori di appalti contro mazzette, gli elargitori di benefici in cambio di "massaggi", di appartamenti che piovono dal cielo e di vacanze dorate, i sostenitori del parlamento dei nominati, del falso bipolarismo, della consociazione perpetua, del mercato dei parlamentari, gli alfieri di una Seconda Repubblica promessa e mai nata.
Parassiti, zecche sul corpo della Repubblica che Berlusconi, nel suo delirio di onnipotenza, non ha visto o non ha voluto vedere o ha sottovalutato e tollerato.
Quanto basta per processarlo davanti al tribunale della storia - altro che toghe rosse -  e condannarlo all'esilio dalla politica per alto tradimento delle speranze di un popolo che gliele aveva affidate, confidando in lui.
Queste elezioni sono sono il presagio della fine di un mondo che non ci piace: edonista, consumista, narcisista, egoista, arrogante e conformista, sono il presagio del cambiamento che rompe gli schemi, del nuovo che si coagula, di un popolo che si scuote dal letargo, dalla monotonia soporifera dell'imbonimento televisivo, per riappropriarsi del suo destino, della libertà non più marchiata Berlusconi. E rappresentano anche l'epilogo della Seconda Repubblica e del falso assetto bipolare visto che, spontaneamente, nasce a Napoli come a Milano, un altro Polo: quello della protesta liberatoria e libertaria, che gia aveva messo radici con gli exploit, a macchia di leopardo, dei grillini.
Occorre pensare al "dopo" e per questo é tempo di autocritica. Per tutti.
Per la sinistra, che deve imparare a rifiutare ogni rapporto di vicinanza o di scambio con la magistratura politicizzata (che esiste e non é un'invenzione del Cavaliere), affinché tutta torni ad essere un potere davvero indipendente, che deve reimpostare le sue "relazioni sindacali", per non perpetuare l'ingiustizia sociale tra ceti protetti ad oltranza ed altri abbandonati alle tempeste del mercato.
Per la destra, che deve imparare che non esistono "uomini della provvidenza", ma solo persone più capaci e disponibili a perseguire il bene collettivo.
Per il Centro che non può sempre pretendere di farsi ago della bilancia. Per la Lega che non può non capire che l'Italia é una e indivisibile e che il federalismo può essere benefico solo se si supera l'attuale regionalismo.
E il "dopo" non può che essere una nuova Assemblea Costituente che dia vita alla Terza Repubblica.
30/05/11 Scelte che si pagano
In politica quasi nulla é frutto del caso. Se si analizzano le scelte del cosiddetto Centro-destra in Campania non si può non essere assaliti dal dubbio.
Perché, in base a quali logiche e disegni, sono stati scelti per la guida di regione, provincia e comune di Napoli uomini non invisi al Centro-sinistra o politicamente deboli?
Perché Caldoro del Nuovo Psi, perché Cesaro, già assessore provinciale con la Giunta del verde Lamberti, perché Lettieri, in frequentazione con Bassolino e candidato in pectore dello schieramento avversario?
E perché le Giunte volute dai primi due, o meglio dai partiti che li hanno sostenuti, hanno scarso segno politico ed ancor più scarsa incisività operativa e gli apparati amministrativi sono rimasti sostanzialmente immutati?
Che ci fa l'ex rettore "bassoliniano" Trombetti, in Giunta regionale?
Per non parlare della qualità e del segno delle scelte fin qui poste in essere e dell'odioso "continuismo" praticato fino ad oggi.
Che dietro le scelte si celi la consociazione, il vecchio e famelico partito degli interessi? I fatti rendono legittimo il dubbio.
Perché i cittadini dovrebbero oggi dar credito ad un Centro-destra che ha tradito le loro aspettative di cambiamento?
Perché i napoletani, dopo aver subito trent'anni di Centro-sinistra, dovrebbero abboccare alla falsa promessa di rinnovamento del Centro-destra?
Questo spiega il successo di De Magistris, che é fuori dagli schemi, l'ondata di protesta che lo sospinge verso una vittoria tanto insperata quanto probabile, che gli conferisce molta più credibilità di quanta ne meriti.
Arrivi o non arrivi il "ceffone" elettorale, é opportuno che il Centro-destra cominci una robusta autocritica, che rinnovi integralmente la sua classe dirigente, che cambi marcia nella gestione della cosa pubblica.
Caldoro, che é persona per bene, costretta, fino ad oggi, a subire lo strapotere dei numeri, potrebbe essere l'uomo del cambiamento, colui che fa della Campania il laboratorio capace di distillare un nuovo Centro-destra, più credibile, più affidabile,
più capace di misurarsi con gli enormi problemi che condizionano lo sviluppo regionale e meridionale ed in grado di "riunire ciò che é sparso".
29/05/11 Il cetriolo assassino
La notizia é tragica: mille infetti e già dieci morti in Germania a causa di una variante molto virulenta del batterio "E. coli Enteroemorragico" che si é annidato in una partita di cetrioli provenienti dalla Spagna, anche da colture biologiche.
Tragica non solo per le morti causate, ma anche perché, ancora una volta, abbiamo il segnale di una natura che insorge, che si ribella, che escogita vie subdole e letali per manifestare la sua insofferenza verso la specie umana.
L'Aids, la mucca pazza, l'aviaria, le influenze mutanti e sempre più mortali, non sono forse interpretabili come ruvidi moniti che il "genio della natura" sta dando all'uomo? Un uomo che pesa sempre di più sul pianeta e sui suoi fragili equilibri, un uomo divenuto tanto tracotante da farsi demiurgo della vita, che crea nuove specie, che ibrida, che clona, che per puro profitto fabbrica semi che produrranno solo piante sterili.
Così quella del "cetriolo assassino" diventa sarcastica metafora di quel che ci attende, se supereremo il fatidico dicembre del 2012.
Una metafora adattabile anche alla politica italiana, piena come é di "cetrioli" all'apparenza innocui, di "citrulli" eletti, nominati, prescelti che sembrano invitanti e commestibili perché, sorridenti, dicono sempre sì, perché hanno sempre una promessa sulle labbra, un'illusione da evocare, una "responsabilità" da millantare anche quando é solo trasformismo.
"Citrulli" che dentro si portano il virus liberticida della sudditanza e quello odioso della corruzione e quello mortale dell'egoismo narcisista e propagano così il cancro sociale.
Speriamo che il nuovo sindaco "per" Napoli sia diverso e che non sia anche lui un "cetriolo assassino".
27/05/11 Speranza al fiele
Questo ultimo scorcio di campagna elettorale si arroventa. Salgono i toni, a Milano come a Napoli. Toni che Berlusconi cerca di alzare anche con Obama, denunciando la "dittatura delle toghe", ma senza successo. Dal suo interlocutore solo perplessità.
Il Cavaliere, nel giro di pochi mesi, é riuscito a rendersi inviso a molti degli italiani che pur lo avevano preso in simpatia, é riuscito a "ridicolizzare" persino la sua più sacrosanta ragione: la persecuzione giudiziaria di cui é stato fatto oggetto da quando é sceso in politica. Persecuzione che gli italiani, negli anni, hanno "certificato", sostenendolo col consenso. Ma c'é un limite anche alla solidarietà civile, soprattutto se il resto é fatto di promesse mancate, di miracoli annunciati e mai realizzati, di strappi con gli alleati, di intemperanze senili nella vita privata, di mancata vigilanza sul "suo" partito.
Ha accumulato errore su errore, il Cavaliere, a partire dalla rottura con Gianfranco Fini, che é stato profeta in una patria che non era la sua.
I suoi più inossidabili sostenitori sperano nel "colpo di coda", nella "genialata" dell'ultimo minuto, ma é improbabile che ciò accada, la storia difficilmente si ripete, quasi sempre volta pagina, coprendo col velo dell'oblio tutti coloro che non sono stati degni di calpestare la sua scena, che non sono stati capaci di scolpire nella sua memoria gesta o atti degni di ricordo. E cosa lascia alla storia Berlusconi? Un Paese riformato, modernizzato, liberalizzato? O solo il "bunga bunga"?
Quanto é amara a volte la speranza! Ancor più amara, se ti costringe a guardare Pisapia e De Magistris quasi con simpatia, visto che vedi Moratti e Lettieri per quello che sono: gli amari frutti di un partito, di un movimento che, nella disattenzione del "capo", ha liberalizzato solo il lasciar fare dei faccendieri di periferia, dei proconsoli collusi e consociativi, dei coordinatori degli interessi e degli affari. Affari che al sud sono spesso illeciti, in mancanza di un cane da guardia che al nord si chiama Lega, pur con tutti i suoi limiti.
Speranza amara anche perché non votare e andare al mare non avrebbe senso, sarebbe come voler buttar giù, nel gioco della torre, tutti e due i contendenti, ma non si può, la politica é un gioco da cui non ci si può chiamare fuori perché regola e amministra la vita di ciascuno, ogni santo giorno.
12/04/11 Fuor di steccato 
Due principi, due forze sono alla base dell’esistenza. Ciò che specifica e ciò che omologa.
Il principio di specificazione rende gli esseri diversi, unici, irripetibili. Quello di omologazione li sospinge entro i canoni propri della specie cui appartiene.
In ogni essere vivente i due principi coesistono agendo in proporzioni diverse.
Tra i batteri e gli insetti il principio di specificazione è latente, man mano che si sale sulla scala della vita esso si rende via via più manifesto.
Un cane ha un suo carattere, una sua personalità definita, ma restano in lui tutti i comportamenti che lo omologano alla sua specie.
L’uomo, nella sua unicità, libertà, razionalità e spiritualità, tende a specificarsi più di ogni altra creatura, i comportamenti omologanti residuano a livello di necessità biologiche e di autoconservazione.
Il progresso dell’uomo, a ben guardare, è fatto di specificazioni sempre più spinte.
La storia delle società umane, e quindi della politica, ha molto a che fare con questi due principi.
Dagli assetti tribali, dove il capo era il più forte, come nei branchi, fino agli assetti attuali dove, in genere, è il più dotato, si legge il percorso della specificazione.
Analogamente se si cerca di leggere sotto questa luce l’evoluzione delle società e le loro specifiche gerarchie ed assetti.
Le categorie di Destra e Sinistra, posto che abbia ancora un senso utilizzarle, discendono dai questi due principi.
Ciò che tende a specificare è tendenzialmente “di destra”, ciò che tende ad omologare è tendenzialmente “di sinistra”.
La vita di ciascuno è, in estrema sintesi, costituita da un mix di “come” e di “cosa”.
Il “cosa” ricomprende tutti comportamenti e le azioni, il “come” esprime la loro modalità qualitativa.
Il “cosa” è figlio dell’omologazione, il “come” della specificazione.
Da destra, quindi, sono più facilmente concepibili, che da sinistra, concetti specificanti quali: onore, gloria, eroismo, abnegazione, valore, bellezza, dovere, sacrificio, trascendenza, patria, nazione, civiltà, individuo.
Specularmente, da sinistra sono più immediatamente concepibili concetti omologanti quali: bisogno, diritto, normalità, garanzie, socialità, media, massa, immanenza, internazionalismo, cellula, società.
La dialettica, spesso vivace, che ne nasce è regressiva.
Le “ragioni della specie” hanno un loro fondamento, costituiscono parte della stessa medaglia, e questo va compreso e tenuto nel debito conto, soprattutto in ordine ai bisogni, alla socialità, alle garanzie ed ai diritti, per il resto la storia è specificazione.
Per questo, oggi, si può essere inclusivi. Si può pensare di andare oltre gli steccati ideologici della "Destra" e della "Sinistra", si può spostare il confronto sulle soluzioni da dare ai problemi.
Purché ognuno chiuda i conti il proprio passato, recida il cordone ombelicale che ne impedisce il libero movimento, abbia il desiderio e la voglia di determinare il futuro. Una certa Destra questo lo ha già fatto.
09/03/11 

Il Futuro immaginato

La Costituzione è stata cambiata in un solo anno grazie al lavoro dell’Assemblea Costituente. L’Italia è una repubblica federale pronta a far parte degli Stati Uniti d’Europa.
Lo stato ne esce ridisegnato. Meno ottocentesco, meno pesante e più dinamico, più pronto ad essere “cabina di regia” dei cittadini ed a promuovere e tutelare la qualità della loro vita.
Le sue competenze sono chiare e definite: integrazione europea, interni, difesa e sicurezza, relazioni e scambi con l’estero, conoscenza e competenze, salute e qualità della vita, economia e sviluppo, energia e reti infrastrutturali, solidarietà e sussidiarietà, identità italiana, fiscalità centrale, armonizzazione del federalismo e qualità dei servizi.
Ogni altra competenza è del sistema federato.
Le regioni hanno compreso che erano troppe e troppo piccole per essere “regioni d’Europa” e si sono fuse dando vita a cinque Unioni regionali, con enormi vantaggi per i cittadini.
Le province sono state ridotte al numero dei capoluoghi di regione ed hanno il chiaro compito di gestire i servizi di area vasta sui territori ex regionali.
I comuni hanno viste rafforzate le loro competenze, anche diventando tutti sportelli decentrati delle Unioni regionali che, in tal modo, riescono ad essere molto più vicine ai cittadini.
Sono fiorite le Unioni di comuni in forza della norma che, se inferiori ai mille abitanti, li ha obbligati a mettersi in rete con altri, fino a raggiungere la soglia minima di ventimila abitanti, al fine di poter rendere più efficienti i loro servizi.
Le municipalità sono state abolite e sostituite con strumenti di democrazia partecipativa, resi possibili dall’avvenuto potenziamento delle reti telematiche.
Sono state abolite anche le comunità montane le cui competenze sono state trasferite in parte alle Unioni regionali ed in parte alle Unioni di comuni.
La “Camera federale” legifera su tutte le materie dello stato federale e sugli indirizzi di carattere generale.
I suoi 400 membri sono eletti, a suffragio universale, dai cittadini nei rispettivi collegi, secondo un sistema maggioritario plurinominale in base al quale il partito o la coalizione che arriva oltre il 50% dei suffragi conquista il seggio per il suo candidato, ma nel caso di coalizioni il seggio viene attribuito al candidato che ha avuto più voti tra i partiti della coalizione vincente.
Gli eletti hanno vincolo di mandato rispetto al programma elettorale sottoscritto con gli elettori.
Degli altri 10 membri che ne fanno parte, quattro sono designati “per due legislature” dal Capo dello Stato e sei garantiscono il “diritto di tribuna” al quelle forze non presenti in Parlamento per ragioni di soglia di sbarramento, ma che abbiano superato almeno l’uno per cento.
Grazie a questo sistema i cittadini non sono costretti a votare, anche turandosi il naso, l’unico candidato loro proposto. Sono quindi più inclini a partecipare alle elezioni. Inoltre i candidati proposti nei collegi (ed in ogni altra forma di elezione), prima di poter andare in lista, devono ottenere il gradimento degli elettori attraverso “referendum”, anche telematici, nei quali hanno la possibilità di sostituire i nomi loro proposti.
Ciò ha reso i partiti molto più responsabili, sul piano della qualità delle scelte e molto più trasparenti, anche in virtù delle nuove norme che li hanno fatti uscire dalla zona d’ombra legale in si erano collocati.
Lo stesso è accaduto per i sindacati ai quali, come ai partiti, è stato imposto il divieto di “diversificazione” economica.
La “Camera delle autonomie” legifera su tutte le materie di competenza delle regioni ed ha anche i compiti: di armonizzazione legislativa, di assicurare la convergenza con le politiche nazionali, di alta vigilanza sui bilanci e sulle operazioni finanziarie degli enti locali.
I suoi 200 membri sono per due terzi elettivi e per un terzo di diritto. Il terzo di diritto è composto da dieci rappresentanti di ciascuna delle Unioni di regioni, da 15 rappresentanti dei comuni, eletti in seno all’Anci, da 5 rappresentanti delle province eletti in seno all’Upi. 
I 140 membri elettivi sono eletti a suffragio ponderato con sistema proporzionale.
Il voto ponderato ha introdotto le meritocrazia anche nei diritti di cittadinanza. Tutti hanno diritto ad un voto, ma ai cittadini che, oggettivamente, più si sono adoperati concretamente per realizzare il bene comune viene riconosciuto il privilegio e l’onore di poter esprimere un voto più pesante riconoscendogli il diritto di compilare fino ad un massimo di tre schede elettorali. Tale riconoscimento, che equivale ad una medaglia al valor civile, è contingentato fino ad un massimo dell’uno per cento del corpo elettorale.
Un apposito Ufficio della Presidenza della Repubblica, su istruttoria del Consiglio superiore della magistratura inquirente, sentiti i comuni di appartenenza, vi provvede.
Questo provvedimento ha stimolato l’impegno civile, ha creato una benefica competizione tra i cittadini per quali tra loro debbano essere riconosciuti “migliori” cittadini, per le loro opere, per il loro impegno civile e non già in virtù del censo o di un qualunque privilegio sociale.
Ciò, alla lunga, aiuterà i partiti a selezionare meglio le loro classi dirigenti.
Il premier è eletto dal popolo con i membri della Camera federale. Può nominare e revocare i ministri. Ma la revoca deve essere motivata da inadempienze rispetto al programma o ai suoi tempi di attuazione e, per questo, ratificata dal Capo dello Stato, che resta il garante della Costituzione e quindi di tutti i cittadini.
Il ricorso alla fiducia ed alle leggi delega è stato regolato. Le due Camere, in seduta congiunta, possono sfiduciare il premier, nel qual caso vengono indette nuove elezioni.
Sono stati anche fissati i tempi massimi di ogni iter. I membri delle Camere o del governo, eventualmente condannati per alcune tipologie di reato, in primo grado, vengono automaticamente sospesi fino alla sentenza definitiva che, se di condanna, determina l’interdizione perpetua dai pubblici uffici. Ferma restando l’immunità più completa per ogni tipo di reato d’opinione o commesso in buona fede per l’esercizio del mandato. I comportamenti pubblici ne sono usciti moralizzati significativamente.
Sono stati anche fissati termini certi per i processi: un anno per ogni grado di giudizio, estendibili fino a tre in casi particolari.
La giustizia ha subito riforme importanti: sono state ridotte e semplificate le leggi da applicare, ridefiniti iter e tempi, riorganizzata la distribuzione e le dotazione dei tribunali, creati meccanismi meritocratici per tutti gli addetti, la magistratura giudicante è stata separata da quella inquirente e sono state riviste le regole d’accesso e di transito, revisionato e razionalizzato il sistema delle pene e quello carcerario.
L’organo di autogoverno dei giudici è stato riformato ed aperto alla partecipazione democratica, una quota dei suoi membri viene eletta dal popolo, con l’Assemblea federale.
E’ cambiato anche il processo amministrativo, più contraddittorio minore formalismo burocratico e certezza dei tempi.
Ridimensionate o azzerate le tante “Autorità” cosiddette indipendenti. Il sistema pubblico è stato snellito e reso efficiente, tanto da non più sfigurare rispetto al privato. Ciò consente anche una migliore interazione tra pubblico e privato.
I computer negli uffici non sono più dei soprammobili o dei sostituti delle macchine da scrivere, grazie all’informatizzazione delle procedure operative ed alla calibrata tempistica, nessuno ha più alibi per grattarsi la pancia.
Gli impiegati pubblici in sovrannumero, rispetto alla rideterminazione corretta delle piante organiche, sono stati dirottati ad organizzare il nuovo servizio sociale sui beni del demanio. La pratica di zavorrare gli apparati pubblici è stata bandita, il federalismo ha, finalmente,  introdotto la standardizzazione delle piante organiche in relazione ai servizi erogati ed alla popolazione servita. Questo aiuta anche il Sud ad uscire dalle logiche clientelari.
La socialità, separata dall’assistenza, ha assunto forme nuove: non più tutele assolute e strabiche, non più cassa integrazione.
Ad ogni senza lavoro lo stato garantisce un prestito per tre anni, sotto forma di buoni lavoro, che consente di vivere decorosamente e secondo lo stile di vita di ciascuno.
Nel triennio il sistema pubblico, d’intesa con quello privato, è impegnato a proporre almeno una occasione di lavoro. Col nuovo lavoro, a piccole rate viene restituita l’anticipazione fatta. Se il lavoro viene rifiutato si può optare per il nuovo servizio sociale, affiancato a quello civile, e che ha lo scopo di rendere produttivi i beni demaniali. Stipendio sensibilmente più basso, restituzione, mediante trattenute, del debito verso lo stato, possibilità di ottenere in concessione vitalizia, anche partecipata con altri, il bene affidato, se reso efficacemente produttivo, come terza opzione, d’intesa con le Unioni regionali, il senza lavoro, avendone i requisiti attitudinali, può partecipare ad uno speciale corso di formazione finalizzata alla costituzione di impresa. Tale nuovo tipo di formazione, altamente complessa, è la sola che può attuare il sistema pubblico, sia perché le scelte imprenditoriali sono coerenti e funzionali alle politiche di sviluppo adottate, sia perché il ricorso a docenti – quasi esclusivamente dirigenti di impresa e docenti universitari – in pensione da non più di cinque anni, consente di rimettere in circolo un sistema di competenze del Paese, ancora vitale e spendibile.
La scuola e l’Università sono state orientate al tempo pieno, sono state introdotte esperienze pratiche ovunque erano assenti o carenti, i contratti di docenza sono diventati a termine con rinnovo subordinato a test di accertamento delle capacità aggiornamento, è stata potenziata la ricerca separandola definitivamente dalla docenza, la partecipazione alla ricerca applicata – e non solo a quella pura – è stata estesa agli atenei del Sud, l’insegnamento nelle aree in ritardo di sviluppo è stato potenziato con la previsione di stages residenziali in aree ad alto sviluppo industriale al fine di estendere la circolazione delle competenze e del “sapere di impresa”, soprattutto tecnologico ed organizzativo. Percorsi ottimizzati sono stati previsti per gli studenti superdotati, analogamente per i meno dotati. Il diritto alla conoscenza ed ai saperi è stato riaffermato ed esteso. In alcune zone ad alta criminalità è stata istituita la coscrizione scolastica con l’aiuto dell’esercito. Nei casi più gravi si è operato con la sospensione della patria potestà fino alla maggiore età dei minori.
Il tasso di sicurezza e di vivibilità nel Sud è quasi nelle medie, grazie ai programmi di bonifica e promozione sociale messi in campo.
Grazie al nucleare, alle rete centrali sole-vapore, alla massiccia incentivazione alla produzione di biocarburanti e di biogas, all’entrata in funzione di efficienti centrali geotermiche che hanno anche contribuito a dare nuovo impulso a tante località termali, il Paese è arrivato all’autosufficienza energetica in maniera pulita.
La ricerca in campo energetico farà, entro pochi anni, il resto: il Cnr ha annunciato che nei prossimi venti anni sarà disponibile la fusione nucleare, altri filoni di ricerca lavorano al progetto “Energia dallo spazio”.
Ciò ha reso più competitivo il sistema delle imprese che è stato avvantaggiato anche dall’adozione del nuovo “Codice d’impresa” e delle norme volte ad incentivare le opere dell’ingegno ed a semplificare la loro tutela ed il loro concreto impiego.
Il Mezzogiorno ha impiantato con successo le sue prime industrie che producono, finalmente, per la produzione e non per il consumo. Si tratta di impianti d’avanguardia e ad altissima automazione in grado di produrre, flessibilmente ed a costi competitivi, macchine utensili ed impianti chiavi in mano per qualunque lavorazione industriale.
Intorno a tali impianti è sorta una costellazione di laboratori di ricerca applicata, le iscrizioni alle facoltà scientifiche si sono quintuplicate in pochi anni, le imprese per il successo che hanno ottenuto, l’affidabilità e competitività dei prodotti, hanno già aperto filiali in numerosi paesi dell’Africa e del Sudamerica. Grazie a queste teste di ponte si sono aperti nuovi sbocchi anche per le produzioni tradizionali.
L’Europa, anche grazie al nuovo senso coesione nazionale, al recupero di credibilità e di efficienza del sistema paese, è arrivata nel Sud, trovandovi
un contesto sicuro, appetibile, ordinato ed accogliente e va convincendosi che non c’è altro posto nel continente, dove si vive meglio, dove è possibile esaltare la propria diversità mettendola a confronto con le mille anime e culture delle civiltà mediterranee, dove è possibile lavorare e competere, apprendere e divertirsi, senza necessariamente logorarsi.Questo nuovo fervore, queste nuove presenza, stanno visibilmente migliorando il contesto complessivo, i comportamenti, le medie civili.
La Questione meridionale, tra non molto, sarà solo un brutto ricordo, il Sud si candida ad essere la locomotiva di una fase di sviluppo: più accogliente, più responsabile, più equilibrata e meno ansiogena, più in accordo con il ritmo della vita.
La salute, ritornata nelle competenze dello stato, è garantita a tutti secondo precisi standard di qualità. I protocolli terapeutici sono gli stessi da nord a sud e non accade più che le barelle si facciano ospedali o che il pubblico sfiguri al confronto dei privati.
Per effetto del nuovo slancio all’integrazione europea la difesa è divenuta comune, esiste un esercito europeo e questo aiuta molto l’affratellamento tra i popoli.
Anche le rappresentanze diplomatiche stanno diventando europee, è un buon segno.
L’identità italiana è comunque tutelata, nella sua ricchezza e diversità, nella lingua e nei dialetti, nelle produzioni tipiche e negli usi civici, nella storia e nella cultura dalle politiche a salvaguardi dell’identità nazionale.
Il fisco ha ridotto le sue pretese, grazie all’immensa opera di razionalizzazione e messa in efficienza degli apparati.
Ci sono più risorse da destinare ai più deboli, per lenire i disagi, per assistere gli svantaggiati.
Il “federalismo armonico” è ormai una realtà italiana, tutti i cittadini hanno compreso che il bene di uno è il bene di tutti e la comunità nazionale è diventata più solidale ed equa.
Un ruolo significativo lo ha giocato in questo il monitoraggio costante della qualità dei servizi erogati dalle amministrazioni pubbliche, è stata così garantita la stessa qualità dei servizi erogati e ciò ha cambiato il volto e l’essenza dello stato.
Per temperare gli eccessi di concentrazione delle risorse nelle mani di sempre più poche famiglie o grandi imprese, é stato riarticolato il concetto di funzione sociale del capitale: oltre un certo grado di accumulazione – tale da non pregiudicare la competitività e gli assetti liberalcapitalistici - e salvo interessi strategici nazionali, la ricchezza prodotta deve alimentare il progresso sociale. E’ stato ampliato il concetto di responsabilità sociale di impresa e si è introdotto un limite alle speculazioni di natura puramente finanziaria.
I lavoratori sono stati associati alla gestione dell’impresa attraverso la concessione di bonus sotto forma di quote societarie.
04/03/11

Il Sud malato

E’ devoluzione. Si profilano giorni ancor più neri per il Sud. Neri non tanto per il principio di sussidiarietà che informerebbe la devolution, quanto perché le inefficienti e, spesso corrotte, “classi dirigenti” meridionali, avranno mano ancor più libera nell’amministrazione della “marmellata”.Si tufferanno a pesce nei capitoli di spesa, perderanno ogni residuo ritegno, scateneranno la fantasia per inventarsi le ambascerie più inusitate e costose, le missioni all’estero più improbabili, le consulenze più astruse, le leggi più idonee a garantire gli amici e i clientes.
Impazzerà il “marketing territoriale”, che nessuno comprende appieno, ma che è molto utile per spendere e spandere. Impallidiranno di fronte ai nuovi sprechi quelli del commissariato ai rifiuti della Campania, quelli della ricostruzione post-terremoto, quelli di Italia 90. Il viaggio lampo di Nicki Vendola, governatore di Rifondazione della Puglia, a New York, costato 375 mila euro, le faraoniche sedi della Campania e della Sicilia negli Usa, diventeranno inezie in confronto a quello che accadrà.
Già la recente sentenza della Consulta, che ha sancito, in nome della inviolabilità dell’autonomia locale, che il Governo non ha più alcun potere per evitare gli sprechi delle istituzioni locali, offre un parametro per comprendere meglio quel che deve ancora accadere. Nessun amministratore locale si è posto il problema di coscienza, si è chiesto se le ragioni del Governo avevano un fondamento, se la compressione delle spese per consulenze, convegni, pubblicità, relazioni pubbliche e auto blu – soprattutto in un momento di grave congiuntura nazionale – potevano rappresentare un piccolo sacrificio dovuto alle ragioni degli equilibri economici della nazione.
Hanno tutti esultato per la sentenza. I campani in testa, che avevano proposto il ricorso. Tutti hanno fatto quadrato nel difendere gelosamente un principio di autonomia che, a ben guardare, era solo la rivendicazione di un “diritto allo spreco”. Salvo poi a dichiararsi favorevoli al referendum per cancellare la devoluzione.
Ed a riprova: la Regione Campania si ritrova oggi con un buco da 13 miliardi.
Senza conti in ordine niente devoluzione. Questa sarebbe stata una regola di saggezza da introdurre nella riforma costituzionale. Una sorta di “patto di Maastricht” interno.
Il diritto all’autonomia, di spesa e di incasso, è sacrosanto, ma sussiste solo se i conti sono a posto, se si è davvero in grado di esercitare una piena autonomia, che significa anche rinunciare a pensare che c’è sempre lo stato Pantalone che paga o dei cittadini da “tosare”, per coprire i buchi della cattiva amministrazione.
Una tale condizione avrebbe anche stimolato le popolazioni a migliori esercizi di sovranità nello scegliersi le classi dirigenti e ad alimentare la nascita del controllo sociale, che è il solo guardiano della democrazia.
La prova provata della cattiva volontà e coscienza delle classi dirigenti meridionali è costituita dal fatto, assai singolare, che tutte, a prescindere dal segno politico, sono state sempre concordi nel non voler uscire dall’Obiettivo 1 della U.E., quando ragione e buon senso vorrebbero che se ne volesse uscire a “passo di bersagliere”.
Questo paradosso mina alla radice, da anni, la credibilità di ogni politica di sviluppo per il Mezzogiorno e ha determinato la perdita, irrimediabile quanto colpevole, delle ultime possibili occasioni di ripresa a partire: dalla “sfida della qualità”, che il sistema delle imprese ha lanciato a se stesso negli anni ottanta, per finire col mancato utilizzo delle privatizzazioni e delle dismissioni pubbliche quale possibile riequibratore del divario nord-sud.
Per la devoluzione conquistata, Bossi e la Lega, giustamente, esultano. Le regioni del Nord hanno i conti a posto. La sanità lombarda è addirittura in attivo. Sanno dove vogliono andare. Il popolo “padano” ha dimostrato di sapere dove vuole andare, di saper filtrare delle classi politiche più oculate e responsabili, più attente alla cura dell’interesse generale.
Il Sud può dire altrettanto? La recente indagine sull’analfabetismo dilagante la dice lunga sulle due Italie. Non a caso è una regione meridionale: la Basilicata, la prima in classifica.
Quale preparazione e futuro potrà garantire la scuola “devoluta” ai giovani meridionali? Continueranno inesorabilmente a fare i barbieri, i parrucchieri, i sarti, i pizzaioli, gli operai, i muratori, al più i velini o le veline, per l’altra Italia, atteso che i migliori cervelli vanno all’estero.

Peraltro, non è un caso che le scuole dell’autonomia si siano convenzionate al Nord con l’Ucimu (le industrie che fanno robotica) ed al Sud con la Federazione delle industrie tipografiche.
Né migliori risultati si potranno attendere dalla sanità “federalizzata”, da sempre utilizzata al Sud quale macchina di consenso clientelare, piuttosto che come sistema per garantire la salute.
E ai cittadini malati saranno anche preclusi i “viaggi della speranza” verso altre regioni, perché troppo onerosi per le disastrate casse regionali. E sempre più le barelle si faranno ospedale.
Per non parlare del carico fiscale su cittadini che, a causa dei tanti dissesti, sono già condannati al massimo delle aliquote.
C’è un difetto di democrazia che affligge il Mezzogiorno, e che rappresenta una delle principali cause delle sue contraddizioni, dei suoi problemi mai risolti o leniti, della condizione di complessiva arretratezza che tiene, ancor oggi, le regioni del Sud al di sotto delle medie europee.
Nonostante il fiume ininterrotto di denaro e di interventi degli ultimi decenni: intervento straordinario, Cassa per il Mezzogiorno, fondi Europei, Commissariati e misure straordinarie per calamità o eventi.
Questo “difetto di democrazia” appare evidente, in tutta la sua drammaticità, osservando l’involuzione civile della città di Napoli negli ultimi decenni.

La città ha visto diminuire i suoi abitanti: da quasi un milione e mezzo a 990.000 (secondo gli ultimi calcoli Istat); è agli ultimi posti nelle graduatorie per vivibilità e sicurezza, si ammazza, si stupra e si rapina alla luce del giorno. Invece di fungere da “attrattore civile e culturale”, come altre grandi città, ha dissuaso i suoi abitanti migliori, li ha spinti ad emigrare, a praticare il “fujtavenne” di Eduardo, per assenza di prospettive, di speranze, di qualità del vivere.
Questo fenomeno ha aumentato la concentrazione media di “lazzari” e “fetienti”, che hanno imparato le regole della democrazia e della gestione del consenso ed hanno cominciato ad auto-rappresentarsi nelle istituzioni, prendendone possesso in ragione della forza del numero.
E di certo, nessun politico onesto potrebbe mai contare su un appoggio popolare tanto forte, da scatenare 500 “popolane” contro le forze di polizia, per evitare l’arresto a dei pregiudicati.
I ceti borghesi, anche per loro congenita incapacità a raccordarsi per fare argine civile, sono stati, via via, marginalizzati, hanno perduto rappresentatività, sono stati soccombenti di fronte ai nuovi ricchi, alla camorra dai colletti bianchi che, grazie al denaro facile, ha comprato tutto il comprabile, quando non ha contaminato, soprattutto le professioni, con le sue “offerte di lavoro”; complice un ceto politico attento prevalentemente al suo privato interesse. Paradossalmente, la famosa fotografia del baciamano a Gava, nella sua perversità, rappresenta ancora un momento di “delega”. Da allora in poi è stata solo auto-rappresentazione della peggior feccia.
Questo spiega l’altissimo numero di comuni del napoletano sciolti per infiltrazioni camorristiche e spiega anche, perché nessuno assiste più ai dibattiti del consiglio comunale o provinciale.
Le sole partecipazioni di pubblico si riscontrano, per ragioni di “pressione indebita”, da parte dei “disoccupati organizzati”, delle cooperative di ex detenuti, degli Lsu non ancora “stabilizzati” o di clàques interessate.
La stessa carica elettiva è ormai vista come: “’o posto”.

Ha ragione Giorgio Bocca: ormai il cancro sociale ha fatto metastasi irreversibile e ci si può solo guardare dal “contagio”, e guardarsi da una “napoletanità” miope ed autolesionista.
Né è praticabile la sola soluzione possibile: sospendere la democrazia per qualche anno, per metter mano ad una poderosa opera di bonifica sociale e ristabilire le regole del vivere civile e democratico.
Senza bisturi non c’è futuro. C’è solo un inesorabile “effetto zavorra” che schiaccia a terra qualunque speranza, qualunque progetto di decollo sociale, culturale e civile.
Un’altra soluzione, da idealisti con molte illusioni, sarebbe quella dell’”auto-emendamento”, ma ci vorrebbe una politica capace di orizzonte, di traguardare e concepire il futuro, di imporre a se stessa dei filtri qualitativi a maglie strettissime.
Una politica capace di approfittare del solo aspetto passabile della recente riforma elettorale: la responsabilità assoluta delle scelte in capo ai partiti, che implicherebbe di poter fare a meno di coloro che “crescono” sulla compravendita dei voti o sulla gestione clientelare del consenso. Ma, ad oggi, non vi sono segnali di resipiscenza ed é improbabile che arrivino.
E’ una delle contraddizioni della democrazia italiana. C’è un certo parallelismo con le elezioni palestinesi. Per via democratica, ad onta di ogni pronostico e di ogni speranza di pace, ha vinto l’ala più oltranzista, quella che - come il presidente dell’Iran - vorrebbe “sbaraccare” Israele.
Per la stessa via democratica, i portatori degli interessi del malaffare e i lazzaroni, largamente maggioritari, vincono le elezioni a Napoli.
Le poche persone per bene che ancora riescono ad essere elette, non hanno né strumenti né numeri per contare, per incidere significativamente.
Spesso, non possono neanche denunciare perché, per tutti, il nemico è anche in casa. De Luca docet
.
E neanche si può sperare, per mancanza di petrolio, in un salvifico intervento degli Stati Uniti, in un’occupazione manu militari in nome dell’esportazione della democrazia.

La democrazia, come la libertà, non si esporta, né con la pace, né con la guerra. Essa è il distillato della autocoscienza di un popolo che la consegue solo quando, per maturazione collettiva, decide di ribellarsi per farsi libero. E la libertà, vera e non “condizionata”, sempre ha un prezzo di sacrificio o di sangue, per cui mai può essere un munifico dono.
Agli schiavi docili e fedeli si offriva la libertà. Ma il loro status sociale rimaneva quello di “liberti”.I negri d’America sono diventati “liberi” dopo la guerra di indipendenza. Ma ancora negli anni cinquanta, da “liberti”, dovevano cedere il posto in autobus ai bianchi.
Anche le popolazioni del Sud d’Italia, al di là della retorica risorgimentale, hanno avuto lo status di “liberti”, per munificenza dei vincitori, pur non essendo stati mai schiavi nel loro Regno. Sono passati da sovrano a sovrano, da Casa regnante a Casa regnante, da cugino a cugino per l’esattezza, vista la parentela tra Savoia e Borbone. Da sudditi liberi sono diventati sudditi “liberti”, senza pagare dazio di sangue. Anzi, per paradosso della storia, il sangue versato fu più copioso per difendere il Regno che non per abbatterlo.
La repubblica verrà solo molto dopo, e quella Partenopea fu il nobile presagio di un futuro ancora lontano e, ancora oggi, tutto da scrivere.
I “liberti” del Sud hanno pagato caro e amaro il “dono” della libertà. Con un tributo di braccia migranti, di opportunità negate, di floride industrie espiantate, di casse svuotate, di diritti lesi o negati, di memoria cancellata, di dignità mortificata, di identità perduta.
Ancora oggi il tributo è pesante: infrastrutture mancanti; produzione per la produzione inesistente; la gracile produzione per il consumo, sotto il maglio della concorrenza dei paesi emergenti; servizi scadenti e un benessere sempre più divaricato e sfuggente.
Il resto lo hanno fatto e lo fanno i vizi endogeni: la superficialità, la cialtroneria, la remissività di un popolo assuefatto a tutto, che sopporta tutto senza mai ribellarsi.
Forse, perché non ha mai saputo pagare il prezzo vero della libertà.
E così accade che dai rubinetti esce l’acqua nera e nessuno protesta e tutti comprano la minerale, e così accade che le strade si coprono di immondizia e tutti si fanno più in là, senza fiatare e che la camorra è ormai padrona del campo. Mentre a Bergamo, per gli spazzaneve che tardano ad intervenire, viene fatto dimettere un assessore.
E’ il controllo sociale che fa la differenza. E questo é figlio del rispetto di sé, della dignità della persona, della piena coscienza della titolarità di diritti e doveri, e che solo fa sì che il mandato alla politica non sia sempre una delega in bianco, senza mai l’onere del rendiconto.

Si rende necessario, per il Sud, più che altrove, all’indomani della devoluzione ed sull’orizzonte del federalismo, un recupero di libertà, di dignità, di identità, di coscienza civile e civica, di cultura, di tradizioni e di memoria, accompagnato da una profonda voglia di bonifica sociale che converta tutta quella bizzarra fauna subumana, che solo il ventre malato di Napoli - tanto abilmente descritto da Malaparte - e solo la sottocultura che affligge tante lande del Sud, è in grado di partorire.
Solo così si potrà sperare di non veleggiare più, a “irresponsabilità spiegate”, nell’acquitrinio di un’ottusa onnipotenza, verso un quarto mondo, che già si intravede sull’orizzonte della storia, proprio di quei pezzi di Occidente che non ce l’hanno fatta.
Una sorta di limbo della civiltà, una specie di “ghetto” globale che, come una “bidonville” dei popoli, campicchia grazie solo agli avanzi, ai margini di un “villaggio” che compete ed evolve.
Questa è l’analisi veritiera e disincantata di buona parte della realtà meridionale, in particolare campana.
A centocinquanta anni dall’unità è ancora drammaticamente aperta la “Questione meridionale”.
Sull’annosa vicenda - che le pari opportunità territoriali prospettate dal federalismo non risolveranno - sono stati sparsi fiumi e fiumi di inchiostro. Ma nessuno ha mai formulato una diagnosi corretta. E’ stato fuorviante il dare alla parola industrializzazione la valenza generica di opportunità di lavoro.
Ma le industrie non sono tutte uguali.Viene sempre eluso il punto fondamentale: il Sud continua ad arretrare, nonostante i fiumi di aiuti, perché il suo tessuto industriale produce solo per il consumo e non per la produzione
.Ai cinesi, come agli imprenditori della sponda sud del Mediterraneo, puoi vendere, come hanno fatto le imprese del nord, macchine per la produzione tessile, impianti per l’industria conserviera (che oggi producono i concentrati che il Sud compra), persino macchine per fare i gelati, certo non puoi vendere jeans, maglieria, scarpe, guanti, pomodori o patatine fritte. Inoltre, in assenza di qualunque produzione per la produzione, non si genera domanda di ricerca applicata e le università non si possono innervare nel contesto e cresce così il fenomeno dell’emigrazione dei cervelli.
Né si crea nel territorio quella cultura di impresa diffusa, quel sistema di competenze innovative, quell’humus fecondo che soli possono generare competitività di sistema.
La conseguenza paradossale è che, se oggi, un’impresa di robotica volesse installarsi nel Sud, dovrebbe importare tutti gli impianti e tutte le competenze, perché il territorio non le genera e, forse, neanche arriva ormai a comprenderle ed assorbirle.
E questo “gap” di tipo nuovo, questo “knowledge divide” è di una pericolosità assoluta, non solo per il Sud.
E’ uno degli aspetti inquietanti delle “società complesse”, dove il sapere che conta è sempre più nelle mani di pochi.

L’assenza di produzione per la produzione al Sud, costituisce il dispositivo di condanna che marca la miopia della politica e la responsabilità delle classi dirigenti, ben al di là delle malversazioni e dell’uso clientelare o distorto delle risorse, che sono solo conseguenza dell’assenza di progetto.
Assenza di progetto resa palpabile dal fatto che nessuna forza politica locale ha mai dichiarato di voler uscire dall’obiettivo 1 dell’Unione Europea (aree in ritardo di sviluppo).
Anzi ha sempre fatto di tutto per permanervi, minando, con questo solo fatto, la credibilità di ogni politica di sviluppo.

D’altro canto, neppure l’industria di Stato, finché è esistita, ha saputo o voluto giocare un ruolo riequilibratore, tant’è che al Sud sono arrivate al massimo le semilavorazioni (acciaio e chimica), mai la produzione di macchine per le acciaierie o per la chimica.
E’ sulla centralità di questo tema che andrebbe orientata la riflessione sul modello di sviluppo in grado di superare la questione meridionale, perché, se è vero che il Mezzogiorno pur possiede alcuni punti di forza tradizionali: bacini ambientali e culturali (salvo bonificare gli scempi e creare una diffusa cultura dell’accoglienza per potersene giovare), potenzialità agricole (ma per passare all’agroindustria, dove occorrono masse critiche di terra molto grandi, bisognerebbe educare i contadini che posseggono mediamente poco più di due ettari, alla cooperazione), alto artigianato (messo a rischio dalla prduzione flessibile “on demand”) e produzioni tipiche, è altrettanto vero che nella società globalizzata e tecnologica, un’economia deve reggersi su molte gambe interconnesse, prima fra tutte l’apparato industriale per la produzione.
Non è pertanto sufficiente l’economia della pizza e della mozzarella, meno che mai l’utopia prodiana della Florida d’Europa, perché mono-colturale o quella dello “sviluppo dal basso”, che non considera che chi è nel sottosviluppo difficilmente può intravedere la strada giusta (e questo è uno dei concreti rischi dell’attuazione del federalismo), vedi l’Africa, per cui è necessario spingere “dall’alto” e “dal basso”.
D’altro canto, se si analizza il passaggio da un’economia contadina ad una postindustriale, effettuato dalle cosiddette “tigri asiatiche” con sorprendente rapidità, si comprende bene come questo sia stato possibile, attraverso le conglomerate e solo dotandole, prima, di sistemi per la produzione ed integrandoli, poi, con quelli per il consumo.
17/02/11

Futuro e Libertà, un auspicio
Il gradimento degli italiani per Gianfranco Fini è stabilmente intorno al 50%. Questo rappresenta, per Futuro e Libertà, sia l’obiettivo politico, cui in teoria può tendere, sia l’enorme responsabilità che va ad assumersi il nuovo partito ed ogni suo aderente: essere all’altezza del leader, in maniera omogenea dalle Alpi alla Sicilia, cosa che non accadde ad AN. Ciò significa che Futuro e Libertà, per essere credibile, deve saper crescere nelle medie. Essere partito degli iscritti e non solo degli eletti.
Il futuro é la realtà immaginata che si trasforma in fatti, é dato dalla capacità di determinare oggi ciò che deve avvenire. La scienza, la politica e la stupidità sono i principali artefici del futuro. Per questo è bene che la politica incontri la scienza e si liberi degli stupidi.
Guardare al futuro significa avere chiaro il rapporto con la storia, dalla quale occorre mutuare ogni insegnamento utile come, ad esempio, la voglia di unità nazionale, che unì gli italiani nel Risorgimento, la capacità di modernizzare radicalmente, che fu propria del primo Fascismo, la tenacia nel ricostruire dal nulla delle macerie, che fu propria dell’Italia del dopoguerra, e scartare tutto ciò che è stato errore o di cui avere orrore.
Non avere nostalgie, neanche per le sigle, per movimenti come si sono conosciuti e vissuti; sarebbe come voler tornare all’infanzia, ai banchi di scuola o nel limbo dell’utopia. I Valori sono patrimonio dello spirito, non del distintivo che si porta sulla giacca, essi informano i comportamenti di chi li possiede.
Questa è la sfida da raccogliere ed é anche il senso di una nuova militanza, intesa come altruistica mobilitazione delle capacità di ciascuno, per costruire un futuro che non sia la tegola che il destino scaglia sulla testa di un popolo, bensì un passo avanti verso l’orizzonte che quel popolo si è liberamente dato.
Una comunità di militanti viva, attiva e presente nella più vasta comunità nazionale.
Una comunità di cui si possa dire che, dalle azioni che compie, dalle proposte che formula, dalle battaglie che ingaggia, dai Valori che incarna: essi sono il fiore dell’Italia.
Organizzarsi in modo nuovo e consono ai tempi e agli obiettivi. Superare il già visto, i moduli arcaici, il modello organicistico come quello piramidale. Essere rete. Arcipelago di reti interconnesse ed autonome al tempo stesso, ma tutte a stella, dotate di un centro di convergenza e di sintesi e dove ogni “nodo” corrisponde ad una persona, di cui è sempre tracciabile il contributo che ha dato, dove i circoli rappresentano i sensori sparsi nella comunità nazionale, i luoghi dell’osmosi sociale; la loro giurisdizione non è solo il territorio, ma insiemi di cittadini da convincere ad aggregarsi alla comunità politica. Circoli liberi di articolarsi in reti. Modello aperto, partecipabile, cooperativo, interoperativo.
Laboratorio di democrazia, anche diretta, di socialità, incubatore di idee, di talento politico e di impegno civile.
Costruire basi di competenze comunitarie, dalle quali distillare un linguaggio ed una prassi, una sorta di “format” connotante, ad alta omogeneità qualitativa.
Unico discrimine il merito, il talento, il dovere compiuto, la responsabilità.
Essere rete, ma anche comunità ad alto grado di capitale sociale.
Francis Fukuyama, ha definito la nozione di “capitale sociale”. Esso è dato: “dall’insieme di regole e valori condivisi dai membri di un gruppo che consente loro di aiutarsi”. “Regole e valori che devono comprendere virtù quali la lealtà, l’osservanza degli impegni presi e la reciprocità”. Ciò genera la fiducia che accresce, come un lubrificante, l’efficienza di ogni gruppo o organizzazione.
Solo così si potrà dare alla politica italiana, la cornice del come, in altri termini la garanzia della qualità del cosa, ossia delle scelte, della modalità di attuazione dei programmi, dell’esempio come stile di governo.
Solo così Fli potrà essere artefice e i guardiano della rivoluzione liberale e sociale di cui l’Italia ha da tempo bisogno, di una stagione riformatrice che non può più segnare il passo e che non può nemmeno essere avviata dal monoideismo leghista o da un Pdl, che avendo scelto di essere partito carismatico piuttosto che democratico, si è autosterilizzato e autoincapacitato insieme al suo leader.

03/02/11 Come ridurre il debito pubblico
Negli ultimi giorni é riemersa la "sinistra" tentazione della tassa patrimoniale quale sola opzione possibile alla riduzione del debito pubblico. Credo sia una tentazione malsana, pur essendo la riduzione del debito una delle priorità strategiche per il futuro dell'Italia e per alleggerire il pesante carico che padri dissennati hanno posto sul groppone dei figli, come se fossero animali da soma. Una patrimoniale servirebbe solo a deprimere ancor più la nostra asfittica economia.
Altro, ma in chiave sistemica, é chiedersi se e come sia possibile arginare il meccanismo della crescente concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi. Oggi il 10% delle famiglie detiene il 50% della ricchezza nazionale. Si tratta di una conseguenza sistemica propria del capitalismo ed acuita dalla globalizzazione, che presuppongono la concentrazione competitiva quale solo strumento per cogliere le grandi opportunità globali. E che occorra concentrazione é innegabile, dato l'attuale modello di sviluppo e di crescita basati sulla competizione. Altrettanto innegabile, tuttavia, é la necessita di porsi il problema prospettico di quale sia il livello di concentrazione sopportabile da una società di uomini liberi.
E' di tutta evidenza che se il grado di concentrazione (unitamente alla crescente, ed altrettanto ineluttabile, automazione delle produzioni) dovesse arrivare a livelli intollerabili, mettiamo del 70 o 80%, le libertà - come oggi le intendiamo - non sarebbero più praticabili.
Ciò introduce la necessità di riflettere sulla funzione sociale del capitale oltre un certo livello di accumulazione e sulla crescente responsabilità sociale dell'impresa in funzione della sua crescita. Ma questo é tema di prospettiva. Oggi l'urgenza é data dalla riduzione del debito. E una volta esclusa la tassazione sul patrimonio, come uscirne?
Forse una strada potrebbe essere la conversione del debito in quote di un "fondo nazionale d'investimento" appositamente congegnato.
Nel fondo potrebbero essere conferiti parte dei beni immobili dello Stato e parte delle quote di partecipazione statale nelle grandi compagnie. Il fondo sarebbe in tal modo solido e appetibile. Dovrebbe anche avere una credibile missione operativa e regole trasparenti.
Si potrebbero poi offrire, quote del fondo in cambio di quote di debito pubblico. Se la proposta fosse chiara, credibile e appetibile nei possibili risultati futuri, io investitore mi ci tufferei a pesce. Il mio investimento sarebbe sufficientemente garantito dalla quota immobiliare, remunerato dai dividendi, dalla messa a frutto degli immobili e dalle nuove acquisizioni, "stimolato" dal possibile incremento dei valori in gioco e dall'assoluta trasparenza gestionale che mi offre concrete possibilità di partecipazione e controllo.
Si, mi ci tufferei a pesce. Che si tuffi anche Tremonti?  
31/01/11 Porte chiuse
Immaginate che "caciara" si scatenerebbe se un processo al Cavaliere - se mai si dovesse celebrare ritualmente - fosse dichiarato dai giudici "a porte chiuse". Cioè niente pubblico, niente stampa e i giudici impenetrabilmente "abbottonati" come raramente accade di questi tempi.
Nulla, invece, accade se é Bassolino ad essere imputato. Da anni si é avviato almeno un processo, lento più di una lumaca, e nulla se ne sa. E poco si saprà, ci si può scommettere, anche dell'ultima vicenda che lo vede coinvolto, quella dei percolati sversati  copiosi in mare e che hanno reso ancor più "velenoso" il litorale su cui sbarcò Enea, tanto gli era piaciuto.
Eppure si sapeva che a Cuma, dalle parti del depuratore, qualcosa non andava per il verso giusto. A cominciare dai "troppo pieno" che finivano in mare, dagli odori mefitici - altro che Averno - per contenere i quali la Provincia fu "invitata" ad impiegare parecchi miliardi a metà degli anni '90, dalle anomalie gestionali. Eppure in tanti hanno avuto, nel tempo, il coraggio di denunciare, di inviare esposti alla Procura. Fosse solo per dare soddisfazione a costoro, per dare un premio al coraggio civile che il processo doveva essere celebrato rigorosamente "a porte aperte".
25/01/11 Primarie senza Speranza

Le primarie a Napoli si sono chiuse, non senza polemiche, con la vittoria di Andrea Cozzolino. Il "delfino" di Antonio Bassolino sarà il candidato sindaco per il Centrosinistra.
Grazie al pieno di voti fatto in due sole zone: Secondigliano e Ponticelli. Ciò ad amara riprova di quanto "il ventre" di Napoli sia ormai sempre più determinante nel segnarne i destini.
Umberto Ranieri, che era il favorito della vigilia e la cui vittoria avrebbe marcato la voglia di discontinuità rispetto alle non fulgide prove delle amministrazioni di Centrosinistra, é stato scavalcato di un migliaio di voti. Voti che, a suo dire, sarebbero frutto di "apporti" indebiti da parte del Centrodestra e più segnatamente del Pdl, visto che Futuro e Libertà, per bocca di Italo Bocchino, aveva fatto intravedere una possibilità di future intese proprio con Ranieri.
Sarà vero? Certo qualche torbido c'é stato, visto che anche gli altri due candidati, Oddati e Mancuso, hanno lamentato "irregolarità".
E se qualche "apporto indebito" vi fosse stato, questo si spiegherebbe solo con la voglia di mantenere in piedi le intese consociative che hanno segnato il lungo "viceregno" bassoliniano.
Dov'era infatti l'opposizione quando Bassolino, da governatore della Campania, ne spolpava le casse, come documentato e denunciato dal suo successore Caldoro? E quale travolgente opposizione ha impedito alla Iervolino di portare Napoli sull'orlo di un nuovo dissesto? E quali segnali di discontinuità sono arrivati finora dalla nuova Amministrazione provinciale?
Certo é che una possibile intesa di Fli - ed a maggior ragione del Terzo Polo - con Andrea Cozzolino, diventa assai improbabile.
Un conto é potersi intendere, tra uomini di buona volontà, su di un progetto di discontinuità e cambiamento per il rilancio di una città avvilita come non mai, altro é un intesa con il continuismo conservatore che, necessariamente, Cozzolino deve incarnare, quanto meno per non smentire sé stesso. Ciò rende ancor più verosimili le accuse di Ranieri.
Tuttavia, quel che gli ipotetici strateghi dalla vista corta non hanno previsto é il conseguente ed automatico aumento di credibilità, quale solo reale "Polo di cambiamento", del nascente Terzo Polo. Il "ventre" di Napoli forse non lo capirà, ma la città civile, la città che vuole cambiare non può non capire.
23/12/10
14/12/10 Dimissioni rinviate
314 a 311, così é finita la votazione alla Camera. A ben guardare l'ostentata sicurezza del Cavaliere non aveva serio fondamento. Se non vi fossero state le turbe di coscienza di tre finiani (Moffa, Siliquini  Polidori più Catone, che é un caso a parte) e di un parlamentare dell'Mpa (Gagliano), Berlusconi sarebbe stato sfiduciato, nonostante la campagna acquisti che gli ha consentito di portare nel suo recinto tre "conversi". Sarebbe finita 315 o 316 a 314. Non che la cosa rivesta importanza sostanziale rispetto ad un futuro che non appare roseo. La considerazione é utile solo a meglio comprendere chi bluffava e chi no. Bocchino i conti li aveva fatti bene quando aveva annunciato i 317 voti ed ha premuto sull'acceleratore, ma non ha tenuto conto della fortuna che arride da sempre al Cavaliere.
Il risultato immediato sarà una pressione crescente sul Presidente della Camera, sia da parte del Pdl, sia dalle cosiddette colombe di Fli. Moffa ha già chiesto le dimissioni di Bocchino.
Ma Fini ha le spalle larghe. Il cammino di Futuro e libertà é appena cominciato. Speriamo solo che la lezione di AN serva a qualcosa e che non vi siano più "colonnelli totipotenti" e che sia tramontato per sempre il "partito degli eletti".
11/12/10 Anno Zero
Tutto il mondo politico é col fiato sospeso in attesa degli esiti del voto sulla mozione di sfiducia e il popolo si appassiona agli esiti del "calcio mercato". Oscuri parlamentari ottengono l'onore delle cronache e consumano il loro momento di gloria in vane questioni di ancor più vani principi.
Nel frattempo il mondo va avanti, assegna il Nobel per la pace ad una sedia vuota perché la Cina tiene in galera l'assegnatario e diserta la cerimonia ufficiale, convincendo una ventina di altri Stati a fare lo stesso in segno di protesta. Questo fatto dimostra il peso crescente della diplomazia e dell'economia di quel Paese. Dimostra anche che molti sono disposti, ancora oggi, a passar sopra ai diritti umani in cambio di investimenti e di protezione.
Persino gli americani, quando gli saltano i nervi, sono pronti a passarci sopra. Lo dimostra Guantanamo e la caccia all'uomo su scala planetaria lanciata contro Assange. Pur salvando la forma, inventandosi il reato di stupro, non vogliono altro che torchiarlo per conoscere le sue fonti e dargli un punizione esemplare per averli beffati.
Anche in Iran si sono inventati dei reati sessuali contro Sakineh, salvo ad usarla in una fiction tv, volta a redimere il popolo.
In Russia é la stessa cosa, Chi da fastidio - come il magnate dell'energia ex amico di Putin o i giornalisti scomodi - viene fatto fuori.
Il mondo persegue, come sempre, i propri interessi dimenticando, spesso, che la civiltà non é solo vuota forma.
Solo l'Italia sembra non avere interessi da perseguire. Si perde nel gossip, nelle buco della serratura del Grande fratello, nella saga dei Forrester, nella Domenica sportiva, nelle "caprate" di Sgarbi, nelle chiose con retropensiero di Floris, di Paragone, di Fazio, nei corridoi dei palazzi e a nessuno saltano più i nervi, non si va più avanti.
Siamo davvero all'"Anno zero".
29/11/10 Alpha Wiki

Dalle prime rivelazioni sulle e-mail "riservate" intercettate dal sito Wikileaks, fondato da Julian Assange ormai costretto all'irreperibilità, emerge un quadro sconfortante sulla considerazione che ha la diplomazia degli Stati Uniti nei confronti dei leader europei e, quindi, dell'Europa.
Da Cameron (poco apprezzato) a Berlusconi (vanitoso e incapace), da "Sarko" (imperatore nudo) alla Merkel (poco creativa), passando per Putin (cane alfa).
L'insieme degli apprezzamenti costituisce, da un lato una negazione dell'atlantismo e del principio di solidarietà Usa - Europa che ne é il pilastro, dall'altro dimostra tutta la spocchia da superpotenza che, non infrequentemente, rende indigesta la supremazia Usa, pur sempre migliore di quella sovietica o cinese.
Questo episodio, unitamente agli attacchi all'Euro, dovrebbe spingere i cittadini ed i governanti europei a dare forte impulso al processo di unificazione politica dell'Europa, fin qui troppo lento e troppo tenuto a freno, anche dai sotterranei veti statunitensi.
L'Europa politica é il solo antidoto possibile al declino continentale e la sola difesa sul piano economico, anche perché, su tale piano, la forza dei singoli stati non regge agli attacchi della speculazione globalizzata.
Per altri versi, non va dimenticato che lo spostamento dell'asse geopolitico planetario verso oriente si é determinato proprio per effetto delle scelte politiche degli Usa, a partire dall'immissione della Cina nel Wto, nonostante il regime comunista che la governa ed in barba al rispetto dei diritti umani, passando poi per la clausola di paese più favorito.
L'invasione dei prodotti cinesi in tutto il pianeta e la conseguente messa in ginocchio delle produzioni per il consumo nei paesi occidentali, sono solo la conseguenza di quella scelta.
Ma la Cina regge il debito pubblico Usa e compra dagli americani prodotti ad alta tecnologia e ben protetti dai brevetti internazionali e dalla stessa sofisticazione tecnologica.
Come non va dimenticato che proprio gli Stai Uniti si sono opposti ad una regolamentazione del sistema finanziario che ne arginasse le derive speculative più pericolose per i popoli che sono poi costretti a pagarne i costi. Vedi oggi l'Irlanda e la Grecia, il Portogallo e la Spagna, i cui cittadini pagano col sacrificio una sorta di iniqua sovrattassa alla finanza internazionale.
Una finanza Internazionale nata in America e lì prevalentemente cresciuta.
23/11/10 Rifiuti: una soluzione per l'emergenza

Non se ne può più di immondizia. Il territorio é sommerso dai rifiuti e la piena non é ancora arrivata. E' vergogna continua agli occhi del mondo e soprattutto a quelli di noi stessi.
Con chiunque si parli fuori dei confini della Campania é un continuo ammiccare ai problemi della spazzatura, ai rischi per la salute, al possibile contagio, all'ottusa e congenita incapacità...
Mai come ora la vecchia etichetta di "sudici" viene, implicitamente, impressa sulle fronti di noi tutti e ce la dobbiamo tenere senza possibilità di scampo. Che tristezza!
Eppure una soluzione rapida e di basso costo ci sarebbe. Basterebbe prendere un vecchio mercantile in disarmo, anche senza motore, ma con una bella stiva capiente da venti, trentamila tonnellate ed ancorarlo verso San Giovanni, ad uno dei tanti moli poco utilizzati. Al suo interno un bel'impianto di biostabilizzazione anaerobico, quindi stagno e senza che emetta fastidiosi odori. Questi impianti possono avere anche cicli molto brevi stabilizzazione: da sei a quindici giorni e questo significa che una volta ogni una o due settimane si potrebbero svuotare le stive ed avviare i prodotti alla termovalorizzazione o, il compost prodotto, alla copertura delle discariche.
Nel frattempo si sarebbe prodotto biogas ed energia termica in grado di alimentare il ciclo di lavorazione e di fornire anche un saldo positivo da vendere, in modo da ammortizzare l'investimento.
L'uso di una vecchia nave sarebbe indicato per molte ragioni: perché le stive sono già stagne e consentono il ciclo anaerobico e perché sono facilmente caricabili e scaricabili con le attrezzature portuali esistenti, perché in una stiva é facile regolare temperatura e umidità, perché un porto é idoneo a ricevere traffico pesante, perché la struttura é dislocabile all'occorrenza, infine, perché una volta terminato l'utilizzo non perde il suo valore di rottame, ferma restando la recuperabilità degli impianti.
Che il Governatore della Campania voglia tener conto del suggerimento?
10/11/10

Futuro e Libertà

Il gradimento degli italiani per Gianfranco Fini è stabilmente oltre il 50%. Questo dato rappresenta,  l’obiettivo politico cui teoricamente può tendere Futuro e Libertà.
Ciò rappresenta anche l’enorme responsabilità che va ad assumersi il movimento nel suo complesso ed ogni suo singolo aderente: essere all’altezza del leader, in maniera omogenea dalle Alpi alla Sicilia e con uno sguardo all’Europa, che sogniamo federata.
Un limite dell’esperienza di Alleanza Nazionale è stato proprio quello di non essere mai riuscita, come partito, ad eguagliare il consenso di Fini nel cuore degli italiani.
Ciò significa che Futuro e Libertà, per essere credibile, deve saper crescere nelle medie e non nelle punte, deve saper intercettare in misura tendenzialmente pari a quella del leader il consenso degli italiani, essere capace di interpretarne e rappresentarne le aspirazioni più sentite e profonde, i desideri, gli umori, le ansie e le paure, per trasformarli in proposta politica, in azioni condivisibili, in orizzonte  desiderabile, partecipato e condiviso.
Guardare al futuro significa essere capaci di concepire politiche di medio lungo periodo, reintroducendo la variabile tempo, smarrita ormai da decenni, nel pensiero e nella prassi politica, significa avere un progetto chiaro per incidere efficacemente sulla realtà di oggi, non solo per raccogliere i risultati del presente, ma anche per modificare ciò che deve avvenire.
Guardare al futuro significa anche non avere nostalgie, avere chiaro il rapporto con la storia, dalla quale occorre mutuare ogni insegnamento utile o esemplare e scartare tutto ciò che è stato errore da non ripetere o di cui avere orrore.
Non avere nostalgie, neanche per le sigle, per partiti o movimenti come si sono conosciuti e vissuti; sarebbe come voler tornare all’infanzia, ai banchi di scuola o nel limbo dell’utopia.
I Valori sono patrimonio dello spirito, non del distintivo che si porta sul bavero di una giacca, essi informano i comportamenti di chi li possiede, di chi li pratica prima ancore di predicarli, per cui le loro azioni non possono che essere esemplari.
Questo non significa non avere memoria, non ricordare con orgoglio ed onorare col sentimento tutto ciò che ci ha resi come siamo.
Questa è la sfida da raccogliere, da sentire, da metabolizzare, in primis, nella coscienza di ciascuno.
Ed é questo anche il senso di una nuova militanza, una militanza dello spirito e della coscienza, intesa come altruistica mobilitazione dell’intelligenza di ciascuno, delle capacità, del talento, al fine di edificare il bene comune, di lavorare, per costruire un futuro che non sia la tegola che il destino scaglia sulla testa di un popolo, bensì un passo avanti verso l’orizzonte che quel popolo si è liberamente dato.
Una militanza che antepone il vantaggio generale a quello individuale, che antepone la capacità e la voglia di dare, di donare, di contribuire, di partecipare, a quella, oggi imperante, di prendere, di arraffare e sperperare, di garantirsi una poltrona, una prebenda, un vantaggio, una raccomandazione, un trattamento di favore.
Una militanza che predica e pratica il dovere, da cui nasce il merito e da cui scaturiscono, solo dopo aver meritato, i sacrosanti ed inviolabili diritti di chi merita, che, tuttavia, trovano il loro invalicabile limite nel diritto della comunità a crescere, ad irrobustirsi, a rigenerarsi col ricambio, purché questo sia alimentato da meriti più grandi e palmari e non da oscure metastasi, da manovre di corridoio, da ambizione senza sostanza, da congiure generazionali, da beghe da pollaio.
Una comunità di militanti viva, attiva e presente nella più vasta comunità nazionale.
Una comunità di cui si possa dire, senza ombra di dubbio, che, dalle azioni che compie, dalle proposte che formula, dalle battaglie che ingaggia, dai Valori che incarna, dai comportamenti di ciascuno dei suoi membri: essi sono il fiore dell’Italia.
Obiettivo ambizioso, ma: “solo puntando alle stelle, si può raggiungere l’impossibile” diceva Nietzsche.
E quante volte è accaduto che l’umanità abbia raggiunto l’impossibile, a volte sospinta da un manipolo di eroi, a volte da intelligenze che hanno traguardato il futuro ed hanno cambiato il mondo. E noi vogliamo cambiarlo questo mondo.
Organizzarsi in modo nuovo e consono ai tempi e agli obiettivi.
Superare il già visto, i moduli arcaici, il modello organicistico come quello piramidale. Essere rete.
Arcipelago di reti interconnesse ed autonome al tempo stesso, ma tutte a stella, dotate di un centro, di un nodo di convergenza e di sintesi.
Modello aperto, partecipato, partecipabile, cooperativo, interoperativo, connettivo e persino biodinamico, ossia aperto alle influenze del cosmo.
Laboratorio sperimentale di democrazia, anche diretta, di partecipazione, di socialità e officina di pensiero, incubatore di idee, stimolatore di talento politico ed impegno civile.
Definire una base di saperi da approfondire, sui quali alimentare il confronto, costruire o accrescere basi di competenze comunitarie, dai quali distillare un linguaggio ed una prassi comuni, una sorta di “format” connotante ad alta omogeneità qualitativa.
Democrazia dei saperi, in un mondo che è sempre più diviso dalle barriere della conoscenza, in cui i saperi che contano per l’economia sono sempre più appannaggio di chiuse corporazioni o ristrette fratrie, in un mondo che vuole tutti i cittadini solo consumatori e utenti, a cui si offre un’interfaccia facile da usare e bella da vedere e dietro cui è celato il sapere ed il potere. Interfaccia uomo-macchina la chiamano, ma è un interfaccia uomo – conoscenza, persona – realtà.
E questo è uno degli aspetti più spinosi della modernità.
Ma stimola a trovare, a ricercare, una “interfaccia” per la politica di primo approccio, per semplificare la partecipazione, indurre alla curiosità civile. Purché essa sia penetrabile da chi voglia approfondire, totalmente accessibile, non coperta da brevetti, da segreti “di mestiere”, da gelosie di possesso, da privative di casta.
Unico discrimine il merito, il talento, il dovere compiuto, la responsabilità.
Arcipelago di reti stellate, dove ogni “nodo” corrisponde ad una persona, dove i circoli rappresentano i sensori sparsi nella comunità nazionale, i luoghi dell’osmosi sociale, i collettori di lecite istanze, i motori di proposta, i luoghi di interscambio partecipativo, di informazione sulle quote di opportunità rese disponibili dalle politiche istituzionali; la loro giurisdizione non è il territorio, ma insiemi di cittadini da convincere ad aggregarsi alla comunità politica.
Nel modello a rete tutto è dinamico, essa è determinata dai nodi attivi in un dato istante, in altri termini da chi partecipa.
Ciò richiede un sistema di organizzazione sofisticato e altrettanto dinamico e, su questo tema, mi piacerebbe potermi confrontare con i vertici di Fli.
Ma cosa significa oggi essere comunità, essere di destra. Cosa è libertà e cosa è futuro? Cosa è politica?
Credo sia essenziale riflettere su alcuni punti per cercare di delineare i tratti salienti della nuova identità che deve assumere chi vuole proiettarsi nel futuro.
Procederò per brevi flash.
L’idea
L’Idea è feconda e vitale, quando essa nasce non appartiene ad alcun sistema di riferimento noto, sfugge ad ogni categorizzazione preconcetta, essa è il nuovo che trascende il passato.
L’idea è l’originale, il pensiero creativo e creatore, il chiaro presagio anticipatore del futuro, la nota d’accordo per gli spiriti attenti, l’arco di luce che rischiara il cammino.
La storia dell’uomo è storia di idee incarnatesi in atti, fatti, intuizioni, scoperte, presagi, costruzione civile, avvento di civiltà e culture.
Le idee vivono, guizzando come vivida fiamma e muoiono come le stelle, implodendo in sé stesse.
Nello stesso momento in cui le idee si spengono, la Storia volta inesorabilmente pagina ed inizia nel suo seno a preparare il seme del nuovo, il germe vitale, le nuove idee che sole consentono il rinnovarsi delle primavere del mondo.
Siamo chiamati alla cerca delle idee per riappropriarci del futuro e del destino, per coniugare il nuovo, che non nasce né a destra, né a sinistra, né al centro. Il nuovo è.
La sola cosa che conta è che sia giusto e praticabile, che faccia il bene degli uomini, che li aiuti a sollevarsi dall’ignoranza orientandoli alla libertà e alla consapevolezza della propria dignità, che li aiuti a esprimere il meglio di loro stessi e a comprendere che “uniti” si vince e, soprattutto, che è importante impegnarsi, combattere, non perché ci sia necessariamente un nemico da abbattere, una posizione da difendere o un privilegio da ottenere, ma solo per essere uomini migliori, uomini ansiosi di lasciare alle future generazioni un mondo più giusto, con meno precarietà e dove sia più bello vivere.

Specificazione – omologazione

Due principi, due forze sono alla base dell’esistenza. Ciò che specifica e ciò che omologa.
Il principio di specificazione rende gli esseri diversi, unici, irripetibili. Quello di omologazione li sospinge entro i canoni propri della specie cui appartiene.
In ogni essere vivente i due principi coesistono agendo in proporzioni diverse.
Tra i batteri e gli insetti il principio di specificazione è latente, man mano che si sale sulla scala della vita esso si rende via via più manifesto.
Un cane ha un suo carattere, una sua personalità definita, ma restano in lui tutti i comportamenti che lo omologano alla sua specie.
L’uomo, nella sua unicità, libertà, razionalità e spiritualità, tende a specificarsi più di ogni altra creatura, i comportamenti omologanti residuano a livello di necessità biologiche e di auto-conservazione.
Il progresso dell’uomo, a ben guardare, è fatto di specificazioni sempre più spinte.
La storia delle società umane, e quindi della politica, ha molto a che fare con questi due principi. Dagli assetti tribali, dove il capo era il più forte, come nei branchi, fino agli assetti attuali dove, in genere, è il più dotato, si legge il percorso della specificazione.
Analogamente, se si cerca di leggere sotto questa luce l’evoluzione delle società e le loro specifiche gerarchie ed assetti.
Le categorie di Destra e Sinistra, posto che abbia ancora un senso utilizzarle, discendono dai questi due principi.
Ciò che tende a specificare è tendenzialmente “di destra”, ciò che tende ad omologare è tendenzialmente “di sinistra”.
La vita di ciascuno è, in estrema sintesi, costituita da un mix di “come” e di “cosa”.
Il “cosa” ricomprende tutti i comportamenti e le azioni, il “come” esprime la loro modalità qualitativa.
Il “cosa” è figlio dell’omologazione, il “come” della specificazione.
Da destra, quindi, sono più facilmente concepibili che da sinistra concetti specificanti quali: onore, gloria, eroismo, abnegazione, valore, bellezza, dovere, sacrificio, trascendenza, patria, nazione, civiltà, individuo.
Specularmente, da sinistra sono più immediatamente concepibili concetti omologanti quali: bisogno, diritto, normalità, garanzie, socialità, media, massa, immanenza, internazionalismo, cellula, società.
La dialettica, spesso vivace, che ne nasce è regressiva.
Le “ragioni della specie” hanno un loro fondamento, costituiscono parte della stessa medaglia, e questo va compreso e tenuto nel debito conto, soprattutto in ordine ai bisogni, alla socialità, alle garanzie ed ai diritti, per il resto la storia è specificazione.
Per questo, oggi, si può essere inclusivi, si può cominciare ad abbattere steccati che, se si è in buona fede, hanno sempre meno senso.

Il cerchio della libertà

Nel recinto del bisogno non c’è libertà. Questa comincia oltre il bisogno, oltre la necessità. Nel bisogno c’è, al massimo, il desiderio di libertà.
L’individuo può portarsi fuori dalla sfera del bisogno o comprimendola il più possibile, come il fachiro o l’asceta o competendo, con se stesso e con gli altri, per farsi libero.
Se è la società che provvede a soddisfare i bisogni è solo il recinto che si è fatto più grande, la libertà resta solo un miraggio.
L’uomo che si fa libero scopre la responsabilità che è il metro autoregolatore della sua libertà. L’uomo che si fa libero anela a farsi uguale ai migliori della sua specie, in saggezza, consapevolezza e conoscenza per offrirsi, come modello ed esempio, alla sua specie, affinché possa progredire ancora.
La legge sta a salvaguardia della libertà di ciascuno e di tutti.

Futuro
E’ la realtà immaginata che si trasforma in fatti, grazie al germogliare dei semi piantati nel presente. La scienza, la politica e la stupidità sono i principali artefici del futuro.
Per questo è bene che la politica incontri la scienza e si liberi degli stupidi.

Comunità e capitale sociale

Francis Fukuyama, il famoso economista, ha definito la nozione di “capitale sociale”.
Esso è dato: “dall’insieme di regole e valori condivisi dai membri di un gruppo che consente loro di aiutarsi”.
“Regole e valori non scritti, che devono comprendere virtù quali la lealtà, l’osservanza degli impegni presi e la reciprocità”.
Se le persone giungono a ritenere che gli altri si comporteranno in modo affidabile ed onesto, tra di loro si instaurerà la fiducia che accresce, come un lubrificante, l’efficienza di qualsiasi gruppo o organizzazione”.
Essere comunità significa avere un alto capitale sociale, saperlo mantenere ed accrescere.
E’ quindi importantissimo essere attenti
a non cadere in contraddizioni antiche quali: la non coerenza tra valori dichiarati e valori praticati, la non esemplarità dei comportamenti, il doppiopesismo, la tolleranza verso le degenerazioni correntizie e l’assurda inimicizia per procura, l’ottuso arbitrio di proconsoli e mandarini, la scarsa attenzione al merito, i premi fedeltà elargiti mortificando la qualità.
Questi comportamenti consumano rapidamente il capitale sociale fino ad azzerarlo.Ricostituirlo è quasi impossibile.
Una buona dotazione di capitale sociale è anche precondizione per praticare concretamente la meritocrazia.
La politica delle soluzioni
La comprensione profonda dei cambiamenti in atto, la capacità di dare risposte a problemi nuovi, è condizione propedeutica alla costruzione di un soggetto politico di qualità, in grado di azzerare, una buona volta, le differenze di gradimento tra leader e struttura, in grado di crescere omogeneamente nelle medie e non solo nelle punte.
Per altri versi, diventa di capitale importanza che siano salde le maglie del movimento, attraverso il legante di una solidarietà ritrovata sulla base della fiducia, di valori e regole condivisi, la messa a punto di meccanismi partecipativi realmente praticati ed ampiamente diffusi, la convergente volontà di ricomporre le fratture, eliminando le ingiustizie che le hanno determinate.
In sintesi: modellarsi all’eccellenza, in modo che il buono non sia mai nemico dell’ottimo, ma solo una tappa momentaneamente raggiunta.
Occorre per questo “una politica delle soluzioni” che attraverso un processo di reale osmosi con tutti i gangli vitali del corpo sociale sia in grado di distillare il complesso mosaico di soluzioni benefiche e praticabili che la società moderna, quale sistema altamente articolato e complesso, richiede alla sintesi politica e di cui la società italiana, e meridionale in particolare, ha assoluto e immediato bisogno.
17/10/10 Larga la foglia, stretta la via
Nel discorso di Napoli, del 15 ottobre, Fini ha tracciato le linee portanti di “Futuro e Libertà”. Ha detto che non c’è bisogno di altri partiti, che non sarà il terzo tempo di Alleanza Nazionale
Quello che sta nascendo è un movimento d’opinione, agile, arioso, moderno, partecipato, interconnesso. Aperto a tutti coloro che, da destra o da sinistra, sono capaci di intendere la politica come etica della responsabilità e non come privata opportunità.
La “mission” di Futuro e Libertà sarà quella di ricomporre le fratture che affliggono l’Italia: quella nord-sud, quella generazionale, quella tra cultura e politica e quella tra senso della prospettiva e politica.Ciò al fine di rinnovare il contratto sociale, di creare un nuovo senso di unità nazionale che metta il Paese in grado di competere, volendo e sapendo accettare le sfide del futuro.
Tutto ciò sarà puntualizzato nel “Manifesto degli Italiani” che sarà presentato nella due giorni di riflessione organizzati a Perugia, ai primi di novembre, da Generazione Italia.
Sconfessati, quindi, tutti coloro che prevedano ed auspicavano la nascita di un partito del Sud, che facesse da contraltare alla Lega.
Non è con il rivendicazionismo localista che si costruisce il futuro, ma riequilibrando, ricomponendo, offrendo pari opportunità alle comunità locali.
Ed è su questo punto che il discorso sul Sud si fa difficile, sulle pari opportunità.
E’ vero che bisogna guardare avanti, è certamente desiderabile ricomporre le fratture, come è auspicabile un nuovo patto nazionale che restituisca orgoglio e prospettiva all’Italia, ma la creazione di pari opportunità per ogni comunità locale, a partire da quella meridionale, è cosa complessa.
E su questo punto bisognerà riflettere molto, perché la via, se esiste, è davvero stretta.
27/9/10 Ancora di più con Fini
Sabato é stato divulgato il video con le attese dichiarazioni del Presidente Fini sulla vicenda "Montecarlo".
Dalle parole e dalle immagini traspare tutta la sofferenza di un galantuomo, messo alla gogna dagli "amici" del Centrodestra, dai compagni di partito, da coloro che lo hanno ripetutamente indicato quale loro leader e che oggi, con la stessa furia di coloro che appesero a testa in giù Mussolini, lo costringono a difendersi per un peccato, che se pur ci fosse, sarebbe davvero veniale. Quello stesso Centrodestra, quegli stessi "uomini" pronti a coprire le "magagne" del Presidente del Consiglio, ad assolverlo sempre e comunque, prima ancora delle pronunce dei tribunali o ad onta di sentenze "persecutorie" per principio e definizione, supini nell'accettare che Brancher fosse fatto ministro per evitargli di scontare una condanna per reati gravi, pronti a forzare le leggi o coniarne di nuove pur di offrire uno scudo al Cavaliere, pur di non disturbare il "manovratore". Guai a chi lo disturba! E Fini lo ha disturbato, "il manovratore", con l'osare il dissenso, col chiedere luoghi di confronto nel partito che lui stesso aveva contribuito a fondare, col chiedere più democrazia interna, più partecipazione. Eresie! Libertà di parola, democrazia, partecipazione, confronto, pluralismo. Bieche eresie nel "partito dell'amore", dell'amore cieco e forzato solo, e soltanto, per il Cavaliere.
Due pesi e due misure. Complicità cieca e assoluta verso il Presidente del Consiglio, che forse é un galantuomo (lo sapremo a processi ultimati), ludibrio e gogna per il Presidente della Camera, che certamente é un galantuomo.
E questa sarebbe la buona politica, la via liberale e tollerante? Sono metodi degni del peggior comunismo. Storace ha fatto la parte del "capo-palazzo", pronto a spiare i vicini di casa per poi denunciarli al "Tribunale del popolo", i giornali della famiglia Berlusconi hanno dato fiato alle trombe del pubblico disprezzo, invocando l'annientamento dell'"imputato", non importa quanto di buono abbia fatto nella vita e per il Paese (ma Brancher, ministro per tre giorni, che ha fatto per l'Italia? Perché gli stessi giornali non si sono indignati?), Capezzone, il porta "voce del padrone", ha fatto il fariseo pronto a crocifiggere e gli altri, i "nominati", hanno fatto i "peones" plaudenti. Non capiscono che così danno piena ragione a Beppe Grillo e gli riempiono la faretra di frecce, non capiscono che gli italiani sono più smaliziati e intelligenti di quanto pensano, non capiscono che il "doppiopesismo" non paga, perché c'é sete di giustizia.
21/9/10

"Cominciate con ciò che potrebbe essere, poi lavorate con impegno per realizzare ciò che deve accadere."

Il Partito che verrà 

Il gradimento degli italiani per Gianfranco Fini è ben oltre il 50%. Questo dato rappresenta, per il movimento che a lui si ispira, l’obiettivo politico, in termini di consenso, cui é, teoricamente, possibile tendere.
Ciò rappresenta anche l’enorme responsabilità che va ad assumersi Generazione Italia (Futuro e Libertà) che, per essere fino in fondo credibile, deve sapere e volere essere una comunità politica all’altezza del suo leader, deve saper intercettare il consenso degli italiani, essere capace di  interpretarne e rappresentarne le aspirazioni più sentite e profonde, i desideri, gli umori, le ansie e le paure, per trasformarli in proposta politica, in azioni condivisibili, in programmi equi e praticabili, in orizzonte  desiderabile, partecipato e condiviso.
Essere credibile, innovativa ed onesta forza di proficuo cambiamento, di edificazione di un solido futuro, che poggi su robuste radici, alimentate dal presente, una forza al servizio dell’Italia e del suo popolo.
E guardare al futuro significa essere capaci di concepire politiche di medio lungo periodo, reintroducendo la variabile tempo, smarrita ormai da decenni, nel pensiero e nella prassi politica, significa avere un progetto chiaro per incidere efficacemente sulla realtà di oggi, non solo per raccogliere i risultati del presente, ma anche per modificare ciò che deve avvenire.
Guardare al futuro significa anche non avere nostalgie, avere chiaro il rapporto con la storia, dalla quale occorre mutuare ogni insegnamento utile o esemplare e scartare tutto ciò che è stato errore da non ripetere o di cui avere orrore. Non avere nostalgie, neanche per le sigle, per partiti o movimenti come si sono conosciuti e vissuti, sarebbe come voler tornare all’infanzia, ai banchi di scuola o nel limbo dell’utopia. I Valori sono patrimonio dello spirito, non del distintivo che si porta sul bavero di una giacca, essi informano i comportamenti di chi li possiede, di chi li pratica e non li predica, per cui le loro azioni non possono che essere esemplari. Questo non significa non avere memoria, non ricordare con orgoglio ed onorare col sentimento tutto ciò che ci ha resi come siamo e che ha reso grande e bella l’Italia.
Questa è la sfida da raccogliere, da sentire, da metabolizzare, in primis, nella coscienza di ciascuno.
Ed é questo anche il senso di una nuova militanza, una militanza dello spirito e della coscienza, intesa come altruistica mobilitazione dell’intelligenza di ciascuno, delle capacità, del talento, al fine di edificare il bene comune, di lavorare, per costruire un futuro che non sia la tegola che il destino scaglia sulla testa di un popolo, bensì un passo avanti verso l’orizzonte che quel popolo si è liberamente dato.
Una militanza che antepone il vantaggio generale a quello individuale, che antepone la capacità e la voglia di dare, di donare, di contribuire, di partecipare, a quella, oggi imperante, di prendere, di arraffare e sperperare, di garantirsi una poltrona, una prebenda, un vantaggio, una raccomandazione, un trattamento di favore.
Una militanza che predica e pratica il dovere, da cui nasce il merito e da cui scaturiscono, solo dopo aver meritato, i sacrosanti ed inviolabili diritti di chi merita, che, tuttavia, trovano il loro invalicabile limite nel diritto della comunità a crescere, ad irrobustirsi, a rigenerarsi col ricambio, purché questo sia alimentato da meriti più grandi e palmari e non da oscure metastasi, da manovre di palazzo, da ambizione senza sostanza, da beghe da pollaio.
Una comunità di militanti viva, attiva e presente nella più vasta comunità nazionale. Una comunità di cui si possa dire, senza ombra di dubbi, che, dalle azioni che compie, dalle proposte che formula, dalle battaglie che ingaggia, dai Valori che incarna, dai comportamenti di ciascuno dei suoi membri: essi sono il fiore dell’Italia.
Obiettivo ambizioso, ma “solo puntando alle stelle, si può raggiungere l’impossibile” diceva Nietzsche. E quante volte è accaduto che l’umanità abbia raggiunto l’impossibile, a volte sospinta da un manipolo di eroi, a volte da intelligenze che hanno traguardato il futuro, a volte da scienziati che hanno penetrato i segreti della natura e del cosmo, a volte da uomini del popolo fattisi condottieri o esploratori, a volte da uomini integri e santi che con l’esempio hanno lasciato un segno, a volte da personalità e comunità politiche che hanno cambiato il mondo.
Organizzarsi in modo nuovo e consono ai tempi e agli obiettivi. Superare il già visto, i moduli arcaici, il modello organicistico come quello piramidale. Essere rete. Arcipelago di reti interconnesse ed autonome al tempo stesso, ma tutte a stella, dotate di un centro, di un nodo di convergenza e di sintesi. Modello aperto, partecipato, partecipabile, cooperativo, interoperativo, connettivo e persino biodinamico. Laboratorio sperimentale di democrazia, anche diretta, di partecipazione, di socialità e officina di pensiero, incubatore di idee, stimolatore di talento politico ed impegno civile.
Strategia, logica, modelli previsionali, problem solving, creatività, psicologia e ricerca sociale, antropologia, scienze politiche, marketing, comunicazione, nuove tecnologie, storia del pensiero, della scienza e della tecnica, etica, etologia, qualità dell’esistere e del vivere, diritti e doveri di cittadinanza e di solidarietà. Questi i saperi di base da approfondire, sui quali alimentare il confronto, costruire o accrescere basi di competenze comunitarie, dalle quali distillare un linguaggio ed una prassi comuni, una sorta di “format” connotante.
Democrazia dei saperi in un mondo che è sempre più diviso dalle barriere della conoscenza, in cui i saperi che contano sono sempre più appannaggio di chiuse corporazioni o ristrette fratrie, in un mondo che vuole tutti i cittadini solo consumatori e utenti, a cui si offre un’interfaccia facile da usare e bella da vedere e dietro cui è celato il sapere ed il potere. Interfaccia uomo-macchina la chiamano, ma è un interfaccia uomo – conoscenza, persona – realtà. E’ questo l’aspetto più spinoso della dimensione virtuale. Ma stimola a trovare, a ricercare, una “interfaccia” per la politica di primo approccio, per semplificare la partecipazione, indurre alla curiosità civile. Purché essa sia penetrabile da chi voglia approfondire, totalmente open-source, non coperta da brevetti, da segreti “di mestiere”, da gelosie di possesso, da privative di casta. Unico discrimine il merito, il talento, il dovere compiuto, la responsabilità.

11/9/10

Un dono di Dio

Berlusconi ha affermato che Putin è un dono di Dio per il popolo russo. Il suo giudizio sull’amico russo è rispettabile quanto qualunque opinione personale, anche quando l’iperbole può apparire fastidiosa.
Quel che fa riflettere è quel che c’è dietro l’affermazione, che altro non è che la sintesi della concezione carismatica della politica, propria del Cavaliere e quindi del Pdl, così come certificato in tivù dall’on. Cicchitto qualche mese or sono.
Senza l’introiezione profonda di tale convincimento è difficile che possa nascere in una persona  un pensiero che pone l’equazione leader politico = dono di Dio.
Ma su cosa si fonda tale concezione? Che cosa può mai essere un partito carismatico?
Il termine carisma, secondo il Lessico Universale Italiano, ha soltanto due accezioni: una teologica ed una sociologico-politica.
Per la teologia cattolica il carisma è un dono soprannaturale straordinario concesso ad una persona a vantaggio della comunità.
Per il sociologo Max Weber il potere carismatico è un tipo puro di potere legittimo che poggia sulla dedizione straordinaria, sul carattere sacro, sulla forza eroica, sul valore esemplare o su altre qualità e attributi di un individuo, il quale pertanto è chiamato ad esercitare la funzione di capo e che in virtù di questo può porre in essere ordinamenti da lui rivelati o creati.
Si distingue, sempre per Weber, dal potere razionale, che poggia sulla credenza della legalità degli elementi statuiti e da quello tradizionale che si fonda sul carattere sacro di una tradizione indiscussa.
In entrambi i casi è centrale la straordinarietà di una persona che Dio (o il fato) donerebbe, di tanto in tanto, agli uomini comuni affinché siano da questa guidati. Un” uomo della provvidenza”, insomma.
Ne consegue che Il dono fatto al popolo è unico e irripetibile. il capo carismatico non può che essere uno, non sono quindi ammissibili “cofondatori”, successori, delfini (al più un erede per diritto di nascita).
Quello che è accaduto negli ultimi mesi tra Fini e Berlusconi non è altro che lo scontro tra due diverse concezioni del potere: quella razionale di Fini, che poggia sulla legalità degli elementi statuiti e quella carismatica di Berlusconi, fondata sul considerarsi “dono di Dio”.
Personalmente, da cittadino repubblicano, “timeo Danaos et dona ferentes”, anche ove mai il dono provenisse dalla provvidenza.

10/9/10

Medici “senza frontiere”

Da pochi giorni, per molti aspiranti alle professioni mediche, si è chiuso l’incubo dei test. Per i più, l’incubo si è trasformato in sconfitta, nonostante l’estenuante maratona tra diversi atenei per inanellare più di un tentativo, nonostante il molto denaro profuso per pagare uno dei tanti “preparatori” fioriti sul mercato o per l’acquisto dei molti volumi in circolazione, zeppi di test e con cd allegato.
Niente da fare, più facile andare a “Chi vuol esser milionario”. Là le domande, almeno, sono meno astruse e non servono minimo tre o quattro lauree per poter rispondere. Altro che preparazione liceale. Per passare ci vuole solo un gran “culo” o la “tecnologia” giusta. Sfiderei la Gelmini e tutti i membri del governo e gli stessi docenti di medicina ad affrontare i maledetti test. Sono certo che ne uscirebbero con le ossa rotte.
Il cosiddetto numero programmato è iniquo, oltre che antimeritocratico ed antidemocratico. Perché negare, a priori, ai giovani l’approccio ad alcuni saperi, a vaste aree della conoscenza, nel nome di una presunta programmazione che non ha funzionato neanche nei “paradisi” socialisti?
L’accesso alla conoscenza deve essere libero e garantito a chiunque voglia cimentarsi. Il pagamento delle tasse universitarie dovrebbe rappresentare il solo corrispettivo per i servizi erogati dalle università, qualunque richiesta accessoria: test, prove di ammissione o accertamenti di idoneità, dovrebbe essere bandito. L’accertamento di idoneità  dovrebbe avvenire prima: sui banchi di scuola e agli esami di maturità.
Massima libertà di scelta, poi,  per quanto riguarda gli studi universitari. La selezione deve avvenire dopo, in sede di abilitazione alla professione. E’ li che devono essere setacciati i migliori.
Solo così si può garantire che negli ospedali vadano specialisti capaci e che i medici di famiglia non vogliano solo fare i compilatori di ricette.
E quelli che non riescono ad abilitarsi?
Possono sempre fare gli infermieri, se tutto va male, e se ne avvantaggerebbero grandemente gli utenti.
In alternativa, prevedendo opportuni percorsi integrativi, potrebbero riconvertirsi in altre figure professionali affini, che sarebbero dotate di competenze certamente migliori e più complete o andare all’estero al seguito delle missioni umanitarie o in quei paesi dove le malattie ancora ammazzano gli uomini come mosche. Di sicuro, dopo qualche anno, ritornerebbero più pronti di chiunque altro a superare dei seri esami di abilitazione all’esercizio della professione.

8/9/10

Mister Hyde

Il Cavaliere e Bossi si sono inventati l’incompatibilità di Fini con la carica di Presidente della Camera e saliranno al Colle, per lamentarsene con il Capo dello Stato.
Se la sono inventata perché, fino a non molti anni or sono, proprio quella carica era garantita, per consuetudine, alle opposizioni, la qual cosa non ha mai impedito il corretto funzionamento del Parlamento, né ha mai creato frizioni istituzionali.
Il Presidente della Camera, una volta eletto, diviene il presidente di tutti e deve garantire il rispetto dei Regolamenti parlamentari, salvaguardare le attribuzioni proprie della Camera e regolarne i lavori, garantire l’esercizio dei diritti e dei doveri di ogni suo membro. Nell’esercizio di tali funzioni, ovviamente, deve essere e saper essere uomo super partes.
E fin qui, non vi sono stati segni, tracce, intenzioni o atteggiamenti che possano far pensare che Fini non abbia svolto più che correttamente il suo ruolo. E qualora mai ci fossero, non toccherebbe certo al capo dell'Esecutivo lamentarsene.
Non si comprende, quindi, il malanimo dei due leader. In particolare quello di Berlusconi che, al di là delle recenti polemiche, dovrebbe riconoscere - così come Fini riconosce lealmente il suo diritto, nato dalle urne, ad essere Presidente del Consiglio - che il leader di Futuro e Libertà quella carica se l’è meritata e ben più di altri. Perché è stato l’artefice del cambiamento della Destra italiana e perché, grazie a quel cambiamento, ha contribuito significativamente proprio a quella vittoria elettorale che consente a Berlusconi di governare. E questo non lo si può cancellare per un atto di stizza o per insorta antipatia.
Se è vero che la vera tempra degli uomini emerge nei momenti di difficoltà, quella del Cavaliere sembra essere peggiore di quanto mai ci si potesse aspettare.
Chi avrebbe mai immaginato che dietro l’aria sorniona, la bonomia, la gigioneria, il sorriso a trentadue denti sempre pronto, l’aria del buon padre di famiglia e le reiterate professioni di liberalismo e tolleranza, si celasse un mister Hyde, pronto a colpire alla gola, a volere l’annientamento del supposto nemico, pronto persino a lapidare, sia pure mediaticamente, pronto a cancellare e a dimenticare tutto ciò che c’è e c’é stato di buono.
Ma si sa, la maledizione degli uomini è che essi dimenticano.

7/9/10

Infami e infamie

Il Direttore del ”Tempo” dice che la libertà di stampa non può essere definita “infame” e che Fini avrebbe sbagliato nel definire, nel discorso di Mirabello, infami gli attacchi mossigli dai giornali del Cavaliere. Attacchi, a proposito della vendita della casa di AN a Montecarlo, che sono stati il tormentone di questa torrida estate del 2010.
E’ vero, la libertà di stampa non può essere bollata come “infame” e Fini non lo ha fatto.
Ha definito “infame” chi, volendo colpire lui, ha attaccato la sua famiglia, dipingendola come un’accolita di mafiosi (una copertina di Panorama ha definito i Tulliani come i “Tullianos”, con chiaro riferimento alla famiglia di Cosa nostra dei “Sopranos”, immortalata in tivù.
Ma cosa c’entra, caro Direttore, la libertà di stampa con la determinazione a diffamare?
Ammettendo, per ipotesi, che Giancarlo Tulliani abbia affittato “con raccomandazione” l’ex appartamento di AN a Montecarlo, dov’è il reato? Cosa autorizza a bollare lui e la sua famiglia come mafiosi? Ammesso e non concesso che il contenuto della “raccomandazione” fosse stato del tipo: “vendo a te purché, visto che compri per affittare, affitti a persona che dico io”, dove sarebbe lo scandalo? Atteso anche che il Segretario amministrativo di AN, il Senatore Pontone, ha chiarito alla stampa che per un partito come Alleanza Nazionale, la gestione di un cespite all’estero costituiva un serio problema gestionale, amministrativo e finanziario, visti anche gli alti costi condominiali e ciò spiegherebbe il prezzo di realizzo. Né può dare scandalo che l’acquirente sia stata una società con sede nelle Antille, o nelle Bahamas, o ad Andorra, visto che mezza Montecarlo appartiene a società con sedi off-shore.
Infame è il metodo del dossieraggio per colpire, a mezzo stampa, gli avversari politici, infame è voler vedere la pagliuzza negli occhi del “nemico”, facendola passare come una trave ed occultare, con benevolo silenzio, i tronchi negli occhi di amici e padroni.
Già, benevolo silenzio. Mentre si sollevava il polverone contro Fini, qualcuno mobilitava uffici pubblici e consulenti per assicurarsi le frequenze in banda larga disponibili, e senza evidenza pubblica, pur prevista dalle norme europee. Come mai nessuno se ne è accorto?

23/7/10

Perché sto con Fini

Ho militato nella Destra da quando avevo i calzoni corti. A tredici anni la mia prima tessera della Giovane Italia, a quattordici quella del Msi. Poi il Fuan, era il ’68, e poi ancora la Cisnal e il Msi. E ancora AN, Fiuggi, Verona, il Pdl. Non ho mai cambiato natura o pelle, non ho mai cercato il facile vantaggio, il compromesso accomodante. Sono nato di Destra, che significa priorizzare, per naturale disposizione dello Spirito, il come sul cosa, ciò che specifica su ciò che omologa. La diversità è la vera ricchezza degli uomini e ci si può fare uguali solo in saggezza e conoscenza. La libertà non è arbitrio, ma responsabilità che ti nasce da dentro, rispetto di sé e del prossimo, amore struggente per il creato, per la vita, tanto struggente da desiderare di essere uno con la Terra e il Cosmo.
Sono di Destra perché i Valori in cui credo li pratico e non li predico, essendo convinto che l’esempio, più di ogni parola, è la principale forma di comunicazione. La Storia non si ripete mai e sono le idee che muovono il mondo. Le ideologie sono soltanto il rumore di fondo lasciato da qualche buona idea, dopo che è tramontata all’Occidente della Storia.
Le forze politiche esistono per elaborare idee e soluzioni che portino vantaggi sociali e per metterle in pratica con l’azione di governo o per contrastare ciò che non condividono, o che ritengono socialmente nocivo, con l’opposizione. Non sono sacrari delle ideologie, ma crogiuoli di soluzioni, anche pragmatiche, affinché il futuro non sia la tegola che si abbatte su di un popolo, ma un passo avanti verso l’orizzonte che quel popolo si è liberamente dato. Persino i fondatori del MSI, nello scegliere di formare un partito e non un’associazione di reduci, ebbero chiaro l’intento di cimentarsi nel gioco democratico, cui peraltro furono sempre ligi.
E se le forze politiche esistono per cimentarsi con l’azione di governo, Fini ha saputo, con maestria, portare al governo la Destra italiana. Si è proiettato nel futuro, non sbagliando una mossa sulla scacchiera della politica, senza cedimenti sul piano dei valori e dell’esempio.
In molti hanno gridato al tradimento nel consegnare il Fascismo alla storia e nel bollarlo come male assoluto, nel volere il voto per gli immigrati, nell’aver condannato l’orrore delle leggi razziali, nell’essere sincero amico di Israele.
Eppure, a ben guardare, il Fascismo non poteva che essere consegnato alla storia, che mai si ripete; l’iniquità delle leggi razziali, l’entrata in guerra, la distruzione, con le proprie mani e con le proprie scelte, del tanto di buono, soprattutto in termini di modernizzazione, che era stato fatto fino al ’38, l’abominio delle deportazioni, l’irresponsabilità dell’andare in guerra impreparati, mandando così al macello centinaia di migliaia di uomini, sono certamente un male molto, molto vicino all’assoluto.
Per quanto riguarda il voto amministrativo agli immigrati, se oggi, per normativa europea, può votare un rumeno, un polacco e, tra poco un bulgaro, un albanese, un turco, perché non dovrebbe potersi scegliere il Sindaco o un Consigliere comunale anche un australiano, uno statunitense, un russo o un filippino, purché stia regolarmente e stabilmente in Italia?
Da ultimo l’amicizia con Israele: si tratta di una scelta di campo tra l’Occidente e il mondo arabo, tra una civiltà ed un’altra. Questo non significa non vedere le mortificazioni del popolo palestinese, non essere sensibili alla sua legittima istanza di avere uno stato ed una patria, purché disposto a vivere in pace. Il principio di autodeterminazione dei popoli dovrebbe valere per tutti, a partire dai Curdi, passando per l’Irlanda, per il Nepal, per i serbi che vivono in Kosovo, per i baschi e per gli abitanti delle Malvinas.
Ciò nonostante vi sono delle scelte di fondo che attengono alle proprie radici profonde: nel gioco della torre, tra Palestina e Israele, tra serbi e albanesi, tra inglesi e irlandesi, tra tibetani e cinesi, tra spagnoli e baschi, tra argentini e inglesi chi buttare giù?
E poi c'é il Fini cofondatore del Pdl. Lasciato da molti dei suoi, che pur aveva portato al governo, che pur lo avevano giudicato migliore di loro, riconoscendolo più volte leader indiscusso e che hanno invece preferito cedere alle "avances" del Cavaliere, come avevano fatto tanti deputati della Lega ai tempi del primo governo Berlusconi, finché un Bossi incazzato nero non fece il ribaltone. Ma Fini tiene duro, nonostante l'amarezza non é uomo da ribaltoni. Ha detto che manterrà fede al patto di legislatura e lo farà. Per ora, pretende un Pdl più democratico e meno carismatico, più aperto al confronto, più sensibile alla questione morale, più incline alle riforme, più attento alle questioni sociali ed al futuro dei giovani e dell'Italia. Ed é proprio il senso della prospettiva, il coraggio di osare, la fermezza nel non mollare, nel non cedere a lusinghe, il rispetto profondo delle istituzioni, il comportamento esemplare, la capacità di vedere lontano, di piantare oggi i semi del futuro che verrà, che fanno di Fini uno statista come pochi e un gigante, tra i tanti nani e ballerine che affollano la corte del Re Sole.

20/7/10 In ricordo di un Galantuomo

Si é spento ieri Antonio Parlato. A Napoli, tutti ricordano - e ricorderanno - le sue battaglie, l'intelligenza, la raffinata cultura, l'impegno intellettuale e politico, la curiosità sempre desta che lo ha portato a scrivere saggi che hanno spaziato dal mito alla gastronomia. Dietro lo spirito del polemista, a volte spiccio nei modi, un animo gentile ancorato a saldi valori, che ha praticato più che predicato. Ciao Antonio, con te Napoli perde un Galantuomo.

15/7/10 Date a Cesare quel che é di Cesare...

Oggi in Italia

Nicola Cosentino si é dimesso, con il placet di Berlusconi. Resta coordinatore del Pdl in Campania. Fini lo ha definito un atto doveroso, che gli consentirà di meglio difendersi in sede giudiziaria. Cosentino ha duramente attaccato Fini per aver calendarizzato troppo celermente, a suo giudizio, la mozione di sfiducia contro di lui, ha anche detto che quello di Fini é solo un tentativo per ottenere più potere nel partito. Il Presidente della Camera non ha ritenuto di dover replicare. Va intanto avanti l’indagine sulla cosiddetta P3. “Cesare” sarebbe l’appellativo in codice per indicare il Presidente del Consiglio, così come emergerebbe dall’intercettazione di una telefonata tra Lombardi e Cosentino: ''lui (Cesare) e' rimasto contento'' allora ''lui ci deve dare qualche cosa e ci deve dare te (Cosentino al posto di Caldoro) e non adda scassà o cazz''. Non vi sono prove che Berlusconi fosse al corrente delle trame.
La manovra è intanto passata in Senato. I punti salienti sono: - Stop al rinnovo dei contratti, agli aumenti degli stipendi degli statali e al turn-over. Limitazioni per i contratti a termine. Fanno eccezione poliziotti, vigili del fuoco e enti di ricerca. - Bloccati gli automatismi stipendiali per il personale non contrattualizzato, tra cui i professori universitari. Per i diplomatici proroga dei trattamenti in servizio. Per le toghe il taglio tocca le indennità. Si' a 61,3 milioni per assunzioni di giovani magistrati. - Arrivano una serie di mini-aumenti delle tasse processuali. - La sforbiciata e' del 10% sulle auto blu. - Riduzioni di spesa per Palazzo Chigi. Taglio del 10% alle buste paghe dei ministri e sottosegretari che non siano membri del Parlamento. Sforbiciata anche per la politica locale e economie in vista per gli organi costituzionali. - Si riducono i rimborsi elettorali. Per i manager pubblici la quota di stipendio che supera i 90.000 e' ridotta del 5%, quella che supera i 150mila il 10%. - Donne della p.a. in pensione a 65 anni dal 2012. Dal 2015 età anagrafica collegata all'aspettativa di vita. Previste le cosiddette 'finestre mobili', che ritardano la possibilità di lasciare il lavoro. - Torna al 74% la soglia per gli assegni di invalidità. Salgono a 250 mila le verifiche Inps. – Per le regioni il taglio dei trasferimenti resta di 8,5 miliardi, ma sarà la Conferenza Stato-regioni a decidere come ripartirli seguendo criteri di virtuosità. Tagli anche a Comuni (4 miliardi) e Province (800 milioni). - I comuni che collaboreranno alla lotta all’evasione incasseranno il 33% dei tributi statali incassati. – Per Roma Capitale oltre ai 300 mln del Tesoro, 200 mln arrivano tramite un aumento delle tasse di imbarco e un incremento dell'addizionale comunale all'Irpef. A queste risorse si sommano 50 mln per i comuni commissariati. Roma ha maggiore flessibilità sul patto di stabilità interno e può introdurre una tassa di soggiorno per i turisti. – Per l’Abruzzo, proroga della sospensione delle tasse per le imprese fino al 20 dicembre. I cittadini avranno 10 anni per la restituzione dei tributi. Il pagamento scatterà dal 2011. - Entro il 31 dicembre 2010 chi ha un fabbricato non censito dovrà denunciarlo e farlo accatastare. – Catasto, accesso dei comuni alle banche dati del Territorio. Nelle compravendite immobiliari per assicurare la conformità delle planimetrie basta un attestato di un tecnico. - Esteso all'autorizzazione paesaggistico-territoriale il silenzio-assenso della conferenza dei servizi. - Nuovi indicatori per il redditometro per risalire dal tenore di vita al reddito guadagnato. – Ai fini della tracciabilità: tetto a 5.000 euro per i pagamenti in contanti. Obbligo di fattura telematica oltre i 3.000. - D'ora in poi basterà una segnalazione per avviare un'attività. I controlli solo ex-post. Dalle nuove regole sono esclusi i documenti relativi all'immigrazione e al patrimonio culturale e paesaggistico . – Imprese e fisco, l'accertamento fiscale sarà esecutivo nei 2 mesi successivi all'atto della notifica. Possibile compensare i crediti nei confronti della p.a. con debiti verso il fisco. Stretta sulle imprese 'apri e chiudi'. L'azzera-compensi non si applica alle società. - Slitta il versamento dell'acconto Irpef dell'imposta per il 2011 e per il 2012. Previste minori entrate per 2,9 miliardi. - Resta la tassa sulle assicurazioni. Il governo attende un incremento di gettito di 264 milioni l'anno. - Arrivano 160 milioni in due anni per le Forze dell’Ordine. Salve dai tagli le feste nazionali. - Stage di 3 settimane per giovani volontari nelle forze armate. La divisa si paga. – Scuola: il 30% dei risparmi potranno essere destinati anche agli scatti di anzianità e di carriera dei prof. Resta il tetto dei 20 alunni previsto per le classi con alunni disabili. - I tagli sui farmaci saranno spalmati su tutta la filiera. Dal 2011 il prezzo degli equivalenti e' adeguato alla media Ue. - Proroga al 31 dicembre il pagamento della rata delle multe 'latte'. – Le Fondazioni bancarie non dovranno effettuare svalutazioni dei titoli tossici. – Fondi chiusi: chi non si adegua alla nuove misure avrà 5 anni per chiudere la liquidazione. - Il Gse dovrà riacquistare i Certificati verdi in scadenza, ma la spesa andrà ridotta del 30%. - Salta il pacchetto di misure per il settore dell’autotrasporto. - Già scattati i pedaggi su alcune tratte Anas. - Soppressi tra gli altri l'Ente teatrale italiano e quello per la Montagna, l'Isae (Fonte: Ansa).

Il Commento

Ammirevole la tenacia con la quale il Cavaliere difende i suoi. Ha dovuto subire le dimissioni di Cosentino dal Governo, per evitare l’incerto voto sulla mozione di sfiducia, ma lo ha riconfermato alla guida del Pdl campano, nonostante quello che sta emergendo dall’inchiesta su Carboni e C. e le trame contro Caldoro.
Come se il Pdl avesse dei meriti speciali nella vittoria conseguita alle regionali, che è stata, invece, frutto dello sfascio causato dal “Bassolinismo” e della credibilità di Caldoro.
Il merito del ricambio va tutto ai cittadini, che non ne potevano proprio più. Con Bassolino governatore, l’opposizione non si è certo distinta, anzi, salvo rare eccezioni si è appiattita o si è lasciata coinvolgere. Dov’era, difatti, quando nel maggio del 2009 Bassolino certificava la volontà di sforare il patto di stabilità interno? Perché non ha saputo prevedere le assurde conseguenze di quella scelta, che oggi legano le mani al nuovo Governatore? Dov’era quando si impegnava un miliardo oltre il tetto di spesa, per foraggiare le clientele di sempre con la scusa della crisi? Basterebbe leggere i Bollettini Ufficiali della Regione per rendersi conto del contenuto di quelle scelte, che vanno dall’acquisto per oltre 4 milioni di un ben identificato appartamento in Piazza Santa Maria degli Angeli, in cui ospitare la biblioteca dell’Istituto per gli Studi Filosofici, alle centinaia di milioni per patti formativi che non hanno prodotto, né produrranno un solo nuovo posto di lavoro o per eterni lavori di sistemazioni idraulico forestali, che in Campania vengono svolti da un esercito di oltre 4000 addetti, contro le poche centinaia di altre regioni, ben più verdi della nostra. Per non parlare delle solite consulenze, delle mani messe sulla Fondazione Banco Napoli per l’Assistenza all’Infanzia, forse perché proprietaria del complesso Nato di Bagnoli e i cui fondi sono stati usati per foraggiare spettacoli, mostre d’arte e per curare i denti ai giovani immigrati, piuttosto che ai giovani napoletani bisognosi. Chi vuole farsene un’idea legga gli atti ufficiali, c’è da avvilirsi nel constatare che nulla, ma proprio nulla, serviva davvero allo sviluppo, nonostante il federalismo alle porte.
La manovra. Male necessario. Ma alcuni provvedimenti appaiono iniqui. I pedaggi, su alcune tratte Anas, sanno di medioevo e non tengono conto che le strade sono state costruite e vengono mantenute con i soldi di tutti; la tassa sulle assicurazioni, iniqua perché gli automobilisti son già tartassati in mille modi; la possibilità di introdurre le tasse di soggiorno che pure puzzano di medioevo e sono in contrasto con la libera circolazione di persone e merci che l’Europa ha voluto; l’ulteriore aumento delle tasse processuali che, in un Paese dove la giustizia proprio non funziona, suonano come uno schiaffo sul viso di tutti coloro che sono costretti ad andare nei tribunali; iniquo anche lo slittamento per il pagamento delle multe per le quote latte, perché premia i pochi furbi che non hanno ancora adempiuto.
Un discorso a parte merita la questione della lotta all’evasione. Pagare tutti, pagare meno è lo slogan trito e ritrito. Tutti si aspettano grandi entrate dal contrasto all’evasione. Le stime iperboliche non si contano. Nessuno dice, però, che si tratta in gran parte di pure illusioni. Il sommerso si divide in almeno in quattro fasce:
- l’economia del malaffare, quella che produce falsi di ogni genere, che importa droga, che gestisce il gioco clandestino, questa non potrà mai emergere per ragioni intrinseche; 
- le imprese che stanno sulla loro soglia di sopravvivenza, molte nel Mezzogiorno, il cui sistema di costi fissi non è appesantibile in alcun modo, pena la chiusura con conseguente perdita di posti di lavoro, seppur molto precari;
- quelli che si arrangiano, dai parcheggiatori abusivi ai “vu’ cumprà”, da quelli che fanno doppi e tripli lavori per sopravvivere a quelli che chiedono l’elemosina, dalle massaie che fanno le domestiche a ore per arrotondare il magro bilancio familiare a coloro che si prestano a “lavoretti” di ogni genere;
- i furbi che eludono, che dichiarano meno di quanto dovrebbero o che non sono mai esistiti per il fisco.
Da queste quattro fasce, solo dalla prima e dall’ultima è possibile spremere qualcosa. Dalla prima confiscando, anche se la conseguenza è comunque la perdita di “occupazione”, con il conseguente ingrossamento delle fila dei disoccupati più meno organizzati (anche dal malaffare) che sempre, grazie alle pressioni di piazza, riescono a spillare qualche sussidio pubblico; dall’ultima attraverso più accurati controlli. Ma a fare i conti della “spremitura” in molti rimarranno delusi. Qualche miliardo al massimo, quanto si spende per le auto blu, a fronte dei mitici cento e passa contrabbandati dalle stime ufficiali. La ricetta che resta è una sola: fare un drastica cura dimagrante allo Stato.
Dipendesse da me, comincerei con l’abolire la pletora di regioni che abbiamo, riducendole a quattro o cinque a dimensione europea, accorperei molte province e comuni microscopici, abolirei circoscrizioni e comunità montane, indirei l’elezione di  un’Assemblea costituente con il compito di varare le riforme, che nessuno riesce mai a fare, entro il termine massimo di un anno e rinnovando così anche il contratto sociale tra Stato e cittadini.

14/7/10 Sfigati e sprovveduti
Ha ragione il Cavaliere quando parla “di quattro pensionati sfigati”, a proposito di Carboni & co., ha anche ragione nel dire che la “P3 è un polverone”.
Una domanda, tuttavia, sorge spontanea: come mai i “quattro sfigati” avevano la possibilità di farsi ricevere a “Palazzo” per colloquiare con i vertici del Pdl? Possibilità, peraltro, preclusa ai comuni cittadini, ancorché non sfigati.
Se quelli erano sfigati, chi li ha ascoltati, dando loro credito, è stato, quanto meno, sprovveduto.

E gli sprovveduti, nel Pdl come in ogni altro partito, dovrebbero tutti esser mandati in vacanza, in ritiro sabbatico penitenziale o a scuola di “destrezza”, soprattutto dopo il caso Scajola, la cui sprovvedutezza, dopo essere stato addirittura Ministro degli Interni, ha fatto cadere le braccia e fatto perdere la voglia di andare a votare, a tanti elettori del Centro-destra.
Ed è proprio la mancanza di conseguenze, di provvedimenti rapidi ed esemplari che rende meno “limpide” le ragioni del Cavaliere.
A maggior ragione in un  partito “carismatico”, nel quale la volontà del Capo non può essere mai messa in discussione, neanche da un cofondatore del partito, né si tollera il dissenso, né vi sono i luoghi del confronto.
Ha ancora un volta ragione Berlusconi nel dire che l’Italia è un paese difficile da governare, perché il sistema è troppo densamente disseminato di pesi e contrappesi che rendono arduo il decisionismo.
Ma queste ragioni non valgono all’interno del partito, per giustificare l’inerzia, le mancate risposte, l’assenza di decisioni, il mancato allontanamento degli sprovveduti.
Né la convinta professione di garantismo, può costituire esimenda dallo “sterilizzare”, fosse pure a termine e salvo laute ricompense in caso di errore giudiziario, le possibili mele bacate
.
La tolleranza è un valore, ma l’intolleranza verso il “vizio” è una suprema virtù.
10/7/10 Caldoro e i Proci
Napoli, si sa, é una città che ti costringe a sviluppare l'attenzione, sarà per il caos perpetuo, per il traffico disordinato, per le buche stradali da "scansare" con costanza, per gli scippatori sempre in agguato, per i parcheggiatori abusivi che si materializzano anche in un piazzale che sembrava deserto, per i mendicanti, travestiti da "vu' cumprà", che ti fanno la posta davanti ad ogni bar, per quelli che vogliono rifilarti il pacco ad ogni costo, per gli ausiliari del traffico che aspettano che sgarri, acquattati nei caffè, per appiopparti una multa, per i "ganasciari" d'auto che fanno lo stesso.
Insomma, a Napoli non ti puoi distrarre un solo attimo. Diventi guardingo per abitudine, e per necessità di sopravvivenza.
La politica non sfugge a questa logica. L'uccello "badulo" é in servizio permanente effettivo e non riposa mai. Vola basso e a tempo pieno anche nel "Partito dell'Amore", come dimostrato dall'inquietante complotto per far fuori Caldoro dalla corsa a Governatore della Campania.
Quello che inquieta non é tanto che qualcuno abbia desiderato di farlo fuori, nella politica di oggi é quasi la regola, ma il modo "mafioso" di puntare a demolire la moralità dell'uomo, facendolo passare per un libertino da quattro soldi. Un modo "mafioso" che la dice lunga sulla caratura dei mandanti.
Ciò che atterrisce e fa riflettere é il cinismo degli affari a tutti i costi che si cela dietro la vicenda, sono le frequentazioni di alto livello consentite agli esecutori materiali, l'accesso garantito a certi salotti, il possesso di numeri telefonici riservati e preclusi ai più, l'accreditamento e la "stima operativa" di cui ancora possono godere Carboni e compagni, nonostante i trascorsi.
E' come se la Storia e la cronaca non servissero a nulla, non riuscissero mai ad emendare alcunché.
Fortuna che Caldoro é napoletano. Attento e guardingo quanto basta per sventare gli "amorevoli" complotti  degli "amici". Fortuna che Caldoro, nella città in cui si sa anche quello che non si fa, é stimato da tutti per essere il galantuomo che é. L'auspicio, dopo questa amara vicenda, é che trovi la forza, il coraggio, l'"amorevole" voglia di infilzare i Proci che ancora infestano la sua casa, che é quella di tutti noi.
7/7/10 "Intercettare" i giudici
Che pateracchio la storia delle intercettazioni! Bracci di ferro, fratture, incomprensioni, faide, scioperi e scontento, rese dei conti annunciate, sterili "ghe pensi mi". Non si poteva ottenere di più da un provvedimento mal nato.
Eppure la questione é limpida e semplice. Chi sono i responsabili dei processi? I magistrati.  Chi sono i responsabili delle intercettazioni? Sempre i magistrati che le dispongono.
E allora invece di prendersela con i giornalisti e gli editori, di tirare in ballo il vilipendio alla privacy dei cittadini, non bastava punire i responsabili primi della fuga di notizie, e solo loro?
La prima volta una multa, la seconda una multa molto più pesante, la terza uno stop alla carriera. Se esiste un segreto istruttorio, deve per forza esistere il custode di quel segreto.
E se il custode é infedele allora lo si punisce, esattamente come si farebbe con un custode di beni posti sotto sequestro che non profonda la dovuta cura per la cosa custodita.
Manca la cassaforte dove custodire i segreti? Te la compro. C'é il rischio del collaboratore infedele, dell'agente di P.G. mezzo marcio, del cancelliere "grillo parlante"? Ti fornisco lo strumento sanzionatorio, ferma restando la tua responsabilità ultima, come accade in ogni organizzazione gerarchica. Il capo risponde degli errori dei sottoposti. Il buon senso é così difficile?
3/7/10 Lettera aperta al Cavaliere
Stimato Presidente, si tenga ben stretto Gianfranco Fini. Molti dei suoi già pensano a "mettersi in proprio", organizzano in gran segreto nuove formazioni politiche, dal profondo nord, al profondo sud. Il solo che può garantire continuità e futuro al Pdl é proprio lui, Fini.
Certo non é la Sua fotocopia, non é uno che dice sempre di si, a volte la fa indispettire, ma é il solo altro leader di prima grandezza nel Pdl.
Certo, Tremonti é in crescita, ha capacità, intelligenza e intuito, ma non buca il cuore degli elettori. Certo, anche Angelino Alfano sta crescendo, ma non abbastanza.
Formigoni e Galan scalpitano nei loro recinti, ma proprio i recinti ne costituiscono il limite.
Tutti gli altri o sono "nominati", seppur bravi, come in particolare alcune donne: Gelmini, Carfagna, Prestigiacomo o, come gli ex An, già avevano riconosciuto i loro limiti, eleggendo Fini a loro leader. Salvo poi a cedere, in molti, alle Sue blandizie e al Suo carisma.
Fini é il solo che Le tiene testa e questo un leader dovrebbe saperlo apprezzare, soprattutto guardando al futuro.
A meno che Lei non ritenga in cuor suo, novello Re Sole, che di quel che verrà dopo, non Le importa poi molto.
Ma non credo sia così. Lei é un troppo grande italiano per volersi confondere con un francese, sia pure di nobilissimi lombi. E poi la storia non si ripete.
Personalmente La stimo e La apprezzo molto, pur non condividendo la Sua concezione del potere, ai miei occhi troppo "carismatica".
Proprio in base a come io credo Lei concepisca il potere, ho più volte fatto la fantasia che il suo successore dovesse, per forza di cose, essere "in linea dinastica". Pier Silvio, ad esempio.
Poi, abbandonate le fantasie, mi sono chiesto come mai era possibile che una persona capace, simpatica, sensibile, intelligente, che stimo e di cui condivido gran parte delle posizioni politiche, potesse evocare in me tali pensieri. Ma non ho trovato ancora la risposta. Che stia in questa risposta il nocciolo della questione con Fini?
2/7/10 La rivoluzione liberale
A molti, nel Pdl e dintorni, proprio non vuole entrare in testa che c'é un bisogno urgente di una vera e propria rivoluzione liberale. In tanti si affannano a voler trovare qualcosa da normare, regolare, proibire. E non si rendono conto che l'Italia é un Paese avviluppato da troppi vincoli e proibizioni e che questo conduce al collasso civile, alla senescenza precoce.
Ognuno che crede di avere una fetta di potere da gestire, invece di semplificare la vita dei concittadini, pensa a come rendergliela più complessa.
Dall'Europa, dal Governo, dalle Camere, dalle Regioni, dalle Province, dai Comuni, scaturisce ogni giorno una gran quantità di nuove regole che, tutte in qualche modo, riducono i margini individuali di libertà. Vuoi mangiare un panino in spiaggia o per strada? Proibito. Voui fumare al bar o al ristorante? Proibito, e dire che in Spagna, sanamente, é il proprietario del locale a decidere se vuole far fumare oppure no. Vuoi fumare dove ti pare? Proibito, e c'é qualcuno che già pensa di proibire il fumo anche se sei nella tua auto o all'aria aperta. Vuoi sputare per terra? Proibito, a meno che tu non sia un calciatore che ha libertà di "scaracchio" su tutti i campi del mondo. Vuoi prendere un tangenziale o un autostrada? Proibito, se non paghi, nonostante che tutte le strade, tangenziali e autostrade siano state costruite con i soldi di tutti. Vuoi accendere un fuoco in campagna per arrostire una bistecca? Proibito. Non basterebbero una ventina di volumi, formato Treccani, per enumerare tutte le proibizioni in vigore. E le più subdole sono quelle condizionate, del tipo: non puoi fare il falegname, il carrozziere, il lavandaio, il marmista, il tipografo se non hai l'autorizzazione alle emissioni in atmosfera; non puoi osservare i fondali marini se non hai la boa di segnalazione; non puoi pescare la domenica se non hai il permesso, non puoi uscire col cane se non hai la paletta ed un guinzaglio non più lungo di un metro e passa. Non se ne può più di tanta inventiva perversa. L'ultima é di ieri. Un esimio esponente del Pdl, accortosi che la questione, per puro caso non era normata, ha subito pensato di proibire la patente agli ultraottantenni. Come se il guidare si potesse disimparare, come se gli incidenti non fossero frutto solo di disattenzione e di imperizia, come se le stragi dei sabato sera le facessero gli anziani. E che fine hanno fatto tutte le menate sulla terza età, sulla vita che si allunga, sulla gestione del sempre maggior tempo libero? Che ne penserà di questa violazione alla sua libertà di movimento l'ultraottantenne Presidente della Repubblica? Se mai passerà l'insana proposta di legge, spero davvero che non la firmi per palese incostituzionalità. La sola nuova legge necessaria é quella che preveda che per fare una nuova legge bisogna cancellarne almeno due.